SCRITTORI D'ITALIA
GIAMBATTISTA MARINO
EPISTOLARIO
SEGUITO DA LÈTTERE
DI ALTRI SCRITTORI DEL SEICENTO
A CURA DI
ANGELO BORZELLI e FAUSTO NICOLINl
VOLUME SECONDO
BARI
GIUS. LATERZA & FIGLI
TIPOGRAFI-EDITORl-LIBRAl
1912
SCRITTORI D'ITALIA
G. B. MARINO
EPISTOLARIO
SEGUITO DA ALTRE LETTERE DEL SEICENTO
II
Céi
L
GIAMBATTISTA MARINO
EPISTOLARIO
SEGUITO DA LETTERE
DI ALTRI SCRITTORI DEL SEICENTO
A CURA DI
Angelo Borzelli e Fausto Nicolini
VOLUME SECONDO
BARI
GIUS. LATERZA & FIGLI
TI POGRAFI-KDITOR I-LIBRAI
191 2
\^ \ 1 \
PROPRIETÀ LETTERARIA
MAGGIO MCMXII — 3II63
CONTINUAZIONE DELLE LETTERE E DEDICATORIE
GIAMBATTISTA MARINO
cxc
Al signor Giovan Battista Ciotti
Accusa ricezione di alcune stampe e si sfoga contro lo Stigliani.
Ebbi, come le scrissi, il rotoletto mandatomi per via del
signor Contarini. Poi mi venne il pacchetto delle stampe del
Franco, inviatomi dal signor Guinigi. Ed ora ultimamente ho
anche ricevute le picciole figurine del Rosso con ^'Innocenti di
Rafaello. Del tutto la ringrazio infinitamente, ma perché Ella
m'accenna di aver mandati due fagottini per mezo dell' istesso
signor Guinigi, le dico ch'eccetto questo e quello del Franco
altro non mi è capitato.
Mi sarà caro ch'Ella vada continovando con diligenza; e
se non mi manda la nota di tutta la spesa che va facendo,
io mi rimarrò di più importunarla, ed invece di obligarmi mi
farà un gran dispiacere.
In caso che nella libreria da vendersi si ritrovi qualche libro
di belle figure, non lasci di comprarlo o dia la caparra per me,
avisandomi intanto del prezzo, ch'io subito glielo farò pagar
costi. Altretanto dico delle carte di Agostino viniziano, del
Parmigiano, del Rota e d'altri ch'Ella mi dice aver trovate.
Quanto al San Loreyizo incollato in tela, poich'è cosi maltrat-
tato, non mi curo né occorre ch'Ella se ne dia briga, per-
ch'io non lo voglio.
Le mando il libro francese del Trattato della corte com' Ella
desidera, e non l'ho fatto ligare per dar minor peso al corriere.
Se in altro posso impiegarmi per lei da queste bande, vagliasi
di me alla libera né mi risparmi in cosa alcuna.
Vorrei ch'Ella col signor Palma fusse non solo sollecita ma
fastidiosa, perché quando simili uomini non hanno del contino ve
4 GIAMBATTISTA MARINO
gli sproni a' fianchi non finiscono mai. Starò aspettando simil-
mente la risoluzione dell'altro quadretto di mano del fiamingo,
ch'Ella mi scrisse.
Il mio Adofie già sarebbe a quest'ora stampato, ma per al-
cuni nuovi accidenti sono stato costretto a mutare tutto un canto
intiero, che mi ha dato un gran travaglio. Sto dandogli l'ultima
mano, e a suo tempo non mancherò di darle gusto.
Mi rallegro poi delle buone novelle ch'io intendo, cioè che
voi ristampate il Afondo nuovo dello Stigliani. Veramente oltre il
guadagno siete per cavarne gran riputazione alle vostre stampe.
Ma con tutto ciò, io vi priego instantemente, quando questo sia
vero, di non far tanto onore all'opere mie, che sieno impresse da
que' medesimi caratteri che deono arricchire il nostro secolo
d'un poema si singolare. Mi dicono ch'egli scrive contro di me,
rispondendo alla lettera della Sanipogna, e per cativare la vostra
buona grazia mostra d'abbracciar la vostra protezione circa gli
errori occorsi nella Calerla, dicendo che son io che ho errato
e non i correttori né gli stampatori. Questo è soverchio, perché
io ho già dichiarato che in ciò voi non avete alcuna colpa. Ma
staremo a vedere, e giuro a Dio che, se sarò stuzzicato, in un
pelo gli farò scontare mille offese vecchie fattemi dalla sua mali-
gnità e gli farò pelar la barba di disperazione. Non già ch'io
mai abbia da degnarmi di replicargli, ma gli farò lavar la testa
senza sapone, in modo che se ne pentirà e se ne morderà la
lingua; che nel resto ed egli ed io siamo conosciuti dal mondo.
E con tal fine le bacio le mani.
Di Parigi [principi del 1623].
CXCI
A DON Lorenzo Scoto
Notizie di una nuova malattia, che gì' impedisce il ritorno in Italia.
Insomma io non so che mi dire di questa mia maledetta
sciagura, che, non ostante la mia determinata risoluzione di ri-
tornare in Italia, vuol pure a mio marcio dispetto ritenermi in
LETTERE E DEDICATORIE 5
Francia. Quando io era già in procinto di partire ed aveva
apparecchiate tutte le bisogne necessarie al viaggio, ecco una
nuova flussione che mi ha tenuto oggimai tre mesi in letto.
Ed in tre mesi tre volte mi son riavuto ed altretante son ritor-
nato a ricadere.
Né mi riprendete della mia vita disordinata, perché vi giuro
da vero amico che da un tempo in qua vivo con molta regola
e senza far delle stravaganze. Questo impedimento adunque è
stato cagione del mio lungo silenzio e insieme di differire la
mia venuta a quaresima, nel qual tempo, piacendo al Signore,
seguirà senza fallo. Or che, la Dio mercé, mi ritrovo alquanto
bene e che il male è cessato, ho voluto salutarvi, si come fo
caramente con questa, e darvi conto dello stato mio. E perché,
come ho detto, il mio ritorno non può essere se non a prima-
vera, priegovi intanto per farmi passar l'umor maninconico a
mandarmi il quadro del Brandino, insieme co' quattro ritratti
ad olio ed il dissegno di quella battaglia d'acquarella, serbando
presso di sé le due casse de' libri con quella integrità che si
deve sperare dalla vostra bontà, in cui tanto confido quanto voi
stesso sapete. Ma se mi volete bene, sia subito, e fattone un
fagottino ben coverto, potrete indrizzarlo secondo il solito al
signor Guinigi in Lione. Se con cotesta occasione vorrà il si-
gnor Muti mandarmi qualche pezzo di disegno di quegli stracci
che già mi promise l'onorata memoria del signor Onofrio, mi
farà un favore rilevato, ed io non sarò ingrato.
Di grazia, scusatemi delle continue importunità e delle mie
impertinenti dimande, le quali so che son poco proporzionate
alla vostra qualità, che siete impacciato sempre in cose più gravi.
Desidero intendere se il signor Scorza si ritrova in Torino e
se inviando le lettere a voi saranno per essergli subito capitate.
Priegovi a darmene aviso, perché gli ho da scrivere di qualche
affare. E state sano, mantenendomi nella vostra buona grazia
e salutando in mio nome i due signori Ludovichi.
Di Parigi [principi del 1623J.
6 GIAMBATTISTA MARINO
CXCII
Al medesimo
Si lagna di non ricevere lettere.
Voi tenete poco conto di me, e per certo avete il torto, perché
io vi ho sempre amato ed onorato. È possibile che a cento
lettere mie, le quali son certissimo che vi son capitate, io
non vegga ancora comparire una risposta? Già vi ho scritto
per ogni ordinario e sempre invano. Ora vi rescrivo questa,
e voglio che sia l'ultima volta.
Vi priego adunque, e torno a supplicarvi con la maggior effi-
cacia che posso, a volermi mandare subito subito al ricevere della
presente i quadri che si ritrovano fatti, cioè i due primi del
Brandin e quello dello Scorza, insieme con i ritratti ed i dissegni
che sono nel picciolo tamburetto, perché già ho imbagagliate le
mie balle e resto impedito solamente per questo rispetto; il che
mi è di sommo disturbo e disgusto. Ed infine, se non vengono
incontanente, non mi serviranno piti a nulla, e mi verrà poi
voglia di stracciargli, poiché non potrò portargli dentro la va-
ligia. L'altro che resta verrà poi a suo tempo, quando sarà finito.
Starò aspettandogli senz'altro indugio; e se mi amate, non man-
cate di darmi questa sodisfazione.
DeW^^dofie ne sarò forse io stesso il portatore, se non avrò
più che sicura commodità di mandarlo. Vi bacio le mani.
Di Parigi [1623].
CXCIII
Al medesimo
Intorno allo stesso argomento.
Io resto confusissimo né so che mi dire di tanto silenzio.
A cento lettere mie non avete data altra risposta eh' una sola,
e già a quest'ora dovrebbono esser mille volte arrivate le
pitture.
LETTERE E DEDICATORIE 7
L'andata del re a Lione andò in fumo, onde per conseguenza
anche della nostra non credo che se ne farà altro. La mia venuta
in Italia non credo che avrà effetto infìno al mese d'agosto,
perché non mi sono potuto sbrigar della stampa a tempo per
questa pasqua, come io sperava. Vi priego adunque per quanto
amor mi portate a consolarmi subito, mandandomi i quadri per
via del signor Guinigi, perché mi muoio d'impazienza. Insieme
co' quadri aspetto parimente i dissegni e que' quattro ritratti ad
olio che sono nel tamburetto piccolo, perché mi servono come
vi scrissi. Di grazia, non mancate quanto prima; e vi bacio la
mano.
Di Parigi [aprile 1623J.
CXCIV
Al medesimo
Intorno allo stesso argomento.
S'io fossi cosi pentito de' miei peccati come mi pento d'es-
sere entrato in questa tresca di pitture, sarei più che sicuro
del paradiso. Quel che più mi travaglia è che son costretto a
sforzar la natura, che per ordinario non suole esser molto pronta
allo scrivere, e mi bisogna del continuo fastidir gli amici. Di più
Iddio mi mortifica col mezo di coloro i quali io più amo e
ne' quali più confido. Da molti mesi in qua io vi ho scritto
per ogni posta, ed a cento lettere mie non è comparsa se non
una risposta sola, molto stracca. Onde mi conviene replicare
di bel nuovo le medesime querimonie ch'io vi feci per l'altra
mia, lamentandomi forte della vostra poca amorevolezza; che se
non volete farlo per effetto di cortesia, dovreste almeno per
termine di civiltà corrispondere a chi vi onora e rispondere a
chi vi scrive, massime ad uno amico della qualità mia.
Io mi era risoluto di non rompervi più la testa con le mie
importunità, ma la necessità mi stringe ancora a farlo, assicu-
randovi che, se voi non risponderete a questa, io farò sinistro
concetto della vostra affezione e m'ingegnerò di portarmi con
8 GIAMBATTISTA MARINO
esso voi secondo le medesime circostanze di discortesia. Vi priego
adunque, vi supplico e vi scongiuro quanto so e posso, che non
vogliate più tenermi impiccato per la gola in farmi tanto atten-
dere cotesti benedetti quadri, poiché ho già imbagagliato e resto
impedito di mandar le mie robbe in Italia per aspettarne la
risoluzione. Se sono perduti o guasti, o per altro accidente
non si possono più avere, parlate liberamente, ch'io me ne
porrò l'animo in riposo. Vi scrissi e rescrissi che mi mandaste
subito per via del signor Guinigi quelli che si trovano finiti,
cioè i due del Brandino e quello del signor Scorza, i quali mi
dite che son fatti, e insieme con essi i quattro ritratti e i dissegnì
grandi, poiché mi servono al presente per accommodargli dentro
le casse. Ora torno ad essaggerarvi il medesimo, e sopra tutto
a rispondermi per non rompere il nostro antico commercio,
poiché non posso credere che le tante occupazioni della corte
non vi concedano tanto di tempo che possiate tirar due righe
per amor mio.
Caro Scoto, non mancate subito subito d'inviargli, perché
la state tuttavia passa e non potreste imaginarvi il disturbo
che ne sento e la incommodità che ne patisco. Gli aspetto
senz'altro, e se l'ultimo non è cominciato, si farà appresso.
Intanto vi raccomando le mie casse, pregandovi a conservarle
bene e non lasciarle aprire a persona nata, perché son tutte
piene di libri, la maggior parte italiani, e se se ne perdesse un
pezzo solo, mi guasterebbe tutta la serie della mia libraria, né
so quando mai potrei più ritrovarlo di simile impressione, perché
sono tutti di stampa scelta fra mille.
Nel far questa libraria io mi sono imbarcato talmente che
già ne ho speso infino a quest'ora cinquemila scudi, e credo
che in Napoli non ne sarà un'altra tale; onde quando vi verrete
so che n'avrete gusto. Resta solo a finire il cumulo delle pitture,
dove ho bisogno del vostro aiuto, ed altretanto dico de' rilievi,
dei quali penso di far in Roma buona raccolta, giaché di stampe
d'intaglio dolce e all'acqua forte credo d'avere quanto si può
trovare di bello al mondo. Orsù, scrivetemi m nomine Dei e
vogliatemi bene, perché lo merito. A settembre senz'altro ci
LETTERE E DEDICATORIE 9
rivedremo costi, poiché l'Adone è già stampato tutto, parlo
quanto al corpo del poema, ma vi mancano ancora alcune prose
di discorso che vanno nel principio. Il re si è lasciato intendere
di volermi fare un gran presente quando io lo presenterò.
Staremo a vedere.
Già vi scrissi che in Roma sono aspettato come papalino,
dichiarando che non vi sarà obligo alcuno di servitù e sarò
essente dalle leggi del corteggio. Il signor cardinale Lodovisìo
mi offerisce gran cose con animo generosissimo, protestando che
non pretende se non godere la mia conversazione quel poco di
tempo che starò in Roma e trattarmi come servitore del re
cristianissimo.
Finisco baciandovi le mani.
Di Parigi [1623].
CXCV
Al signor conte Fortuniano San Vitali
Non è affatto disposto a cangiar « servitù »,
per quanto tra breve debba ritornare in Italia.
Io sperava che la stampa dell'Adone dovesse senz'altro
esser finita per questa pasqua, per poter subito dare una pas-
sata in Italia. Ma non è stato possibile, se bene non credo che
anderà molto in lungo; ed io son risolutissimo, sbrigato che me
ne sia, di venirmene volando, ancor che fusse di mezza state.
Quanto alla mutazione della servitù che mi accennate, per
Dio starei ben fresco a volere scendere dal cavallo ! Non dico
che il personaggio di cui si parla non sia grande e degno di
suggetto più eminente di me; ma non mi par che convenga,
dopo l'aver servito al maggior re del mondo con condizioni tanto
onorevoli, d' impiegar la mia persona altrove. Oltre eh' io sono
già stracco delle corti e non ne voglio più; e poiché Iddio mi
ha dato il modo d'uscire di necessità, mi delibero di vivere a
me stesso gli anni che mi avanzano con qualche riposo e tran-
quillità.
IO GIAMBATTISTA MARINO
L'origine di cotesta voce m'imagino bene donde può esser
derivata. Ed è che, determinandomi io di passare a Roma ed
a Napoli per qualche tempo, ho procurato di sopire quelle impu-
tazioni datemi già costi in Parma tanti anni sono, e ne fu auttore
forse il Materiale. Onde feci pregare questi mesi addietro l'illu-
strissimo signor cardinale a voler protegermi e liberarmi da si
fatta calunnia con la sua auttorità; il quale al primo cenno del
mio nome me n'ha fatto veder gli effetti con uffici efficacissimi,
ed hammi scritto con tanta umanità che mi ha confuso. È vero
che io presuppongo che tutto ciò egli abbia operato a contem-
plazione di questa Maestà cristianissima di cui son servidore;
ma dimostra però nelle sue lettere d'essersi mosso a favorirmi
semplicemente dal riguardo de' meriti miei, i quali conoscendo
io esser pochissimi, potete pensare l'obligazione che gli porto.
Di questa facenda si sarà per aventura cicalato per Roma ed
avrà dato che dire agli scioperati.
Subito adunque ch'io mi sarò spedito di questa benedetta
impressione, me ne verrò volando, e potrà essere di leggieri
ch'io passi per cotesta volta solo per rivedervi, poiché in Parma
non ho altra facenda. Prima ve ne darò avviso. Il re mi ha
concessa grazia che in assenza mia la mia pensione sia qui
pagata al mio procuratore, con patto ch'io mi lasci rivedere in
questa corte ogni due anni una volta. II che io penso di far
volentieri, se mi porterò con salute. Intanto la mia vita voglio
che sia il verno in Roma e la state in Napoli, dove pretendo
di goder qualche delizia insieme con gli amici e specialmente
con voi. Le vostre burle son graziose, ed io vi bacio le mani
con tutto il cuore.
Di Parigi [1623].
LETTERE E DEDICATORIE II
CXCVI
Al signor Giacomo Scaglia
Promette d'inviargli subito VAdofte e gli comunica la morte dello stam-
patore Abramo Pacard, la quale per altro non arrecherà ostacoli alla
prossima pubblicazione del poema.
Vi rendo molte grazie de' due libretti à£iV Epistole; ed in
particolare quest'ultimo mi è stato molto caro. Né mi sarei mai
pensato che nel mondo si trovasse tanta sfacciatagine, che ad
un uomo della mia qualità si dovesse rubare cosi apertamente
un suggetto ed una invenzione già publicata da me venti anni
sono per tutto. Ma mio danno; merito peggio, perché son troppo
coglione, se bene ho questa contentezza ch'almeno ognuno il sa,
e quando le mie saranno alla stampa (il che voglio che sia di
corto), si conoscerà che differenza è da cottone a stoppa, assi-
curandovi eh' io non vidi mai stile il più sciocco ed il più povero
di concetti vivaci. Con tutto ciò, non voglio mancare di morti-
ficar l'auttore in qualche modo che ne rimanga confuso.
Poiché il privilegio non si può ottenere senza avere tutto il
libro, bisogna che abbiate qualche altro giorno di pazienza, tanto
che sieno finite di stampare queste prose, che subito poi lo man-
derò, e siate pur certissimo che voi sarete il primo.
I ritratti del Casoni e del Magno aspetto con disiderio, e non
vi mando per ora il mio come disiderate, perché qui non è
pittore che vaglia ed io voglio che l'abbiate di buona mano.
Subito che avrò presentato questo libro al re, il quale nel
mese che viene si spera che debba essere a Lione, io avrò
licenza di dare una scorsa in Italia almeno per un anno; e allora
mi riserbo a mandarvene una copia buona. Intanto vi piacerà
di rimborsarvi que' pochi quatrinelli spesi per me in quello del
Cremonino, protestandovi di nuovo l'obligo che ve n'ho.
Rispondo al clarissimo signor Badoaro, e veramente confesso
di restare obligatissimo alla sua infinita cortesia, certificandolo
che dependerò sempre da' suoi comandamenti.
12 GIAMBATTISTA MARINO
Di grazia, informatevi chi sia cotesto Camprelli che ha scritto
contro di me, e datemene minuto aviso. Io non l'ho udito mai
nominare e vorrei sapere di che condizione e quaUtà si sia,
s'egli è gentiluomo o plebeo, prete o secolare, ricco o povero,
e che professione fa. E vi bacio le mani.
Di Parigi [1623].
P. S. — Il Paccardo è morto e per questa cagione il libro
non è finito affatto, ma si spedirà fra pochissimi giorni, perché
sua moglie mi sollecita.
Questa lettera è scritta un pezzo fa e per una indisposizione
sopragiuntami non ho potuto mandarla prima. Piaccia a Dio
che il mio male non s'avanzi, si che impedisca la mia risolu-
zione di venire in Italia questo autunno e di dare una volta
fine a questa benedetta stampa.
CXCVII
Al medesimo
Intorno allo stesso argomento.
XJ Adone, come già le scrissi, è finito di stampare, salvo
alcuni ultimi fogli, i quali io tengo cosi sospesi, perché ho paura
che se il libro si- publica prima ch'io possa presentarlo di mia
mano al re, non gli sia portato da altri. Sto adunque aspettando
che S. M. sia in Lione, come si crede che debba essere presto;
ed allora io farò spedire subito in un tratto quel poco che resta
ed andrò io stesso a darlo di persona; e poi di là tirerò, piacendo
a Dio, alla volta d'Italia almeno per un anno. Questo s'intende
in caso che il re vi sia per tutto il mese d'ottobre e ch'io
mi porti bene, perché di mezo verno non voglio viaggiare, e
se non mi ritrovo ben sano, attenderò a primavera.
Questi giorni sono stato tributato da una delle mie solite
indisposizioni, che mi ha tenuto più di venti giorni in letto. Ora
per grazia di Dio mi sento meglio e non lascio di continovare la
stampa, ma lentamente per la cagione sopradetta. E se bene il
LETTERE E DEDICATORIE I3
Paccardo è morto, i suoi eredi non restano di sollecitarmi. Intanto
V. S. viva sicura della mia promessa, in ratificazione della quale
le giuro per Dio che la prima copia sarà sua e verrà a tempo
che altri non vedrà l'opera prima; e se non solo il re ma tutti i
prencipi del mondo mi volessero sforzare a fare altrimenti, io
non le farei mai questo torto. Ma questo è il manco, perché
spero quando sarò in Italia di ricompensarla con altro che con
VAdo?ie, sentendomi molto obligato alle tante affettuose cortesie
che ha usate meco, alle quali non sarò ingrato.
Se i ritratti verranno, mi saranno carissimi e ne porterò
obligo a cotesti signori ed a lei, la qual priego a volere indriz-
zar l'inclusa a mio cognato per via sicura, essendo di negozio
che molto m'importa.
Il signore Iddio la contenti e feliciti.
Di Parigi [1623].
CXCVIII
Al medesimo
Manda incompleto V Adone.
Ecco ch'io vi mando questo benedetto Adone, e accioché in-
tanto non si perda tempo alla stampa, non mi curo di mandarlo
imperfetto, poiché vi mancano ancora due ultimi quinternetti
con la fine del ventesimo canto e la lettera di dedicazione alla
reina madre, che va nel principio subito dopo il titolo principale.
Vi manca ancora un lungo discorso eh' io ho fatto sopra questo
libro ed entrerà subito dopo la lettera dedicatoria; e veramente
mi sarebbe sommamente caro che in Italia non si vedesse que-
st'opera senza esso, perché oltre il dichiarare molti miei pensieri
intorno a si fatto poema, parlo diffusamente dello scrivere lascivo.
Onde, se potrete trattener tanto la publicazione finch'io lo mandi,
vi priego a farlo. Se no, non lasciate di fare i! fatto vostro.
Io per la fretta non ho avuto tempo di copiarlo al presente, ma
penso di farlo per viaggio, poiché son risolutissimo di partire
14 GIAMBATTISTA MARINO
dopo pasqua alla volta d'Italia, e vi scriverò. Intanto non man-
cherò di mandarvi quest'altra settimana quel poco che resta al
compimento del libro insieme con la detta lettera. Di grazia,
avertite bene alla correzione e risguardate minutamente le note
delle mie postille per tutto, avertendo che nel primo canto ritro-
verete alcune linee cancellate in molte stanze, le quali non im-
portano nulla, né lasciate di stampare i versi come si trovano.
So che avrete da combattere con gì' inquisitori, ma io la rimetto
a voi. Il presente pachetto per esser grosso lo mando per la
via del signor ambasciatore: gli altri fogli che restano, perché son
pochi, gli manderò al signor Guinigi a Lione. Iddio vi feliciti.
Di Parigi [1623].
CXCIX
Alla Maestà cristianissima di Lodovico decimoterzo, ■
RE di Francia e di Navarra
Abbozzo della dedica che segue.
La reciproca scambievolezza che lega insieme i principi e i
poeti, gli scettri e le penne, le corone dell'oro e quelle dell'al-
loro, dalla Grecia, di tutte le bell'arti inventrice, con allegorico
sentimento fu dimostrata chiamando Ercole « musagete » , quasi
duce e capitano delle muse. Percioché si come alla quiete degli
studi è necessario il patrocinio de' grandi, perché gli conservi
nella loro tranquillità; cosi allo 'ncontro la gloria delle operazioni
inclite ha bisogno dell'aiuto degli scrittori, perché le sottraggano
all'oblivione. Piacesse a Dio che la mia penna fusse bastante
a poter degnamente intraprender le lodi immense di Vostra
Maestà, celebrando i miracolosi progressi che fa in età cosi
giovane e si acerba, con si maturo consiglio che più di grave
non si desidera nella prudenza de' più canuti; che va crescendo
in tanta grandezza di pregio, che oggimai i suoi fatti peregrini
sono ammirabili ma non imitabili; che le sue forze, le sue armi,
le sue genti e tutti i concetti alti del suo animo reale non ad
altro fine si rivolgono che alla gloria del cielo; che è amico
LETTERE E DEDICATORIE I5
de' buoni, compagno de' soldati, fratello de' servi, padre de' vas-
salli e degno figliuolo primogenito della Chiesa apostolica; che
vince prima che combatta, ottiene più trionfi che non dà assalti
e signoreggia più animi che non acquista terre.
Ma con qual cambio o con qual effetto condegno corrispon-
derò io a tanti suoi eccessi d'umanità, i quali soprafanno tanto
di gran lunga ogni mio potere? Certo, non so con altro pagargli
che con parole e con lodi, in quella guisa istessa che si pagano
le divine grazie. Ben vorrei che la mia virtù fusse pari alla sua
bontà, per poter altretanto celebrar lei quanto Ella giova a me;
percioché si come i suoi gesti egregi, quasi stelle del ciel della
gloria influiscono al mio ingegno suggetti degni d'eterna loda,
cosi i favori ch'io ne ricevo, quasi rivoli del fonte della magni-
ficenza, innaffiano l'aridità della mia fortuna con tanta larghezza
che fanno arrossire la mia viltà, onde rimango confuso di non
aver fin qui fatta opera alcuna per la quale appaia il merito di
si fatta mercede. Ma io non dubito punto che fra l'altre eroiche
virtù ch'adornan gli anni giovanili di Vostra Maestà, in tanta
sublimità di stato, in tanta vivacità di spirito ed in tanta seve-
rità d'educazione, non debba anche aver luogo l'onesto e piace-
vole trastullo della poesia. Onde ben debbo io sperare che Vostra
Maestà dopo le guerre, le quali con troppo dure distrazioni l'in-
cominciano ad occupare, abbi con benignità a gradire questo
piccolo e povero dono, presentato da un devoto suo, ch'altro non
è che povero frutto di rozo intelletto. Or piaccia a Vostra Maestà,
con quella benignità istessa con cui si compiacque di farmi degno
della sua buona grazia, accettare la presente fatica, perché vorrei
pur almeno in qualche parte pagar con gli scritti quel che non
mi è possibile sodisfar con le forze. E senza più, augurando a
Vostra Maestà il colmo d'ogni felicità, le inchino con riverenza
la fronte e le sollevo con divozione il cuore.
Di Parigi [1623].
l6 GIAMBATTISTA MARINO
ce
Alla Maestà cristianissima di Maria de' Medici,
REINA di Francia e di Navarra
Dedica dell'Adone.
La Grecia, di tutte le bell'arti inventrice, la qual sotto velo
di favolose fizioni soleva ricoprire la maggior parte de' suoi
misteri, non senza allegorico sentimento chiamava Ercole « mu-
sagete », quasi duce e capitano delle muse. Il che non con altra
significazione, s'io non m'inganno, hassi da interpretare che
per la vicendevole corrispondenza che passa tra la forza e l'in-
gegno, tra '1 valore e '1 sapere, tra l'armi e le lettere, e per la
reciproca scambievolezza che lega insieme i prencipi e i poeti,
gli scettri e le penne, le corone dell'oro e quelle dell'alloro.
Percioché si come alla quiete degli studi è necessario il patro-
cinio de' grandi, perché gli conservi nella loro tranquillità, cosi
allo 'ncontro la gloria delle operazioni inclite ha bisogno dell'aiuto
degli scrittori perché le sottraggano alla oblivione. E si come
questi offrono versi e componimenti che possono a quelli recare
insieme col diletto l'immortalità, cosi ancora quelli donano ricom-
pense di favori e premi di ricchezze con cui possono questi
menare commodamente la vita. Quinci senza alcun dubbio è nato
ne' signori il nobilissimo costume del nutrire i cigni famosi, ac-
cioché, illustrando essi col canto la memoria de' loro onori, la
rapiscano alla voracità del tempo. Quinci d'altra parte parimente
si è derivata, in coloro che scrivono, l'antica usanza del dedi-
care i libri a gran maestri, a' quali non per altra cagione sogliono
indirizzargli se non per procacciarsi sotto il ricovero di tale
scudo sicura difesa dall'altrui malignità e dalla propria neces-
sità. Questi rispetti mossero Virgilio ad intitolare il suo poema
a Cesare, Lucano a Nerone, Claudiano ad Onorio, ed a' tempi
nostri l'Ariosto e '1 Tasso alla serenissima casa da Este. Questi
istessi, dall'altro lato, mossero Mecenate a sovvenire alla povertà
d'Orazio, Domiziano a promovere Stazio e Silio Italico a gradi
LETTERE E DEDICATORIE l^
onorevoli, Antonino a contracambiare con altrettanto oro le fati-
che d'Appiano, ed ultimamente, per tralasciare gli altri stranieri,
Francesco il primo, re di Francia, a remunerare con effetti di
profusa liberalità le scritture dell'Alamanni, del Tolomei, del
Delminio, dell'Aretino e d'altri molti letterati italiani; Carlo il
nono a stimare, onorare e riconoscere oltremodo la virtù ed eccel-
lenza di Piero Ronzardo; Arrigo il terzo ad accrescere con
larghe entrate le fortune di Filippo di Portes abate di Tirone;
ed Arrigo il quarto, dopo molti altri segni d'affezione parziale,
ad essaltare alla sacra dignità della porpora i meriti del cardinal
di Perona. Non mossero già, per mio credere, questi rispetti la
Maestà cristianissima di Lodovico il tredicesimo quando con tante
dimostrazioni di generosità prese a trattener me nella sua corte,
si perché all'edificio della sua gloria non fa mestieri di si fatti
puntelli, si anche perch'io non son tale che basti a sostenere
con la debolezza del mio stile il grave peso del suo nome. Né
muovono ora similmente me a consacrare a S. M. il mio Adone,
come fo, si perché l'animo mio è tanto lontano dall'interesse
quanto il suo dall'ambizione, si anche perché sono stato preve-
nuto co' benefici ed ho ricevuti guiderdoni maggiori del disi-
derio e della speranza non che del merito. Ma quantunque i
fini principali della sua protezione e della mia dedicazione non
sieno questi, con tutto ciò, tanto per la parte che concerne i
debiti della obligazion mia quanto per quella che s'appartiene
ai meriti della grandezza sua, con ragione parmi che si debba
il presente libro al nostro re e che da me al nostro re sia buon
tempo fa giustamente dovuto. Devesi a lui come degno di qual-
sivoglia onore e devesi da me come onorato, benché indegna-
mente, del titolo della regia servitù. Per quel che tocca a S. M.,
dico eh' è proporzionato questo tributo, essendosi già col soprac-
cennato essempio d'Ercole dimostrato ch'a' prencipi grandi non
disconvengono poesie. E mi vaglio della somiglianza d'Ercole,
meritando egli appunto ad esso Ercole d'essere per le sue azioni
paragonato. Poiché se l'uno ne' principi della sua infanzia ebbe
forza di strangolare due fieri dragoni, il che fu preso per infal-
libile indizio dell'altre prove future, l'altro ne' primordi e della
G. B. Marino, C. Achii.lini e G. Preti, Lettere - ii. 2
l8 GIAMBATTISTA MARINO
sua età e del suo governo conculcò, né più né meno, due ferocis-
sime e velenosissime serpi ; dico le guerre intestine di Francia e le
straniere d'Italia, superate l'una con la mano del valore, l'altra
con quella dell'autorità: dal qual atto si può far certissimo giu-
dicio dell'altre imprese segnalate che ci promettono gli anni
suoi più fermi. Havvi però di più tanto di differenza, che quel
che l'uno operò già adulto e robusto, l'altro ha operato ancor
tenero e fanciullo, estirpando dal suo regno un mostro cosi
pestifero com'era l'idra della discordia civile, le cui teste pareva
che d'ora in ora moltiplicassero in infinito. E se bene al presente
guerreggia tuttavia co' suoi sudditi, il che par che repugni alla
publica pace e contrafaccia alla concordia dello Stato, vedesi
nondimeno chiaramente che dopo l'onor di Dio, eh' è il suo
primo riguardo, il tutto è inteso a quel medesimo scopo, cioè
di passare alla quiete per lo mezo de' travagli, né altro pretende
che con la dovuta ubbidienza de' popoli, tranquillando le continove
tempeste del suo reame, stabilirsi nella paterna monarchia. Gran
cosa certo è il mirare i miracolosi progressi che fa questo mi-
rabile giovane in età si acerba, con si maturo consiglio, che più
di grave non si desidera nella prudenza de' più canuti. Ecco,
appena uscito della fanciullezza, mosso dal senno, spinto dalla
virtù, guidato dalla fortuna, accompagnato dalla loda, ascende
a gran passi co' piedi del valore le scale della immortalità, e
va crescendo in tanta grandezza di pregio che oggimai i suoi
fatti peregrini sono ammirabili ma non imitabili. Si arma per
l'onor di Cristo, combatte per la verità evangelica, vendica l'in-
giurie della corona gallica, ristora i riti del culto cattolico, fa
inviolabili le leggi della buona religione. Le sue forze, le sue
armi, le sue genti, i suoi tesori e tutti i concetti alti del suo animo
reale non ad altro fine si rivolgono che alla gloria del cielo.
Fassi essecutore della divina disposizione, difensore della regia
dignità, punitore della insolenza de' rubelli, ed in tutte le sue
generose azioni si dimostra amico de' buoni, compagno de' sol-
dati, fratello de' servi, padre de' vassalli e degno figliuol primo-
genito della Chiesa apostolica. Risarcisce i quasi distrutti onori
della milizia, i disagi gli sono ozi, i sudori delizie, le fatiche
LETTERE E DEDICATORIE I9
riposi. Fa stupire e tremare, vince prima clie combatta, ottiene
più trionfi che non dà assalti e signoreggia più animi che non
acquista terre. Il suo petto è nido della fortezza, il suo cuore
refugio della clemenza, la sua fronte paragone della maestà, il
suo sembiante specchio dell'affabiltà, il suo braccio colonna
della giustizia, la sua mano fontana della liberalità. La sua spada
infocata di zelo par la spada del serafino, che discaccia dalla
sua casa i contumaci di Dio, onde il mondo che gli applaude
e che ha delle sue magnanime opere incredibile aspettazione,
con voce universale lo chiama intelligenza della Francia, virtù
del trono e dello scettro, angelo tutelare della vera fede, poiché
angelico veramente è il suo aspetto, angelico il suo intelletto
ed angelica la sua innocenza. Cosi la somma pietà di quel Dio,
il quale lo regge ed il quale egli difende, guardi la sua vita ed
allontani dalla sua sacra persona la violenza del ferro, la fraude
del veleno e la perfidia del tradimento, come in lui si adem-
piranno appieno tutte le condizioni di perfezione che mancarono
negli antichi cesari. E trattandosi in questa guerra santa dell'in-
teresse pur di Dio, non mancheranno a quella infinita sapienza
modi da terminarla a gloria sua e con riputazione d'un re si
giusto. Quanto poi alla parte che tocca a me, debita ancora
non che ragionevole stimo io questa dedicatura, accioché se
nell'uno abonda cortesia, nell'altro non manchi gratitudine. Ma
con qual cambio o con qual effetto condegno corrisponderò io
a tanti eccessi d'umanità, i quali soprafanno tanto di gran lunga
ogni mio potere? Certo non so con altro pagargli che con parole
e con lodi in quella guisa istessa che si pagano le divine grazie.
Ben vorrei che la mia virtù fusse pari alla sua bontà, per potere
altrettanto celebrar lui quanto egli giova a me. Percioché si
come i suoi gesti egregi, quasi stelle del ciel della gloria, influi-
scono al mio ingegno, suggetti degni d'eterna loda; cosi i favori
ch'io ne ricevo, quasi rivoli del fonte della magnificenza, innaf-
fiano l'aridità della mia fortuna con tanta larghezza che fanno
arrossire la mia viltà, onde rimango confuso di non aver fin
qui fatta opera alcuna per la quale appaia il merito di si fatta
mercede. Potevano per aventura da questa oblazione distormi
20 GIAMBATTISTA MARINO
due circostanze, cioè la bassezza della offerta dal canto mio e
l'eminenza del personaggio dal canto suo. Ma era legge de' per-
siani (come Eliano racconta) che ciascuno tributasse il re loro
di qualche donativo conforme alle proprie facoltà qualunque si
fusse. E Licurgo voleva che si offerissero agl'iddìi cose ancorché
minime, per non cessar giamai d'onorargli. Queste ragioni
scusano in parte il mancamento del donatore. Ma per appagare
la grandezza di colui a cui si dona, dirò solo che quell' istesso
Ercole di cui parliamo, per dar alle sue lunghe fatiche qualche
sollazzevole intervallo, deposta talvolta la clava, soleva pure
scherzando favoleggiare con gli amori. Achille, mentre che nella
sua prima età viveva tra le selve del monte Pelia sotto la disci-
plina di Chirone, soleva (secondo che scrive Omero) dilettarsi
del suono della cetera, né sdegnava di toccar talvolta l'umil
plettro e di tasteggiar le tenere corde con quella mano istessa
che doveva poi con somma prodezza vibrar la lancia, trattar
la spada, domare destrieri indomiti e vincere guerrieri invinci-
bili. Per la qual cosa io non dubito punto che fra l'altre eroiche
virtù ch'adornano gli anni giovanili di S. M., in tanta sublimità
di stato, in tanta vivacità di spirito ed in tanta severità d'educa-
zione, non debba anche aver luogo l'onesto e piacevole trastullo
della poesia. E se il medesimo eroe pargoletto (come narra
Filostrato), quando ritornava dall' essercizio della caccia, stanco
per la uccisione delle fiere, non prendeva a schifo d'accettare
dal suo maestro le poma ed i favi in premio della fatica con
quello istesso animo grande con cui poi aveva da ricevere le
palme e le spoglie delle sue vittorie; perché non debbo io sperare
che S. M., non dico dopo le cacce nelle quali suole alle volte
nobilmente essercitarsi , ma dopo le guerre le quali con troppo
dure distrazioni l'incominciano ad occupare, abbia con benignità
a gradire questo picciolo e povero dono, presentato da un suo
devoto, il quale appunto altro non è che frutto di rozo intel-
letto e miele composto di fiori poetici, quasi lieto e sicuro presagio
de' ricchi tributi e de' trionfali onori che in più maturo tempo
saranno al suo valore offerti? Farmi veramente la figura biforme
di quel misterioso semicavallo ben confacevole al mio suggetto,
LETTERE E DEDICATORIE 21
come molto espressiva delle due necessarie e principali condi-
zioni del principe, dinotando per la parte umana il reggimento
della pace e per la ferina l'amministrazione della guerra. La
qual significanza si attende che debba perfettamente verificarsi
in S. M. come degno figlio di si gran padre ed erede non meno
delle paterne virtù che de' regni, la cui generosa indole precorre
l'età e vince l'altrui speranze. E già gli effetti ne fanno fede,
poiché non cosi tosto prese in mano le redine dell'imperio che
stabili per sempre la devozione ne' popoli, ed appena assunto
al possesso dello scettro gli fu commesso l'arbitrio del mondo.
Egli è ben vero che se il centauro (come finge il medesimo
scrittore) per rendersi uguale alla statura del giovanetto, quando
le dette cose nel grembo gli sporgeva, piegando le gambe dinanzi
si chinava; chiunque volesse con dono conforme pareggiare gli
eccelsi pregi di S. M., ch'ancor crescente si solleva a pensieri
tanto sublimi, bisognerebbe per contrario invece d'abbassarsi
innalzar più tosto se stesso a quel grado d'eccellenza che nella
mia persona e nel mio ingegno manca del tutto. Per riparare
adunque alla disconvenevolezza di cotale sproporzione, io mi
sono ingegnato di ritrovare un mezo potente, e questo si è in-
trodurre il mio dono per la porta del favore di V. M., anzi all'una
ed all'altra Maestà farlo commune, accioché si come Ella è per
tutti una fontana anzi un mare onde scaturiscono agli altri l'acque
della vena regia, cosi sia per me una miniera, onde passando
quelle del mio tributario ruscello piglino altro sapore e qualità
che non dispiaccia a gusto si nobile. E si come Ella è fatta, si può
dire, lo spirito assistente del regno suo, avendolo tanto tempo
governato con si giusto e provido reggimento, cosi si faccia
anche il genio custode dell'opera mia, rendendola in virtù del
suo glorioso nome e della sua favorevole autorità più cara e
più dilettevole. Veramente che la madre abbia a partecipare
delle glorie e delle Iodi che si danno al figlio è dovere di legge
umana e divina, e che in particolare debba Ella aver parte in
quelle che si contengono in questo volume è cosa giusta si
per rispetto suo come per rispetto mio. Per rispetto suo, poi-
ch'essendo V. M. la terra che ha prodotta si bella pianta e la
22 GIAMBATTISTA MARINO
pianta che ha partorito si nobil frutto, si debbono tutti gli onori
attribuire non meno a lei, come a cagione, che a lui, come ad
effetto. Per rispetto mio, percioché, essendo io sua fattura e
dependendo tutto il mio presente stato da lei, per la cui ufficiosa
bontà mi ritrovo collocato nell' attuai servigio di questa corte,
si come dalla sua protezione riconosco gli accrescimenti della
mia fortuna, cosi mi sento tenuto a riconoscere le ricevute cortesie
con tutti quegli ossequi di grata devozione che possono nascere
dalla mia bassezza. Oltre che, per essere il componimento ch'io
le reco quasi un registro delle sue opere magnanime, delle quali
una parte, ancorché minima, mi sono ingegnato d'esprimere in
esso, e per avere io ridotto il suggetto che tratta (come per
l'allegorie si dimostra) ad un segno di moralità, la maggiore
che per aventura si ritrovi fra tutte l'antiche favole, contro
l'opinione di coloro che il contrario si persuadevano, giudico
che ben si confaccia alla modesta gravità d'una prencipessa tanto
discreta. Or piaccia a V. M. con quella benignità istessa con
cui si compiacque di farmi degno della sua buona grazia, accet-
tare e far accettare la presente fatica; onde si vegga che se bene
il mio ingegno è mendico ed infecondo ed il poema che porta
è tardo frutto della sua sterilità, vorrei pur almeno in qualche
parte pagar con gli scritti quel che non mi è possibile sodisfar
con le forze. Se ciò farà (per chiudere il mio scrivere con l'in-
cominciato paralello d'Ercole), ricevendo Ella per se stessa e
rappresentando a S. M. composizioni di poeta come non inde-
gne di re guerriero né disconvenevoli a reina grande, conse-
guirà la medesima loda che consegui già Fulvio, quando delle
spoglie conquistate in Ambracia trasportò nel tempio dello stesso
Ercole da lui edificato i simulacri delle muse. E senza più, augu-
rando a V. M. il colmo d'ogni felicità, le inchino con reverenza
la fronte e le sollevo con devozione il cuore.
Di Parigi, adi 30 d'agosto 1622 (0.
(1) Collochiamo qui questa dedica, non ostante la data de! 1622, perché elVettiva-
inenle nell'aprile 1623 venne alla luce la prima edizione deWAdone. Nella sccond.i
questa medesima dedica reca la data del 30 giugno 1623 [£d.].
LETTERE E DEDICATORIE 23
CCI
Al signor conte Fortuniano San Vitali
Invia l'Adone.
Eccovi finalmente questo benedetto Adotie con li vostri ar-
gomenti, che mi pare il parto dell'elefante, tanto si ha fatto
aspettare. Ve ne mando una copia, e la mando sciolta per non
caricare di soverchio peso il corriero e per lasciarvi in libertà
di far legare il libro a modo vostro, come vi è legato l'auttore
con catene d'amore cordiale. Rincrescemi di non aver potuto
spedire a tempo un mio lungo discorso, che va nel principio,
circa la differenza dello scrivere tenero e osceno, il quale è
pieno di buona e recondita erudizione; e l'ho tatto per chiuder
la bocca a coloro che dicono questo poema esser tutto sparso
di lascivie e sporchezze. Non ho potuto porlo in netto, perché
mi bisognerebbe trattenermi anche qua un mese, ed io voglio
in ogni modo rompere questa fatalità che mi ritiene in Francia,
dove da un tempo in qua non ho avuta un'ora di salute, ma
sono stato del continuo agitato da gravissimi mali.
Orsù, io partirò, piacendo al Signore, fra otto giorni, e mi
sarebbe caro passar di costà per rivedervi ed abbracciarvi. Ma
non so se si potrà. Il signor cardinale di Savoia mi scrive e mi
prega che desidera menarmi seco a Roma; ed io mi recherei a
gloria il goder di questo onore, ma dubito di non potere arri-
vare a tempo a Torino. Comunque sia, amatemi e comandatemi.
Di Parigi [aprile 1623].
CCII
Al signor Girolamo Preti - Roma
Fra quattro giorni partirà ])er l' Italia.
Finalmente romperò pure questa fatalità che mi tiene inca-
tenato in Parigi, perché fra quattro giorni m'incaminerò verso
l'Italia in compagnia del signor prencipe cardinal di Savoia, e
24 GIAMBATTISTA MARINO
fra due mesi alla più lunga vi rivederò in Roma. Per mezo del
segretario del signor ambasciator cristianissimo vi ho scritto
un'altra mia con due inchiuse per Napoli, né ora m'occorre
soggiunger altro se non che non posso darmi pace degli aguati
che tuttavia mi vanno ordendo cotesti buoni spiriti del N. e
del N. Che i sonetti non sieno miei, si osservi di grazia lo
stile e la maniera; e son sicurissimo che non sarà chi voglia
stimarmi auttore di cosi brutta ed infame poesia. Iddio mi dia
pazienza quanto mi dà lume di poter conoscere le mie imper-
fezioni. E chi sarebbe più scelerato e di me più ingrato, se io,
che confesso titoli d'obligazioni con quel signore, gli mostrassi
la mia ingratitudine per mezo delle mie carte, che devrebbeno
essere tutte piene delle sue lodi? Difendete voi la mia riputa-
zione anzi la mia innocenza, mentre per fine v'abbraccio.
Di Parigi [aprile 1623J.
ceni
A DON Lorenzo Scoto
S' incammina verso l' Italia.
Questa mattina parto per Fontanabiau insieme col signor
duca di Guisa che mi mena nella sua carozza; onde, presi gli
ultimi congedi dal re, subito m'incaminerò a cotesta volta. Mi
pesa infino al cuore che dubito d'arrivar io a Torino prima
che il libro, poiché, non avendo voluto il messaggiero caricarsi
del peso di un si grosso pachetto, mi è stato necessario conse-
gnarlo al cocchio ordinario, il quale va a Lione alquanto tardo.
Comunque sia, il signor Guinigi so che userà ogni diligenza
perché venga quanto prima, ed avertile che vi son dentro otto
volumi, avendovene aggiunti altri due per lo serenissimo pren-
cipe Tomaso e per Sua Altezza.
A rivederci fra pochissimi giorni.
Di Parigi [aprile 1623].
LETTERE E DEDICATORIE 25
CCIV
Al signor Antonio Bruni
Lo invita ad andar con lui a pranzo presso i conservatori di Roma.
Sono invitato per dimattina a pranzo da' signori conser-
vatori di Roma nel loro appartamento in Campidoglio, ma non
ho voluto accettar l'invito senza V. S.; onde verrà da lei il
nostro signor Ippolito, ch'è il segretario di quel senato e di
tutti i galantuomini di Roma. A ora di messa l'aspetterò adun-
que nella chiesa della Minerva, per poter poi ricevere insieme
il favore che quei signori ci preparano. Dopo pranzo io leggerò
un canto della Strage deg/'nmocenti, e V. S. potrà anche far
parte a quel nobilissimo congresso de' tre ultimi sonetti che
mi lesse l'altra sera in Camera. E le bacio le mani.
Di casa, in Roma [dopo il maggio 1623].
ccv
Al signor Giovan Battista Parchi
Si lagna che Vincenzo Berò non abbia consegnate
due copie deWAdotie al Friuli e al Contarini.
Non ho tempo da diffondermi in lungo, perché in questi
frangenti di sedia vacante mi ritrovo occupatissimo.
Rendo a V. S. infinite grazie della viva memoria che con-
serva di me e della cortese affezione che mi dimostra, assicu-
randola che in qualsivoglia opportunità mi ritroverà sempre
prontissimo a servirla secondo la debolezza delle mie forze.
Onde, quando nascerà l'occasione ed Ella vedrà che io possa
valer qualche poco, mi comandi alla libera.
Sono in grandissima rabbia perché, avendo lasciate in Parigi
due copie dell'Adone in mano del signor Vincenzo Berò bolo-
gnese perché le mandasse subito agli eccellentissimi signori
Priuli e Contarini, e avendomi egli data parola di farlo subito,
veggo che mi ha burlato, né si è degnato pur di rispondere a
26 GIAMBATTISTA MARINO
tre lettere mie. Di grazia, V. S. gli scriva con qualche senso,
e dicagli ch'io mi ritrovo molto affrontato per cagion sua, man-
cando del mio debito con due padroni miei di tanta qualità.
Soggiungagli di più ch'io son vivo e potrò rivederlo, né mi
mancherà forse modo da fargli conoscere ch'io non son uomo
da esser burlato. Ma di questo non più.
Il ritratto di Celio Magno andò in fumo. Ed io bacio a
V. S. le mani.
Di Roma [tra l'8 luglio e il 6 agosto 1623].
CCVI
Al signor conte Fortuniano San Vitali
Si scusa di scrivergli brevemente, a causa delle sue occupazioni durante
il conclave dopo la morte di Gregorio XV, e lo ringrazia d'un sonetto.
Non rispondo a lungo alle tre vostre, perché mi ritrovo oc-
cupatissimo in questi frangenti di sedia vacante. Deve bastarvi
ch'io vi amo di buon cuore e godo della vostra salute.
Vi ringrazio del sonetto, e quanto all' intaglio del mio ritratto
potete far come vi piace. Il vostro accetterò volentieri e lo terrò
fra le mie cose più care. Cosi parimente vedrò con gusto l'altre
vostre poesie. Intanto conservatemi l'amor vostro, né tralasciate
di scrivermi, ancorch'io talvolta sia tardo a rispondervi.
Iddio vi feliciti.
Di Roma [tra l'S luglio e il 6 agosto 1623].
CCVII
Al signor Giacomo Scaglia
Occupatissimo a causa del conclave, non può inviare il Discorso sullo
scriver lascivo; e dichiara di ridersi d^^W Essamina scritta contro di
lui dal Camprelli.
Sono in casa del serenissimo signor cardinal di Savoia, per-
ché dopo la morte del papa S. A. e l'ambasciador della Maestà
cristianissima non hanno voluto ch'io mi trattenga altrove. In
questi frangenti mi ritrovo tanto occupato che non so se potrò
LETTERE E DEDICATORIE 27
mandarvi il Discorso a tempo. Scrissi già a V. S. ch'io non mi
curava punto dell' Essaminci scritta contro di me. Ora lo replico
di bel nuovo, pregandovi a non impedirla. Lasciate pur correre
l'acqua all' ingiù e che si scapriccino tutti, che ben si rimarranno
chiariti. Ho data un'occhiata a quel sommario d'opposizioni, e
vi giuro che leggendo tante buffonerie ho riso un pezzo e mi
tengo da più che prima, poiché il naso appuntuto d'un signor
critico cosi sottile non ha saputo trovare altro nelle mie cose,
e mentre cerca di notare i miei errori discuopre le sue marce
ignoranze. Ma vi assicuro che tanto questa quanto qualsivoglia
altra squaquarata contro di me, uscita che sarà fuora, non sarà
né letta né confutata; e starei fresco se volessi levar pur un'ora
agli altri miei studi per dar soddisfazione a due pedantuzzi, che
vorrebbono, come dice Cornelio, « 7ìiagnis hiimicitiis dar escere ».
Vi priego per fine dal cielo ogni prosperità.
Di Roma, adi 28 di luglio 1623.
CCVIII
Al signor Bernardo Castello
Accusa ricezione d'uno schizzo, attende un dipinto di Raffaello
e annunzia l'elezione di Urbano ottavo.
Ho ricevuto lo schizzo del Cangiaso e ne rendo grazie a
V. S. con tutto il cuore. Starò aspettando la mano di Rafaello,
e la priego a non mancarmi, perché il mio ritorno verso coleste
bande dubito che non sarà cosi presto. Rispondo tardi, perché
infino a quest'ora sono stato occupatissimo. Basta, lodato Iddio,
dopo tante turbulenze di sedia vacante abbiamo un papa poeta,
virtuoso e nostro amicissimo. V. S. mi saluti caramente il mio
signor Castellino e ditegli eh' io mi maraviglio come non mi
scriva. Le ricordo poi V Annunziata piccola in un pezzetto di
tela o di rame, ma con sua commodità. Con che finisco bacian-
dole le mani.
Di Roma [dopo il 6 agosto 1623].
28 GIAMBATTISTA MARINO
ccrx
Al signor Giacomo Scaglia
Gli concede il diritto di ristampare e vendere egli solo l'Adone.
Mi pesa molto ch'Ella sia travagliata dalla malignità de' suoi
emuli per la stampa dclVAdofie. Onde con questa, scritta e sot-
toscritta di mia propria mano, le replico quel che tante volte
l'ho detto, cioè che questo libro non intendo né voglio che
costi sia ristampato da altri che da lei, né che la vendita di
esso passi per altra mano che per la sua, e s' Ella ne potrà
cavare alcun guadagno, stimo che sia poco, rispetto alle molte
obligazioni che porto alla sua cortesia. Questa semplice scrit-
tura credo che dovrà bastare, senza bisogno d'altra cautela più
efficace; e disidero che abbia forza di contratto autentico, sup-
plicando affettuosamente cotesti illustrissimi signori proveditori
e riformatori dello studio di Padova a volerle far buono il suo
privilegio, che altri non possa imprimerlo né vendere, che tale
è la mia volontà, se il beneplacito dell'autore può valer qualche
cosa. Se poi sarà necessaria altra dechiarazione, le ne manderò
non una fede sola ma cento.
La stampa dell'opera non mi dispiace, se bene mi pare
alquanto frusto il carattere, che non s'attacca bene in alcuni
luoghi. Il Discorso è impossibile averlo per adesso, perché se
voi sapeste le mie occupazioni mi avreste pietà. Quel titolo che
avete posto nel piede di ciascuna pagina, scritto in lettere tonde,
che dicono: « L\-ldoue del cavalier Marino », io non so a che
serve; anzi mi par che disturbi l'occhio del lettore. Perciò vi
consigHo a levarlo.
Quando il poema sarà libero, di grazia mandatene qua una
dozina di copie a persona che me le consegni, perché mi ri-
trovo impegnata la parola con personaggi a' quali non posso
mancare; ed avisatemi del prezzo, che subito vel farò rimbor-
sare. Qui finisco baciando mille volte le mani al mio caro caro
signor Strozzi.
Di Roma [agosto o settembre 1623].
LETTERE E DEDICATORIE 29
1623, adi 12 settembre.
Attesto io Gierolimo Friuli cavaliere che, per la prattica eh' io
tengo del carattere del cavalier Marini, la presente lettera sia scritta
di sua mano.
lo Angelo Contarini cavalier affermo esser il carattere della
presente lettera del signor cavalier Marini, sottoscritta anco da lui
medesimo di propria mano.
Io Giulio Strozzi affermo la presente lettera esser tutta di
mano del signor cavalier Marino, per l'antica conoscenza che ho
del suo scritto.
ccx
Al signor conte Fortuniano San Vitali
Ringrazia l'amico d'avergli inviato il ritratto, e si scusa
di mandargliene in contraccambio uno assai brutto.
Ho ricevuto il ritratto di V. S., il quale mi è stato caro,
benché soverchio, avendolo io già scolpito nel cuore. Terrollo
nel mio museo tra le immagini degli uomini più segnalati, a per-
petua memoria della sua cortesia e della mia affezione.
L'Adone di Vinegia è scorretto, se bene l'impressione di
Francia non monda nespole. Qui si ristampa tuttavia, ed io
stesso lo correggo, onde sarà senz'altro il migliore. I sonetti
di V. S. son bellissimi, ed io le ne rendo molte grazie; ma qui
non si fa cosa che vaglia. Di me in Roma sono stati fatti mille
ritratti, ma pochi, al mio parere, hanno colpito. Procurerò
d'averne uno di buona mano e mandarlo. Intanto ne mando
uno intagliato in carta, eh' è onestamente goffo e non si rasso-
miglia punto. V. S. mi conservi nella sua grazia e nella sua
memoria. E le bacio la mano.
Di Roma [autunno 1623].
30 GIAMBATTISTA MARINO
CCXI
A MONSIGNOR GlOVAN BATTISTA LAURO
CAMERIERE SECRETO DI NOSTRO SIGNORE
Ringraziamenti e complimenti.
In questo giorno nel quale la Santità di Nostro Signore ha
ricevuto in Vaticano la corona del suo gran sacerdozio, ha
V. S., nel discorso meco fatto, troppo cortesemente data la
corona alli miei componimenti, li quali però io apena giunto
a casa, ove mi sono stati resi li poemi e prose di V. S., piglia-
tone il saggio, ho scoperto doversi con maggior ragione alli
suoi. Anzi che, veduto fra quelli il Commentario sopra la corona
del dito della Madonna, pregio di Perugia sua patria, che ha
cosi leggiadramente celebrata la mirabil penna di Nostro Si-
gnore, non ho potuto contenermi dì non rendere grazie a V. S.
di cosi segnalato dono ed insieme testificarle con questa mia la
molta osservanza che le porto, mentre il conoscitore dei meriti
di V. S., ornato oggi delia corona pontificale, gliene prepara i
premi. E le bacio le mani.
Di casa [in Roma, 29 settembre 1623].
CCXII
A DON Lorenzo Scoto
Si lagna del silenzio dell'amico, discorre delle varie ristampe d^ftW Adone
e si ricorda a jìarecchi amici torinesi.
Che cosa fate? che n'è di voi? che vuol dire tanto silenzio?
Da poi ch'io mi partii di Torino non ho mai più ricevuta una
vostra riga. Io, se non vi ho scritto per la parte mia, sono scu-
sato per le tante e si stravaganti rivoluzioni occorse qui dopo
il mio arrivo. La morte d'un papa, una sedia vacante, la crea-
zione d'un altro papa, le stragi e l'infermità di tanti cardinali
ed in particolare del nostro, il quale non si è ancora del tutto
riavuto, mi hanno infino ad ora tenuto quasi stupido nonché
sospeso. Ora, di grazia, scrivetemi nel nome di Dio; e se non
LETTERE E DEDICATORIE 3I
volete mandar le lettere nel pachetto del prencipe cardinale,
mandatele per la posta ordinaria.
Della stampa dèìV Adone, parlo di quella di Torino, non se
n'è avuto più alcuno aviso, onde debbo credere che sia svanita,
né so quel che si sia fatto del signor Lorenzo Catani, il quale non
mi ha date mai più novelle di sé. In Venegia l'hanno ristampato,
ma scorrettissimo e pieno d'infiniti errori importanti. Ora si
ristampa in Roma, e credo che sarà il più perfetto, perché l'ho
migliorato in moltissimi luoghi e levatone parecchie superfluità.
Direte al signor Braida che ho ricevuta la sua lettera, ma non
ho tempo di risponderli adesso per ritrovarmi molto occupato.
Ditegli che non ho mancato di ritentar più volte l'effetto del
suo negozio, ma che sempre vi ho ritrovata difficoltà. Con tutto
ciò averei operato qualche cosa di più, se il male del serenissimo
prencipe cardinale non m'avesse disturbato.
Scrivo al signor Scorza, a cui consegnerete l'inclusa; e se
vorrà darvi il dissegno dell' Orfeo, potrete mandarmelo per la
posta dentro un cannoncino di latta.
Fate i miei baciamani e le mie riverenze affettuosissimamente
ai miei signori marchese Villa, conte di Moretta, Scarnafiso,
Montué, Meietti, Villafaletto e Tesauro. Al mio carissimo poi
monsignor di Cercenasco offerite in sacrificio il fiore dell'anima
mia in un saluto. Fate una umilissima riverenza in mio nome
agli eccellentissimi signori don Felice, anzi Fenice, e don Ema-
nuello. E se il signor gran cancellier Pro vana si ritrova costi,
baciategli le mani da mia parte.
Di Roma [autunno 1623].
CCXIII
Al signor Bernardo Castello
Dà conto della convalescenza di Urbano ottavo e del cardinal
di Savoia, e chiede un quadretto.
Insieme con la lettera di V. S. n'ho ricevuta anche un'altra
del signor Castellino, a cui non posso rispondere al presente
per ritrovarmi occupatissimo, onde la priego a scusarmi con
32 GIAMBATTISTA MARINO
esso lui e a dirgli che gli scriverò poi con maggior commodità.
Il nostro signor prencipe cardinal di Savoia è tuttavia convale-
scente ed il papa è migliorato assai di sanità, talché incomincia
a negoziare. Del padre Grillo né del Bracciolini non ho intesa
cosa alcuna, né se ne parla punto. Ma si spera che questo debba
essere un pontificato glorioso e molto favorevole alla virtù.
Quanto al quadretto, la misura la rimetto a V. S.: solo le dico
ch'io penso di tenerlo vicino al letto per far le mie orazioni
alla beatissima Vergine; onde le figurine credo che vorrebbono
essere un palmo e mezo incirca. Della mano di Rafaello la rin-
grazio, ma son cose lunghe. E qui finisco baciandole le mani.
Di Roma [autunno 1623].
CCXIV
Al signor Antonio Bruni
Consiglia all'amico convalescente di guardarsi la salute,
intermettendo gli studi.
Fui questa mattina in Sant'Andrea per riverire il signor
cardinal principe e per rallegrarmi seco della sua ricoverata
salute, quale è tanto più da stimare quanto che l'acquisto di
lei è in istagione cosi pericolosa per male cosi grave e comune
a tanti altri cardinali che se ne moiono, nato, per quel che ne
parlano i medici, da una quasi infezion d'aere nel conclave.
Ora che ritorno a casa, intendo che V. S. si trovi anche nel
detto luogo di Sant'Andrea per riaversi della sua grave malatia;
e pur fui l'altrieri a visitarla col signor Francesco della Valle,
senza intender cosa alcuna di questa risoluzione e' ha poi fatta.
Mi scusi adunque se non sono entrato nelle sue stanze a baciarle
la mano, si come farò dimani senz'altro. Ma per dirla, non vorrei
trovarla co' libri e col rompicapo di N.
Il signor Bagnarta, eh' è medico in Roma cosi accreditato,
m'ha detto poco fa che il dolore continuo che affligge V. S.
nella testa nasce dal voler Ella leggere dopo una infirmità cosi
lunga. Vadano pur al diavolo cotesti libri ; ed attenda a guarirsi
LETTERE E DEDICATORIE 33
ben bene prima, perché, invece di mantener fresca la memoria,
assassina la complessione. Ella, e nel concetto degli uomini
dotti e nell'opinione di tutti coloro che hanno barlume di let-
tere, è già celebre: però si abbia cura, e particolarmente lasci
il comporre in questa sua convalescenza, non parendomi bene
che per dare spirito alla poesia si tolga e si rubi alla vita.
Il lator di questa è un giovine borgognone che m'ha servito
in Francia con ogni fedeltà: però, dovendo egli trattenersi in
Roma, priego V. S., mentre ha bisogno di servitore, ad accettarlo
al suo servizio. Ha buon carattere ed è prattico nella nostra lingua
quanto basta: è nobile nell'aspetto e di nascita onoratissima.
Invito V. S. ad un discorso che si farà oggi in San Silvestro in
presenza dei signori cardinali di Savoia, d'Este e della Valletta;
e m'avvisi se potrà venire, perché verrò a levarla in carrozza,
non credendo che in cosi bella giornata un moto cosi breve
possa pregiudicare alla sua convalescenza. E gli bacio le mani.
Di casa, in Roma [autunno 1623].
CCXV
Al signor Giacomo Scaglia
Si duole d'una ristampa dell'Adone fatta in Bologna, e ringrazia
Francesco Businelli della lettera scritta in sua lode.
Sono stato più di venti giorni in letto con dolori colici. Perciò
vi priego a scusarmi se non vi ho scritto. Il disgusto poi della
perdita delle mie robbe prese dalle galere di Diserta mi ha molto
accorato. E se bene m'hanno tolto per più di settemila scudi di
valore, quel che più mi rincresce è un numero di pitture origi-
nali ; cose che mi erano carissime. Ma di ciò non si parli più.
Hanno ristampato V Adone in Ancona, pure in quarto come
il vostro, e la stampa e la carta non è cattiva; non so se la cor-
rezione corrisponde. Un libraro qui me ne ha mostrati alquanti
fogli, ma io me ne son tanto risentito che ho creduto creparne
di rabbia. Come diavolo le genti son cosi temerarie che ar-
discano di ristampare un libro senza saputa, anzi contro la
G. B. Marino, C. Achillini e G. Preti, Lettere -n. 3
34 GIAMBATTISTA MARINO
volontà dell'autore? Io ne ho sentito molto disgusto, perché
desiderava che si aspettasse questa impressione di Roma, dalla
quale, per esser più corretta ed emendata da me, si può pigliar
la regola dell'altre. Ora, perché intendo che costi parimente si è
posto mano a ristamparlo, vi priego a voler sospendere alquanto
finché questa di qua abbia effetto, percioché, oltre che sarà mi-
gliore la vostra, la vendita sarà sicura; che altrimenti il mastro
del sacro palazzo fa grande schiamazzo e minaccia di proibirlo
se l'altre impressioni non saranno conformi a questa; ed a me
farete un piacer grande.
Vi scrissi già ch'io avea ricevuto il primo pachetto degli
Adoni, che furono sei e, con l'aggiunta d'un altro consegnatomi
dal signor Ferro, son sette. Ora sto aspettando gli altri con di-
siderio, i quali ho promesso di distribuire tra gli amici, e mi
maraviglio che tardino tanto.
Per grazia, scusatemi col signor Businelli se non gli ho scritto,
poiché mille altri impedimenti oltre la indisposizione mi hanno
fatto mancare a cotesto virtuosissimo gentiluomo, a cui mi pro-
fesso e confesso obligato per sempre.
Vi priego a procurarmi la buona grazia del padre abbate
Collini e ratificargli quella mia devota ed affettuosa osservanza,
la qual mi sovviene avergli già assegnata con la persona istessa
molti anni sono in Ravenna.
Non mi scorderò di passare tutti quegli uffici che mi saranno
possibili a favore del padre Guiotti, si per amor vostro si per
gli meriti del suggetto. E con tal fine vi bacio le mani.
Di Roma [autunno o inverno 1623].
CCXVI
Al signor Antonio Bruni - Napoli
Consiglia all'amico, convalescente in Napoli, il soggiorno di Mergellina.
Questa mia lettera troverà V. S. giunta in Napoli, dove
spero che cotesto cielo sempre temperatissimo conferirà molto
alla sua salute. Io non ho che soggiunger altro, eccetto che
LETTERE E DEDICATORIE 35
ricordarle tutto quel che discorsi seco nel punto istesso ch'entrò
Ella in lettica. S'abboccherà forsi col signor marchese di Co-
rigliano; però gli faccia un umilissimo inchino da mia parte.
In Napoli fugga l'aere della notte, perché quei crepuscoli sono
tanto nocivi quanto questi di Roma. Se la stagione il compor-
terà, loderei assaissimo che V. S. passasse buona parte di questo
inverno in Mergellina, da dove goderà tutta Napoli, e l'amenità
de' monti accompagnata da una perpetua tranquillità di mare
gioverà non poco alla sua convalescenza. Potrà per suo esercizio
passarsene talora a visitar il sepolcro di Virgilio , dopo che avrà
contemplato quello del nostro Sanazzaro, perché quelle ceneri
sono atte a infondere nobilissimi spiriti di poesia a chi degli scritti
dell'uno e dell'altro è cosi devoto come è V. S, Io, in quei
primi anni della mia gioventù, almeno una volta la settimana
andava a riverir quelle ossa con mio estremo gusto, e spero
anche di ritornarvi.
Si abbia cura, mentre per fine le bacio le mani.
Di Roma [inverno 1623].
CCXVII
Al signor cardinal d'Este-Roma
Lo prega di raccomandare al viceré di Napoli, duca d'Alba,
Francesco Bruni.
Se bene il mal di stomaco mi trattiene in letto, si che io non
possa presenzialmente servir a V. S. illustrissima, non m'im-
pedisce però il debito dell'osservanza con che la riverisco, né
fa ch'io non me le presenti per mezo di questa mia, supplicandola
d'un favore non men giusto che degno della sua magnanimità.
Il signor Antonio Bruni tratta in Napoli d'impetrar dall'ec-
cellentissimo signor duca d'Alba un governo per il signor Fran-
cesco suo fratello; e perché sa quanto vagliano appresso S. E.
l'intercessioni di V. S. illustrissima, perciò, non potendo egli
stesso venir da lei per trovarsi gravemente ammalato, m'ha fatto
richiedere ch'io le porga le mie più affettuose suppliche, accioché
36 GIAMBATTISTA MARINO
si degni scrivere a quel viceré una lettera altrettanto calda per
il sudetto interesse quanta è viva la fede che s'ha nell'ufficio
di V. S. illustrissima. Ella sa i meriti del signor Bruni, e quando
non meritasse per altro il patrocinio d'un principe suo pari,
nel renderebbe meritevolissimo l'esser un de' primi ingegni
che oggi compongano e riverente con singoiar ossequio della
sua serenissima casa, in ogni età protettrice degli spiriti elevati.
Il signor Francesco poi, suo fratello, oltre la nobiltà e le con-
dizioni della nascita, è gentiluomo che, benché assai giovine, ha
pur servito a S. M. cattolica a proprie spese con splendidezza,
sotto il comando dell'illustrissimo signor don Girolamo del
Monte, per avventuriere, e si renderà medesimamente con le sue
azioni più tuttavia meritevole della grazia che per mezo di V. S.
illustrissima egli spera dal viceré di Napoli. Con gli oblighi che
ne le professerà poi il signor Antonio, accompagnerò io nuovi
debiti che ne confesserò alla somma benignità di lei, mentre
con umilissimo inchino le bacio le mani.
Di casa, in Roma [inverno 1623-4].
CCXVIII
Al signor Bartolomeo Scarnato
Ringrazia il consiglier Marciano, accenna a difficoltà nell'avere certa di-
spensa, si duole d'un amico, e promette un esemplare dell' Adotie.
Rendo infinite grazie a V. S. dell'officio passato a favor mio
col signor consigliero Marciano, a cui mi confesso e professo
obligato in perpetuo, poiché senza precedente merito d'alcuna
mia servitù si è mosso a proteggere i miei interessi. Ma tale
è il costume degli animi grandi, che non vogliono altro stimolo
ad operare azioni nobili che la propria generosità. È mio debito
di professargli questa mia obligazione, almeno per lettere, infino
a tanto che mi sia conceduto dal tempo e dalla occasione di
dargli più aperto segno della divota volontà mia. E l'averei fatto
al presente, se non mi fussero sopragionte altre occupazioni
urgentissime: farollo nondimeno per l'altra posta senza fallo. Ma
LETTERE E DEDICATORIE 37
priego intanto V. S. a volermene essere mallevadore e fargli
fede della confusione che sento in me stesso per non poter
corrispondere con la debolezza delle mie forze a tanto eccesso
di cortesia. Alcuni amici mi rappresentano l'effetto del negozio
molto difficile; ma mi giova di sperar tanto nella efficace autorità
di cotesto signore, che potrà superare qualsivoglia difficoltà.
Ho trattato del particolare di V. S. con molte persone prat-
tiche e versate in simili affari: insomma ritrovo la cosa molto
più difficile che Ella non crede, perché non vi è essempio che
sia stato mai solito di concedere si fatte dispense. Con tutto
ciò, io mi risolvo di parlarne al papa istesso; e poiché li preme
questa facenda, non lascierò di usarvi ogni mio sforzo. E cre-
dami pure che si farà tutto il possibile; ma a lei non voglio dar
chiacchiere.
Quanto a quell'amico, non so che mi dire. Dicolo perché
questi giorni passati ho avuto a trattare seco di certo negozio,
e l'ho ritrovato molto rustico, non ostante ch'io gli abbia fatto
qualche servigio. Perciò non mi confido, né volentieri mi riduco
a pregarlo di cosa dove si tratta di suo interesse e di cui so che
non ne farebbe nulla. Pure, se V. S. vorrà in ogni modo che
io gliene parli, non lascierò di farlo, purché Ella accompagni
l'officio che io ne farò a bocca con una lettera di suo pugno.
L,' Adone V. S. l'averà quando sarà finita la stampa di Roma,
la qual sarà la più corretta. E con tal fine, li bacio caramente
le mani.
Di Roma [1623 o 1624].
CCXIX
Al medesimo
Ringrazia del dono di alcuni limoni e si scusa di non poter mandare
un componimento poetico a don Antonio Carmignano.
Rendo infinite grazie a V. S. de' bei limoni, i quali, poiché
sono cosi eccellenti, voglio che vagliano per un regalo di un
personaggio eminentissimo. Se il dono fusse stato di altra ma-
teria, certo io non mi sarei risoluto di accettarlo. Ma diceva un
38 GIAMBATTISTA MARINO
galantuomo che « Mangiar un frutto e... si può far per tutto ».
In contracambio io non so che mandarli di qua se non qualche
cosa benedetta, come, verbigrazia, corone, medaglie ed agmis-
dei. Ma dubito che V. S., essendo tutto purità, non vorrà rice-
vere cose sante dalla mano di un povero peccatorello. Con tutto
ciò, se io tarderò molto a venire, le ne farò parte per la com-
modità del procaccio, ancorché io speri di trasferirmi costà di
persona quanto prima; ed in tal caso ne sarei io stesso il por-
tatore, massime se io avessi sicura speranza di poter riscotere
il mio capitale. Ma V. S. non me ne fa più motto, onde giudico
che si sia raffreddata la buona volontà del signor Marciano e
dei signori protettori del « monte ».
Quanto al resto, V. S. ha mille torti a passar meco tanti
complimenti di parole e a far girandole di cerimonie in qual-
sivoglia occorrenza. Sa la mia natura sincera e nemica di tutte
le affettazioni e sa insieme gli oblighi che le porto. Perciò sia
certa che non lasciarò mai di servirla di buon core, non solo
in detti ma in fatti, più che non farei ad un proprio fratello; e
questo li sia detto una volta per sempre.
Per amor di Dio V. S. faccia le mie scuse con il signor
don Antonio Carmignano se non mi ritrovo atto al presente
a servirlo, perché da un tempo in qua mi è mancata la vena
e l'intelletto sta più svogliato che svegliato né opera cosa alcuna.
Iddio sa quanto volentieri impiegherei ogni mio sforzo per so-
disfare a cotesto signore; ma queste sono facende che non si
fanno quando l'uom vuole. Vederò di stuzzicare l'ingegno quanto
posso, e forse l'autorità del suo commandamento, congiunto alla
liberalità del suggetto, potrebbe darmi il valore come n'ho il
volere, se gli sproni dorati fussero bastanti a far correr un
cavallo restio. E pertanto le bacio le mani.
Di Roma [1623 o 1624].
LETTERE E DEDICATORIE 39
ccxx
Al medesimo
Invia una copia del suo ritratto.
Accusai a V. S. la ricevuta delle rime del signor don Fran-
cesco Capece e i versi latini del signor Francesco de Petris,
e all'uno e all'altro ne rendo di nuovo doppie grazie.
V. S. mi par che accenni altra lettera scrittami, dove si con-
tenga non so che particolare del signor duca di Maddaloni e di
miei ritratti. Io, se ben non l'ho ricevuta, comprendo quanto
a' ritratti che ne desidera dell'altre copie, onde ne mando una
qui inclusa, che più non ne ho potuto avere per ora.
Mando anche a V. S. la lettera del signor abbate Gaetano
al signor Ciotto, del tenore ch'Ella mi scrisse, ed è molto calda.
Piaccia a Iddio che partorisca buono effetto e di concederle ogni
felicità.
Di Roma [1623 o 1624].
CCXXI
Al medesimo
Si duole della perdita delle sue lettere e promette
d'occuparsi di un affare dell'amico.
Io resto mortificatissimo intendendo che le mie lettere si
perdano: a questo modo scrissi, è forse un mese, a V. S. a
lungo, rallegrandomi con esso lei del nuovo ufhcio del secretario,
e mi diffusi in altri diversi particolari. Ora mi maraviglio come
la carta non sia capitata; onde bisogna dire o che il mio servi-
tore quando la portò alla posta se n'abbia nettato il culo, o che
la puttana del postiglione se ne sia servita a farne coppo da
conocchia. Orsii, non importa. Ho inteso quanto V. S. mi scrive
intorno al suo negozio, e perché al presente ho fretta e non ho
tempo da buttar via, le dico brevemente ch'io me ne informerò
40 GIAMBATTISTA MARINO
qui del tutto e vedrò ciò che si potrà fare: poi le ne darò aviso.
Ed assicurisi pure che qui ha un servitor vero che non man-
cherà di diligenza. Onde, se la cosa è fattibile, ancorché difficile,
mi confiderò di tirarla ad effetto per mezi e per favori. V. S.
mi ami, mi scriva e mi comandi. E le bacio le mani.
Di Roma [1623 o 1624].
CCXXII
A DON Lorenzo Scoto
Essendosi smarrita una balla contenente pitture, desidera
che il Brandin e lo Scorza ridipingano per lui i quadri già fatti.
Già vi scrissi, intorno alla rappresentazione da farsi nel natale
del serenissimo signor duca di Savoia, che il suggetto si poteva
togliere daW Achilleide di Stazio, cioè fare il nascimento e l'edu-
cazione d'Achille, dove entrerebbono Teti, Chirone e simili per-
sonaggi. Poi quanto più vi ho specolato sopra, tanto più me ne
son compiacciuto, e credo che anche voi farete bene a risolvervi
in questo.
Ora vi prego che, se mai mi avete favorito di buon cuore, al
presente mei facciate conoscere con effetti più vivi in cosa che
molto mi preme. Voi sapete ch'io già m'imbarcai, infin di
Francia, a fare una galena di pitture di diversi maestri eccel-
lenti. Ritornato in Italia ebbi aviso che tutte le dette pitture
si erano perdute, con essere state tolte da' corsari. Alora io per
ricuperare almeno parte de' quadri perduti con danari, vi scrissi
e pregai che ne faceste fare le medesime favole dal Brandino
e dallo Scorza. Appresso mi fu data speranza da Lione e da
MarsigHa che la balla dove erano le pitture si ritrovava in salvo.
Onde io mi mossi a rescrivere che non occorreva più trattar
di rifare i detti quadri, poiché non erano presi da' turchi. Ulti-
mamente ho ricevute fresche novelle che in effetto la detta balla
è pure andata nella malora. E se bene ho fatto scrivere in
Barbaria per vedere se se ne può ricuperar qualche cosa per
quatrini, io non voglio stare a questo e l'aspettare mi è di
LETTERE E DEDICATORIE 41
grandissimo disturbo, poiché ho fretta e mi bisogna accommodare
la mia casa di Napoli. Vi prego adunque, vi scongiuro ed essor-
cizo, se mi volete bene, ad abbracciare efficacemente questo ne-
gozio, conforme all'altra che vi scrissi. Dico ch'io desidero da
monsignor Brandino i due medesimi suggetti fatti, cioè in un qua-
dro Venere quando si fa acconciar la testa dalle Grazie con lo
specchio innanzi, ed in un altro la stessa Venere quando parla
al cinghiale menatole inanzi dagli Amori. Avertendo ch'io
non voglio che si muti invenzione, ma che sieno le medesime
figure e nella medesima postura; ma perché la misura de' quadri
sarà maggiore in quanto alla larghezza de' fianchi, come vedrete
nella mostra che vi mando, si potrà empire il resto di paese o
farvi qualche altro amorino, overo il carro della dea co' cigni
o le colombe. Questo si può fare in quello del cinghiale, che
rappresenta la campagna; ma nell'altro, che si rappresenta in
una loggia col baldachino, si potrà empir lo spazio con una
balconata di balaustri che accenni qualche poco di paesaggio.
Nel medesimo tempo vorrei che voi pregaste lo Scorza a
farmi un Orfeo della medesima grandezza e della medesima
maniera come quello che mi mandò a Parigi, salvo che la tela
sarà della proporzione come quelli del Brandino; onde avrà
campo di farvi qualche altro animaletto di più. Quel ch'io
voglio è che voi diciate che lo volete non per me ma per voi,
e che voi gliel pagherete, perché cotesto galantuomo da me
non volse prender nulla ed io non voglio dargli tanta fatica.
Vi farete adunque dire gli ultimi prezzi, e credo che si conten-
teranno dell' istesso dell'altra volta, che furono dodeci ducatoni
il pezzo, se bene credo che lo Scorza vorrà più e merita più,
perché vi è più fatica. Avisatemi subito del tutto particolar-
mente e ditemi quando bisognano i quatrini, ch'io gli farò sbor-
sare costi in vostra mano.
Per amor di Dio, non mi mancate in questo, che altrimenti
sarei mortificatissimo e romperei parecchi miei disegni. Potrei
valermi del favore del mio signor conte di Moretta e di Scar-
nafiso, ma farei torto alla confidenza che ho in voi a cercar
altri mezi: onde potete vedere come vengo alla libera. Sopra
42 GIAMBATTISTA MARINO
tutto mi preme la spedizione, perché ho necessità d'avergli
prestissimo; e se voi volete, si averanno senz'altro quanto prima,
poiché non si hanno a trovar nuove invenzioni, essendo già
fatte. Caro Scoto, diventa una pitima cordiale continua per me
e mettigli uno spontone a' fianchi, facendovi subito subito por
la mano; che se credete di farmi languire con le lunghe dilazioni,
non occorre abbracciar l'impresa, perché certo non posso aspet-
tare. Starò aspettando con la risposta di questa l'aviso che
sieno incominciati e forse a buon termine, ed insieme quando
e come ho da mandare il danaro e che summa.
Adio, adio: ti raccomando questa cosa quanto più so e
posso.
Di Roma [principi del 1624].
CCXXIII
Al medesimo
Gode di essere nella buona grazia del duca di Savoia
e del principe Tommaso, e discorre della Strage degli innocenti.
Vi rendo infinite grazie della diligenza usata intorno al mio
negozio. Ratificate l'obligo mio al signor di Cercenasco, pre-
gandolo a tenermi vivo nella memoria sua e nella buona grazia
di S. A. Il serenissimo duca ha scritta una lettera al signor
conte Ludovico d'Aglié, dove si dichiara apertamente non aver
contra di me pur un'ombra di disgusto, anzi parla in essa onore-
volmente di me. E tanto mi basta.
La Strage dei fanciulli innocenti dorme, perché, avendo io
già qualche intenzione di dedicarla al papa, son tuttavia in dubbio
e non so quel che mi farò. Basta, ho fretta e non si può scri-
vere ogni cosa.
Ringraziate umilissimamente il serenissimo signor prencipe
Tomaso da mia parte, e ditegli che presto gli darò qualche saggio
dell'obligo che gli professo. Ma ricordategli che quando io mi
partii da Chiamberi, mi fece dire dal signor Viglioni che mi voleva
metter nel rollo de' suoi servitori attuali con le prerogative del
LETTERE E DEDICATORIE 43
medesimo trattenimento che si dà a coloro che servono effet-
tivamente, ancorché io sia lontano. Io n'andrei molto glorioso
di questo onore e goderei d'averne il titolo come n'ho l'effetto,
perché realmente adoro cotesto signorino, eh 'è tutto pieno di
splendore e di virtù regia. Se sarà in Torino, potrete parlargli
a bocca; se no, scrivetegli e ditegli che mi pregerò più d'esser
trattenuto da S. A. che dalla Maestà cristianissima, onde deve
osservarmi la promessa, obligandomi io dal mio canto di vo-
lare ad ogni suo cenno. E vi bacio le mani.
Di Roma [principi del 1624].
CCXXIV
Al signor Antonio Bruni - Roma
Si duole che non possa riavere dalla dogana, le balle dei suoi libri, e
narra delle liete accoglienze avute a Napoli dalle accademie degli
Oziosi e degli Infuriati e dal viceré duca d'Alba.
Io resto non solo mortificato e confuso ma quasi disperato
di rabbia, poiché veggo che coloro ne' quali più confido mi
mancano. Ho aspettata dopo il mio arrivo in Napoli la spedi-
zione della mia licenza secondo la promessa fattami, e mi ac-
corgo ch'ella è svanita, né posso averne novelle. Le balle de'
miei libri è più d'un mese che sono giunte e si ritrovano
sequestrate in dogana, né mi vagliono tutti i favori del mondo
per liberarle. Il vicario, il cardinale, il doganiere vorrebbono
farlo, ma non possono senza l'ordine di costà, talché io corro
pericolo, se non è presto l'aiuto, di perderne la maggior parte,
oltre le pene delle censure ecclesiastiche. Mi si diede intenzione
di concedermi la permissione per breve. Poi bisognò farne pa-
role in congregazione, ed il breve si ridusse a lettera. Ora questa
lettera neanche si può avere. Monsignor Filonardi mi promise
infallibilmente di mandarmela subito per la prima posta, ma non
si vede ancora comparire. Io non credo che voglia far questo
torto alla devota servitù che gli professo, né alla sua propria
gentilezza che m'ha obligato per sempre. L'ho conosciuto
sempre molto inclinato a favorirmi ; onde non posso recarmi a
44 GIAMBATTISTA MARINO
credere che ora, in occasione di cosa che tanto mi preme,
voglia burlarsi di me mancando a quel che mi promise. Sono
stato ogni giorno con monsignore illustrissimo nunzio, il qual
si stringe nelle spalle, dicendo che non ne ha aviso alcuno.
Priego V. S. con tutta l'efficacia del cuore a volere abbracciare
con caldezza questo negozio, accioché io n'abbia la risoluzione
quanto prima: altrimenti sarò costretto a montar su le poste
per cavarne costrutto, con evidente rischio della vita in si fatta
stagione.
Non mi diffondo in essaggerare più lungamente l'importanza
di questa facenda e la necessità che ho del presto favore, perché
so quanto Ella negli interessi degli amici sia ufficiosa e sollecita.
S'io non mi fossi assicurato sopra la parola di cotesti ministri,
non riceverei al presente questo travaglio e questo affronto, per-
ché non mi sarei giamai partito senza aver prima l'effetto della
cosa in mano. Sarà adunque parte della cortesia di cotesti illu-
strissimi ministri, se non vogliono inviar la detta lettera a mon-
signor nunzio, d'indirizzarla a me, poiché io stesso son quello
che ho da godere del privilegio.
Qui hanno voluto in ogni modo crearmi prencipe dell'aca-
demia degli Oziosi. Né mi sono giovate scuse, perché giovedì
con publici applausi ed acclamazioni fui dichiarato tale nel
capitolo grande di San Domenico, con tanto concorso di popolo
e di nobiltà che fu certo cosa mirabile, perché senza il numero
innumerabile de' letterati e de' cavalieri vi furono contati cento-
sessanta prencipi e signori titolati. Vi fu recitata un'altra ora-
zione in mia loda, con infinita quantità di poemi, d'emblemi,
d'anagrammi e d'altre composizioni di diversi begl' ingegni.
Il mercordi innanzi fui invitato dal signor marchese d'Ansi
all'altra academia degl'Infuriati, con altrettanta moltitudine di
gente di qualità, la qual si raccoglie in San Lorenzo, dove fui
parimente onorato con solennità simile. Tra queste due acade-
mie passa qualche dissensione, massime tra' capi, e fanno sem-
pre a gara in tutte le cose. Ma la verità è che quella degli
Oziosi è la principale e per molti rispetti la migliore. Io vorrei
pure ridurre ad accordo questi disgusti, e farò ogni mio sforzo
LETTERE E DEDICATORIE
45
per unirle insieme, se ben dubito d'avere a ritrovarvi delle
difficoltà: con tutto ciò non lascerò di tentarlo.
Il signor viceré mi fece chiamare e mi mandò la sua gon-
dola, su la quale io mi tragittai a Santa Lucia, dove mi aspet-
tava la sua carrozza. Fui introdotto a Sua Eccellenza dal secre-
tano Consales, il quale è poeta e galantuomo. Non mi distendo
a raccontare le cortesi accoglienze ed offerte che mi fece, perché
me ne vergogno. Dice che negl' intervalli delle sue occupazioni
vuol essere spesso meco, e l'altra sera venne a Posilipo e volse
parlarmi domesticamente. Certo è signore gentilissimo e di somma
bontà.
V. S. potrà facilmente aver distinta relazione di tutti questi
particolari da mille persone. Ed io le giuro Iddio che non cre-
deva di dover ricever mai la millesima parte di tanti onori che
ho ricevuti nella mia patria. Son sicuro ch'Ella ne sentirà gusto,
perché so quanto mi ama.
Per grazia, V. S. mi saluti caramente tutti gli amici, special-
mente il mio carissimo signor Preti, e consegni l'inclusa, che
va al mio procuratore, al signor Salviani. E sappia ch'io mi
muoio di desiderio di riveder Roma, perché tutte l'altre delizie
mi paion nulla, ritrovando qui penuria di veri N... E con tal
fine le bacio le mani.
Di Napoli [maggio 1624].
P. S. — Mi sono sopragiunte in un medesimo punto due lettere
di V. S., alle quali per ora non rispondo, perché non ho tempo.
All'illustrissimo signor cardinale Scaglia mille profondissime
riverenze.
CCXXV
Al medesimo
Intorno allo stesso argomento. Dà inoltre istruzioni circa alcuni quadri
e ossequia il cardinal Scaglia.
Io sto dato al diavolo, perché non veggo ancora compa-
rire cotesto benedetto ordine per liberare i miei libri dalla
dogana.
46 . GIAMBATTISTA MARINO
Monsignor Filonardi scrive qua al signor abbate Massi d'avere
effettuato il negozio, ma non distingue i particolari, né io posso
aver notizia del modo. Per amor di Dio, V. S. s'abbocchi seco
e col signor cardinal Mellini per sapere come ho da fare, perché
vivo confusissimo e questa facenda mi è di grandissimo disturbo,
né io avrei fatte venir le mie robbe a Napoli, se non mi fussi
fidato della parola datami da' superiori.
Scrissi già a V. S. come fui fatto prencipe dell'academia
degli Oziosi con tanti applausi e tanti onori che sono incredibili
e impossibili a dire. Giovedì passato pigliai il possesso in
San Domenico, dove feci un discorsetto, quale fu possibile a
comporre in tanta strettezza di tempo e fra tanti rompimenti di
capo. Vi fu tutta Napoli intiera, né vi rimase titolato né ufficiale
che non vi venisse; e si crepava di caldo, ancorché fusse dentro
il capitolo grande; e i chiostri e '1 cortile e le piazze erano tutte
piene di gente, e tutta scelta.
Ora tra l'una e l'altra academia si è venuto per questa
cagione a cattivi termini, e piaccia a Dio che la cosa finisca
senza sangue, perché il signor marchese d'Ansi, che muove
gran parte della città come carrafesco, fa pratiche urgentissime
per non perdere l'udienza; ed io mi ritrovo tra l'incudine e '1
martello né so come risolvermi, perché non vorrei disgustare
alcuno.
Priego V. S. a voler prendersi briga di trovare il signor Gar-
beza, dico il libraro de' Giunti al Pellegrino all'insegna del
giglio, e sapere se ha ricevuti que' tre ritratti ad olio che ha
mandati il signor Giacomo Scaglia, libraro di Vinegia, per via
del padre fra Giovan Francesco Guiotti. Se saranno capitati in
sua mano, come credo e come io lasciai ordinato, V, S. mi farà
favore farli consegnare ad Emilio in casa del signor Crescenzio,
ed insieme pregare il detto signor Garbeza che scriva al detto
Scaglia che mandi l'altro in sua mano, e quando sarà venuto
potrà farne l'istesso.
Rendo umilissime grazie all' illustrissimo mio signor cardinal
di Cremona della viva memoria che serba di me e della cura
che si è degnato di prendersi in protezione di quel mio parente.
LETTERE E DEDICATORIE
47
V. S., per grazia, gli faccia fede della mia devota osservanza,
ed infino a tanto ch'io sodisfaccia di mio pugno a questo de-
bito, significarli la perpetua obligazione che professo e con-
fesso a Sua Signoria illustrissima.
Saluto caramente tutti gli amici e specialmente li signori
Salviani, Aleandro e Falconio, ed a V. S. bacio mille volte le
mani.
Di Napoli [maggio o giugno 1624].
P. S. — Ho ricevuta l'altra lettera di V. S., dove dice di
voler procurarmi la mia spedizione e mandarla per la staffetta.
Priegola ad ogni modo a farlo, perché sopra questa facenda ho
voluto quasi impazzire, non sapendo imaginarmi come si vada
la cosa, mentre costi dicono d'averla mandata e qui per mille
diligenze usate non se ne sa novella. Desidero adunque inten-
dere a chi è stata mandata, accioch'io possa almeno farmene
render conto, perché qui né a monsignor nunzio né al cardi-
nale né a monsignor Campanile, eh' è in luogo del Santo uflìcio,
non è capitata.
Sto aspettando il rimanente àeìV Adone per poter correggerlo
ed insieme il Discorso di V. S. per curiosità di leggerlo. E di
nuovo le bacio le mani.
CCXXVI
Al medesimo
Cliiede consiglio per qual mezzo inviare alcune leccornie al cardinal Scaglia,
e dà altre notizie sulle dispute tra gl'Infuriati e gli Oziosi.
Ho inteso che il duplicato finalmente è venuto, onde spero
di levar questa settimana le mie robbe di dogana e poi man-
darle subito a Roma, perché in effetto mi par mill'anni di
esservi, tali son le miserie di questa città.
Scrissi al signor Preti in risposta della sua e mandai la lettera
aperta ed inclusa nel piego di V. S., da cui desidero d'intendere
se poi la suggellò e la consegnò come le scrissi. Dica al signor
48 GIAMBATTISTA MARINO
Agazio ch'io non gli scrivo perché mi ritrovo occupatissimo,
ma sia pur certo che farò di fatti e non di parole.
Air illustrissimo signor cardinal di Cremona io voleva scri-
vere pur ora, ma sto aspettando due scatole di « gentilezze » da
mandargli, e con quella occasione sodisfarò poi al debito. Di
grazia, V. S. mi avisi come le par bene che io le mandi, perché
per mare arrivano tardi e dicono che si pagano costi molte
gabelle; per via del procaccio poi dubito che le vasella, per
esservi cose liquide, non si riversino.
Se la risposta al sonetto di V. S. corre fretta, io la farò subito;
ma se patisce dilazione, la differirò a tempo di miglior vena.
Quanto alla mia morte non è nuova invenzione sparger questa
voce, poiché io stesso più volte ho letta questa pappolata nelle
gazette. Se i miei nemici non hanno altra candela, andranno a
dormire al buio. Perciò se alcuno ne dimanda V. S. per saperne
il vero, potrà rispondere con que' versi di Dante:
che Brancadoria non è morto unquanche,
ma mangia, beve e dorme e veste panni.
I disgusti tra queste due accademie si vanno tuttavia avan-
zando, ond'io dubito che il signor viceré non vi abbia a por
le mani. Quella di San Lorenzo in effetto è fallita, perché tutti
i titolati e gli ufficiali vengono a San Domenico e vi son prencipi
che discorrono. Vanno dei brutti sonetti in volta e molto pic-
canti, ma io non m'impaccio in questo. Alcuni malignetti mi
volevano mettere alquanto in paura, con darmi ad intendere ch'io
sarò senz'altro ammazzato come cagione e capo principale di
questo gran concorso; e giuravano ch'era stato dato l'ordine
agli assassini per tirarmi delle archibugiate. Ma io me ne fo
beffe, perché ho la conscienza netta e fo professione d'onorare e
servir tutti e parlar di tutti come si conviene, massime del signor
marchese d'Ansi, con cui tengo antica servitù. Con tutto ciò, ho
voluto chiarire questa partita, facendogli parlare da personaggi
d'auttorità, i quali gli hanno fatto fede del vero. Ha dimostrato
di restar molto appagato, dicendo che non ha rancore alcuno
verso la mia persona; e tanto mi basta.
LETTERE E DEDICATORIE 49
Io sono entrato, non so come, coglionescamente in una grande
e continova obligazione, alla quale ormai non posso più sup-
plire e ne sono già stracco. Mi bisogna ogni mercordi fare un
discorso imparato a mente per introduzione del problema, ed
accioché sia degno dell'aspettazione che si ha di me e della
gente che mi ascolta, son costretto a farvi studio particolare,
talché del continuo tengo impacciato l' intelletto e la memoria
per ritrovare nuove invenzioni e per recitarle. In effetto gli ap-
plausi e l'acclamazioni son grandi e tali ch'io mi vergogno
di dirlo. Ne ho fatto parecchi bizzarri e mi son riusciti felice-
mente, che per Dio sono stato alle volte sforzato a fermare il
ragionamento per la gente che mormora quasi ad ogni periodo.
Vorrei che V. S. ne scrivesse a qualche suo amico di qua per
averne avisi particolari.
Intanto all'eccellentissimo signor don Carlo Colonna fo mille
profondissime reverenze, al signor don Alonso bacio parimente
le mani degli onori che mi fa, ed a V. S. priego dal cielo salute
e felicità.
Di Napoli [maggio o giugno 1624].
P. S. — V. S. mi farà favore di consegnare l' inclusa al
signor abbate Magnesio e procurarmene risposta. E dica al
signor cavalier Barbazza ed al signor Gasparo Salviani che
vadano al procaccio, perché vi troveranno lettere mie.
CCXXVII
Al medesimo
Ancora non ha potuto ricuperare le balle dei libri.
Già scrissi a V. S. che il duplicato circa il negozio de' miei
libri era venuto. Tengo tuttavie le balle depositate in dogana
e vorrei mandarle costà, ma non so come farmi. Priegola a
passarne una parola con monsignor Filonardi, da cui potrà
intendere dove si hanno da deporre giunte che sieno costi.
La libreria non è qui tutta, ma queste sono balle, che il resto
G. B. Marino, C. Achillini e G. Preti, Lettere -w. 4
50 GIAMBATTISTA MARINO
verrà di Lione con maggior commodità. Se si può ottenere che
stieno come in deposito in casa del signor Crescenzio, dove
tengo altre cose mie, l'avrò per sommo favore. Se no, mi con-
tento che si trattengano nella dogana di Roma, purché non
sieno aperte infino al mio ritorno, che sarà, piacendo a Dio,
per tutto il mese d'ottobre senz'altro.
Quanto alla impressione dell' Adone forse mi risolverò di
scrivere all'illustrissimo Pio; ma, per dirla, non troppo mi
preme.
Del negozio del signor cardinal Lodovisio me n' è stato
fatto qualche cenno di nuovo dal nostro signor cavalier Bar-
bazza, a cui scrivo diffusamente. V. S. mi risaluti gli amici e
specialmente il nostro signor Agazio, e dica al signor Girolamo
Preti che per molte occupazioni non rispondo per questa volta
alla sua gentilissima lettera, ma che lo farò quanto prima. Qui
finisco baciando a V. S. mille volte le mani.
Di Napoli [giugno o luglio 1624].
CCXXVIII
Al signor cavalier Andrea Barbazza - Roma
Descrive entusiasticamente le bellezze di Posilipo,
e loda un poemetto di Antonio Bruni.
La lettera di V. S. tutta piena di vezzi mi fu resa appunto
ieri in Posilipo, eh' è luogo tutto vezzoso ed ameno; e perché
in essa mi dimanda solamente nuova del mio stato, però in
risposta Ella sappia che mi trovo assai allegro di animo e sano
di corpo in questo scoglio, non so s'io debba chiamarlo villa
o dilizie di Napoli. Qui l'acque del mare sono sempre tran-
quille, perché, come quelle che vivono sicure da' venti sotto il
patrocinio de' monti che fanno loro graziosissima corona, non
temono di tempesta. Qui l'ombre degli alberi anche nel fitto
meriggio difendono dal caldo il nocchiero. Qui le fontane sem-
pre dolcissime e purissime porgono diletto e refrigerio ai mari-
nari. Ed insomma questo spazio di mare è un teatro gloriosissimo,
LETTERE E DEDICATORIE 5I
dove Ogni sera viene la nobiltà napolitana dentro le gondole
a goder un'aria di paradiso. Io darei troppo nell'affettato se
volessi minutamente descriver tutte le bellezze di questo luogo,
dove la primavera si gode per mezo dell'aria sempre temperata
e di fiori che in ogni tempo vi germogliano, l'estate per mezo
de' frutti, l'autunno per mezo de' vini e l'inverno per mezo
de' ghiacci che gli raffredda. Né certo in cosi ameno promon-
torio poteva V. S. inviarmi poesia che fusse più confacevole
al mio gusto, quanto è quella del poemetto del nostro genti-
Hssimo signor Bruni ; onde io posso goder Posilipo e nelle leg-
giadrissime carte di detto signor Bruni e nell'amenità di questi
monti e nella gentilezza del mio signor cavalier Barbazza, che
m'ha fatto parte di cosi delicata lettura. S'Ella fu mai in Posi-
lipo, si ricorderà che da questo luogo scaturiscono i vezzi e le
delizie, ed appunto di cento vezzi e di mille delizie è ricca questa
poesia, tutta pura e frizzante, tutta leggiadra e concettosa, com'è
tutto puro questo aere, frizzante il vino che danno questi monti,
ed è leggiadro e concettoso lo spirito del signor Bruni. Io ne
farò parte a questi belli ingegni, ed intanto rendo grazie a V. S.
del favor che n' ho ricevuto.
Mi scriva qualche cosa del nostro negozio, perché in ogni
modo io penso ritornarmene a Roma a settembre; e mentre
perdo la provvisione di Francia, il partito che in cotesta corte
mi si fa, come non mi dispiace, cosi non è fuori del mio biso-
gno. Ed a V. S. ed al signor Bruni bacio le mani.
Di Napoli [estate 1624].
CCXXIX
A Don Lorenzo Scoto
Avendo ricuperata la balla con le pitture,
non ha più bisogno dei quadri del Brandin.
Tre volte vi ho scritto dopo ch'io sono in Napoli e non
veggo comparire risposta. Di grazia, rispondetemi e datemi aviso
del vostro ben stare.
52 ■ GIAMBATTISTA MARINO
Vi diedi aviso degli applausi publici e degli onori straor-
dinari ricevuti nella mia patria da tutta la nobiltà e dal viceré
istesso. Son tuttavia prencipe dell'accademia degli Oziosi di qua;
il che mi dà un grandissimo disturbo, perché son venuto per
respirare nelle delizie e mi bisogna discorrere ogni mercordi.
Vero è che l'accademia è fioritissima e vi è un concorso innu-
merabile di signori, di cavalieri e d'altra gente.
Torno a replicarvi ch'io ritrovai qui in dogana la balla delle
mie pitture che si teneva perduta, onde non occorre più fasti-
dire monsù Brandin né altri per cagion de' quadri. Fu preso
errore nella balla; e se bene la perdita delle altre balle è stata di
grande importanza, per molte cose di prezzo che vi erano dentro
e per una buona quantità di libri rari, nondimeno stimo questo
per manco male.
Vogliatemi bene e conservatemi nella buona grazia di mon-
signor di Cercenasco, salutandovi caramente il nostro signor
conte di Moretta. Vi bacio la mano.
Di Napoli [giugno o luglio 1624].
ccxxx
Al signor Gierolamo Preti
Si duole che egli abbia polemizzato contro il Di Somma
a proposito dell'Adone.
Le doglienze che voi fate contro il signor Agazio di Somma,
per aver egli paragonato anzi preferito W-ldone alla Gierusa-
lenime e appoggiato questo paradosso all'auttorità del vostro
nome, da una parte sono ragionevoli, essendo per molti rispetti
sproporzionato il parallelo e potendo, senza metter voi in questo
travaglio, fortificarlo col testimonio d'altre persone dotte e fa-
mose, le quali non si sono recato a disonore affermar l' istesso;
ma dall'altra non mi pare che la cosa meriti tanto schiamazzo,
poiché tutte le proposizioni si sogliono intender con le debite clau-
sule e circonstanze, e a questo modo si può far riscontro anche
fra V Iliade e V Ancroia; né opinione si trova cosi stravagante
LETTERE E DEDICATORIE 53
e falsa, che non si possa, se non sostentare con ragioni con-
cludenti, almeno difendere con argomenti sofìstici, tanto più le
cose poetiche, le quali sono più di tutte le altre dubbiose e dispu-
tabili. Il che, s'è lecito nelle controversie delle catedre, molto
più deverà esser permesso nelle scuole delle vere amicizie.
E se colui che lealmente ama deve esporre per l'amico la vita
e protegger la reputazione di colui eziandio con la spada e col
sangue, perché non deve farlo con qualche poca di temerità con
la penna e con l'inchiostro?
Non deve esser altrui gran meraviglia se il signor Agazio si
sia lasciato trasportar d'affetto troppo traboccante a proferire cosi
gran bestemmia, come voi stimate che questa sia, essendo egli
incorso in questo errore ed eccesso per l'affezione. Ed essendo
le colpe d'amore tutte leggiere e scusabili, il lodar ancora smo-
deratamente gli amici è cosa lodevole; onde deverà egli di cosi
bella azione esser lodato o, se non lodato, almeno non tanto
aspramente ripreso, massime da coloro che si vantano d'essermi
più di lui amici. Per la qual cosa può egli dir a voi quelle
medesime parole che disse Euripide nella Ifigenia: « Mihi expro-
basti probum honestum ». Ma quel che più mi mortifica è che que-
sto rimprovero gli vien da coloro che doverebbono il contrario
rimproverare a chiunque mi biasimasse, e sopra tutto mi duole
che chi professò meco legge di parzial amistà lasci publica-
mente intender il suo pensiero ed invece d'essermi campione
mi si dimostri aversario, procurando che si sopprimano le mie
Iodi e che li scritti che rissultano in gloria mia non si stampino.
Aggiungesi la ragione dell'essempio, poiché voi in altre scritture
m'avete lodato più di lui, e negli amici schietti non si presup-
pone ombra d'adulazione ma candore di verità. Ed ancorché
non fusse vostro pensiero che quella lettera in cui vi dichiaraste
mio lodatore si stampasse, ciò non importa, perché niun uomo
deve far in secreto quelle cose delle quali abbia poi in publico
a vergognarsi. Basta dunque l'averla fatta, che questo solo
v'obliga a mantener il falso per vero; altrimente, s'era menzo-
gna, né allora dovevate scriverla, né ora potete ritrattarvi senza
nota di leggerezza.
54 GIAMBATTISTA MARINO
Io non ebbi mai si fatte pretensioni, dico di concorrere o di
contendere col Tasso, anzi riverisco la sua memoria come sacra
e ammiro il suo spirito come divino. Niun è che meglio di
me conosca le imperfezioni e i mancamenti deWAdofie; ma si
come son il primo a confessarmi de' suoi peccati, cosi sarò
sempre il primo a scusarlo di quel che non peccò. Che il genere
della Gej-usalemme sia diverso non si nega; che lo stile sia più
magnifico, più laconico, più poetico e più ricco, questo ancora
si concede; ma che in quel mio poemazzo non sia pur qualche
particella che gli si possa contraponer ed esser contrapesato alla
medesima bilancia, di questo me ne riporto al vostro giudizio.
Rompansi pur il capo i signori critici disputando fra loro
se con quel nome si debba battizzare: so che chi volesse far
l'apologista averebbe mille capi da poterlo far passar per epico.
E se bene favoleggia sopra cosa favolosa, si sa nondimeno che la
favola antica ha forza d'istorica; ma se altri non vorrà chiamarlo
« eroico » perché non tratta d'eroe, io lo chiamerò « divino »
perché parla de' dèi. Voi l'intitolate «poema fantastico e fuor
di regola », e dite che non può cadere la comparazione, perché
sarebbe come voler rassomigliar V Eneide alle Metamorfosi.
Adunque, secondo voi, di necessità ne segue che quello delle
Metamorfosi sia poema irregolato e fantastico, né vi soviene di
quello che lasciarono scritto molti di coloro che di quest'arte
hanno trattato, cioè che si può fabricar poema non solo d'un'a-
zione d'una persona e d'un'azione di molte persone, ma anche
di molte azioni di molte persone, se bene non sarà cosi perfetto
secondo la mente d'Aristotile. Parlo delle Metamorfosi (intende-
temi bene) e non ù^iV Adone, percioché V Adone non è azione
di molte persone ma d'una sola; e parlo in quanto alla parte
della disposizione, perché circa l'arte, come sono l'invenzione,
il costume, la sentenza, l'elocuzione, io non credo che Vir-
gilio passi molto davantaggio ad Ovidio, né che il poema delle
Trasformazioni a quello à&W Eneide abbia da ceder punto. Anzi,
se non avessi paura d'esser tenuto matto molto più di quel che
dubbitate d'esser tenuto voi per aver detto quello sproposito,
direi con ogni libertà che tra uno e l'altro è quella differenza
LETTERE E DEDICATORIE 55
che è tra l'A. e '1 suo P. Ma perché non vogUo esser lapidato
dai fiutastronzi e dai caccastecchi , mi basterà dire che troppo
bene averò detto che le poesie d'Ovidio sono fantastiche, poiché
veramente non vi fu mai poeta, né vi sarà mai, che avesse o
che sia per avere maggior fantasia di lui. E ittinavi le mie fos-
sero tali ! Intanto i miei libri che sono fatti contro le regole si
vendono dieci scudi il pezzo a chi ne può avere, e quelli che
son regolati se ne stanno a scopar la polvere delle librarie.
Io pretendo di saper le regole più che non sanno tutti i
pedanti insieme; ma la vera regola, cor mio bello, è saper
rompere le regole a tempo e luogo, accomodandosi al costume
corrente ed al gusto del secolo. Iddio ci dia pur vita, che faremo
presto veder al mondo se sappiamo ancor noi osservar queste
benedette regole e cacciar il naso dentro al Castelvetro. So che
voi non séte della razza degli stiticuzzi, anzi non per altro ho
stimato sempre mirabile il vostro ingegno, se non perché non
vi è mai piacciuta la trivialità, ma senza uscir della buona
strada negli universali avete seguita la traccia delle cose scelte
e peregrine. Pure sono stato constretto a far questa bravata in
credenza, sentendomi stuzzicare il naso; e l'ho fatta perché
con gli amici veri parlo con ogni confidanza alla libera. Ora
quanto all'impressione d'esso Adone io non me ne curo un
pelo che lo censurino, poiché non fo in esso il fondamento
principale della mia immortalità. E qui finisco baciandovi cara-
mente le mani e pregandovi dal cielo quel che vorrei per me.
Di Napoli [estate 1624].
CCXXXI
Al medesimo
Si duole che abbia trascinato anche il Bruni nella polemica
contro il Di Somma.
È possibile che voi, da me stimato più di chichesia, non
contento di far tanti rumori contro il signor Agazio di Somma
per aver egli appoggiato all'auttorità del vostro nome un suo
56 GIAMBATTISTA MARINO
parere, andiate tirando anche dalla vostra alcuni altri amici e
particolarmente il nostro signor Antonio Bruni, il quale per aderir
alla vostra sentenza, non ricordevole più dell'obligo che si dee
all'amico, va pur nell'accademie e negli altri circoli difendendo
conclusioni contro il detto signor Agazio? È azion questa degna
di voi, mentre in publiche scritture ed in ogni altra occorrenza
vi siete dimostrato mio parzialissimo, ed al presente, per far più
apparire le ragioni che andate usurpando della nostra parte, non
solo vi dimostrate contrario a voi medesimo, ma seducete contro
di me il signor Bruni, la cui penna è assolutamente una delle
prime eh 'oggidì scrivano in poesia, e pur poco fa era cosi pronta
alla difesa delle mie opere come ora mi si presuppone contraria?
Con l'altra staffetta vi scrissi con ogni confidenza e libertà il
mio senso; ma il sentir poi che andiate ingrossando la vostra
parte, togliendo a me i propri amici, mi dà opportuna materia
di dolermene. Io, per dirvela, non curo punto ch'altri tenga
opinione diversa alla mia, anzi quanto più in questo modo s'apre
la strada a conoscersi la verità, tanto più debbo aver cara la
diversità de' pareri intorno alle mie cose. Ma ho ben dispiacere
ch'altri cerchi d'armarmi contro i miei amici o parziali o indif-
ferenti, infino con le stratagemme e manifatture; e di ciò aspra-
mente mi querelo con voi e con coloro che voglion farmi giudice
in causa dove tanta passione dimostrate.
Io amo le mie poesie in quel modo che amano i padri più
teneri i figli più degni, conforme accennò Aristotile nel quinto
de\V£fiCt7: però chi cerca d'opporsi alla reputazion de' miei com-
ponimenti mi tocca la pupilla degli occhi, ed io son obligato
per legge di natura e per ogni altro rispetto alla difesa. È ben
vero ch'essendo la questione litteraria entreranno in campo le
ragioni e gli argomenti, e non vibrerò, come forsi altri crede,
le saette d'Apollo contro di voi e del signor Bruni, perché
voglio corrispondere all'offese, che da voi e da lui ricevo, con
l'affetto e con la pazienza e con la speranza che ho di doversi
l'uno e l'altro avveder dell'errore commesso. E Iddio vi guardi.
Di Napoli [estate 1624].
LETTERE E DEDICATORIE 57
CCXXXII
Al signor Antonio Bruni - Roma
Si duole che egli si sia alleato col Preti nella polemica
contro il Di Somma.
Con mia estrema e particolar maraviglia intendo dalle lettere
d'un amico di Roma che V. S., invece di difendere l'opinione
del signor Agazio contro gli schiamazzi del signor Preti, e in
publica accademia ed in privato congresso si dimostrava so-
stenitor del contrario; e se bene la candidezza dell'animo suo
e la stretta amicizia che passa fra noi mi persuadeno il contrario,
non è però ch'io non viva con martello di questa strana me-
tamorfosi fintanto che da lei non ne sarò chiarito.
Si ricorderà che m'ha più volte in presenza di molti anche
detto stimar egualmente l'incanto d'Ismeno nella Gerusalemme
e quel di Falsirena n&W Adone; anzi poche settimane sono Ella
medesima mi scrisse sentir altrettanto maggior il gusto dalla
lettura del secondo che del primo, quanto che il secondo è più
copioso ed è sparso di colori più vivi e spiritosi di poesia. Or
come adunque affermar che tra parte e parte d'un poema con
l'altro non si possa far parallelo e paragone? È cosi povero il
mio poema ^^W Adone che non abbia cento e mille luoghi da
paragonar con altrettanti della Gerusaleynmeì II discorso in lode
della vita pastorale, che introduco in bocca di Clizie, non è simile
a quell'altro del pastore che parla ad Erminia? È cosi gran be-
stemmia il dir che si possa comparar un membro all'altro, benché
i poemi sieno fra loro diversissimi? Io non ebbi mai pensiero
d'emular il Tasso in questo mio poema, ma nemmeno ho per
isproposito che un litterato amico voglia far parallelo tra scrit-
tura e scrittura in quelle parti che fra loro o per il soggetto o
per lo stile hanno simiglianza: perciò aspetto con ansietà grande
risposta da V. S. intorno alla verità del fatto, per poter anch'io
risolvermi circa il publicar il mio parere in questa materia. Grac-
chino pure i pedantuzzi moderni, ch'io non ho in questo poema
osservate le regole d'Aristotele; cicalino i poetuzzi dozzinali ma
58 GIAMBATTISTA MARINO
critici, ch'io abbia in un corpo pigmeo effigiate membra gigan-
tesclie; perché contro i loro cicalamenti e morsicature mi sono
armato del tallone, a guisa d' Ercole, e della sofferenza e del non
curar si fatta gente.
Mi dispiacerebbe si bene che il signor Preti e V. S. si fossero
insieme uniti a non voler sostentare una proposizione la cui
disputa risultarebbe in mio onore, perché l'uno e l'altro di loro
è da me singolarmente stimato e gii riverisco come due gran-
dissimi lumi della nostra poesia, vedendo ne' loro versi fiorir a
gara tutte le grazie e le vivezze dell'eloquenza poetica. Ma pas-
siamo ad altro.
Il signor cavalier Francesco Gualdi sarà da me servito del
sonetto che desidera sopra una di coleste sue antichità, subito
che mi vedrò di vena; il che farò per non mancar alla promessa,
non già per recar alcun ornamento al suo studio. Quella sera
che noi ci fummo, è stata da me osservata più ch'altra, perché
in una sola camera si vede raccolto il fiore del più bello che
dal seno dell'antichità potrebbe altri giamai sperare. Certo è
degno cotesto gentiluomo di grandissima loda, ed a gran ragione
non viene in Roma curioso oltramontano che non voglia am-
mirar tante varietà di cose antiche e peregrine. Io me la fo in
Posilipo e godo i frutti dell'estate ed un'aria temperalissima di
primavera. Saluto gli amici e fra' primi il nostro signor Aleandri.
Di Napoli [estate 1624].
CCXXXIII
Al signor Emilio Buonalingua
Discorre di diversi affari e invia riconoscenti saluti al Crescenzio.
lersera fummo insieme lungamente in barca per Posilipo
col signor duca di Zagarolo e vi era anche il signor duca di
San Gemini. Gli feci le raccomandazioni di V. S., e mostrò di
gradirle molto. Se ne sta per ordinario alla Torre dell'Annun-
ziata e non suol venire in Napoli se non per qualche occor-
renza di Manichei.
LETTERE E DEDICATORIE 59
Il Rossino ha scritto qui a suo fratello ch'egli non è venuto
per la voce sparsa della mia morte. Il simile mi dice che gli
ha scritto sua madre, a cui V. S. potrà parlare e dirle che, poiché
io son vivo, farà pur a tempo di venire.
Quanto al giovine di cui V. S. mi scrive, mi accenni quel
che vuole ch'io faccia, che io lo farò. Per servigio mio non so
come potrebbe riuscirmi, poiché Ella sa che io ho il gusto stra-
vagante. Ma se sarà in Roma a tempi freschi, vedremo la sua
disposizione. Aspetto risoluzione della cosa di Petruccio, e le fo
sapere come il signor Pietro Ettori si ritrova in Napoli, per
quanto mi è stato detto da molti. Intendo che sta con certi
corsari di buona qualità. Io, dubitando se sia vero o no, ne ho
dimandato Agostino, il quale mi dice d'averlo veduto: se cosi
è, capiterà senz'altro a casa mia, perché gli amici vel condur-
ranno.
Se il negozio che è in mano del signor Canale preme a
V. S., non mancherò di scrivergli e manderò la lettera a lei
stessa. Ma sa bene quel che io le dissi, cioè che questi sono
uffici superflui ed inutili, perch'egli da sé non vi può far nulla,
e son tutte chiacchiere quando l'ordine non vien dal padrone.
Io non vorrei importunarlo senza frutto e senza proposito; ma
s'Ella vuole, lo farò.
V. S. mi risaluti caramente il mio signor Crescenzio, e s'in-
formi s'io posso qui servirlo in alcuna cosa di suo gusto e di
quel che si può fare nelle liti che tiene, perché, per la grande
introduzione che ho in palazzo e per l'amicizia che tengo con
questi ufficiali, forse sperarci che le mie istanze dovessero essere
di qualche efficacia, almeno in quanto al sollecitare i negozi per
mille mezi con ogni diligenza. E qui, baciando le mani al signor
Tancredi, le priego dal cielo ogni prosperità.
Di Napoli [estate 1624].
6o GIAMBATTISTA MARINO
CCXXXIV
Al signor conte Fortuniano San Vitali
Narra degli onori tributatigli a Napoli.
La lettera di V. S. mi è stata carissima, non già perché fusse
necessaria a farmi nuova fede della sua antica affezione, poiché
ne son sicuro per molte prove; ma perché mi ha data occasione
non meno di ridere della vana malignità degl'inimici, che di
godere del vero gusto degli amici, tra' quali pongo V. S. nella
prima fila, sapendo con quanto sentimento di parzialità accom-
pagna sempre le mie fortune. Se la speranza di cotesti pove-
relli che hanno sparsa la voce della mia morte non ha altra
candela, andrà a dormire al buio, perché non fui giamai in
tutto il corso della mia vita né più sano né più allegro né più
glorioso di quel che sono al presente.
Mi ritrovo dopo tanti anni di peregrinazione nella mia patria,
ricevuto e accarezzato con tanti onori e con tanti applausi ch'io,
che conosco assai bene i pochi meriti miei, resto pieno di con-
fusione né posso non vergognarmi di me stesso.
Non conviene ch'io mi diffonda in raccontare i particolari,
percioché le cose son cosi publiche che potrà averne relazione
da mille bocche e da mille penne. Il signor viceré è quasi ogni
giorno meco: mi fa favori non ordinari e dimostra di compia-
cersi della mia conversazione. Son prencipe di questa academia,
con concorso frequentissimo di tanta moltitudine di titolati, di
cavalieri e letterati, che veramente è cosa mirabile. La città,
per usar meco gratitudine e lasciar qualche publica memoria
di aver avuto un figliuolo che non l'ha fatto disonore, tratta
di voler farmi una statua con epitafio in nome di tutta l'univer-
sità. Queste sono dimostrazioni non facili e non solite in questo
regno, e da ogni altro sarebbono forse procurate con cento mezi ;
ma Iddio sa s'io fo ogni mio sforzo per evitarne l'effetto, perché
son molto alieno da si fatte ambizioni e mi basta essere stimato
qualche cosa in casa mia contro la regola. Ho voluto darne
parte a V. S., perché so con che vivo affetto sente ogni mia
LETTERE E DEDICATORIE 6l
prosperità ed accioché dia una mentita a tutti coloro che mi
predicano per morto. Son vivo adunque e, avendomi Ella fatto
certo ch'io vivo ancora nella sua memoria e nella sua grazia,
voglio pretendere di vivere tuttavia un gran pezzo alla barba
degli autori di cotali invenzioni. Starò qui per tutto il mese
di novembre, e poi farò ritorno alla volta di Roma, in casa del
serenissimo signor cardinal di Savoia, dove potrà V. S. indi-
rizzarmi i suoi comandamenti. E intanto le bacio caramente
le mani.
Da Napoli [estate 1624J.
ccxxxv
Ad Antonio Bruni - Roma
Si lagna di non aver lettere,
e s' informa come debba inviare alcuni libri a Roma.
Per questo procaccio non ho lettere di V. S., e pure ultima-
mente le scrissi e le mandai una lettera diritta al signor abbate
Magnesio, perché mi favorisse di consegnarla e di ritirarne rispo-
sta. Non so se sia stata recapitata.
Ebbi risposta dal signor Preti, a cui non mi pare di replicare,
per non entrare in dispute pedantesche e perché non voglio dar
disgusto all'amico. Nelle prime stampe mi riserbo a dichiarare
la mia intenzione.
Scrissi al signor cavalier Barbazza che mi mandasse il dise-
gno, tal qual era, dentro un cannoncino di latta, consegnandolo
al procaccio da parte mia. Io l'ho aspettato, ma non è venuto:
forse avrà fatto il medesimo viaggio che fece l'altro.
Desidero che V. S. s'informi da monsignore Filonardi se
posso mandare questa parte di libri che son venuti, e per qual
via ed a cui debbo inviargli, e se in Roma hanno da stare in
dogana infino alla mia venuta o da dipositarsi in mano d'alcuna
persona particolare. Intanto non vorrei che in conto alcuno
fossero aperte le balle; e se si può ottenere che si mettano in
casa del signor Crescenzio, dove sono altre mie robbe, bene;
se no, si trattengano pure in dogana.
62 GIAMBATTISTA MARINO
Vorrei mandar qualche cosetta al nostro signor cardinale
Scaglia, ma non so se per mare sia meglio che per via del
procaccio. V. S. me ne avisi. E le bacio le mani.
Napoli [estate o autunno 1624].
CCXXXVI
Al medesimo
Si lagna della posta, dà istruzione per l'invio d'un disegno del Barbazza,
chiede conto di alcuni sonetti e non sa come mandare alcune lec-
cornie al cardinal Scaglia.
Io non so come diavolo si possano perdere le lettere di qua
a Roma. Risposi subito per lo seguente procaccio al signor
cavalier Barbazza, e mi maraviglio che non abbia ricevuta la
risposta. Perciò, se userà diligenza, credo che la troverà, e forse
potrebbe essere alla staffetta.
Gli scrissi che consegnasse il disegno al procaccio, invol-
gendolo dentro un cannoncino di latta accioché non si guastasse.
Ora V. S. potrà dirgli l'istesso, e se il signor Sementa vorrà
accompagnarlo con alcun altro de' suoi, si come mi promise,
mi farà doppio favore.
Son curioso di sapere che sorte di sonetti son questi che
vanno in volta, e se vanno sotto nome mio, opure son fatti
contro di me overo contro qualche prencipe. Queste son delle
solite, e Iddio mi dia pazienza.
Io non mando le scatole al nostro signor cardinal di Cre-
mona, perché non so che farmi. Se le mando per via del pro-
caccio, le vasella si spargeranno, essendo cose liquide. Per mare
V. S. mi dice che vi ha delle difficoltà per cagione de' sospetti
della peste. Vedrò di risolverla al meglio che si potrà, giaché
sono del tutto acconce.
V. S. mi risaluti caramente monsignore Querenghi, i signori
Aleandri, Preti e gli altri amici, e dica al signor Salviani ch'aspetto
sua risposta. E le bacio mille volte le mani.
Di Napoli [autunno 1624].
LETTERE E DEDICATORIE 63
CCXXXVII
Al medesimo
Ancora della spedizione dei libri a Roma, dell'invio dei dolci al cardi-
nale Scaglia e della polemica a proposito dell'Adone.
Rendo grazie a V. S. della diligenza usata intorno alla cosa
de' libri e starò aspettandone l'ordine; ma veggo gran difficoltà
nel mandargli al presente, per cagione di questi sospetti di peste
e turbulenze di guerra che qui s'intendono, poiché mi dicono
che non lasciano costi passare né entrare barche che di qua
vengano. Onde non so che farvi.
L'istesso rispetto non mi lascia inviar le scatole che tengo
preparate un pezzo fa al signor cardinal di Cremona, poiché
mandarle col procaccio sarebbe un perderle affatto, essendo cose
liquide. Bisogna adunque aver alquanto di pazienza ed aspettare
finché il passaggio del mare sia spedito; e quando sarà tempo,
V. S. me ne darà aviso.
Più volte mi son provato per far la risposta al sonetto di V. S.,
ma non mi riesce cosa che vaglia, perché non ho vena. Vedrò
in ogni modo di servirla.
V. S. mi farà favore di salutar caramente da mia parte il
nostro signor Preti e di scusarmi con esso lui se non gli scrivo,
perché realmente non mi ritrovai giamai altrettanto occupato!
Non rispondo alle sue ragioni nel particolare dell'Adone,
perché non voglio entrare in controversia con amico cosi caro
e cosi buono, né basterà mai tutta la malignità del mondo ad
avvelenare l'amore che passa tra noi o asperger fiele nella dol-
cezza della nostra affezione. E tanto basti.
Intendo che in Roma si tocca tamburo e si fa gente con gran
motivi di guerra. Desidero di saperne il vero. E bacio a V. S.
con tutto il cuore le mani.
Di Napoli [autunno 1624].
64 GIAMBATTISTA MARINO
CCXXXVIII
Al medesimo
Si scusa di non mandare una poesia di risposta, invia scatole pel procaccio
e si scusa di non poter rendere un servigio a Gaspare Salviani.
La vena mi è mancata, onde da un tempo in qua non posso
cacare un maledetto verso. Più volte mi son messo giù per
far la risposta di V. S., e non mi riesce cosa che vaglia: la
priego a scusarmi ed a credere che io non me ne scordo.
Poiché veggo che il commercio di mare non è libero ed il
coltivare la mia servitù col signor cardinale di Cremona importa
tanto, mi risolvo di mandar le scattole col procaccio, ancorché
io sia sicuro che verranno tutte guaste. Penso adunque per
l'altra settimana inviarle, e ne darò aviso a V. S.
V. S. mi farà favore di dire al signor Gasparo Salviani che
le sue lettere i segretari non vogliono riceverle, ed in mano del
signor viceré non posso consegnarle per le cagioni già scritte.
Onde, se desidera che abbiano buon recapito, bisogna procurare
che di costà vengano indirizzate a S. E. dentro il piego del-
l'ambasciatore di Spagna.
Ho cercato quel signor Montalbano, ma non si ritrova né
morto né vivo; onde non credo che egU sia in Napoli, perché
l'averei veduto. Con tutto ciò credami che, quando lo ritrovassi,
non farebbe più di quello che ho fatto io, né averebbe maggior
favore di me, se sfacciatamente non volesse darle al viceré.
Quando a V. S. parrà tempo che le balle de' miei libri pos-
sano venir liberamente per mare, mi favorisca impetrare da
cotesto prelato, novo successore di monsignor Filonardi, quel
medesimo privilegio che si era ottenuto dall'altro, cioè ch'elle
se ne stiano in qualche luogo senza essere aperte infìno al mio
ritorno, il quale spero che sarà verso la fine di novembre, s'altro
intoppo non mi trattiene. E con tal fine bacio a V. S. mille
volte le mani.
Di Napoli [autunno 1624].
LETTERE E DEDICATORIE 65
CCXXXIX
Al medesimo
Annunzia d'aver inviati i dolci al cardinale Scaglia.
Finalmente ho preso partito di mandar le scatole per mare
con la commodità d'una barca che partirà dimane o l'altro.
L'ho fatte adunque consegnare al padrone, il quale ancora non
so come si chiama, perché ho mandato un servitore alla marina
e non è ancor tornato; onde, perché è tardi e il procaccio vuol
partire, non ho voluto mancare di darne aviso a V. S., riser-
bandomi a scriverle il nome del barcaruolo per la staffetta.
Intanto potrà far usar diligenza a Ripa, cercando le barche che
vengono di Napoli, che facilmente n'avrà notizia. Le scatole
son due ed in ciascuna di esse son dodici barattoli di diverse
conserve, ed hanno scritto di sopra: « All'illustrissimo e reve-
rendissimo signor cardinale Scaglia ». Non son più lungo, perché
non ho tempo. All'istesso illustrissimo signor cardinale scrivo
per lo medesimo padrone. E le bacio le mani.
Di Napoli [autunno 1624].
CCXL
Al signor cardinal Scaglia a Roma
Invia due scatole di dolci.
Alla incomparabile bontà di V. S. illustrissima, eh' è l' istessa
dolcezza, non si convengono altri doni che di cose dolci. Perciò
prendo ardimento d'inviarle alcuni pochi frutti della mia patria,
i quali vengono conditi più con la simplicità d'un affetto devoto
che con l'artificio del zucchero preparato. Saranno consegnate
in casa di V. S. illustrissima da Francesco Scotto, padron di
barca, due scatole con ventiquattro vasella di queste conserve.
Priegola a gustarle ed a scusare insieme la negligenza del mio
scrivere, la qual procede solo dal rispetto e' ho alle sue molte
G. B. Marino, C. Achillini e G. Preti, Lettere -u. 5
66 GIAMBATTISTA MARINO
e gravi occupazioni. E senza più, baciando a V. S. illustrissima
reverentemente le mani, le auguro dal cielo il colmo d'ogni
grandezza.
Di Napoli [autunno 1624].
CCXLI
Al signor Antonio Bruni
Ancora delle scatole inviate al cardinale Scaglia.
Mandai le due scatole all'illustrissimo nostro signor cardinal
di Cremona. Il padrone della barca si chiama Francesco Scotto.
V. S. potrà usar le debite diligenze a Ripa, e mi avisi se l'ha
ricevute. V. S. mi faccia grazia di dire al signor Salviani che,
se non piglia espediente alle sue lettere, sapranno poi di muffa
e saranno molto vecchie. Io le conservo tuttavia e non so più
che farvi.
Il procuratore del signor Antonio Sforza venne una volta a
parlarmi, e fu tra noi risoluto d'andare un giorno deputato
a negoziare con questi ufficiali. Poi non l'ho mai più veduto
e desidero che Sua Signoria il sappia, accioché non mi abbia
per trascurato in servirlo.
E con tal fine bacio a V. S. mille volte le mani.
Di Napoli [autunno 1624].
CCXLII
Al medesimo
Invia una scatola di dolci.
Messer Tomaso d'Ischia, il qual parti da questo porto ieri
l'altro, consegnerà a V. S. una scatola piena di venti barattole
di diverse conserve. Vien franca di porto, né Ella avrà da far
altro, eccetto che godersele per amor mio. Sono cose dolci
dovute a V. S., che mi fa continuamente cosi abbondante parte
delle sue dolcissime composizioni. E le bacio con ogni osser-
vanza le mani.
Di Napoli [autunno 1624].
LETTERE E DEDICATORIE 67
CCXLIII
Al medesimo
Si dichiara pronto a sottomettersi al giudizio che dell'Adone
darà il censore pontificio, cardinal Pio.
Ho caro che le scatole sieno capitate bene, e per ora non
mi occorre altro da scrivere a V. S. di nuovo.
La correzione del mio Adone non poteva esser commessa
a miglior censore che all'illustrissimo signor cardinal Pio, il
quale, lascio che sia mio antico signore e che si sia sempre
dimostrato parzial protettore di me e delle cose mie, almeno è
uomo che sa, di finissimo giudicio e versato ne' poeti antichi
e moderni. Priego V. S. a fargli una umil riverenza in mio
nome e dirgli quanto io spero che abbia la mia riputazione a
cuore. Ma con tutta la serviti! devota ch'io gli professo, non
intendo però d'obligarlo a perdonarmi le staffilate, s'io le merito.
Se il libro merita il fuoco, che si abbruggi e si condanni all'obli-
vione, perché mi contento di soggiacere più tosto alla sentenza
ancorché rigorosa d'un personaggio nobile, intelligente e che
rimira le cose con animo benigno e con occhio spassionato,
ch'alle goffe sindicature di certi uomini plebei, indiscreti ed
incapaci. Ricordo al signor cardinale ch'egli fu prima prencipe
che prete, e perciò non dovrà dimostrarsi molto scropoloso in-
torno a certe bagattelle, le quali non pregiudicano punto alla
religion cattolica. Che vi sia dentro qualche lascivietta Io con-
fesso, ma quanto vi è di lascivo è tutto indirizzato al fine della
moralità, si come potrà ben comprendere chi vorrà leggerlo
attentamente, e si come io farò vedere al mondo in un lungo
discorso scritto da me sopra questo suggetto, dove dimostro
la differenza eh' è tra la lascivia dello scrivere e l'oscurità, e
quali sono i poeti che Platone discacciò dalla republica come
perniciosi. Basta, quando pur vi fusse qualche cosa da levar
via, son pronto ad ubbidire.
Non son più lungo, perché sono occupatissimo e scrivo in
fretta.
Di Napoli [autunno 1624].
68 GIAMBATTISTA MARINO
CCXLIV
Al medesimo
Manda un sonetto.
Ecco il sonetto in risposta di quel di V. S. So che do versi
per versi, ma non già poesia per poesia, perché là dove la sua
composizione è tutta leggiadra e spiritosa, la mia è cosi men-
dica di spiriti che sembra più tosto cadavero che vivezza d'in-
gegno. Qual si sia, la riceva e sappia che '1 mestiero de' versi
non è per quelli che s'incaminano verso l'occaso. Apollo è
giovine e le muse son pulzelle vergini, e come non pratticano
volentieri co' vecchi, cosi si maritarebbero lietamente a giovani
senza barba.
Mi ami al solito.
Di Napoli [autunno 1624].
CCXLV
Al medesimo
Complimenti.
Io sempre dissi dopo il mio ritorno da Parigi a Roma che
le poesie di V. S. erano tutte spirito, e che quanto Ella s'al-
lontanava dalla strada battuta de' poeti non meno critici che sti-
lici, tanto più rendeva glorioso il suo nome. Mi stimola a farne
questa nuova testimonianza per lettera l'occasione che me n'ha
presentata V. S. con l'inviarmi la Canzone in morte del sere-
nissimo principe Filiberto, il quale vi vera vita immortale nella
fama delle sue opere magnanime e nella eternità delle Rime
eroiche di V. S.
Io l'ho letta e riletta più volte, sempre con nuovo gusto e
con nuova maraviglia, perché la sua frase è peregrina, i con-
cetti nobili, il numero gentile e da quando in quando il lettore
s'incontra in quel non so che inaspettato che cosi da Aristotele
si commenda. Me ne rallegro seco di cuore, e mi rallegro
anche meco d'aver per amico e per parziale un soggetto che
LETTERE E DEDICATORIE 69
sarà de' primi poeti di questo secolo, a dispetto di quelli che
vogliono ficcar il naso dove non debbono.
Scrivo con la staffetta all'illustrissimo signor cardinal di Cre-
mona ed al signor cavalier Barbazza nostro. Aspetto il discorso
sopra il luogo d'Omero. Ed a V. S. bacio le mani, priegandola
a riverir da mia parte il signor Aleandri e '1 signor Falconio.
Di Napoli [autunno 1624].
CCXLVI
Al medesimo
Loda versi, dà notizie delle Strage de gì' innocenti e ringrazia
il Bonifacio e il Litigato dei sonetti scritti in sua difesa.
Ho letto più volte l'ultimo foglio delle poesie di V. S., e per
dirgliene il mio parere da vero amico, mi par che debbano recar
maraviglia e diletto insieme agl'ingegni delicati, perché i suoi
versi hanno spirito e maestà nobile e non caminano per la
strada battuta dagl'ingegni plebei. Io le ammiro come gioie
preziosissime. Vorrei bene che mutaste in tutti i modi il terzo
verso del quinto sonetto, perché la metafora è ardita ed io non
lodo tra composizioni cosi eulte neanche i nei, cheché se ne
dicono gli altri. Cosi medesimamente leverei via l'addiettivo alla
Dora. Questo è quanto m'occorre di censura, né posso né devo
lodarle, perché questo uffizio appartiene al mondo, che ne sarà
il giusto giudice; ed io mi pregio che ne' luoghi dove per sua
gentilezza dice aver imitato alcuni stracci delle mie rime mi veggia
inferiore nel mestiere dell'ingegno al mio signor Bruni, purché
mi ceda in quello d'amore e della vera amicizia.
10 sto dando l'ultima mano al poema A^^^ Innocenti. Ne man-
derò a V. S. alcuni canti con l'altra posta, perché me ne dica
il suo pensiero.
11 viceré mi fa al solito straordinarie accoglienze. Ed appunto
ier l'altro venne da me il suo segretario ad offerirmi prò visione
da parte di S. E,; ma con tutto ciò non son corso all'incanto,
perché non mi conosco meritevole e, per dirla, nella mia patria
non vi desidero nemmeno il mio ritratto.
70 GIAMBATTISTA MARINO
Quest'aere produce grandi ingegni ma non gli alleva; Roma
fu sempre secondo il mio genio; ed io, conforme m'avisa V.S.,
mi risolverò al partito del cardinale principe, poiché non è senza
qualche conseguenza onorevole. Aspetto con desiderio la licenza
per li miei libri. Dica al signor Preti che non rispondo alla sua
lettera per le mie solite occupazioni. Ho da pregar V. S. che
renda di mia parte le mie più affettuose raccomandazioni al
signor Baiacca, che si mostra cosi parziale delle mie cose; ma
non mi maraviglio, mentre cotesto bello ingegno serve al mio
illustrissimo signor cardinale di Cremona.
I sonetti in risposta di quel N. sono belli e piccanti, ma troppo
iperbolici lodandomi, perché non merito. Io ne rendo grazie al
signor Gasparo Bonifaccio ed all'eccellentissimo Litigato e ne
conserverò viva memoria. Bensì vorrei che V. S. fingesse non
avermeli mandati e che scrivesse insieme a quei signori a non
publicar queste loro fatiche, perché in questo modo quel tal
non volesse imbrattar la carta e cicalar del mio nome, che ave-
rebbe l'intento. Questa razza di gente bisogna covrirla e nascon-
derla con l'oblivione, perché sono stati degli altri i quali hanno
voluto stuzzicarmi perché io fischiassi loro una volta, vedendo
forse che quel poeta panciuto si comprò l'immortalità delle mie
Fischiate. Il silenzio sia loro risposta. Se nelle cose serie quei
signori scriveranno cosi come mostrano talento nel burlesco e nel
satirico, a me ne parrà assai bene; ma non posso dar giudizio,
perché non ho veduto altre scritture. Non so poi che diavolo
si voglia quel bricconcello di N. con tante sue lettere. Non sono
necessarie se non al necessario. V. S. lo saluti da mia parte,
ma gli soggiunga ch'io non rispondo perché la mia penna è
impedita. Non so che si vogliano cotesti poetuzzi stiticuzzi:
ci lascino stare una volta.
Faccia i miei baciamani al signor conte d'Agile; e se V. S.
s'abboccherà col cardinale principe di Savoia, riverisca S. A.
da mia parte, com'io riverisco il signor Bruni, di cui aspetto il
discorso sopra il loco di Platone, tanto celebrato dal signor mar-
chese Manso.
Di Napoli [8 ottobre 1624].
LETTERE E DEDICATORIE 7I
CCXLVII
Al medesimo
Complimenti.
Onora troppo V. S. il mio Adone, mentre ne cava argomento
per una delle sue lettere eroiche; ed io pago poco il mio debito,
mentre ne la ringrazio con due belle parole. Ma s'io, per la
stima singolare che fo de' parti nobilissimi del suo ingegno e
per l'obligo che professo all'amor eh' Ella mi porta, son già dive-
nuto tutto suo, non so che possa di me prometterle altro. Lodo
il capriccio e la sua rissoluzione d'introdur Venere che scriva
ad Adone, dopo che questi si trova in poter di Falsirena. È certo
che la lettera ha più concetti che caratteri, ed è cosi in ogni
sua parte vezzosa e leggiadra come tutta vezzo e leggiadria è
ristessa Venere. Veggo i luoghi imitati da' greci e da' latini,
in particolare da Claudiano eh' è '1 favorito di V. S., e mi piac-
ciono oltremodo quei brilli di poesia viva. I poeti che dettano
rime senza vivezze fabricano cadaveri, non poesie, e sono degni
più tosto del titolo di « beccamorti di Parnaso » che di « cigni
d'Ippocrene ». Ma passiamo ad altro.
Il ritratto del signor cardinal prencipe inviatomi da V. S.
si riporrà nella mia Galeria fra gli altri; ed io, subito che mi
vedrò di vena, vi farò il sonetto designato, accioché, ristam-
pandosi l'opera, possa dar questo nuovo testimonio a S. A. della
mia continuata ed infinita osservanza.
Rendo grazie al gentilissimo mio signor Bruni del discorso
che disegna indrizzar a me nel libro delle sue Rime, e nelle
prime stampe vedrà il mondo se io le corrisponda o no.
Quel mio servitore di Terni fa tuttavia delle sue, né vorrei
che, mandandolo io via e ritornando egli a Roma, gli desse V. S.
ricovero. Le bacio affettuosamente le mani.
Di Napoli [autunno o inverno 1624].
72 GIAMBATTISTA MARINO
CCXLVIII
Al medesimo - Urbino
Si congratula con l'amico della carica avuta di segretario del duca di
Urbino; ricorda il Baldi, il Guarini, il Bembo e il Tasso, e parla della
Filli di Sciro del Bonarelli.
Dagli avvisi de' menanti di Roma e dalle lettere di molti
amici intendo che '1 serenissimo signor duca d'Urbino di proprio
moto abbia chiamata al carico di suo segretario la persona di
V. S. con buona provisione, e che però Ella serve a S. A. con
intiera sodisfazione di cotesto litteratissimo prencipe, in ogni
tempo protettore e stimatore degl'ingegni più grandi, ed in-
sieme all'illustrissimo Gessi, eh 'è prelato di quei maneggi e di
quel valore che sa la corte romana e tanti pontefici che l'hanno
in carichi nobilissimi e principalissimi esercitato. Io me ne ral-
legro seco, non meno come desideroso sempre d'ogni sua
fortuna che come particolar osservatore del suo gran merito.
Ma non posso capire come possa V. S. in un medesimo tempo
servir all'uno ed all'altro, in modo eh' Ella duri nel cumulo del-
l'occupazioni che daranno coteste due segreterie, e che i suoi
patroni debbano restar serviti da un solo. Presuppongo bene
che avrà degli aiutanti e che l'aprirsi a lei un largo campo di
mostrare al mondo il suo valore è cosa assai conforme alle sue
virtù; pure desidero aver più distinto ragguaglio di ciò che
passa, ed intanto mi rallegro seco che magni a due ganasse,
senza sospetto di biasimo ma con sua propria loda e riputazione.
Nelle comedie e nelle tragedie sono alcuni istrioni che fanno
eccellentemente la parte del capo di casa e del servo, del re e
del consegliere. Che Proteo si trasformasse in varie sembianze
è verità infallibile de' poeti ; che Giano avesse due facce è pur
cosa notoria: onde, se tutti questi, o dèi od uomini che si fos-
sero, meritarono applauso e commendazione, perché non dovrà
V. S. meritar grandissime lodi, mentre esercita con eccellenza
la segreteria del più stimato principe dell'età nostra e del più
celebre e glorioso ministro che abbia Nostro Signore?
LETTERE E DEDICATORIE 73
Di Urbino conobbi in Mantua il signor Berardino Baldi, ab-
bate di Guastalla, che per l'erudizione peregrina e per l'eccel-
lenza di posseder molte lingue fu assai stimato mentre visse;
e '1 signor cavalier Battista Guarini, che fu pure al servizio di
cotesta serenissima Altezza, mi lodò anche, in una congiuntura
di leggere alcune poesie di detto signor Baldi, gl'ingegni del
paese. Perciò credo che a V. S. non manchino pratiche di per-
sone virtuose, e che le serviranno alle volte per istimolo al com-
porre le memorie del cardinal Bembo, che fu prima cortegiano
nella corte d' Urbino che prelato e segretario in quella di Roma.
Mi si riferisce che vi fu anche Torquato Tasso, unica e singoiar
fenice dell'epopea, e se la memoria mi aiuta, mi par d'aver
altre volte inteso che compose quel grandissimo poeta in Fir-
mignano, villa poco distante da Urbino, la bellissima canzone
che comincia:
O del grande Appennino
figlio picciolo si, ma glorioso.
La qual composizione, benché imperfetta e non finita, è però per
l'affetto e per cento bellezze poetiche una delle più nobili can-
zoni che uscirono da quella famosissima penna.
In cotesta provincia avrà medesimamente V. S. mille infor-
mazioni del signor conte Guidobaldo Bonarelli di felice ricor-
danza, perché egli nacque in Pesaro, per quanto egli stesso mi
disse un giorno in Modona, benché la sua casa sia nobilissima
in Ancona, dove al presente vive il signor conte Prospero suo
fratello, cavaliere e poeta anche nobilissimo. Quelle vivezze
pellegrine della bellissima Filli di Sciro dimostrano la qualità
del nobilissimo intelletto del conte Guidobaldo, e la difesa del
doppio amore introdotto in quella sua pastorale, eh 'è l'ottima
tra le migliori e l'emula dell'ottime per non dir vincitrice, e
per nobiltà e purità di frase e per arguzia di concetti accenna
che l'auttore seppe egualmente immortalarsi nelle filosofie e nelle
poesie, nel correr le poste per negozi de' principi da lui serviti
e nel passeggiar il Liceo virtuoso del Parnaso da lui pratticato.
La difesa eccellente di quel doppio amore rende più ammirabile
74 GIAMBATTISTA MARINO
il doppio carico da V. S. sostenuto; onde per interesse suo pro-
prio deve tanto più lodarla e commendarla.
Il nostro signor cavalier Barbazza da molti giorni in qua non
mi scrive, né so s'egli il faccia per darmi martello o per tenerlo
tutto occupato col martello che gli dà la sua dama.
Io godo poca salute e forsi che me ne tornerò a primavera
a Parigi, e nel passaggio goderò per qualche giorno V. S. o in
Urbino o in Pesaro, dove allora si troverà.
Iddio la guardi.
Di Napoli [1624 o 1625].
CCXLIX
Al medesimo
Lettera elogiativa premessa a La ghirlanda^ elogio del Bruni
per l'Altezza serenissima di Francescomaria secondo Feltrio della Rovere,
duca sesto d'Urbino (Roma, Zannetti, 1625).
Tre giorni sono mi capitò la lettera di V. S. del primo di
marzo con alcuni fogli àe)\' Elogio che compone per cotesta
Altezza, le cui virtù singolari, si come furono da me sempre
ammirate da lontano nel grido della fama sparsane per tutta
Europa, cosi ebbi anch'io una volta fortuna di riverirle da vicino
con l'occasione del passaggio del signor cardinal Aldobrandini
di felice memoria per lo Stato d'Urbino, e conseguentemente per
l'onor ch'io ricevei allora d'essere introdotto a riverir S. A.
Però son sicuro che non potrà la sua leggiadrissima penna lodar
tanto cotesto letterato principe, che la loda non riesca stretta
e scarsa ai meriti di signore che nel trono ha cosi bene filo-
sofato e tra' libri ha con tanta prudenza governato sempre i
suoi popoli.
So che gli encomi usciti dalle penne de' poeti benché valo-
rosi sogliono apportar sospetto d'adulazione, perché non si può
negare che non diano per lo più nell'eccesso o con iperboli o
con simili maniere d'ingrandir le cose; ma le poesie di V. S.
son pitture vive che ritraggono l'esemplare lodato al naturale.
LETTERE E DEDICATORIE
75
Io ho letta la parte inviatami con mio grandissimo gusto e, per
dirne il mio senso, se le corrisponderà il resto, e si può dal
sereno dell'alba far certo argomento della tranquillità del merig-
gio, la stimo composizione assai bella, poiché nel suo stile fiori-
scono le grazie, le rime non sono mendicate ma naturali e si
replicano di rado, il concetto è nobile, la dicitura peregrina, i pen-
sieri nuovi, e si vede ch'Ella non imita quei pittori frustapennelli
che attendono a copiar le tavole antiche, ma le piace filosofar
con nuove e capricciose fantasie per non esser nel numero della
plebe de' poeti. Veggo ancora che i luoghi imitati son reconditi,
e v'ha gran parte Nonno e Claudiano, amendui lumi inestingui-
bili della poesia greca e latina. Ma sopra tutto lodo l'imitazione
delle sue poesie, perché, se, coni' Ella sa, la poesia tanto è più
nobile quanto più imita, questi suoi versi acquisteranno altret-
tanto maggiore applauso quanto è più riguardevole in loro
l'imitazione. Plutarco istesso nel libro De audieiidis poètis dice
che alcuno rappresenterà cose spiacevoli agli occhi e apporterà
gusto, mentre imiterà bene, adducendo gli esempi di Timomaco
che descrisse Medea omicida de' propri figli, di Teone che rap-
presentò Oreste uccidente sua madre, di Parrasio che dipinse
Ulisse pazzo e di Cerefane che portò agli occhi degli uomini
alcuni atti lasci vissimi ; delle quali descrizioni, benché fiere ed
impudiche, trae pur diletto il lettore per l'imitazione leggiadra
di che i casi sudetti sono arricchiti. Però sarà V. S. degna di
maggior loda perché rappresenta al vivo casi dilettevoli e suc-
cessi di gloria.
Se mi verrà fatto qualche verso, non mancherò di dar alcun
segno della stima ch'io fo del pellegrino ingegno di lei e de'
meriti immortali del serenissimo signor duca, la cui Altezza nel
mio Adone avrà pur ricevute per testimonio della mia devozione
alcune poche rime che vi si leggono per la serenissima sua
casa, sempre fautrice e protettrice degli ingegni elevarti. Di questo
mio poema non saprei dirle cosa di nuovo, parendomi che il
trovarsi in mano dell'illustrissimo signor cardinal Pio per la
revisione e correzione d'alcune lascivie fiutate da certi nasi aqui-
lini e lunghi, basti a certificarmi che debba correggersi con animo
76 GIAMBATTISTA MARINO
spassionato. Ma, per dirla, quel destino il quale perseguitò la
vita del povero Adone continua ad assassinargli con la vita
l'onore, né stimo cosa in tutto convenevole che l'infelice, già
morsicato da un porco salvatico, ora venga stroppiato da porci
domestici. Pure mi consolo che non tanto l'altrui maledicenza
cercherà calunniosamente d'attaccarlo nella fama e di ripigliar
quel disgraziato giovenetto, quanto l'altrui amorevole giustizia
considererà la sua innocenza. Se '1 libro merita il fuoco, che s'ab-
bruci e si condanni all'oblivione, perché io stimerò più tosto di
soggiacere agli ordini de' superiori che riguardano con occhio
sincero l'altrui fatighe, che d'acquistarmi qualsivoglia applauso
da quelle poesie che potrebbon partorire scandalo. Mi conservi
per fine la sua grazia e mi voglia bene, com'io fo col vivo
affetto dell'animo. Io godo da alcuni giorni in qua poca salute
e mi va pizzicando qualche volta il solito male di retenzione
d'orina. Il nostro signor cavalier Andrea Barbazza mi scrive
qualche volta ed io gli continuo la mia antica osservanza.
Di Napoli, a' 12 di marzo 1625.
CCL
Al marchese di Villa
Lettera elogiativa preposta SiW Erocallia ovei'o
dell' Amore e della Bellezza del Manso (Venezia, Deuchino, 1628).
Non senza perché l'occhiuta providenza di Dio — che, quasi
emola della sovrana di lui bontà, gareggiando seco con frater-
nevol tenzone, si come questa comunica se medesima a tutte
le cose, rendendole il più che la loro natura comporta somma-
mente buone, cosi ella dal male stesso, tutto che d'alcuna bontà
non capevole, trae del continovo non pensati beni, — stimo io che
permettesse agli anni passati che V. S. illustrissima avesse parte
avuta nella perdita de' bagagli ch'accadde nell'esercito del ca-
tolico re, nel cui servizio Ella militava. Percioché mi fo a cre-
dere che da quella, ch'allor parve disavventura, avesse già pre-
determinato dovere un cosi gran bene la nostra italica favella
LETTERE E DEDICATORIE 77
acquistare quanto l'è stato il venirle per mezzo di quel fortu-
noso avvenimento non pur quella parte de' Dialoghi di V. S.
illustrissima, che, quivi rubbati, d'una in altra mano passando,
furon finalmente sotto titolo di Paradossi impressi in Melano, e
l'altra parte di essi eziandio, ch'io veggo or lei di necessità
costretta a publicar suo malgrado; ma tutti i parti parimente
del suo fecondissimo intelletto ch'Ella tiene si rigidamente sop-
pressi. Nella sconfitta degli eserciti perditori suolsi le più volte
ne' bagagli patir saccomanno, ma ne' vittoriosi, come allora il
catolico, è accidente assai rado; ed altretanto che' rubbatori per
troppo avvidità della preda la si perdano, com' avvenne a co-
loro che, venuti nel dividerla tra sé in contesa, si lasciaron nel
fiume la valigia cadere, entro cui que' Dialoghi si serbavano; e
vie più eh 'a capo del terzo giorno si ritrovassero e ricove-
rassero dal cupo fondo di quell'acque correnti. Ma dove più
chiaramente per mio avviso risplendono i raggi della provi-
denza divina (ad antiveduto fine operante) si è l'essersi ritro-
vate le carte, ov'erano i Dialoghi scritti, parte dall'acqua e dal
limo guaste e parte che leggere e trascrivere si poterono, onde
fossono poscia si sconciamente stampati che V. S. illustrissima
s'avesse non tanto della perdita quanto del ricovero avuto a
dolere. Conciosiaché, se non si fossero giammai smarriti o quivi
del tutto perduti, il mondo non n'avrebbe né quella né altra copia
di volontà di lei ottenuto, essendo Ella a publicar cosi questa
come tutte l'altre sue opere si renitente; ma s'alio 'ncontro si
fossero tutti intieramente ritrovati e publicati, avrebbe si bene
i Dialoghi avuti, ma soli, rimanendo Ella a rispetto degli altri
suoi scritti nella sua pristina opinione di celargli. Là dove, es-
sendo ora usciti fuora cosi disordinati e stravolti (scambiati i titoli
d'essi e' nomi de' favellatori e mutate l'introduzioni a' ragiona-
menti e in gran parte il trattamento stesso delle materie), che,
non patendo divedergli si travvisati, non ha potuto (com' Ella
confessa) per molte volte che l'abbia in man presi sofferire di
leggerne due carte intiere; s'avviserà ottimamente quanto s'in-
gannino coloro che, soprastando a publicare le cose da essi
scritte, lasciano che '1 debban fare o gl'involatori 'n vita o'
78 GIAMBATTISTA MARINO
successori dopo la morte. E tanto più '1 conoscerà apertamente
quanto men le rimane di quella speranza nel principio da lei
conceputa, che quel che Ella di leggere nauseava non dovesse
né men alcun altro curar di leggere; posciaché que' volumi,
che ne furono impressi, sono non pure per tutta l'Italia ma
per le più lontane provincie disseminati e con avvidità riletti e
nella latina lingua trasportati. Né può dimenticarsi V. S. illu-
strissima che, venendo dalla corte catolica al cristianissimo re
che se ne stava allor all'assedio di Montalbano, e ritornan-
dosene con esso lui a Parigi, e quivi essendo come autore de*
Paradossi non men frequentemente da' dotti che per l'altre sue
qualità e dignità da' soldati e da' signori visitato, si doleva meco
delle lodi che glien'erano date, dicendomi che non le veniva
ricordata cosa da potersi recare ad onore, ma più tosto rimpro-
verato quella che l'apportava vergogna. Anzi m'affermò che
la medesima persecuzione (che tale V. S. illustrissima l'appellò)
aveva in molte città della Spagna patito, ritrovandovi appresso
uomini di molta dottrina quel libro, che non chiama suo, con
altretanta lor buona opinione con quanto suo rossore lo rive-
deva. Né potrà negarmi che lo stesso non le sia poscia nelle prin-
cipali città della Fiandra ed in alcune della Magna parimente
avvenuto, com'Ella stessa m'ha qui nel mio ripatriar riferito;
si che il pensar oggimai che non s'abbiano a più divolgare o
divolgati a non leggere è speranza (com 'apertamente si vede)
perduta. E molto meno io le redirò quel ch'altre volte in questo
medesimo proposito sono stato solito dirle: che la sua modestia
potrebbe giudicarsi ambiziosa, volendo anteporre il suo al giu-
dizio di tutti i letterati di Europa. Anzi confesso che V. S. illu-
strissima ha molta ragione di rammaricarsi, percioché poscia
che m'ha conceduto ch'io vedessi gli stessi Z?/a/(?^/i? nella lor
vera forma, conosco la differenza cosi notabile fra quegli stam-
pati e questi manoscritti, ch'Ella giustamente si duole della pu-
blicazion de prima (non perciò condennando que' valentuomini
che l'approvano, percioché essi stimano buono quel che poscia
a vista dell'ottimo par che divenga men buono, com' il lume
della candela in sé chiara, sopravenendo un doppiere, sembrarà
LETTERE E DEDICATORIE
79
oscuro); ma, per la stessa cagione ond'il loro divolgamento si
reca ad onta, parmi che per necessaria conchiusione rimanga con-
vinto a confessare che sia gravissimo errore il soprasedere og-
gimai a publicare non pur questi medesimi Dialoghi, che deono
vendicarla dalla vergogna che stima aver ricevuta, ma tutte
l'altre opere sue eziandio ch'in somigliante disavventura age-
volmente possono incorrere. E chi può assicurarne di quel che
dee alla giornata avvenire? chi liberarne dagli accidenti del caso,
dalla tracotanza degli sciocchi, <!alla malvagità degl'invidiosi?
Io, quanto è a me, per questo solo rispetto, ancorché altre
volte mi sia doluto d'esser troppo facile stato a concedere le mie
cose agli stampatori, molto più ora, che soprapreso non tanto dal-
l'età quanto dalla infermità mi veggo, duolmi d'esser stato tardo
a mandar fuori l'altre mie cose, alle quali se Nostro Signor Iddio
non mi concederà tempo di poter publicare in vita, amerò meglio
darle alle fiamme ch'alle stampe dopo la morte. Ma '1 mio senso
o '1 mio esempio, come d'inferiore, non dovrà muovere V. S.
illustrissima, che m'è non men di prudenzia e di dottrina che di
valore e di grado superiore; onde com'io mi sono soventi volte
sotto l'ombra della sua casa e della sua protezione nelle mie
maggiori disavventure ricoverato, cosi altretante mi son pari-
mente del suo sapere e del suo parere ne' miei studi dalla mia
giovenil età infin a quest'ultimi anni valuto; e da cui, s'alcuna
cosa è ch'io sappia o ch'abbia con lode scritta, il tutto con-
fesso d'aver appreso: si che sarei da riputare arrogante se pre-
sumessi a lei dar consiglio, ed Ella men che prudente allo 'ncon-
tro se si lasciasse dal mio commovere; ma dee bensi removerla
dall'antica sua opinione questa medesima esperienza ch'Ella
stessa n'ha nelle sue cose fatta e lasciarsi dalla sempiterna
providenza, dove lo scorge, liberamente guidare.
Consideri se a V. S. illustrissima, che non pure per l'uni-
versale e profonda contezza di tutte le scienze e per l'eloquenza
nel favellare e nello scrivere è maestro de' più dotti, ma che
col proteggere e promovere gli studiosi è tenuto, e a ragione,
padre delle muse e favoreggiatore di tutti gli 'ntendenti, e' ha
rinovato o più tosto fondato in questa età l'antiche academie,
8o GIAMBATTISTA MARINO
la cui mercé sono restituite oggi in Napoli e restaurate nell'Italia
tutta all'attico splendore; se convenga, dico, essere avara di
quelle medesime cose in iscritto che loro ha in gran parte a
voce viva liberalmente participato?
Ella, e' ha cosi gran parte avuto in tutte l'opere buone eh' a
suo tempo in questa nostra patria ed in molte fuori son fatte
e che con reale magnificenza ha da' fondamenti eretto un cosi
bene istituito collegio per l'acquisto delle scienze e delle virtù
vorrà invidiare le sue fatiche a coloro stessi per cui non ha ri
sparmiato né sudore né spesa? Ella, del cui giudizio si sono
prencipi grandi, i generali degli eserciti e' re stessi valuti, darà
a se medesima consiglio cosi deforme dall'altre sue operazioni
Ella, la cui pietà e religione è vivo esempio a tutti i buoni e
da cui il prendo io, in questa mia cadente età, non meno di virtù
e di divozione che, nella già sorgente, di costumi e di dottrina
il prendessi, e per gli cui conforti mi veggo riposto nel sentiero
al qual, com'io spero, la stessa previdenza divina m'ha richia-
mato in quest'anni (che saranno forse gli ultimi della mia vita)
alla patria, riducendomi ad osservare in V. S. illustrissima e nelle
sue azioni e nelle parole quel che finora giammai non conobbi,
vorrà in questa parte lasciar di se medesima cosi differente esem-
pio dagli altri suoi?
Perché privare i filosofi della sua fisiologia, i teologi della
filosofia catolica, i matematici de' detti d'Euclide, gli astrologi
delle tavole de' moti, i teatri delle tragedie, i poeti delle rime
e tutti gli studiosi de' discorsi academici e di cent'altre opere
sue ch'io so e forse di molte più ch'io non so?
Certamente non sarebbe questa rispondente all'altre sue azioni,
né proporzionata alla dottrina, prudenzia e pietà ond'Ella è piena.
Vadano adunque prima fuora i Dialoghi e facciano la scorta al-
l'altre opere. Alle quali tutte vorrei esser padrino, ma che poss'io
in gran parte quasi vecchio e del tutto infermo? Celebrarle con
le rime è picciol ossequio e da me già prestatole più anni sono;
ma perché ad ogni modo ambisco avervi il mio nome, v' ho
fatto gli argomenti, dimostrazion d'obligo e d'affetto non fatto
da me ad altri giammai e eh 'a niun altro mi starebbe ben
LETTERE E DEDICATORIE 8l
fare, come ch'in servigio di V. S. illustrissima mei rechi a
sommo onore. E cosi la supplico a concedermelo, nel fargli tra-
scrivere innanzi ai Dialoghi stessi, e forse meglio assegnando a
ciascuno il suo: cosi i primi a' quattro Dell' Amore ^ come gli altri
a' quattro Della Bellezza, che gli ultimi de' quattro Parodossi gli
ho ritenuti, volendovi ammendare alcuni errori del trascrittore.
Mentr'io le bacio riverente le mani, supplicandola a perdo-
nar la mia se l'invia questa d'alieno carattere, gravata tuttavia
dal male, ancorché migliorato, la Dio mercé, da quel ch'Ella
mi lasciò ieri. E le priego da Nostro Signore felicissima salute
sopra la mia stessa vita.
Di casa, il di xv di marzo 1625.
G. B. Marino, C. Achillini e G. Preti, Lettere -w.
APPENDICE
I
COMPONIMENTI BURLESCHI DEL MARINO
IN FORMA EPISTOLARE
I
Al padre Naso
Se gli occhi di coloro che festeggiano il vostro naso, am-
mirabil padre Naso, fussero archi a pallotte o balestre a bolzoni,
vi so dire che già a quest'ora ve l'avrebbono concio, poiché tutti
non hanno altra mira né altro bersaglio, ed è da ciascuno mo-
strato a dito come la cometa. Iddio grazia, ne avete un bel pezzo,
e tale che, se gli fusse trinciato a minuto per cavarne il conto,
darebbe da far tre mesi ad un computista. E se la terra producesse
simile specie di frutto, vi vorrebbe a portarlo altro che due fac-
chini, come quel gjappolo della terra di promissione. Beato voi
che, senza menarvi paggi né mazzieri innanzi, vi fate far largo
per tutto, perché le genti guardano in voi prima il naso che la
persona. E meritamente, percioché il vostro naso Massimiliano
vi risiede nel mezo della faccia con tanta maestà e prosopopea,
che par l'abbate di Giugni quando sta alla badiale overo il vi-
ceré di Napoli quando si fa portare in seggetta. Io l' ho rassomi-
gliato alla mula di messer Damiano medico, il cui collo era si
prolisso che, quando passava, si vedevano anticipatamente spuntar
l'orecchie, poi comparire a poco a poco la testa, e tardava un'ora
innanzi che desse volta al cantone.
L'ombra terribile del vostro naso sesquipedale, quando esce
fuora, si stende avante per un gran tratto di strada; onde tutti
gridano: — Eccolo, eccolo! ognun si guardi! lasciatelo passare! —
Delle dame non vi dico covelle, che non si saziano di squadrarlo,
essaminarlo e discorrervi su con mille contemplazioni, argomen-
tando a minori ad maius circa le corrispondenze de' correlativi.
86 GIAMBATTISTA MARINO
E se gli altri portenti spaventevoli sogliono far disperdere e iscon-
ciare le donne gravide, il vostro naso prodigioso e mirabile ha
virtù per contrario di farle ingravidare per la cupidità di uno spi-
rituale appetito, nella guisa che si conta delle cavalle spagnuole.
Certo io giuocherei un buon dado che non se n'accattarebbe un
altro, da quello di Trastullo Cacastracci in poi, il qual verarhente
non monda nespole; e Castrocucco si può ben gloriare, non già
di produr lane fine come l' Inghilterra, miele eccellente come la
Spagna o vini preziosi come la Francia, ma nasi sopranaturali,
nasi stupendi, nasi iperbolici. Vero è che a Trastullo con un morzo
ne fu levato via un pezzo dalla fante, merceché le riusci mancino
nel giuoco di scaricabarili. Ma che ha da fare? Vi è quella diffe-
renza ch'era tra Morgante e Margutte; e quando ancor fusse in-
tiero, non arrivarebbe alla metà del mezo del vostro naso immenso,
infinito e incirconscritto, di cui non solo non se n'è perduta
dramma, ma ne avanza tanto che ne potreste provedere chiunque
ne fusse mal fornito, assai meglio di que' mastri da Tropeia che
lo rifanno posticcio. Alessandro Magno, Pompeo Magno e Alberto
Magno si usurparono quel sopranome non so perché. Al vostro
naso magnifico, maggiorente e maiorasso si convengono con più
ragioni si fatti titoli, la cui magnitudine contiene in sé tutte le
forme geometriche. Bel suggetto da comporre un panegirico! Ma
guarda la gamba eh' io volessi entrare in questo laccetto ! Se il
Caro, cosi valentuomo, ebbe carestia di terreno quando volse far
quell'encomio al re de' nasi, pensate ciò che farei io se mi pren-
dessi assunto di voler ficcare il naso nelle lodi del vostro naso, che
è il gran berlibeio di tutta quanta la Nasamona,
Incominciar, verbigrazia, dalla dignità del naso, dimostrando
che questo membro è il soprastante e sopraintendente di tutte
l'altre membra, sarebbe essordio troppo generico e avrebbe del
triviale, essendo cosa notissima che dal naso si piglia la misura
di tutto il corpo, onde chi l' ha avantaggiato ha tutto il rimanente
della persona fatto per architettura, e chi è storpiato del naso ha
anche guasto il cervello. Soggiungere che il naso ha un so che del
regio e dell'egregio e che dalla fisonomia del naso molti metopo-
scopi hanno spesso cavato pronostico d'imperio e di monarchia,
è concetto vecchio: poiché si trova scritto in parecchie leggende
che Nabucdonasorre fu cosi gran re solo per un naso traboc-
cante, altitonante ch'egli aveva; e che Scipione Nasica fu ammaz-
zato perché, con avere un nasuccio da scimiotto, fu tanto sfacciato
LETTERE E DEDICATORIE 87
che pretendeva d'impadronirsi di Roma. Oggidì in Firenze vive
la famiglia de' Nasi, eh' è ben altro cognome che quello de' Fabi
derivato dalle fave, de' Lentuli dalle lenticchie, de' Pisoni da' pi-
segli, e si fatte bagattelle. Ed io ho conosciuto il capitan Naso
per un bravo soldato, che, se avesse avuto il viso conforme al
casato, avrebbe potuto negli assalti far la breccia senza tante
colubrine o passavolanti.
Trattar delle preminenze e prerogative del naso, facendo ve-
dere che non è diletto di cui non partecipi il naso, neanche sarebbe
cosa nuova; poiché ognun sa che, se si mangia, ancorché la
bocca arrabbi di fame, non vuole assaggiar boccone se prima
la serenissima Altezza del Naso con una discretissima fiutata non
le ne fa la credenza. Se si beve, il primo a cacciarsi dentro il
bicchiere è il signor Naso. Se si bacia, messer lo Naso è quel
che si accosta prima a toccare e poi le labra; e perciò finalmente
si suol dire: « Ei caccia il naso per tutto ».
Sottentrar poi col luogo topico dell'onore, provando che chi
è più nasuto è più onorato e che l'onore consiste più nel naso
degli uomini che nella cotal delle donne, è cosa anch'ella ordina-
ria; e se ben si potrebbe argomentare dall'uso del parlar popolare,
come per essempio: « Il tale mi ha dato nel naso », « Va', toccagli
il naso», «Non si lascia menar per lo naso», «Se mi salta la
mustarda al naso », « Mi saprò levar le mosche dal naso » e simili
modi di dire, basterebbe solo arrecar questa prova: che, quando
vogliamo svergognare alcuno in quinta generazione, gli diciamo che
«ci dia del naso a Pozzuolo». Vadano pure a cacciarsi in cesso
certi giovanotti moderni, che si pensano di far impazzir le gentil-
donne con ciuffetti ricci, co' collari attillati e con le calze alla si-
vigliana. Altro ci bisogna! Naso, moneta e brachetta da svizzero
sono i sette miracoli del mondo. Ma che vo io girandolando? che
servono queste facende alla nostra materia? o chi non le sa? Infine
son lodi che possono parimente convenire agli altri nasi, e tutti
i nasi son belli e buoni. L' importanza sta in avere un naso famon-
gomadano e scarabombardone, un naso ditirambico e heautonti-
merumenonico, un naso da una mano e meza e da quattro sòie
co' tacconi, ch'ecceda gli ordini communi delle prammatiche e
delle Pandette, come avete voi.
Come e donde sia nata una si sconcia creatura, questo non
si sa, ed è secreto imperscrutabile non meno di quel che si sia
l'origine del Nilo; onde sopra la sua geneologia si fanno ogni di
88 GIAMBATTISTA MARINO
mille dispute e questioni. Chi vuol che per antica linea sia stato
generato dal Caos. Chi dice che discende da Naasonautem. Altri
ch'egli è figliuol dell' Aguglia, nipote di Testacelo, cugino della clava
d' Ercole, fratel carnale del martello di dama Rovenza e parente
stretto del gran diavolo di Ferrara. Alcuni portavano opinione che
la sua razza venisse dalla Cuba; e perché l' Indie sogliono sempre
produrre cose maiuscole, come si vede nelle zucche, nelle noci,
nelle canne, ne' castroni e va' discorrendo, volevano per questa
ragione che anche il vostro naso, Demogorgone degli altri nasi,
fusse detto « naso indiano ». Ma, avendolo veduto un piloto tor-
nato ultimamente da quelle bande, mi ha detto che, se quel paese
avesse un naso di si lunga ragione, il Colombo con dirizzar la
calamita verso l'eminenza del suo corso avrebbe subito presa
terra. È ben vero che, se esso vostro naso si attraversasse tra
Abila e Calpe, non si potrebbe traficar lo stretto e con una sof-
fiata o con una crocchiata farebbe innavigabile l'Oceano. Se cosi
è, vi si vuole attaccar su uno scritto che dica: « Non plus ultra »,
quasi significando: « O voi che cercate nasi, che fate incetta di
nasi, che non volete se non nasi sfoggiati, nasi strenuati, nasi
gigantei, fermatevi qui, non passate oltre: eccovi un naso quo non
nasonior alter » .
Gracchi adunque chi vuole a sua posta, plus quain nasutis-
simo arcinasarca di tutti i nasi, intorno alla schiatta del vostro
sperticatissimo naso, che, secondo me, non la indovinano. I pla-
tonici misero certe loro idee nel cerchio della luna, che sono
come originali di tutte le cose inferiori. In buona fé io giurerei
che il vostro naso sia il prototipo, il protocollo ed il formulario di
tutta la prosapia de' nasi, da cui sono stati copiati quanti nasini,
nasetti e nasuculi si son poi veduti moltiplicare nella generazione
della Nasea, della Naseide e della Nasaria.
Se Tifeo ed Encelado vi avessero veduto quando mossero
guerra agli dèi, avrebbono senza dubbio lasciato star Pelia, Olimpo
ed Ossa e dato di piglio al vostro naso, perché, quanto al ful-
minare di Giove, averebbe co' suoi starnuti saputo ben rispondere
per le rime.
Se fuste nato nel secolo di Noè, senza lasciarlo affaticare
nella fabrica dell'arca, il vostro naso avrebbe potuto dar allog-
giamento a lui, alla famiglia ed anco a tutte le bestie, eziandio
all'elefante, la cui proboscide non ha che far con la vostra. E per-
ché il predetto naso sarebbe stato senz'altro essente dal diluvio.
LETTERE E DEDICATORIE 89
molto meglio si sarebbe egli potuto ritirare sopra quello che sopra
le montagne d'Armenia.
Se fuste stato a tempo de' greci, che occorreva edificare quel
gran cavallazzo per abbruggiar Troia? Bastava cacciarsi dentro le
caverne del vostro naso e poi darvi fuoco. Se i romani vi aves-
sero conosciuto, non avrebbono speso tanto in rizzare anfiteatri
per rappresentar giuochi e spettacoli, poiché non so se l'istesso
Culiseo, ancorché grande, fusse stato capace del vostro naso. Se
il vostro prelibato naso s' interponesse come un muro divisorio
tra la luna e '1 sole, sarebbe ecclisse perpetua. Se il sopradetto
naso si mettesse per ponte nel golfo di Messina, tornerebbe a
serrare quella spaccatura fatta dal mare tra i siculi e i calavresi.
Se si piantasse il prefato naso tra l' Italia e la Francia o tra la
Francia e la Spagna, farebbe le fiche all'Alpi ed ai Pirenei. Se
il sopracitato naso si rizzasse per parapetto nell'arene della Libia,
impedirebbe quella pericolosa fluttuazione per la quale si fanno
le mummie. E se il vostro non mai a pieno celebrato naso fusse
nell'aprica Siene, regione inabitabile per cagione del continuo
zenit, per Dio vi farebbe ombra in sul bel mezodi alla barba del
perpendicolo estivo. Anzi potrebbe scusare astrolabio e servire
per oriuol da sole, massime se la punta della frizza andasse a
ferire nella sfera di que' dentacci alla divisa.
Io non so perché il padre Apollo con le sue muse non lascia
il monte d' Elicona e non viene ad abitare nel vostro naso, lau-
reando circumcirca come i fegatelli. Parnaso fu cosi detto per-
cioché, essendo discosceso e appizzuto, pare appunto un naso.
Ma il vostro non par, anzi è naso vero, effettivo e reale; oltre
che v'è poi il fonte d'Aganippe, che vi sgocciola con una vena in-
deficiente il licore del vostro cervello pegaseo. Canchero ! bella cosa
se i poeti avessero a montare sopra il cacume del vostro naso e
vi potessero seder su, come si fa al campanile di San Marco
overo alla torre degli Asinelli: vi so dire che scoprirebbono Ber-
gamo. Oltre la grossezza, intendo poi che il vostro naso è vir-
tuoso e mi dicono che la notte sonniferando suona come un
buttafoco e canta in sesquialtera il vespro figurato con certe rus-
sate arcadeltiche e gesolreuttiche, ch'a sentire è una dolcitudine.
E che pensate? La cantafavola d'Orfeo, che si tirasse le genti dietro
col suono della ribeca, è una baia. La verità è che il manico
dello stromento era quello che le faceva correre, e fu ch'egli si
vantava d'avere un naso di buona derrata. Ma quelle maledette
90 GIAMBATTISTA MARINO
femine, trovandolo poi nel tasteggiarlo minor della fama, sfoga-
rono la rabbia con le bastonate. E questo secreto non volse Ovidio
che si sapesse, quando scrisse quella cronica, accioché, affibbian-
dosi anch'egli la giornea d'un bel Nasone e tale che faceva smia-
golare quella poveretta di Livia, non venisse a pregiudicarsi.
Voglio inferire ch'in effetto chi ha più naso meglio canta, e chi
è snasato fa la voce rauca come una rana accatarrita.
Questi mesi passati fu cacciato via un musico dal concerto
di palazzo, perché diceva quel babuasso del mastro di cap-
pella ch'egli cantava col naso. Quando ciò seppe una principessa
principale, lo fece cercare con diligenza per chiarirsene; e avutolo
in casa, adocchiata la chiaramella di quel nasaccio cappelluto, li
pose nome Zuccherino e scherzava con esso, accarezzandolo come
se fusse un perrico da falda o simil bestiuola domestica. Poi cosi
da solo a solo l'una e l'altro presero a cantare certi madriali a
due, contraponteggiando con certi falsi bordoni che la facevano
andare in cimbalis; e forse infìno al giorno d'oggi durerebbono
le ricercate, se il povero musico, stracco del tanto smusicare, non
avesse calata la voce due tuoni.
Pavoneggiatevi adunque, o gran terqtie quaterque de' nasi.
Andatene pur borioso e gonfio di vanagloria, o gran tarantara
de' nasi, poiché il vostro naso è buono a tutto. La natura è
segno che vi vuol bene, avendovi privilegiato d'una grazia cosi
speciale; ma vi ha fatto torto a collocarvelo in un sito che non vel
potete godere con la vista se non dalla punta alla metà, e non-
dimeno il gusto delle cose grosse (come scrive il Materiale nel
libro delle Dimensioni) consiste dal mezo in dietro. Se vi fusse
possibile vederlo e vagheggiarlo intiero intiero, come facciam noi
altri, correreste rischio di diventare un Narciso del vostro naso.
Voglio farvene una abbozza e rappresentarvi innanzi le sue fat-
tezze come in uno .specchio, per farvene innamorare a vostro
marcio dispetto.
Il vostro naso non è mica nella ginetta accorciato e rivolto
allo 'nsù, come l'usano gli etiopi. Non è del tutto aguzzo e pro-
filato col pizzo appuntuto, come i becchi delle cicogne. Non
è lungo, sottile e liscio, come i gusci de' baccelli. Non è massic-
cio, polputo e sgrossato senza garbo, come la carnaccia de' pol-
moni. Non è smunto, moscio e pendente, come le barbiglie e le
creste de' gallinazzi. Non è fatto ad ancudini, a tromba, a troc-
ciola, a saglioccola, a carcioffolo, come molti altri nasi. Ma si
LETTERE E DEDICATORIE 9I
spicca dalla faccia con larghe radici dilatando l'ali, e viene pian
piano piramidalmente scemando infino alla sua estremità. Cami-
nando verso il mezo, si scontorce a guisa d'uncino alla man manca
un cotal poco; e quivi è nocchioluto, bitorzoluto, tronfo, spruc-
chiato, rincricato, ringalluzzito con certe brognole scrofolose a
foggia di limoncello. Ha nella sommità della schiena uno scrigno
o vogliam dir zoccolo a scaccafava, non già incurvato all'aquilina
ma elevato come l'erta dell'Appennino o del Monsanese, con un
poco di scaglioppola in su la cima che gli dà grazia straordinaria.
E spazioso di forge, rosso, fumante e sonoro, e le polpe del suo
tenerume circa la pannocchia son tutte fatte a spicchi, divisate a
quartieri e lavorate di tarsia alla zimina di diversi geroglifici, con
l'orlo intorno intorno punzecchiato di certe macchiette verdi e
gialle come le scorze delle melangole e in alcune parti a ver-
miscelli come a melloni napoletani. Lascio i bottoncini pavonazzi
i pater nostri di corallo, i carbonculi, le lumache et alia huius ge-
neris, di cui è tutto quanto abbordato. Taccio i porri, le cirege
e le fragole che vi sguigliano e figliano tuttavia. Non parlo di
quelle vene serpeggianti, più belle che nel legname della noce,
nell'alabastro cotognino o nel ciambelloto ad onde.
Che dirò poi del modello galante della sua prospettiva, il cui
frontespicio nella piazza di quel vostro viso d'autunno campeggia
petrarchevolmente? Egli è fatto a modo di un castello o d'una
cittadella, con tanta simetria e proporzione che Bramante non
l'avrebbe saputo archipenzolar meglio. Ha la cupula a vòlta, di-
visa però da un spartimento in due arsenali, che servono, come
dire, di bastioni, di baloardi e di scannafossi all'edificio. E la base
del piedestallo, che divide questi due forami, alias bocche di
lambico, sporge alquanto in fuora che pare un battocchio di cam-
pana. Sotto il cornicione della tribuna si veggono i più bei festoni
e cartocci del mondo, setole di porco, moccoli di sevo, pallotole
di caviaro e altre ferragini aromatiche. L'entrata delle sopradette
buche è tanto spalancata che, chi ficcasse ben ben l'occhio dentro
gli spiragli di quella ciarabottana, conseguirebbe l'effetto del de-
siderio di Socrate senza tante finestre di cristallo nel petto, per-
cioché vi potrebbe vedere non solo il cuore ma vi vedrebbe rilucere
il pertugio dall'altra banda, si come si vede nella grotta di Mer-
golino. Io non credo poi che le tavole della cosmografia abbiano
tante balze e scogli e valloni quante n' ha il promontorio del vo-
stro naso; né che la gran certosa o il serraglio del Gran Turco
92 GIAMBATTISTA MARINO
racchiuda dentro di sé tante celle, portici, caracoli, vicoletti, bo-
schetti, gabbinetti, aquedotti, fornelli, angiporti, casupule, salva-
robbe, ritirate scerete e latrine, quante ne contengono i meati,
i penetrali e le latebre del vostro naso. Chi vuol vedere la tomba di
Merlino, la spelonca della Sibilla, la grotta delle fate, la piscina mira-
bile, le cento camerelle, con tutte l'altre anticaglie insieme, pongasi
a guardare i ripostigli, le caranfole e le catamelle del vostro naso.
Or che vi par egli della vostra nasagine? non è ella fatta a
pennello? non è ella di buon tacco? Guai a voi se non fusse l'aiuto
del vostro naso caritativo, tra tanti studi che vi convien fare e
tra tanti difetti che porta seco la povera vecchiaia; poiché almeno
quanto più con gli anni la vista vi si è scortata, tanto più il naso
vi si è cresciuto, solo per potersi accommodare il basto degli
occhiali addosso. Ma ditemi: come diavol fate ad appiccargli ben
insù quell'architrave che è cosi largo di gobba? Oh! deve pure
alle volte darvi un grande impaccio, per la sua impertinente e
bestiai grossezza, una si fatta machina nasale; percioché quel con-
trapeso, pendendo innanzi, deve sempre tirarvi la testa al basso,
talché voi fate le facchinerie d'Atlante a reggerlo ritto. S'io fossi
in voi, mei farei fortificare con qualche puntello, o, quando mi
volessi voltare, vi porrei la forcina sotto come si fa ai moschetti
da posta; perché, in caso che cascasse (Iddio ne guardi il mondo),
porterebbe pericolo di far fracasso ne' poli, tremoto nella terra,
subbissare abbissi, sfondar destri, romper qualche fondamento e
metter sossopra l'universo.
Andate cauto, accioché i doganieri e i dazieri non ne facciano
intercetto come di contradivieto. Non v'impacciate con gli ufficiali
della nuova riforma, perché, se per riformarlo vel volessero scan-
tonare, avrebbono la discrezzione d'un pittore che volesse ritoc-
care il Giudicio di Michelagnolo. Abbiate cura che i caporioni delle
strade o i deputati della città, i quali non vogliono che i balconi
si avanzino troppo in fuora, non vel facciano sfabricare. State in
cervello, quando andate al buio ai luoghi communi, di non urtare
in qualche pitale, che sarebbe un peccato se se ne guastasse la
stampa. Sopratutto fuggite, di grazia, i quattro cantoni; perché
quello è un maledetto male che subito alla bella prima s'aventa
al naso, e ritrovando nel vostro tanta materia da afferrare, se ne
farebbe un boccone.
Al campanile di Modona volevano una volta i modanesi far
la guaina. E anche al vostro naso vi consiglio io a fare una fodera
LETTERE E DEDICATORIE 93
da tenervelo talvolta dentro. Una cassetta come si fa alle gioie,
un sacchetto come si fa alle quaglie o una vesta come si fa agli
orinali, accioché lo difenda dal vento e dal sole. La tela non mi
piace per essere troppo leggiera, la pelliccia è troppo pesante, la
felpa è troppo pelosa, il legno e '1 ferro hanno del ruvido, il
muschio, l'ambra e '1 zibetto fanno dolere il capo. Non manche-
ranno guardanasi e conservatoi, se non tanto odoriferi, almeno
morbidi e pastosi. E perché il vostro naso è come la materia
prima, che s'accommoda a tutte le forme, io ve n'ho apparec-
chiato uno che, se l'annaserete, vi parrà molto a proposito, dove
starà fresco la state e caldo il verno; e accioché vi faccia il ser-
vigio più polito, ogni giorno lo vo nettando. La difficoltà sarà
nel calzarlo; ma troveremo qualche ingegno da farvene entrar
tanto che almeno il posolino stia al coverto.
Orsù, siate benedetto e perdonate alla lunghezza del mio scri-
vere, come proporzionata alla lunghezza del vostro naso. Vadansi
intanto a riporre tutte l'altre nasesse e nasobbie, e viva solo il
vostro naso, autentico e badiale, per mare e per terra.
II
Il Pupolo alla Pupola
Signora, io son si fattamente nel laberinto d'Amore che mi
veggo Persio, né per uscirne so ritrovar il Varchi, se la vostra
cortesia non mi fa il Guidoni. Da poi che vi viddi ho perduto
totalmente Petronio Arbitro e dato vòlta a Sennuccio, né leggo
altro eh' il Mattioli, porto del continuo il Ruscelli col Bagnoli
negli occhi, tengo il Fiamma e '1 Martelli nel petto, e ho il Rota
e il Molino dentro il cervello. Bellezze uguali alle vostre non fùrno
mai vedute nel Prisciano. Voi avete Solone negli occhi, il cui
splendore Fulgenzio e Fulgosio rende tutto l'aere intorno Lucilio
e Lucano, con un certo sguardo Falconio che rapisce e ferisce.
Il Tesauro vi sta nella bocca e Lattanzio nel seno. Chi vuol ve-
der Mambrin Roseo, Lucio Floro, Remigio Fiorentino e il Fio-
renzuola, rimiri le vostre guance. Che dirò poi di Pietro Crinito,
dove per sua natura rilucono sempre Diodoro con Eliodoro, senza
gli ornamenti del Pomponazio: io vi dico il Viridario. Ogni volta
che fo il Mirandolano mi par di veder Nicola degli Angeli, onde
g4 GIAMBATTISTA MARINO
mi sento subito il Bardano e il Catena nel cuore e divenir tutto
Flaminio Rubeo; né mai vi contemplo che non mi si mova l'Ali-
carnaseo e non mi si gonfi Pietro Crescenzio. Che vi pensiate poi
che vogli, se non altro che baciarvi il Boccalini, toccarvi Senofonte
e scherzarvi alquanto sul Panciroli e scotervi dalla camicia Luigi
Pulci? Ma se io potessi per una volta metter l'Anguillara nel
Guazzo e far con voi il Cavalcanti o il Calcagnino, non averei
invidia al Paradisi né cambierei il mio stato col Papazoni e mi
terrei per sempre Beatiano e Feliciano. Perdonatemi se io son
troppo Ausonio, perché lo Sforza mi fa aprire il Boccaccio a dir si
fatte cose, le quali so che non hanno del Bonarelli.
Voglio descrivervi la mia persona. In quanto alla statura, non
son Quinto Curzio né Dionisio Longino, non ho del Summo né
del Brevio; ma ancorché non sia Celio Magno né Valerio Mas-
simo, con tutto ciò non son neanche il Piccolomini. Quanto alla
proporzione, non son né Macrobio né il Grasso. Quanto al colore,
se non ho il Rossi e '1 Bianchi nella faccia, non son però neanche
messer Brunello. Ne' capelli, se non vi ho il Biondi, né vi ho
però il Negri: il simile vi dico del Pelo, percioché non tiro al
Barbuto né al Barbazza. Né son Seneca, ma Giovenale; non Stra-
bene né Zoppio; e insomma tutti li miei membri hanno tanto del
Belloni che ninno può far loro il Tasso; e sono il Poliziano, e
sopra la mia persona non trovarete il Magagnati. Son Ingegnerò
e, quello che più importa, non mi manca l'Ongaro né il Paoli
né '1 Scarsella, e per grazia di Dione non vo mendicando il Pani-
garola.
S' Amore sarà Equicola, Giustino e Giustiniano, so che non
mancherete di Donarmi dopo tante tempeste un Svetonio Tran-
quillo; e se ciò farete, io vi prometto di esser non solo Benti-
volio ma il Tacito. Ma oimè! che avete il cuore Petrarca e l'anima
Marmila, e séte tanto crudele che parete allevata nel Parabosco
o nel Grotti e ch'abbiate conversato col Tigrini, col Leoni e con
l'Orsi e Lorieni. Ben vi giuro per Dioscoride che, se il Fortunio
mi sarà in contrario che non vogliate risolvervi di farmi Pomponio
Leto e che mi diate per vostra grazia il Bandelli, io, per mostrarvi
che sono amante Fidenzio e nel portarvi amore Stazio e Constanzo,
sarò constretto di montare su lo Scaligero e farmi stringere lo
Strozzi dal Boiardo e rimaner in aria con Pendasco. Cosi questi
ocelli miei, che son ora Luciani, diverranno Claudiani e sarò
Martirano d'Amore.
LETTERE E DEDICATORIE 95
E con questo fine, per non far troppo il Strapparola e non
esser nel mio scriver Longalio, vi do il Bonanni e vi lascio col
nome di Gesualdo.
Ili
La Pupola al Pupolo
Deh, che vi venga il mal della Sirocchi ! E non vi vergognate
voi di dirmi che vorreste scaricarne il Dolce nel Pignatelli e con
essa meco far il Montano e '1 Montanaro? Le vostre parole mi hanno
fatto venire il Rabbia, che mi fa ancora il Rodigino nel petto.
Voi séte troppo Ruzzante e pizzicate dell'Aretino, e mi pare che
abbiate del Porcacio e del Boezio a scrivermi si fatte cose che
non me le averebbe scritte il Villani. Se vi dà fastidio l' Erizzo,
perché non leggete Menandro e Menalippo; se volete mortificar
Cameade e mollificar Durante, consignatelo al Manuzio e di-
verrà Calepino. Cosi vi fosse egli Mozzarelle e Mozzenigo, e vi
venissero il Gatti e il Gatteschi adosso al Coiacio, come, quanto
alla grazia mia, voi non séte né '1 Leggiadro né '1 Gentili. Da
oggi avanti non mi cavate più il Capello, non mi fate più il Gi-
raldi intorno alla Casa, né il Cantalicio intorno al Porta; e se ta-
lora vi passate, studiate pur Properzio col Corso e con lo Speroni,
se non volete sopra il Testi il Petraccio. Non occorre far il Marziale
né il Caporale e bravare come se foste l'Achillini o il Rinaldi.
Cavatevi il Grillo fuori del Capaccio, altrimenti il Mazzella sul
Costo o il Mazzoni sul Bracciolini vi sarà Dante di un colpo tale
che non sarete mai Guarino; onde invece d'un Fontanella di
pianto verserete un Marullo e un Marone di sangue. Che m'im-
porta che voi per volermi il Beni date spacio al Vitali e al San-
vitali, e che facciate il Peranda e che diventiate il Pocaterra, pur-
ché il mio onore non resti Macchiavello? Ma, a dirla, voi non
avete il Prudenzio e séte più tosto il Malagneta che il Savio. Per-
ché, s'aveste Salustio o Salinero nel Zucchi, insieme con la Lettera
mi avreste mandato il Doni e '1 Donato, e presentatomi Orosio
con l'Argentone, overo il Vellutello con il Cotta e Guarnello, o
almeno il Capponi; e allora averei detto che siete il Ricchi, il
Riccarolo e Riccobono, e che avete del Patricio e dell' Imperiale,
e sareste stato il Benvieni, il Benvenuto e il Benamati. Chi vuol
96 GIAMBATTISTA MARINO
esser l'Ammirato e il Caro bisogna che facci il Giovio e il Cor-
tese. Senza Cassiodoro non si può far il Clavio. Pensate forsi d'es-
ser il Franco o andarvene Villifranchi? So il costume degli uo-
mini; i quali, dipoi che hanno fatto il Fregosio, hanno le donne
nel Colenuccio. Averci ben del Pazzi a lasciarmi attaccare il Bat-
taglio alla Campana e far Cornazano mio marito senza Lucrezio.
Ora io qui fo Pausania, né voglio darvi altro avertimento se
non che siate Castiglione, Castelvetro e Castelletti. E con tal fine
bacciandovi le mani vi raccomando a Diogene, e state Sanazzaro.
II
ALCUNE LETTERE AL MARINO
O INTORNO AL MARINO (')
I
Girolamo Preti al cavalier Marino
Lodi.
Io vorrei che dal signor Parco o da questa carta fusse rappre-
sentata a V. S. la devozion mia verso lei cosi vivamente come
io la sento nel cuore. Ma l'affetto con cui riverisco la sua persona
è giunto a tal segno di tenerezza e di sincerità, ch'io diffido ch'egli
possa mai bastevolmente esserle significato né dalla lettera mia
né dalla voce altrui. Però vorrei che cotesto ingegno di V. S., il
qual si è inalzato ormai sovra i confini umani, si sollevasse anche
ad imaginarsi una straordinaria affezione quanto maggior può ca-
dere in petto più che umano; e quando Ella avesse figurato tra
sé un amore eminente e ideale, allora credesse fermamente d'aver
veduto per contemplazione quel cordialissimo sentimento che io
ho di lei. Intanto ho voluto darne questo saggio a V. S. per sup-
plicarla a credere ch'Ella non ha il più sviscerato servidore di me;
della qual verità Ella resterebbe persuasa se sapesse la publica
professione ch'io fo, dovunque mi sia, d'essere parziale del suo
nome, adora tor del suo ingegno, celebrator della sua gloria e direi
difensore de' suoi scritti, se non ch'essi hanno ormai superata l'in-
vidia e trionfato della malignità.
Io, per aprire ingenuamente il mio senso, quanto più son ve-
nuto avanzandomi nell'età, tanto più ho conosciuto che i compo-
nimenti di V. S. avanzano i segni ordinari degl'ingegni mortali
e ch'Ella ha posti gli ultimi confini alla lirica poesia. Dirò an-
che dell'eroica infallibilmente, quando Ella avrà sodisfatto alle
(i) Per le lettere dell'Achillini e dello Stigliani al Marino si veda nella se-
conda e terza parte del presente volume [Ed.].
G. B. Marino, C. Achillini e G. Preti, Lettere - w. 7
98 GIAMBATTISTA MARINO
promesse che ha fatte al mondo di dover publicare i suoi epici
componimenti, co' quali tengo per fermo che, secondo le propor-
zioni degli altri suoi scritti, Ella sia per superar la proporzione
degli altri scrittori. Parlo degli scrittori non solamente di questa
ma anche delle lingue antiche, i quali (cosi soglio dir sempre), se
potesser vedere gli scritti del signor Marino, io mi fo a credere che
gli scritti loro tanto meno piacerebbono a loro stessi quanto più
piacevano a' loro secoli. Conosco ch'io parlo arditamente cosi ora,
come son solito di far sempre nelle domestiche conversazioni ; ma
voglio più tosto dir ciò eh' io sento che tacer quello che mi par
che V. S. meriti. Al rimanente, egli pare che ora nell'Italia o
gl'ingegni languiscano o gli studi della poesia intepidiscano, non
so per qual costellazione o sciagura di questi tempi. So bene eh' io
per la mia parte m'astengo dallo scrivere, non per altro se non
perché l'opere di V. S. mi sgomentano si fattamente ch'io soglio
dire esser temerità il por mano al mestier del poetare, il qual fu
sempre malagevole per l'eminenza dell'arte ed ora è temerario per
la sublimità del paragone. Egli è vero che questi giorni addietro fu
ristampato il mio libretto con alcune giunte, e non manca tuttodì
qualche altro scheccheratore. Ma conosco in verità che l'ombre
mie e altrui non vagliono ad altro che a fare spiccar maggiormente
il lume della gloria sua. Tutta l' Italia aspetta con disiderio grande
V Adone, del qual poema mi fùr dette in Roma gran cose dall' il-
lustrissimo e reverendissimo signor cardinale Ubaldini, e io ho
seminata per tutto la testimonianza ch'egli a me ne fece. Onde
l'aspettazione universale è grande, ma se ne sperano gli effetti
molto maggiori. Priego intanto V. S. a voler gradire questa qual-
sisia dimostrazione d'osservanza mia verso lei, attribuendo questo
ufficio all'affetto mio, il qual non può esser soverchio dov'egli ha
proporzione con tanto merito. Gli amici, la città, l'Italia invidiano
la persona di V. S. a cotesto cielo; senonché andiamo sofferendo
questa lontananza con la consolazione che abbiamo degli onori
ch'Ella riceve dalla magnanima grandezza di cotesto re.
Col qual fine il signor Achillini, parzialissimo ammiratore di
V. S., insieme meco le bacia affettuosamente la mano, e preghiamo
il signor Iddio che la conservi lungamente per ornamento alle
lettere e per gloria del nostro secolo (i).
Di Bologna [1620].
(i) Per la risposta del Marino a questa lettera si veda nel primo voi., p. 249 [Ed.].
LETTERE E DEDICATORIE 99
II
Onorato Claretti al cavalier Marino
Discorre di una raccolta, della Strage degli innocenti e delle Lettere.
Non ho cosa a trattare con V. S. che sia di suo servigio, per-
ché Ella non mi comanda cosa alcuna; né men novelle da darle,
perché mi vivo alla scioperata e lascio correre dodici denari per
un soldo. Ciò che ho da dirle, riserbando i convenevoli per un'al-
tra volta, è che '1 serenissimo prencipe Tomaso ha voluto ch'io
onorassi del suo nome la raccolta e che per ogni modo la faccia
stampare: e perché mi sono preso tempo all'esecuzion de' suoi
comandamenti fino alla licenza di V. S., che v'ha tanta parte e
dee esser posta per capo, allegando per iscusa della tardanza
l'ordine avuto da lei di non lasciarle uscire senza l' ultima sua
correzione; S. A. ha perciò voluto farne far copia e mandargliele,
accioché, limandole ove più le aggrada, le rimandi poi quanto
prima, per la perfezione dell' impresa. La copia è fatta dal signor
Antonio Gandulfi, segretario del duca e persona intelligente, che
compone qualche sonetto, come da' qui alligati, fra' quali ve n'ha
uno in lode di V. S., potrà vedere. Riman ch'Ella mi liberi dal-
l'obligo, eh' io non posso più sostenere senza offesa di tanti
valentuomini che v' han parte, e con la pronta spedizione mi
rimetta il discapito che ho fatto, con pregiudizio della mia ripu-
tazione appresso chi ha notizia del pensiero, per colpa sua. Di
questo la supplico quanto più affettuosamente ed efficacemente
posso e, s'Ella se ne contenta, d'un paio di dozzine di quelle
del signor cardinale Bentivogli e del signor Girolamo Preti ; mentre,
col solito desiderio e obligo di servirle, le bacio le mani e nella
sua buona grazia mi raccomando.
Di Torino, a' 15 di luglio 1624.
P. S. — La scongiuro dell'originale della Stragge degViìino-
centi, che si potrà rimettere al signor Carlo Antonio Caissotti mio
cugino. Loderei a V. S. che facesse vedere le sue Lettere al mae-
stro del sacro palazzo e che le facesse sottoscrivere con la sua
correzione e sigillare del suo sigillo, perché nelle burlesche questo
inquisitore non abbia a far delle difficultà, ed Ella potrà costi
difender la causa sua di presenza in questo particolare.
lOO GIAMBATTISTA MARINO
III
Giovanni Francesco Busenello al cavalier Marino
Loda l'Adone.
U Adone, nuovo miracolo della sopraumana virtù di V. S., è
capitato a Venezia nella libraria de' signori Giunti in mano del
signor Giacomo Scaglia, non solo per indorare queste stampe, ma
perché dalla più bella città ch'abbia la terra esca il più bel poema
che sia stato composto giamai. E veramente da questi felici mari
dovevano uscir le perle che tolgono il pregio all'Oriente.
Questo Adone, che ha ritrovato nella città gli animi conci-
tati dalla fama e innalzati dall'aspettazione, ha fatto veder chia-
ramente che le sue maraviglie cominciano la salita da quel segno
a punto ove terminava l'ascesa dell'espettazione e della fama.
Onde gl'ingegni non sono caduti dall'eminente estimazione ch'ave-
vano; anzi ha bisognato che da loro si studi ogni via per salire
dal sommo del concetto e della stima al ^oprasonimo dell'elfetto
e del vero.
Ma come sono insoliti e strani gli affetti commossi da tale
composizione in chi l'ha letta, cosi doverebbe l'espressione mia
aggiustarsi in qualche maniera al motivo dell'animo con che la
detto; accioché la penna, organo sesto dei sentimenti umani, non
riuscisse rincrescevole a se medesima, accorgendosi che i suoi
scarsi modi sono più tosto di dettrazione che di lode a cosi pre-
zioso componimento.
V. S. con felicissima vena va spiegando alcune delizie del
dire che fanno brillare il cuore a chi legge, né vi è stanza in tutto
il poema che non tragga a sé con mirabile allettamento l'animo
di chi si sia. E come talvolta mirando le stelle non è possibile
affissar tanto l'acume degli occhi in una, che l'altre col scintil-
lare non ne divertiscano i raggi nostri visivi, tanta è la frequenza
e il numero di quegli oggetti luminosi; cosi non è possibile ri-
flettere tanto con la mente sopra una delle stanze predette, che
le altre, disgregando i pensieri, non ne interrompano la speco-
lazione. Egli è ben vero che tale interrompimento non scema il
gusto a chi legge e non diminuisce la gloria delle cose lette, e
bisognerà far voto alla natura che disponga a' nostri sensi organi
migliori, per non tradire in un tempo istesso il libro e l'intelletto
LETTERE E DEDICATORIE lOI
di chi l'osserva con la incapacità del veicolo. Che veramente troppo
sconcia cosa è che il raggio puro, trappassando per un cristallo
macchiato, deturpi l'oro finissimo de' suoi splendori.
Io ammiro in particolare l'uniformità dello stile che, sempre
assorgente e vivace, non mai debole o tenue, specchiando se stesso
in sé proprio, rifulge nella perpetua similitudine di tutte le sue
parti.
Ha ogni ottava nella chiusa l'uncino d'oro che connette con
la seguente; e ciò si vede seguire con tanta maestria e con si
architettonico intendimento, che non vi sa che trovare la menda,
che ..apporre l'invidia, che censurare la pedanteria.
/Il latte de' versi, la manna delle frasi, il nettare delle parole,
l'ambrosia dell'invenzione apparecchiano si lauto convito, che
Adone medesimo invece di Ganimede ne è prelibato coppiere.
Hanno le rime un'agilità che, recitate, non toccano la lingua;
ascoltate, non istancano gli orecchi; lette, innamorano gli occhi;
cantate, beatificano la musica; e l'anima vorrebbe esser tutta me-
moria "per rubbarle alle carte.
E per dirne il mio senso, meglio sarebbe che si pregiate cose
si lasciassero alla posterità di tempo in tempo per tradizione, che
farle communi con altri libri col mezo dell' impressione. j'Corre
il verso con pie spedito e leggiero e cosi ben condotto di periodo,
cosi ridondante di sillabe, cosi armonico di numero, cosi appo-
sitamente accentuato, cosi perspicuo nella struttura, cosi adequato
nel metro, cosi eccelsamente sostentato, e insomma amoreggia
seco medesimo con delicatezze in modo singolari, che, se le carte
avessero sentimento umano, languirebbono di dolcezza sotto gì' im-
pronti di cose si belle e gentili.' L'invenzione è in gara con
l'espressione e contendono di eccellenza e di finezza; ma perché
il giudice si suppone per ordinario più nobile delle parti, resta
la controversia indecisa, poiché non vi è perspicacia d'ingegno
che non resti da queste altissime altercanti superata. I concetti
sono sparsi per il poema con tanta profusione e con tanta ric-
chezza che, leggendone io in ogni linea non che in ogni stanza,
mi raffiguro vedere un quadro ove il pennello di Tiziano abbia
effigiato quei garzonetti ignudi, i quali a par con l'alba sorgente
versano a diluvio per l'aria i più odoriferi e i più vaghi fiori.
Vuole Platone che i poeti niente possano cantare se prima non
sono alienati dai sensi e non hanno fatto la conversione dell' in-
telletto in mente. Ma a V. S. basta lo spirito del proprio genio,
I02 GIAMBATTISTA MARINO
poiché Ella non è informata ma purificata dalla sua propria anima;
la quale, quasi machina delle più peregrine idee, trasmette nelle
forme sensibili delle opere sue cose da lodarsi con venerazione e
con silenzio.
Tutti i curiosi di questa città cercano V Adotie, e ritrovatone
un canto, non dirò che paiano api intorno le rose, ma più tosto
di quelli che in una ricca miniera non solo trovano le vene del-
l'argento e dell'oro ma, tra cumoli di margherite e abissi di gemme
confusi, non sanno quali prendere e quali lasciare. ÌCresce la poe-
tica elocuzione fino al colmo nella spiegatura d'ogni pensiero, /
l'arte s'insuperbisce nella persona che la maneggia, la simetria
dell'ordine e la distribuzione de' luoghi soprafanno la sodisfazione
degl'intendenti. E se fosse vera l'opinione degli ebrei, che nei
caratteri e nelle zifre si racchiudessero le forze magiche, io direi
che i caratteri tutti di questo Adone fossero gli alfabetti d'Egitto
o le figure di Ermete, poiché le cose mirabili operate negl'ingegni
da questo libro vagliono a comprobare effetti sopra natura por-
tentosi e inauditi.
lo parlo per bocca di chi più sa. Chi non ammira V. S.
non intende di rime, chi non loda le sue poesie non ha cogni-
zione del buono, chi non le assegna la corona d'alloro sopra tutti
i poeti o è ignorante o è maligno.
V. S. si è collocata in un posto di dove le machine de' male-
voli o le armi degli Aristarchi non possono disloggiarla, mentre
la gloria stima di sua propria riputazione il circondare le tempie
a si divino poeta, il cui nome farà degli anni quel che fa delle
tenebre il sole.
Consenta Dio che la vita di lei allunghi il suo corso in per-
petuo, che ben ragione sarebbe che non mai incanutisse nell'età
chi non fu giamai giovane nella maturità del senno. Ma viverà
dopo la serie di tutti i secoli la fama di tanto uomo; e quei giorni,
che saranno rapiti alla natura e alla vita dal fato, saranno com-
pensati in tante olimpiadi di gloriosa rimembranza, e sarà il
signor cavalier Marino nelle opere sue ereditaria delizia delle me-
morie in ogni giro di secoli all'avvenire. Nasceranno i posteri a
celebrare un si sublime poeta e invidieranno le vite nostre, che
pur godono l'onore d'aver in una stessa età da un'aria medesima
il fiato commune con V. S.; e protesteranno quelli che saran dopo
noi, che volentieri cambiariano le loro vite con le ceneri nostre,
per aver partecipato della ventura di conoscere V. S. e di godere
LETTERE E DEDICATORIE I03
il secolo fatto d'oro dalla inesausta perennità del suo eminente
ingegno.
Le sue lunghe e agitate peregrinazioni non hanno potuto inter-
porre ostacolo tra la penna e la carta né impedimento tra i ca-
ratteri e le intenzioni. Ella, come Biante, ha sempre portato dentro
a se medesima tutti i suoi beni: e la fortuna, incredula forse a
quanto decantava la fama di V. S., ha voluto mandarle i disastri
per far vedere il miracolo della prudenza in lei, che ha riformato
i fulmini della sorte in istromenti della sua propria gloria; overo,
si come il cane si serve del dente per offesa all' inimico e lo ado-
pera anco accarezzando il padrone lievemente mordendolo per
lusinga, cosi la fortuna con il morso de' suoi sinistri ha voluto
mostrare di esser serva anch'essa della virtù di V. S. e si è ser-
vita contro di lei degli aculei e dei denti più per blandizia che
per ingiuria. Ma come si sia, la superata fortuna è il più illustre
trofeo che onori il carro al trionfo della virtù: e si come gli usi,
venerandi ancora dopo tanti anni, dell'antica e augusta Roma col-
locavano sopra il plaustro de' trionfanti il più mendico uomo che
si trovasse e lo facevano sedere appresso il trionfatore; cosi l'in-
vidia degl'ingegni falliti sarà negli applausi di V. S. una mendica,
tutto in augumento delle sue palme, e splenderanno più appresso
i carboni, i diamanti.
La Francia ha goduto lungamente le dimore di lei, la Italia
ne ha sospirata la lontananza. Questa beata parte del mondo non
doveva più lungamente rimaner destituta dalla presenza di V. S.:
bisognava che il corso del sole per il zodiaco facesse il suo natu-
rale trappasso per queste case ancora; ma perché non si viene a
Venezia, onde si vegga dopo il gaudio di tanti segni anco in leone
il sole? Ma, non venendo Ella, mandi pure a suo nome le opere
illustri della sua purgatissima penna o, per meglio dire, le Minerve
uscite da quel celeste ingegno che tanto sa sopra tutti gli altri.
Parerà strana cosa a V. S. che un uomo ignoto a se stesso,
come son io, si sia lasciato dalla licenza tant'oltre portare che
abbia osato por bocca nelle lodi di lei. Ma io la supplico a com-
piacersi che '1 mio inchiostro onori se medesimo e che quest'ar-
roganza, la quale si allontana certo di lunga mano dal vizio, mi
conservi la tanto bramata amicizia di V. S., della quale fan tanta
stima oggidì i re e i gran signori.
Io da quest'ora le fo libera rinuncia del mio cuore e del mio
animo e me le costituisco parzialissimo; e se le mie scritture col
I04 GIAMBATTISTA MARINO
favore del cielo valeranno a porsi in sicuro dal tarlo dei giorni
e dal verme degli anni, il corrosivo de' quali distrugge tutte le
cose, respirerà il mio nome col fiato delle lodi di lei.
Dio ottimo massimo le conceda sempre cosi favorevole fortuna
come le ha donato eccellente virtù, e la preservi per celebrata
maraviglia de' nostri tempi, accioché tutti i poeti restino senza
colpa, ammirando nella persona di V. S. un nuovo Apollo che
avanza con la verità delle sue preeminenze le favolose preroga-
tive dell'antico. E per fine le bacio affettuosamente le mani.
Di Venezia [1624].
IV
Antonio Bruni al cavalier Andrea Barbazza
Manifesta il suo dolore per la morte del Marino.
(Da una lunga lettera premessa alla Ghirlanda: si veda più sopra, p. 74).
Nel medesimo punto ho lettere da Napoli del nostro signor
cavalier Marino e da Roma di V. S. In quelle s'accusa la ricevuta
d'alcuni squarci déìV Elo£-io che compongo per l'Altezza serenis-
sima di Francesco Maria Feltrio della Rovere duca di Urbino,
discorrendosi sopra alcuni particolari appartenenti a tal poesia; e
in queste ricevo avviso della morte del signor cavaliere. Io resto
fuori di me a si dolorosa novella, la quale quanto mi arriva impro-
visa tanto mi si fa sentire più spiacevole. Ma come ricever sue
lettere e nuova insieme della sua morte.? Se io non legessi la data
delle prime scritte a 12 di marzo e delle seconde a 5 d'aprile,
non potrei darmelo a credere. E pur è necessario che a marcio
mio dispetto il creda e che con lagrime di sangue il pianga in-
consolabilmente, perché all' Italia s' è oscurato l'ornamento delle
lettere, alla poesia toscana è mancato l'ApoUine de' nostri tempi,
agli amici è tramontato lo splendore dell'amicizie; e a me fra gli
altri vien tolto chi co' termini civili d'un perfetto amore mi sti-
molava all'obligo di un affetto singolare, e con la viva voce e con
l'opere maravigliose m'allettava con una soave violenza al debito di
una straordinaria devozione. Dispiacemi solo che, per la disugua-
!^lianza dell'età e per esser egli molti anni dimorato nel servizio
del re cristianissimo, non abbia potuto goderlo lungamente; poiché
in tutto lo spazio di un anno che ebbi seco stretta pratica in Roma,
LETTERE E DEDICATORIE I05
prima ch'egli si ritirasse alla patria e io passassi a questa corte,
si può dire che la nostra amicizia incominciò e fini subito per la
morte eh' è seguita di lui, con tanto danno della lingua italiana
e dispiacere di chi più riveriva cosi prodigioso intelletto. Pure
conserverò sempre cosi intatta la riverenza che debbo a' suoi scritti,
si come puri e gloriosi viveranno registrati negli annali dell'eter-
nità
Urbino [1625].
V
Giambattista Baiacca a Gasparo Bonifacio
Descrive le cerimonie funebri fatte dagli Umoristi in onore del Marino.
Aggiungo agli altri il presente avviso degli onori che questi
signori accademici Umoristi hanno fatto al cavalier Marino di fe-
lice memoria, per accrescer a V. S. la consolazione e per soddisfar
anche a questo debito che mi resta verso di lei. La nobiltà di
questa accademia degli Umoristi, che tuttavia fiorisce di lette-
ratissimi soggetti, a voi già è nota. Come presuppongo che ben
sappiate che sempre si fa in casa del signor Paolo Mancini, cava-
lier romano, dove saranno venticinque anni appunto, per quel
che mi ha detto fra gli altri il signor Enrico Falconio, uno de'
fondatori di essa, che ebbe il suo principio e che ora ne è principe
il signor don Carlo Colonna, signore di spirito tanto vivace che
in questi anni della sua gioventù mostra di voler più tosto emu-
lare che imitare li suoi gloriosissimi precessori.
Domenica passata adunque, del sette corrente, furono cele-
brate al già cavalier Marino da detti accademici le solenni ese-
quie, le quali, e per l'apparato sontuoso e per la varietà delle
composizioni fatte e recitate in sua lode, furono certamente ri-
guardevoli.
Erano le pareti della sala dell'accademia tutte vestite di panni
pavonazzi : e in faccia alla porta principale, per la quale si en-
trava, a diametro rispondeva un elogio, ornato da' lati di belle e
all'azione mesta proporzionate pitture, e di sopra, come per fronte-
spizio, dell'arma del cavaliere; in modo che altri appena avea posto
il pie sulla soglia che l'occhio era tirato a leggerlo. E però non
lo posso io preterire o trasportar altrove, ma voglio che voi an-
cora lo leggiate qui.
106 giambattista marino
Eqviti Iohanni Baptistae Marino
POETAE svi SAECVLI MAXIMO
CVIVS MVSA E PARTHENOPEIS CINERIBVS ENATA
INTER LILIA EFFLORESCENS
REGES HABVIT MAECENATES
CVIVS INGENIVM FAECVNDITATE FELICISSIMVM
TERRARVM ORBEM HABVIT ADMIRATOREM
ACADEMICI HVMORISTAE
PRINCIPI QVONDAM SVO
PP.
A canto all'elogio a man diritta si vedeva in un quadro grande
ritratto il cavalier a sedere in atto di studiare; pittura fatta dal
signor conte Francesco Crescenzio, fratello del signor cardinal
Crescenzio, tanto al naturale che per la viva espressione del poeta,
si come è e sarà sempre degna da esser ammirata anco dagli stessi
pittori, cosi da chi recitò l'orazione meritò l'autore d'esserne pu-
blicamente commendato e cognominato « romano Apelle ». A mano
manca, vicino pur all'elogio, era posto un altro quadro, ritratto
del cavalier Guarino, che fu anch'esso principe dell'accademia.
Di qua e di là dai ritratti, presso ai canti o angoli della sala, per
compito ornamento di quella facciata stavano con proporzionata
distanza attaccati due quadri dipinti a chiaro e scuro, e quattro
altri simili (cerchiati e fregiati tutti sei, in cambio dì dorate cor-
nici, di ramoscelli uniti e legati insieme di lugubri cipressi) nel-
l'altra parte rincontro a questa si miravano. In questi quadri di
assai notabil grandezza venivano rappresentate diverse virtù, cioè
la Vigilanza, l'Invenzione, la Poesia, la Fama, l'Onore e la Re-
torica, s'io non erro; nelle quali è stato segnalatissimo il Marino.
Ed erano per l'eccellenza della pittura molto pregiati, poiché
li due primi sono di man di Giovan Battista Vallesio, la Poesia
del Baglioni, la Faina del cavalier Giuseppe d'Arpino, V Onore
del cavalier Pomarancia e la Retorica del Lanfranco; pittori in
Roma della prima classe e de' più celebri che abbia oggidì l'Ita-
lia, e che in virtuosa concorrenza con queste lor opere hanno
cercato di mostrar il lor valore e ombreggiare la stima che del
cavalier Marino, vero ed eloquente pittore, ciascun di essi faceva.
Girando poi l'occhio, areste da una banda veduto l'impresa del-
l'accademia, il cui corpo figurato è il mare e una nube che gli
ha tratto l'umore versante, e il motto dice « Redit agniine dulci»;
LETTERE E DEDICATORIE I07
e dall'altra due bellissimi quadri, uno di san Gregorio Magno protet-
tore dell'accademia, e l'altro di una donna o dea nella quale artifi-
ciosamente si esprime la stessa accademia. E questo è opera nuova,
fatta a posta per le esequie dal Sementi, pittor anch'egli famoso.
Il luogo fu pieno di gente concorsavi d'ogni sorte, ma fu ono-
rato poi della presenza del signor principe Maurizio cardinal di
Savoia, gran mecenate di virtuosi in questa età, de' signori duchi
di Alcalà e Pastrana, ambasciatori del re cattolico (se bene questi
stessero in disparte e come non conosciuti), e di buon numero di
vescovi e altri prelati e signori, come de' monsignori Querengo,
Ciampoli, Lauro, Candido, Mascardi, Alessandro Tassoni, Ridolfo
Boccalini e altri di questa tacca d'uomini.
Tale fu l'apparato, che invero destava negli animi dolor e
compassione infinita, percioché per mezzo di esso si rinovava la
memoria della perdita di si grand'uomo; onde areste anche sen-
tito nel mormorio della moltitudine fra dolenti voci le commen-
dazioni del cavalier Marino, e a deplorarsi da alcuno la sua morte
con simili parole:
Or piangi, Roma, e tronca il lungo crine;
piangete, logge...;
dappoiché quella rea che '1 mondo sgombra
fa di si cari pregi empie rapine.
Ma non perdiamo il filo. A questa nobilissima raunanza espose
il signor Girolamo Rocco da Cosenza con elegante orazione le
lodi del poeta, diffundendosi, per le azioni, vita e morte di lui,
quanto era di mestieri e conveniente al luogo, al tempo e all'espet-
tazione di chi le sentiva. Finita l'orazione, il signor Antonio
Sforza da Monopoli discorse latinamente, con un dir affettuoso e
ardente, sopra il problema proposto: Perché gli aniicki tie' mor-
tori si tagliassero li capelli. Sopra il quale doveva discorrer anco
il signor Girolamo Brivio, uno degli assistenti dell'accademia; ma,
restando da leggersi le composizioni, non vi fu tempo. Mi ha
però egli favorito d'una copia del suo discorso; e io la mando a
voi accioché lo gustiate leggendolo, come ho gustato io quello
del signor Sforza sentendolo. Dopo il discorso del detto signor
Sforza il signor conte Giuseppe Teodoli, pur assistente, e il me-
desimo signor Brivio lessero quegli un sonetto e questi un ma-
drigale, seguendo altri a recitar altri componimenti, vari elogi,
epitafi, sonetti e madrigali; e furono li signori Domenico Benigni,
Io8 GIAMBATTISTA MARINO
lo Sforza or ora mentovato, Pier Francesco Paoli, segretario del
principe Savelli, Ferdinando Adorni, Stefano Marino, Giacomo
Camola, Decio Mazzei, Giulio Cesare Valentino, Francesco Maia
e forse alcun altro che a me non sovviene. E cosi furono termi-
nate le esequie, con molta consolazione di tutti gli amici del vo-
stro divin Marino.
Della qualità delle composizioni io non vi dirò altro, né starò
a farne il giudice, non essendo cosa da me, né a me possibile,
come suol esser sempre pericolosa. A noi basti, signor mio, di
poter affermare che sono state fatte dagli accademici Umoristi in
loda del cavalier Marino e alla presenza di principi grandi e di
signori in lettere eminenti, per concludere senza fallo che fossero
tutte eccellentissime.
Io vi ho fatta questa relazione, perché non possiate dolervi di
me che non vi abbia avvisato di ciò che è succeduto in questa
materia a voi tanto cara. So che è storpiata; ma, mentre è conforme
alla possibilità del mio ingegno e alla poca commodità del tempo
che mi è avvanzato oggi per me, doverete scusar la sua imper-
fezione e gradir la sincerità di essa e dell'animo mio devoto. Con
cui vi abbraccio e vi prego somma felicità.
Di Roma, li xi di settembre 1625.
VI
Giovanni Francesco Busenello al signor Giacomo Scaglia
Invia copia della lettera scritta in lode deW Adone.
Signor compare, voi mi obligate a mandarvi copia della let-
tera eh' io scrissi già alcuni anni al signor cavalier Marino, mentre
egli si trovava in Roma prencipe dell'academia degli Umoristi.
Ve la mando volentieri, tutto che molti rispetti mi persuadano
a non mandarla; perché, essendo questa tutta ripiena delle laudi
d'un poema tanto biasimato in libri stampati già, pare eh' io vo-
glia mentire l'opinioni altrui, tutto che maturate nella canicie di
chi le sostenta. Si aggiunge che il mondo, imbevuto forse che
questa lettera sia stata scritta dal Marino stesso a se medesimo,
come pure bestemmiano le stampe dei libri predetti, parerà ch'io
mi voglia appropriare le cose d'altri. Ma nondimeno voglio che
in me prevagliano le vostre instanze ad ogni altro riguardo, per-
ché io mi fido nella verità e delle laudi e della lettera, scritta da
LETTERE E DEDICATORIE IO9
me con penna tinta negl'inchiostri di un cuore stupido all'immen-
sità impercettibile di quel sublime ingegno. Passeranno i secoli
prima che il mondo ottenga da Dio un simile al Marino; e alla
dolcezza di quello stile, alla proprietà di quelle voci, alla felicità
di quelle rime, stentino e ranchino i maligni quanto possono, non
sono per arrivar mai.
E' ci vuol altro che il compasso che misuri i membri al punto
matematico, la bilancia che pesi gli atomi, l'alchimia che distilli
il niente, e la chimera che anatomizi gl'istanti. E l'importanza
non consiste in formar processo per inquisizione sopra il poema
d'un defonto e mandar il quattro avanti l'uno, preposterando
l'ordine ai numeri e ai libri, e far esaminar testimoni che la fatica
era fatta avanti l'anno di Melchisedecco. E la prova delle cose
non vale con dir: — Questo è mio parto, ma il manoscritto era a
Napoli in mano di uno che è morto; — Il cibaldone si è smarrito; —
Il Sissa fece; — Il Vannetti disse; — Il conte Fortuniano non è
conte; — Don Lorenzo Scotto non fece le allegorie; — Le sentenze
di Marziale sono false. — Insomma questi fiscali della pontualità,
questi riformamondo, questi Copernici della poesia, che inchio-
dano il sole e fanno ballar la terra sopra la corda, a me punto
non piacciono. Ma voi, compare, nascondete questa lettera, accio-
ché i trascorsi della mia confidenza con voi non mi facciano trovar
brighe, perché io protesto di non volerla con alcuna persona del
mondo e molto meno con i gabellieri delle come e dei punti,
mentre io onoro tutti e riverisco tutte le opinioni.
Intanto, se voi mi apparecchiaste un Lucrezio di buona stampa,
dareste l'anima ad alcuni miei scritti, perché la prima con le prossi-
me seguenti stanze dell'Adone, tanto vituperate, circa l'invocazione
né pagana né cristiana, sono cavate con delicatezza esquisita dal
principio del medesimo Lucrezio, se però la memoria non m'inganna.
Stazio, Apuleio, Luciano e quegli altri galantuomini dal buon
secolo, che vi mostrai postillati, dormono da molti giorni in qua,
né credo risvegliarli più per adesso, perché infatti il fòro è un
tiranno dell'ore e dell'arbitrio. Sarò a voi posdimani e parleremo
con più commodo. Mi raccomando all'amore e alla grazia di voi,
a cui consacro tutto me stesso.
Di Padova [1627].
II
CLAUDIO ACHILLINI
CARTEGGIO
I
Al signor...
Difficoltà che s'incontrano a Roma per far fortuna.
Io sono in Roma, e sento disgusto estremo che gli uomini
per eccesso d'amorevolezza abbiano conceputo qualche espetta-
zione di me, e che in un certo modo con l'onor mio non posso
restare nel mio stato, si perché venni solo qua per vedere e
poi tornarmene a leggere, si anco maggiormente perché, volendo
restare, so che in modo alcuno non posso farne riuscita. Ed
eccovi le raggioni.
In Roma s'arriva a qualche grado di grandezze per quattro
mezzi: per splendore di sangue, per danari, per fortune, per
fatiche. Per splendore di sangue saliscono a' cardinalati tanti
personaggi di stirpe ducale, regale e di tante altre famiglie illu-
strissime, come alla giornata si vede. Questo mezzo, per medio-
crità dello stato mio e della mia fameglia, da me viene escluso. —
Per danari in due modi : o col potersi mantener in Roma in
casa orrevole, con cocchi e servi, entrando in prelatura; o col
comprare uffici, come chiericati di Camera, uditorato della Ca-
mera e tesorierato. E questa strada purtroppo dalla tenuità delle
mie fortune anch'ella mi vien preclusa. — Per fortuna riescono
quelli a' quali succede pontefice il parente, l'amico, il padrone.
Ma chi non sa che il pensare questo di me e fondarvi espetta-
zione è mera vanità e sogno e pensiero di cosa incertissima,
comeché dalla ruota della Fortuna venghi aggirata? — Si che
resta il solo mezzo delle fatiche. Il quale si riduce a questi capi:
sollecitare, procurare ed avocare. A' quali tutti tre è commune
una longhissima e crudel pazienza, un stentar indefesso, una lon-
ghezza di tempo troppo dura. Ma questo poco m'importerebbe,
G. B. Marino. C. Achillini e G. Prkti, Lettere -n. 8
114 CLAUDIO ACHILLINI
se non fosse che il sollecitare a me non conviene, che sarebbe
cosa indegna; il procurare, benché alquanto più si solevi da terra,
per ristesse raggioni però non conviene a lettore; oltre che, que-
sti sono essercizi da asini, che consistono più nel andar per Roma
ad informare questo tribunale e quello, che fra sé sono lonta-
nissimi, che nella bella contemplazione che suole farsi sui libri.
Aggiungete poi, quanto al nome, che i procuratori in Roma
portano l'istesso nome che in Bologna e sono ne l'istesso con-
cetto a tutto il mondo; e per fine il mio genio v'è tanto lontano
che neanco imaginar me lo posso. L'avocare porta necessario
il tener su le sue spale fornita una casa; e questa importa almeno
cento scudi l'anno di piggione; inoltre, un buono e bello studio
fornito: le quali due cose senza meno della casa non mi possono
esser sumministrate.
— Oh ! — direte: — non potete stare a camera e far con pochi
libri alla meglio che si può in questi principi, finché si vadi avan-
zando qualche poco di credito? — Vi rispondo che potrei io men-
dicamente essercitar questo ufficio; ma, Dio buono, che longhezza
di tempo ! E che speranze sarebero le mie a faticar cosi vilmente
con pregiudizio della fama e della avocazione? conferendo mas-
simamente a l'aver credito lo star con qualche riputazione.
Ma poniamo su che io potessi commodamente avocare. Che
poi? Quando l'avocare non serve per cumulare tanti danari che
bastino a vivere da prelato, è nulla; e l'avocare con speranza tale
suppone troppo longhezza di tempo, troppo eccessive fatiche,
troppo fiera complessione e troppo bella riuscita alle cose sue.
L'avocare per semplicemente mantenersi tanto si potria fare
nella mia città, là dove non avrei le migliaia di concorrenti
che sono in Roma e porterei qualche nome già acquistato, che
qui è oscurissimo e ignoto.
Né mi state a dire: — Tu hai ingegno e farai e dirai. —
Poiché dicono che qua sono diecimilla pari miei e da più di
me in ogni cosa, che vivono mendicamente. E questa è la gran-
dezza di Roma: il dare de' galantuomini quattro al baioco, se pure
nel numero loro per vostra amorevolezza mi volete porre. Si che
vedete bene con che giudicio si concepisca espettazione d'un
CARTEGGIO 115
par mio. E questo è quello, come vi dissi, che mi preme. Ed
eccovi contezza di me.
Quanto alla seconda parte della lettera, vi ringrazio di tutto
core degli amorevoli avisi che mi date, e procurerò di farvi vedere
che io stimo i vostri consigli, con desiderio ancor di servirvi
in altro, purché me ne mostriate l'occasione. Tratanto conser-
vatevi, ch'io, augurandovi dal cielo in capo a l'anno un bambo-
lino maschio, vi bacio le mani. Il medemo fa il Fieschi.
Di Roma, li 27 ottobre 1601.
II
Al signor Antonio Lamberti
Della morte di papa Leone XI e della probabile elezione
del cardinal Borghese.
Mori il papa di puntura coperta, e quel sospiro nel quale
rissolse la vita fece fare aborto alla fortuna di mille, in quel
punto apunto ch'ella stava per partorir loro qualche bene. Ma
stimo che questa morte sia stata a lui fortunatissima, poiché
s'erano veduti lampi tanto grandi nei felici principi del suo prin-
cipato, ch'era quasi impossibile il credere che il resto dovesse
rispondere, se bene una gran pioggia di lagrime di tanti suoi
servitori, sollevati in alto per essere più trabochevolmente pre-
cipitati, quasi corrispondesse ai lampi ed ai baleni di quei fortu-
nati principi, potendosi in un certo modo sovertire quel bello
e antico proverbio: « Ex trema gaudii luctzis occupai-», con dire
« Principia gaiidii luctus occupai-». Dal che imparino quegli che
non hanno l'animo composto, ma fra mille aggiramenti di queste
ambizioni terrene perturbato; poiché, in quelle amare contin-
genze di cose, l'eterna providenza con bella disciplina c'insegna
che tutte queste grandezze sono sogni e vanità fugaci, ch'altro
non fanno che tenerci un velo all'anima che gli appanni gli
occhi dello spirito, si che non s'affisi in quelle incorruttibili ed
eterne bellezze del cielo, in comparazione delle quali tutte le
grandezze di qua giù, quando ben fossero di longo tempo, sono
Il6 CLAUDIO ACHILLINI
fumi e ombre, fra le quali sempre « cor nostrum ifiquietum est,
donec reqiiiescat in Domino ».
Ora che si fa? Tutti li cardinali in questi dieci giorni vanno
accellerando le prattiche, per istar prigioni più brevemente che
sia possibile; e communemente si spera l'essaltazione di Saulo,
il quale e per età e per nobiltà di sangue e per grandezza
d'animo e per valore di lettere, massime politiche, è giudicato
degno successore del gran Leone, che d'amorosi ruggiti ha ri-
pieno tutta questa corte. Ma tutta questa prattica si difficultarà o
si facilitarà dall'entrare o non entrare del cardinale Aldobran-
dini in conclave; il quale ora non istà molto bene, anzi si dubita
da molti della vita. Sinora la lega dell'altra sede vacante, che
di già dovete sapere, è ristretta e con nuovi nodi ricongiunta
contro le creature clementine; per lo che, se bene tornerà in
piedi la prattica del Baronio, nondimeno facilmente svanirà.
Se Aldobrandino non entra, sosterrà la sua vece San Giorgio;
ma non si vuol un tanto nervo. Sinora non posso scriver altro...
[Di Roma, aprile 1605].
Ili
Al medesimo
Dopo aver raccontato che gli è riuscito di sventare i mali uffici
fatti a Roma contro di lui, soggiunge:
Qui si aspetta fra due o tre giorni quella gran scomunica
per la quale sarà interdetto il traffico. Servavi per aviso, accioché,
se avete incaminato alcun negozio in quel paese, iunta la pre-
sente, lo troncate. Potrete ancora avvisarne il signor leronimo,
accioché quanto prima si proveda di gran quantità di libri ; altri-
menti, quando ne avrà [bisogno], non ne potrà avere. Faccio
fine e vi bacio le mani.
Di Roma, li 15 aprile 1605.
CARTEGGIO II7
IV
AL MEDESIMO
Sulla stampa delle opere di Ulisse Aldrovandi, fatta per ordine
e a spese del « reggimento » di Bologna.
Avisatemi subito, per grazia, in che termine stanno le opere
dell 'Aldrovandi, quale è l'ultima che si stampò, se ci è nissuno
che abbia la cura di stamparne altre e che previdenza o che
pensiero abbia il regimento intorno a si fatto negozio. Perché
quel dottor Quirino Cuogliero, uomo insigne e che forsi ha
pochissimi pari in cristianità, che già stava in Bologna e che
aiutava il Claudino a stampar le sue cose, ci attenderebbe. Egli
è todesco ed è notissimo in Bologna. Il Gavazza o il Muratore
ne daranno ragguaglio. Insomma vorrebbe sapere se, offeren-
dosi, sarebbe ascoltato. Io vi dico che non ci è uomo maggior
di lui né che potesse dar maggior sodisfazione in questo ne-
gozio. Questo vi dico: che è gran danno alla republica litte-
raria e gran preiudizio alla riputazione dell 'Aldrovandi che si
siano stampate quelle opere che spettano alla curiosità umana,
e che la grand 'opera delle piante, che può esser di tanto pro-
fitto al genere umano, resti indietro sepolta nell'oblivione, e
vada a male una si gran fatica, con la quale quel grand'uomo
avea trovate le migliaia e migliaia di piante per beneffizio della
salute degli uomini.
[posteriore al 1605].
V
Al cardinal Serafino Razzali Olivieri
Lo ringrazia di avergli fatto ottenere dal « reggimento » di Bologna
la « grazia » di trecento ducati.
Di Bologna, li 18 febbraio 1607.
Il8 CLAUDIO ACHILLINI
VI
Al medesimo
Lo ringrazia di avergli affidato l'incarico di riferire su d'un processo non
ostante le malignità sparse sul suo conto, per r«odio antico» che gli
portano a Bologna a causa della cattedra da lui occupata.
Di Bologna, li 24 novembre 1607.
VII
Al signor...
Intorno allo Staio rustico di Giovan Vincenzo Imperiali.
Non prima ho risposto alla gentilissima lettera di V. S. ch'io
m'abbia lette le bellissime fatiche del signor Giovan Vincenzo,
per potergliene scrivere quello che ingenuamente ne sento. L'in-
venzione per molte varietà è molto curiosa e dilettevole, le
sentenze vivamente conchiudono, il decoro è costumatissimo e
lo stile è maraviglioso. Dio buono! di quante perle poetiche
è tutto sparso ! che traslazioni nuove ! che perifrasi miracu-
lose! e quello che più importa, la musa di cotesto cavalliere,
quasi Imeneo d'insolita autorità, ha saputo e potuto maritare
il patetico alla leggiadria degli ornamenti; cosa tanto difficile
quanto disse Aristotele e quanto tuttora provano quegli che com-
pongono. Vorrei aver più tempo, ch'io non ho in questo tempo
tutto dedicato alle future fatiche della catedra, perché longamente
vorrei, più di quello che per aventura comporta il periodo d'una
lettera, discorrere intorno a tutte l'eccellenze di questi libri; ma
spero di doverlo fare a bocca a V. S. Insomma il signor Giovan
Vincenzo ha tolto i pregi alle città e n'ha arricchite le ville;
ma se gli alberghi civili portano invidia ai boschi, i boschi
all'incontro si dolgono d'esser stati rubati in queste carte e com-
municati alle città: cosi cotesto signore non ha saputo involarsi
CARTEGGIO II9
alla città per donarsi alla villa, senza involar la villa alla villa e
farne parte alla città ! Mercé di questi libri veggio nei più sereni
giorni i più tempestosi, tempro con quell'aure ch'egli mi descrive
l'arsura di quei raggi ch'io sento, vagheggio nei più foschi orrori
della notte quelle bellissime albe che mi depinge. Anzi più bella
è l'aurora in queste carte che non è quando, uscita dal Gange,
quasi pastorella celeste, con flagello di rose si va cacciando
avanti la luminosa greggia delle stelle; più bello il sole che non
è quando, asceso il Campidoglio dell'oriente, sta trionfando
dell'ombre nemiche; più bello è il fiume nell'alveo di questi
fogli che non è quando, da cento rivi, quasi da cento sproni
d'argento, stimolato al corso, baccia fuggendo l'un'e l'altra
diletta sua sponda e con ricchissimo tributo al mar sen corre,
o quando, povero e restio e fatto in sua povertà sincero,
palesa i secreti del suo cuore; più bella è la selva su le pendici
di queste carte che non è sui gioghi de' monti, quando, esposta
ai raggi del sole, se stessa in terra depinge e vagheggia e sotto
ai ricoveri frondosi alletta i pastorelli ad inganar l'estiva arsura;
più belle insomma fa le campagne il signor Giovan Vincenzo
di quello che coi penelli suoi le faccia aprile. E lo poetico
suo spirito ha tolto il vanto ai soffi di Zeffiro; che se i lavori
d'aprile e dell'aure sono caduchi, l'opra di questa cara musa
sarà immortale. E soffino pure i freddi venti dell'ebraica invidia,
dalla quale sarà lacerato, che a malgrado loro le sue primavere
saranno eterne.
[1607?].
Vili
Al signor CAVALIER RlNOCINI [RlNUCCINl], A FIRENZE
Loda parecchi componimenti poetici del R. e di altri, scritti in occasione
di un lieto avvenimento della casa de' Medici (probabilmente il matri-
monio di Cosimo II con Maria Maddalena d'Austria), alla quale si au-
gura il più prospero avvenire,
[1608?].
I20 CLAUDIO ACHILLINI
IX
Al signor cavalier Vinta
Manda due sonetti in occasione delle nozze di Cosimo II de' Medici.
[1608].
X
Del signor Vincenzo Cavalli
Desidera una commendatizia per cavare dalle mani d'un tal Morbido
il sonetto « Ecco il padre de' boschi, alto Apennino » e l' idillio di
«Venere che cerca Adone», scritto in occasione delle nozze di Co-
simo II de' Medici.
[non anteriore al 1608].
XI
Di Giovan Bernardino Sessa
Loda entusiasticamente alcune composizioni poetiche dell'Achillini.
Di Milano [stessa data dell'antecedente?].
XII
A Giovan Bernardino Sessa
Ne loda i componimenti poetici e ringrazia della precedente lettera.
[poco posteriore alla precedente] .
XIII
Al cardinale Michelangelo Tonti
Congratulazioni per la sua nomina a cardinale,
[poco posteriore al 24 novembre 1608].
CARTEGGIO 121
XIV
A Giambattista Marino
Lieto che l'amico sia scampato dall'attentato del Murtola,
si congratula con lui.
Scrivo in fretta per carestia di tempo. Ho letta la lettera di
V. S. e con una mistura di vari affetti ho inteso il tutto. Non
so che dirmi altro se non che il Murtola, con l'essempio di
colui il quale per acquistarsi un grido eterno volse distruggere
il tempio di Diana effesia, ha tentato d'immortalarsi se non
con la penna almeno con l'armi scelerate, procurando di strug-
gere il Marino, ottava meraviglia del mondo. Ma perché egli
era un tempio dedicato ad una deità maggiore (a quella, dico,
d' Appello, da cui Diana riconosce il lume), l'infame suo desi-
derio non ha sortito quei desiderati fini ch'egli si credette. Ma
comeché il Marino in quel foco fosse restato consunto, essendo
egli nondimeno la fenice della poesia, in quel rogo fatale si
saria rinovato; e non rinovato ancora, sarrebbe eternamente
vissuto nelle penne, nelle lagrime e nelle memorie di tutto '1
mondo. Io sento tanta allegrezza del fine reale di cotesto ne-
gozio, quanto disgusto reca a tutti gli amici l'intenzionale di
cotesto scelerato; tanto più ch'egli, più tosto condotto da co-
darda desperazione che da legitima cagione, postosi il canape in
seno, ha avuto ardire d'intraprendere si brutta impresa. La
quale al sicuro, come V. S. scriv^e nella sua, è stata vietata
dalla beata Vergine, si come anco per decreti astrologici si può
congetturare; poiché, avendo V. S. nel suo mezzo cielo la
spica della vergine, che forsi misticamente significa la vera
Vergine, è stata da si regia e potente positura preservata da si
gran pericolo. Ma di questo, parlato che n'avrò col Magini,
con più sicuro fondamento le scriverò per altra mia. Tratanto
viva sicura che, come io più d'ogni altro avrei con lagrime di
sangue pianta la sua morte, cosi più d'ogni altro cordialmente
CLAUDIO ACHILLINI
mi rallegro con lei del miracoloso successo. Della magnanimità
di V, S. in procurar salute al reo, non le scriverò altro se
non che, se il pericolo la fa gloriosa, la gloria la fa pericolosa.
[Di Bologna, febbraio del 1609].
XV
Di Giambattista Marino
Risposta alla lettera precedente.
Io non dubito punto che lo spaventoso accidente seguito
questi giorni passati in persona mia non sia stato sentito viva-
mente dagli amici e padroni più cari, perché ha potuto muovere
ad orrore ed a pietà anche gli animi di coloro che non mi cono-
scono. E che in particulare V. S. abbia voluto condolersi meco
della disgrazia del pericolo e congratularsi della grazia del mira-
colo, me ne pregio ma non me ne maraviglio, sapendo quanto
Ella è cortese e quanto mi ama. Certo mi conviene benedire il
rischio passato e sentire il buon grado alla botta de l'archibugio,
poiché, se ha cercato di danneggiarmi nella vita, mi ha dall'al-
tra parte assicurato ch'io non son morto nelia grazia di V. S.,
mercé dell'aflfettuosa ed ingegnosa lettera della quale si è com-
piaciuta di consolarmi. La lettera fu letta in presenza di S. A.
serenissima e dell'uno e l'altro illustrissimo cardinale, e com-
mendata come parto d'arguto e vivace intelletto. E se bene Ella
dice che fu scritta in fretta, non è però da credere ch'assai più
veloce non corresse l'ingegno nel comporla che la mano nel
vergarla, o che l'auttore, il quale mostra aver carestia di tempo,
abbia penuria di concetti e di vivezze; anzi il carattere fret-
toloso e fuggitivo ha fatto arrestar di meraviglia chiunque l'Iia
letta e messo curiosità in questi prencipi d'aver più minuta no-
tizia delle qualità di V. S.: a la quale io mi persuado avere in
buona parte sodisfatto; perché, si come non lascerò mai di ser-
virla quando il porti l'occasione, cosi non mi stancherò mai
d'onorarla ogni volta che '1 tempo il richiegga. Fu anche letta
CARTEGGIO I23
e lodata quella del mio signor conte Ridolfo Campeggi per bocca
dell'illustrissimo signor cardinal San Cesareo, nelle cui mani
pervenne il piego. E per Dio! eli' io mi sento eternamente do-
vere tutto me stesso a cotesto signore; e chi non adorasse tanta
gentilezza accoppiata a tanto valore? Egli mi scrive un diluvio
di tenerezze con un eccesso di smoderato affetto, le quali si
vede chiaramente che procedono non da affettazione ma da affe-
zione. V. S., per mia fé, mi favorisca di rendergli con ogni cal-
dezza grazie di si cortese ufficio; ch'io per me non ho lingua
né penna da poter corrispondergli a bastanza.
[Di Torino, febbraio o marzo del 1609].
XVI
A Giambattista Marino
Ancora dell'attentato del Murtola.
Ho letto il manifesto quattro volte e l'hanno a questa ora
con esso meco veduto quasi tutti gli amici. Insomma né per can-
didezza di stile corrente, né per affetti mossi a luogo e tempo,
né per mille vivezze ond'egli in cento luoghi è asperso, penna
d' Italia lo potrebbe appressare non che arrivare. Non si può
leggere senza odiarne il Murtola, amarne V. S. ed ammirare
il suo nobilissimo ingegno. Oh d'amarissima radice dolcissimo
germoglio! puossi benedire il rischio passato, da che per mezzo
di lui, senza danno di lei, sono spiccate dalla sua fecondis-
sima vena acque cosi serene! E chi sa, se il Murtola vive,
che si preziosi parti dell'ingegno di V. S., che forsi pas-
sano quante cose Ella fece giamai, non siano per esser l'unico
mezzo per farlo acquetare, convertendo l'invidia in meraviglia,
l'emulazione in imitazione e le detrazioni in lodi? Perché, ad ogni
modo, egli può ben avisarsi che i finissimi allori, ond'Ella
porta meritamente coronati i crini, la renderanno mai sempre
sicura dai fulmini del cielo non che da quelli degli uomini.
Vuoisi tra poeti guerreggiarsi con le bacche del lauro, pianta
124 CLAUDIO ACHILLINI
del Sole; non con le ghiande di piombo, frutti di Saturno. Ma
forsi l'aversario, il cui lauro è sterile ed infecondo, non avea
bacche da gettare; onde ricorse per aiuto al più maligno pianeta
che s'aggiri per lo cielo. E perché il Sole ha forza di liquefare il
piombo, l'offesa si rissolse in tuono: quanto però alla persona
di V. S.; percioché, quanto a quella del povero Braida, non è
alcuno che non senta sino al vivo dell'anima quella ferita che
cosi teneramente Ella compiange. Oh quanto V. S. gli dee!
che se l'amore glielo fece compagno, la fortuna di lei lo fece
depositario di quel colpo che portava la morte in fronte.
Orsù, seguirò in andar mostrando il manifesto, poiché, discol-
pando l'onore, onora l'intelletto; né resterò, come suo vero amico,
di metterle in considerazione che almeno Io scoppio passato,
oltre l'aver svegliata la pianta del suo ingegno a produr frutti
novelli e oltre il grido recatone al suo nome, doverebbe ancora
servire a V. S. per uno svegliamento alle cose del cielo ed alla
salute dell'anima, se foiosi in ciò Ella dormiva.
[Di Bologna, febbraio o marzo 1609].
XVII
Al cardinale Spinola, legato in Ferrara
Lo ringrazia d'avergli promesso di fargli sapere a suo tempo ciò che sarà
risoluto circa la sua nomina alla cattedra vespertina di leggi nell'uni-
versità di Ferrara.
[Di Bologna, maggio o giugno 1609].
XVIII
Al medesimo
Non appena riceverà la lettera del magistrato de' Savi di Ferrara con cui
gli si offrirà la cattedra, risponderà accettando e pregando di ottenergli
l'approvazione da Roma.
[Di Bologna, maggio o giugno 1609J.
CARTEGGIO I25
XIX
Del magistrato de' savi di Ferrara
Nomina dell'Achillini alla prima cattedra vespertina di leggi
nell'università di F"errara.
Trovandosi più anni or sono la prima catedra di leggi della
sera di questo nostro Studio senza lettore, s'è continuamente
invigilato per riempire degnamente il luogo; e speriamo d'aver
del tutto conseguito quel fine che per servizio ed orrevolezza
della patria abbiamo ad ogni ora avuto dinanzi agli occhi, per-
ché, allettati dall'onorata nominanza del valore di V. S. e mossi
dalle informazioni proporzionate al grido, l'altrieri, che fu di 4
del corrente mese, congregati insieme con noi li signori refor-
matori, V. S. fu proposta ed eletta a un tratto, con onorario
di mille scudi l'anno. Resta eh' Ella con l'accettar prontamente
il carico corrisponda al nostro affetto e all'ottima volontà nostra
verso la sua persona. Del che mentre s'attende avviso, a V. S.
preghiamo da Dio felici avvenimenti.
Ferrara, 6 giugno 1609.
XX
Al magistrato de' savi di Ferrara
Ringraziamenti per l'ottenuta cattedra.
Accetto non solamente prontamente il carico destinatomi da
VV. SS. illustrissime in cotesto Studio, ma ne rendo loro grazie
immortali. E perché conosco qual conseguenza d'obligo mio
porti seco un'elezzione spontanea, andrò con tutte le forze del-
l'ingegno apparecchiandomi per essere a suo tempo tutto nel
servizio loro, nel quale, se non pareggiare, almen aspirerò a
quell'onorato concetto che portano del mio talento. Fratanto
con vivo affetto supplico a VV. SS. che si degnino per mezzo
dell'ambasciatore loro in Roma impetrarmi da Nostro Signore
126 CLAUDIO ACHILLINI
una licenza di partirmi senza preiudizio della mia presente ca-
tedra e sua provisione in caso di ritorno, quando che sia;
poiché il partire semplicemente m'è concesso, ma non già, par-
tendo, il ritenere per lo ritorno la provisione che al presente
posseggo. Che non solo per mezo di tal intercessione rende-
ranno l'animo mio più tranquillo e franco in cotesto servizio,
ma con obligo immortale mi legaranno alla benignità loro. Alla
quale per fine reverentemente m'inchino.
[Di Bologna, giugno 1609],
XXI
Al marchese Gualenghi
Lo ringrazia di essersi adoperato a fargli conferire la cattedra a Ferrara.
[Di Bologna, giugno 1609].
XXII
Al dottor...
Ringraziamenti per la medesima ragione.
[Di Bologna, giugno 1609].
XXIII
Al cardinal [Spinola]
Speciali ringraziamenti per la medesima ragione.
[Di Bologna, giugno 1609].
XXIV
Al medesimo
Il papa ha finalmente concesso che egli possa partire per Ferrara, senza
perdere il diritto, nel caso di ritorno a Bologna, alla cattedra quivi
occupata.
[Di Bologna, secondo semestre del 1609].
CARTEGGIO I27
XXV
Al magistrato dei savi di Ferrara
Domanda di essere confermato nella cattedra per un triennio.
[Ferrara, 1610?].
XXVI
Al signor...
Protesta ancora una volta di non essere autore d'una scrittura legale, com-
posta contro di lui, nell' interesse del figlio; ma ciò non toglie che il
figlio abbia molta ragione nel volere dal padre almeno gli alimenti.
[non posteriore al 1610?].
XXVII
Del cavalier Battista Guarini
Ringrazia d'un sonetto.
V. S. fin a qui ha meco avuto gran merito d'ingegno,
benché commune con tutti coloro che hanno senso e gusto di
lettere. Ma ora in particolare l'ha Ella grandissimo per cagione
di gentilezza, essendosi compiaciuta di mandarmi il suo bel
sonetto, a instanza mia da lei conceputo e si leggiadramente
composto. Il quale, e come frutto dell'uno e come effetto del-
l'altra, obliga me a renderle tante grazie della gentilezza quante
lodi dell'ingegno, e lei a darmi occasione ond'io possa per
ambedue mostrarmele grato, si come dagli efietti potrà ottima-
mente conoscere in ogni cosa di suo servizio. Che sarà il fine,
con baciarle di buon cuore la mano e pregarle ogni felicità,
[anteriore al 7 ottobre 161 2].
128 CLAUDIO ACHILLINI
XXVIII
Al cavalier Battista Guarini
Risposta alla precedente lettera.
In quel tempo ch'io dovea rendere affettuose grazie a V. S.,
la quale, avendomi porta occasione di servirla, avessemi dol-
cemente aperte le porte alla sua grazia, ho sentito dalla sua
non meno ingegnosa che cortese lettera, piena di lodi, d'of-
ferte e di ringraciamenti, raddoppiarmisi gli effetti della sua
gentilezza in guisa tale, che dal centro della sua benignità m'è
convenuto cavare amari sensi del mio mancamento. Onde, im-
meritamente favorito ed a ragione confuso, non saprei ora
che risponderle altro se non che sommamente mi pregio ch'es-
sendo stato il mio sonetto un aborto d'infelice ingegno solle-
citato ad immaturo parto da una violenta volontà di servire a
V. S., mi sia poi riuscito cosi fecondo producitore della grazia
di lei e delle lodi che me ne dà; lodi che riconosco più tosto
dalla sua cortese volontà che dal suo severo giudicio; il quale,
chiudendo in se stesso tutte quelle perfezioni che possono ima-
ginarsi, so che non potrebbe, se non affascinato dalla gentilezza,
prorompere in quelle lodi verso un parto cotanto imperfetto.
Se ho differito sinora il risponderle, la sua mercé, ascrivasi il
diffetto ad una maschera e non a me. Il quale, per fine, facen-
dole umilmente riverenza, me le offero con tutta l'anima,
[poco posteriore alla lettera precedente].
XXIX
Ad Pandulfum, Ferrariam
De immani praesentis aestatis ardore.
[Da una villa presso Ferrara, estate del] 1615.
CARTEGGIO 129
XXX
A [Gaspare?] Ercolani
Il cognome Ercolani veramente deve derivare da «Ercole». Nelle do-
dici fatiche d'Ercole i mitologi credono che sia raffigurato il passaggio
del sole pei dodici segni dello Zodiaco; e questi segni hanno esatto ri-
scontro nelle doti del corpo e dell'animo dell' Ercolani.
[Ferrara, verso il 1615?].
XXXI
Di Cesare Rinaldi
Lodi.
Di Bologna, il di 28 di genaro 1616.
XXXII
Alla signora marchesa Livia Turca
Le dedica due sonetti in lode di Carlo Emanuele primo di Savoia.
Si come non ha il mondo guerrero maggiore di Carlo Ema-
nuele duca di Savoia, cosi non ha dama che pareggi l'eccellenze
di V. S. illustrissima, e tacciano pure quante segnalate donne
ebbe l'antica e la moderna etade. Egli con la militar disciplina e
col marziale ardire si lascia adietro numerosi stuoli de' più prodi
capitani che fra le carte antiche si leggano in preggio; e V. S. col
magnanimo core, cinto delle pili belle virtù che facciano riguar-
devole un'anima, supera non solo le più famose degli andati
secoli, ma vince il sesso stesso. Egli in questi tempi non lascia
intentata cosa per sottrarsi all'indegno giogo di chi con scettro
cadente e con fucato ardire vorrebbe opprimergli lo Stato; e V. S.,
giudiciosamente generosa, previene col discorso e col giudizio
quanto egli opera con l' ingegno e con la spada. Egli ha saputo
G. B. Marino, C. Achillini e G. Preti, Lettere -\\. a
130 CLAUDIO ACHILLINI
sinora mostrare al mondo che le corone già fatte arsicce si pos-
sono calpestare; e V. S. illustrissima sa con giudiziosi encomi
inalzare consigli ed opre tanto singolari. Egli procura di ful-
minare la Spagna; e V. S. illustrissima nella sua idea l' ha già
fulminata. Quindi, se questa bella Italia si sentisse per sua ven-
tura scarca giamai da si barbaro giogo, n'avrebbe grado non
solo alla spada di Carlo ma ai discorsi ancora di Livia, che
quanto potè, cooperò al riacquisto della libertade. V'ha solo
tra loro due questa una differenza: che Carlo procura d'uccidere
e d'esterminare gl'inimici; e voi, con le vostre bellezze, congionte
col rigore dell'onestà, uccidete i devoti; e non solo gli uccidete
presenti, ma spedite ancora per tutte le parti del mondo la fama
de' vostri nobilissimi pregi, che, fatta in un punto micidiale e
beatrice, consola con l'annuncio del bello ed uccide con gli
avisi del rigore. E ben poss'io, povero sconosciuto, farne indu-
bitata fede, il quale avrò per un fiore delle mie felicità terrene
il potere sino all'ultimo spirito fra le varie tempre d'una morte
si beata e d'una beatitudine si mortale passare i miei giorni.
Rideranno ben fra poco (e cosi vivamente spero) i cavaglieri e
le dame di Milano, poiché per opra di Carlo goderanno che
quella parte d'Italia doppo tant'anni, dileguate le nubi spagnuole,
abbia scoperto l'italico sereno, e che sotto l'iride favorevole del
vostro ciglio sia sparita omai quella tempesta che d'occidente
si movea si torbida e si minacciosa. E canterà benanche la sirena
partenopea, al partire di quegli oscuri abitatori che infestano
le belle riviere di quel regno e che coi vanti loro turbano la
sua melodia. Ma io non aspettare giamai la libertade o la pace,
poiché non spero che sorga per me pietade, la quale, vestitasi
l'armi di Carlo, faccia stragge di quei tenebrosi pensieri che
infestano i poveri abitaculi di quest'anima: andrò però godendo
della mia sorte in pace.
E intanto, per chiudere in versi quel nobilissimo paralello
che di sopra accenai, soggiungerò quanto V. S. illustrissima
vedrà qui aggionto. E le faccio per fine una profondissima ri-
verenza.
[Torino, verso il 1616?].
CARTEGGIO 131
XXXIII
Alla signora Lavinia Albergati-Ludovisi
Congratulazione per la nomina a cardinale
di monsignor Alessandro Ludovisi (poi papa Gregorio XV).
Vorrei poter sfiorar in questo punto l'anima mia per infiorar
una affettuosissima congratulazione che invio a V. S. illustris-
sima per la promozione al cardinalato di monsignore; e vorrei
che le mie parole fossero di zuchero, perché l'affetto si rendesse
molto più dolce. Ma certo che, s' io potessi tale il mio giubilo
esprimere in queste due righe quale io lo provo nella più viva
parte del cuore, né fiori di spirito né zuchero d'eloquenza po-
trebbono starmi a paragone. Ma s'io non so e non posso espri-
mere con parole quell'intimo senso d'allegrezza ch'io provo
nell'anima, parli per me quella devotissima e svisceratissima os-
servanza ch'io porto a questo signore, al signor conte Orazio, a
V. S. e a tutti gl'ingegnosissimi suoi figliuoli. Parli per me quel
merito esquisito e quella bontà indicibile del cardinale, atta ad
incatenare i più barbari petti con tenacissime catene d'amore,
nonché a tirare un animo gentile in un affetto giustissimo d'alle-
grezza. E quando ogn'altra di quelle cose mancasse che ponno
dar credito alla mia fede, scongiuro la più fina gentilezza ch'al-
berghi nel petto di V. S. a credermi, se non per altro, almeno
per pietade; perché, se la mia allegrezza non è creduta la mag-
giore di tutte l'altre, sento quasi morirmi di spasimo. Ma spero
che, gionta che sera V. S. al termine di questa lettera, onorerà
della sua fede i miei sensi e le mie parole. E qui con molta
fretta le faccio umilmente riverenza.
Di Pavia, li 24 settembre 1616.
XXXIV
Del cardinal Alessandro Ludovisi, poi papa Gregorio XV
Ha avuta a Chiasso ottima accoglienza dal duca di Savoia. Acclude copia
d'una lettera del cardinal Borghese, e autorizza l'Achillini, nel caso che
giunga un'altra lettera del Borghese, ad aprirla.
Di Chiasso, li 24 di ottobre 1616.
132 CLAUDIO ACHILLINI
XXXV
Del medesimo
Gli pare mille anni di sentire che l'Achillini sia giunto a Ferrara
e abbia riprese le lezioni.
Di Pavia, li 29 di novembre i5i6.
XXXVI
Del medesimo
Desidera che venga a raggiungerlo, e gli comunica il contenuto d'una
lettera in cifra del cardinal Borghese, nella quale, tra l'altro, gli si dice
di servirsi pure dell' Achillini durante la sua legazione, purché non_^lo
conduca in città ove si trovi il duca di Savoia coi suoi ministri.
Di Pavia, li 6 di dicembre 1616.
XXXVII
Del medesimo
Dopo aver discorso brevemente di affari vari, soggiunge:
Prego a V. S. danari per questo natale, appetito per il car-
nevale e contrizione poi per la quadragesima. So che mi dirà
che il danaro è buono per tutto l'anno e per una metà anco di
più, che aiuta l'appetito e non guasta la contrizione. Poiché
cosi è, sia per sempre, purché torni a rivederci.
Di Pavia, li 21 dicembre 1616.
XXXVIII
Del medesimo
Non abbia alcuna preoccupazione circa la sua cattedra di Ferrara:
è meglio per altro che egli non si trasferisca in Savoia.
Di Pavia, li 25 di decembre 1616.
CARTEGGIO 133
XXXIX
Al signor dottore Merlini, a Roma
Gli augura prospero avvenire, e discorre di sé
e del suo insegnamento universitario.
In questo punto a Ferrara il primo incontro è stato quello
della vostra lettera. Mille grazie, signor Merlini, come d'un
caro pegno della memoria che si conserva d'un povero ramingo,
se ben sul bel principio mi motteggiate perché non rispondessi
ad una vostra di questa estate. Intorno a che vi giuro che, aven-
dola io ricevuta in Vercelli, di Vercelli ancora vi risposi; e se
non aveste la mia risposta, non fu gran cosa che tra gl'in-
cendi di quei paesi si smarrisse una carta: non si smarrì però
quell'affetto ond'ella fu dettata. Mi rallegro poi che senza legge
di riposo vi affatichiate intorno alle leggi. Seguite pure, perché
vorrei vedervi rosso per la molta fatica. Porsi che sovra il
cielo di cotesta rota non si fanno beati i martiri della corte, e
forse che l'intelligenze del medesimo cielo non influiscono por-
pore? Seguite, dico, né vi sgomentino le tardanze de' premi,
perché egli è cosa quasi fatale che alla fine cotesta città non
possa notarsi d'ingratitudine verso di chichesia. Che non per
altro, mi cred'io, vissero tanto i Seraffìni e i Ferratini, se non
perché finalmente, incontrando i premi delle lunghissime fatiche,
dovessero liberar Roma dall'immeritato titolo di matrigna. In-
somma verrà quel tempo nel quale saremo onorati, voi del
premio dei vostri studi ed io della verità dei miei presagi:
poiché massime quei concetti che pronunzio delle vostre fortune
sono formati dei semi dei vostri meriti; meriti, dico, non solo
civili ma teologici ancora, essend'io consapevole a me stesso
ch'oltre il nobilissimo talento dell'avocare, che vi rende riguar-
devole apresso chiunque vi conosce, il timor di Dio sopra tutte
l'altre cose vi sta sempre dinanzi agli occhi.
Quanto poi a cotesti ingegni, che, divisi in due classi, parte
lodano e parte biasimano le cose mie, credetemi, signor Merlini,
134 CLAUDIO ACHILLINI
che né gli uni né gli altri conseguiscono quel fine che si pro-
pongono; perché quelli che le lodano acquistano più merito
all'affezione che al giudizio, e quelli che le biasimano feriscono
in un certo modo cadaveri, perché le cose che nascono da
questa povera penna non hanno pretensione alcuna di vita e
sono belle e morte prima che ferite, anzi nascono sepolte sotto
mille loro imperfezioni. Resto nondimeno con molto obligo ad
ambedue le parti : ai primi per la troppo cortese volontà che mi
mostrano, e ai secondi perché, procurando d'atterar le cose
mie, danno segno al mondo che non sono in terra. Ma pas-
siamo ad altro.
Duolmi che il talento splendidissimo del nostro monsignor
M[assimi?] s'irruginisca nell'ozio e che la Fortuna istessa sia
tanto sfortunata che si scordò di cotesto prelato. E chi meglio di
lui potrebbe far risplendere i favori di lei? Ma mi direte che il
signor cardinal Leti, avendo avuto legato il braccio, non ha po-
tuto finora sollevarlo. Voglia Dio che cosi sia, perché cotesto
braccio, fra poco slegato, potrà condur il merito di monsignore
alla volta del premio. In tutti i casi, non potrà esso monsignore
perder la gloria del più sviscerato e del più cordial servitore che
abbia mai avuto o sia mai per avere il signor cardinal Borghese; e
so ben io nello spazio di sette anni che 1' ho pratticato in Ferrara
con che affettuose premure maneggiava il servizio di cotesto
padrone. E mi consolo, perché so ancora che la mano dell'istesso
signor cardinal Borghese è non solo piena ma liberale ancora
delle fortune de' suoi servitori.
[Ferrara, fine del 1616].
XL
Di Alessandro Guarini
Sull'uso della metafora.
Io son confinato in casa dai medici con quel pregiudicio che
può recare l'esser creduto cortegiano di Venere, se oggimai
tutt'i peccati di carne, non pur quel di libidine, con l'acqua del
CARTEGGIO 135
legno sarfto non si purgassero. L'acqua del legno, signor Achil-
lino mio, per parlar chiaro, mi tien in casa rinchiuso, né altro
mi ha posto in questa si lunga e si penosa dieta che una fiera
doglia di capo, della quale, s'io debbo dir il vero, dubbito
che Minerva più tosto che Venere m'abbia contaminato. Ma,
se Venere è stata, certo non fu mai quella vulgare, quella pu-
blica e prostituta, percioché il mio o non è mal di contagio
o, se è pur tale (che io noi credo), ha tardato poco men che
tre lustri non che tre mesi a scoprirsi; il che non suol far il
mal di Sifìlo, se al Fracastoro crediamo. E se pur il veleno di
questo umore, si lungo tempo celato, si scopre ora e risorge,
certamente da vii e torbido fonte non fu bevuto, ma da puro
e nobilissimo, dal solo ma indegno suo signore indegnamente
infettato.
Ma, lasciando le burle, se il vero e proprio nome di Venere
(si come nelle socratiche carte là nel Filebo leggiamo) altro non
è che il piacere, questa certo fu del mio mal la cagione; per-
cioché il diletto che, quantunque con poco mio frutto, ho io
provato sempre grandissimo negli studi di quella dea, che, se-
condo i poeti, nacque della mente di Giove, ha cosi rotto a me
il capo com'ella nascendo lo ruppe parimente a suo padre. Anzi
né pur anche al presente, qui, dove né il vento né l'aria stessa
possono penetrare, non posso però io a' suoi assalti resistere:
percioché, essendo pur egli anche in questi chiusi ripari arri-
vato, ai primi colpi m'ha vinto; e, riducendomi nella memoria
l'obligo ch'io tengo di scrivere a V. S. e la promessa, che
già le feci, di quello in carta significarle, che in carrozza del
signor cardinal Pio, presente Sua Signoria illustrissima e mon-
signor Massimo vicelegato ed altri cavalieri miei signori e pa-
droni, non potei esporle allor del mio senso intorno alla proposta
e disputata materia degli traslati, vuol ora ch'io gliel'esprima
nella presente. Il che farò in cosi ampio soggetto con quella
maggior brevità che insegnerammi non pur la coscienza del mio
poco sapere, ma quella sobrietà con la qual ora mi convien
vivere; rimanendo per cagione di essa non meno debole nel-
l'opere sue lo 'ntelletto che stanco e fievole il corpo, a cui tanto
136 CLAUDIO ACHILLINI
solo di cibo vien conceduto quanto per conservazion della vita
gli può bastare.
Quid niirandum aeque memoreni, super omnia victum
quani tenuetn, guani magna sibi ieimiia poscant?
Quippe solet satis esse, ipsuni dum corpus alatur,
dmn superet vita, et tantum ne fnetnbra fatiscant.
Discorre vasi, come si dee molto ben ricordare V. S., in
quella nobile raggunanza, del modo di formar i traslati; quando,
da chi sa molto bene che dal pelegrino nasce il mirabile e dal
mirabile lo splendore di poesia, fùr prese l'armi in favore di
quegli ingegni, che in questo negozio, non guardandosi molto
intorno, all'altezza della novità se ne poggiano risoluti ed arditi.
Io allo 'ncontro, come in ogni altra cosa, cosi nell'ardire a quel
gran greco, il cui nome dalla fortuna per ironia mi fu posto, infe-
riore, e solo imitatore di lui nell'essere riverente discepolo del
suo maestro Aristotile con religione che altrui può per avventura
parere superstiziosa, l'autorità di lui, di forti e salde ragioni
armata, m'argomentai di difendere, non osando di uscir de' ter-
mini da lui prescritti e temendo di parer al giudicio de' meglio
intendenti anzi temerario che ardito. E perché né il luogo né
il tempo ci concedette di passar allora più oltre, io pertanto
per la mia parte vengo a difender ora con quattro colpi solo
la causa mia, a tutto quello però rimettendomi che dal suo giu-
dicio ne iìa decretato; il quale infin da ora, per quel che a me
può toccare, fo io giudice di questa lite, e prometto di sot-
toscriverne la sentenza, cotanto deferisco io all'autorità del mio
signor Achillino.
Il proceder cauto e guardingo in ogni genere di parlar figu-
rato, ma principalmente nel parlar metaforico, ho creduto io
sempre, per la dificoltà dell'impresa, molto prudente conseglio.
La qual dificoltà tal e tanta fu sempre, che quell'altissimo in-
gegno che tutto seppe, io dico Aristotile, a cui non par verisi-
mile che nulla dovesse parer dificile, parlando nondimeno della
metafora, cosi nella sua Poetica ce la descrisse: « Caeterorum
magni negotii est in supradiciis singulis a decenti non discedere,
CARTEGGIO 137
minimeqìie abuti composHis nominibus liyigìdsqiie . Cum primis vero
decenter ufi trans lationibus maxime est ardiium; id guod unum
non aliunde quaesitum sii oportet, versatilisque ingeìiii indolem
praeseferat. Etenim recte quid trans/erre simile aliquid illius
contemplari est». Le quai parole io non so come si possano
leggere e trascurar il pericolo che vi si corre grandissimo, addi-
tatoci non mica da un pusilanimo ma dall'eroe degli ingegni.
Percioché non solamente egli dice che l'usar bene i traslati sia
malagevole (che ciò sarebbe anche molto), ma conchiude che
questa supera ogni altra delle da lui sopradette dificoltà: aggiun-
gendovi che dagli altri precetti non si può ben apprendere il
traslatare, ma fa mestieri d'ingegno acuto ed esercitato; onde
ne siegua che, quando l'uomo avrà osservate tutte le regole da
lui apprese, tanto neanche gli basti, ma gli convenga esser for-
nito d'un isquisito giudicio per discernere, tra cose molto lontane
e dissimili, quella parte che di somiglianza dalla natura fu
loro conceduta, che in questo solo (dic'egli) il traslatare con-
siste. Formasi, come sa V. S., secondo Aristotile, Tullio e Quin-
tiliano, allora il traslato, che o nome o verbo per la somiglianza
trasportasi, da quel luogo dov'egli è proprio, in quello a cui o '1
proprio fallisce o a cui, come più leggiadro o migliore, s'adatta
lo traslato. Come ciò facciasi, lo 'nsegna il filosofo e ne reca
e nella Poetica e nella Retorica molti esempi, ne' quali chiara-
mente si scorge che, dove non è somiglianza, quivi traslato non
può trovarsi. La qual dottrina importa ben molto l'apprenderla,
ma non il tutto. Il tutto sta nel saper ben avvisare questa ras-
somiglianza, e con sagace distinzione discernere qual è quella
che vaga, nobile e graziosa, e quella che vile, abietta e bene
spesso ridicola può far che riesca questa figura.
Intenda quel medico l'arte sua quanto ne intesero mai Ga-
leno, Ipocrate e lo stesso Esculapio, e prenda poi errore nel
far giudicio della cagione del male: non sarà giamai vero ch'egli
buon medico sia da nessun giudicato. Cosi sappia pur altri
quanto può il meglio e che d'ogni traslato la rassomiglianza è
'la forma, e ch'ella si prende o dal genere per la specie, o dalla
specie pel genere, o da questa per quella, o da termini fra loro
138 CLAUDIO ACHILLINI
proporzionati ; abbia pur imparato che la metafora non si dee
trarre da luogo né troppo lontano né troppo umile né troppo
sublime, per non cader nell'oscurità, nella bassezza ed in quella
che chiamano i moderni « affettazione » (che « cacozelia » chia-
marono i greci) : certamente, con tutta questa sua erudizione,
farà egli però sul fatto meschina prova, sempre che, come
abbiam detto, non avrà quell'acutezza di giudicio e d'ingegno
che Aristotile chiama « solerzia », la quale quello a lui mostri
di somigliante, che tra cose molto tra sé diferenti e lontane possa
considerarsi. E se, dall'altra parte, non sarà si discreto che ne
misuri la distanza e '1 decoro, con quel riguardo che là nel
terzo dell' Oratore vien ricordato da Crasso, lascerà correre
senza ritegno e vergogna questa figura, dove dee comparire
cosi modesta che paia che altri nell'altrui sede quasi per mano
l'abbia condotta, non che se l'abbia ella violentemente usurpata.
Onde, come nota il padre della latina eloquenza, dirà poi egli
« Sirti del patrimonio » e « Cariddi delle sostanze » , dove « sco-
glio » più tosto e «voragine» dovrebbe dirsi; chiamerà l'altrui
voracità « tempesta del convitto », le biade « convitto della tem-
pesta » appellando; dirà le nevi de' monti «sputi di Giove»,
e la republica per la morte di Scipione « castrata »; e mille altri
nuovi e diversi trasporti di questa guisa gli usciranno dalla
penna, che non parti ma sconciature e aborti di lubrico e debol
giudicio, con deriso più tosto che con lode, saran giudicati.
Ma se non basta il testimonio sopracitato di due si famosi
maestri dell'arte, per mostrar che il por mano a' traslati non è
cosi agevole come da molti per avventura è creduto, aggiun-
giamoci l'autorità di quel Demetrio il falereo, che fu si gran
successore ad Aristotile e Teofrasto; e diciamo che, avendo an-
ch'egli questo pericolo conosciuto, e ricordando che per fuggir
ogni scoglio è assai sicuro partito il convertir la metafora nella
imagine o comparazione che vogliam dire, conchiude che Pla-
tone, quel Platone nelle cui labra fecero l'api i suoi favi, per
l'uso frequente delle metafore è sempre in pericolo di cadere;
là dove Senofonte, perché delle comparazioni più volontieri si
serve, sta più sicuro. « Quare Plato — dic'egli — quiddam iti
CARTEGGIO I39
lubrico positiim videtiir facere, quia trans lationibus potius utitur
quam imaginibus . Xenopìion vero potius imaginibus ». Il che tutto
se pur è vero, come verissimo appare, sarà certo degna se non
di lode almeno di scusa l'opinione che tengo io, che in questo
negozio l'esser timido, anzi che non, sia gran senno, essendo a
mio parere altrettanto biasimevole la coloro follia, che, per farsi
ammirare con la novità e col pericolo, pel filo d'una corda in
alto temerariamente poggiando, con una sola vergognosa e mortai
caduta possono fare in un medesimo tempo l'ardimento loro
ridicolo e lagrimabile; quanto è comendabile la coloro prudenza,
che, più del giusto delle forze loro non presumendo, nelle azioni
di vera e soda fortezza una sicura gloria vanno cercando. La
cautela di rado, ma l'audacia il più delle volte è ripresa; né
sempre è vero che chi teme del precipizio vada serpendo cosi
basso ed umile che ad una nobile altezza mai non aspiri. Ma
il prudente, provido per gli altrui casi, con penne non d'Icaro
ma di Dedalo sempre felicemente sollevasi; e tra l'uno e l'altro
degli estremi l'impeto dell'ingegno suo ritenendo e con per-
petuo tenore d'una sempr'eguale e però mirabile disposizion
sostenendosi, del suo moderato non meno che del suo generoso
ardire piena e compita lode riporta.
E veramente, se vogliamo pur anche ai maestri ricorrere, e
quello considerare nei loro scritti che nel fatto delle translazioni
hanno essi dell'ardir giudicato, vedremo che dal loro giudicio,
qual egli siasi, il mio parer non discorda. Mostra Quintiliano
onde nasca l'altezza delle metafore; e, non dall'audacia ma dal
suo confine l'origine di lei additandoci, conchiude ch'ella col
pericolo della traslazione s'inalza: il qual pericolo non istà nel
soverchio ardimento (che in esso è più tosto l'irreparabile pre-
cipizio), ma nel termine a lui vicino consiste; onde non audace
assolutamente, ma quasi audace vuol essere il formatore degli
egregi traslati. Le parole di Quintiliano son queste: « Praeci-
pueqjie ex iis oritur mira sublimitas, quae audaciae proxÌ7na
periculo traslationis attollitur, cum rebus, sensu carentibus, actum
quendam et animos damus, qualis est: ' Pontem indignatus Araxes ',
et illa Ciceronis: '^ Quid enim distrìctus ille tuus in ade pharsalica
I40 CLAUDIO ACHILLINI
gladius agebatf cuius latus ille mucro petebai? quis sensus erat
armorum tuorumf ' ». Vuol dunque quel famoso retore con
gli esempi da lui addotti avvertirci che, poco più oltre che il
poeta e l'oratore latino traslatando fossero trapassati, avrebbono
la metafora, non col pericolo fatta eminente e mirabile, ma colla
ruina rendutala fredda e ridicola. Che il dir d'un fiume pode-
roso e veloce che di soffrire egli ponte si sdegni, e l'attribuir a
una spada quell'atto, quella intenzione e quel senso che suol
avere colui che contra il suo nimico l'adopera — crescendo quasi
di quella maniera traslati, che chiamano i latini dalle cose ani-
mate alle inanimate e che dal filosofo nel terzo della Retorica
fùr grandemente lodati; e trovandosi, tra le cose e' han vita e
spirano e quelle che non han senso, gran lontananza e divario;
e riuscendo strano spettacolo il veder in un guardo solo oggetti
tra sé molto diferenti e remoti, sempre che con grande artificio
in quella guisa non sono uniti, che suole il buon pittore il
chiaro e scuro unire con l'ombra; — se queste figure non sì for-
mano con colori isquisitamente maneggiati e composti, invece
di eccitar maraviglia (come si è detto ed è forza replicar molte
volte), riso e stomaco nei sani e maturi giudici sogliono cagio-
nare. E se vogliam contraporre un esempio di chi, non conten-
tatosi d'accostarsi all'audacia, passò il termine e traboccò nel
pericolo, eccolo pur d'Aristotile nel sopracitato libro, dove ri-
prende Gorgia che con metafora troppo lontana chiama « pallidi »
i negozi ed « esangui ». E forse comendato l'avrebbe, se, con più
modesto traslato, che essi « languiscono » avesse detto; percioché
tra '1 languire d'un corpo infermo che, nutrendosi poco, non
possa ben muoversi, e tra l'anneghittir d'un negozio che, privo
dell'altrui protezione e diligenza, al desiderato fine dificilmente
proceda, è certamente maggior somiglianza che non è tra que-
sto e l'esser senza sangue e colore, poiché r« esangue» ed il
« pallido », applicato a negozi, di « chimera » più tosto che di
« metafora » merita il nome.
Pericolosa dunque e dificilissima da condurre a lodato fine,
signor Achillino mio, è l'impresa del traslatare; ond'io, per
la mia debolezza, senza la scorta di autorevol maestro di pur
CARTEGGIO 14I
mover il piede in questo campo non m'assicuro. E se alcuni
questo mio timor non approvano, quella sublime loro natura
n' è sol cagione; che, facendo lor parere (si com 'è veramente)
meschinità e miseria il troppo sottilmente ogni minuzia con-
siderare, e cattività e servaggio il non uscir giamai quasi da'
prescritti confini delle regole altrui, in essi, emuli del grande
Orazio, che felicemente « audace » fu detto, spira un generoso
ardire simile al suo. Il cui esempio, si come giova agli elevati
intelletti, cosi nuoce tanto a coloro che non han pie veloce a
si gran salto. Che si può dire con verità ch'egli sia la ruina
di tutti quelli che, non misurando bene le proprie forze, mentre
a si alto segno tentano anch'essi di giungere, in vani e ridico-
losi sforzi la lena de' loro ingegni miseramente van consumando.
Percioché questi, allettati da quell'applauso col quale sento legger
dal mondo i componimenti de' moderni poeti più nominati e
famosi, parendo loro che principalmente egli nasca da que' pe-
legrini traslati che rendono cosi splendida e cosi grande l'ora-
zione, in verso ed in prosa, tutti con ansietà molto grande si
danno a fabricarne ancor essi; e come il fabbro appunto, l'opera
antecipando, la materia per far tavole, scragni e cosi fatti ar-
nesi ripone prima che di fargli l'opportunità s'appresenti, cosi
essi, innanzi ad ogni occasion di valersene, d'un'ampia loro mu-
nizion metaforica van facendo raccolta; e speculando sempre tra
loro stessi le più strane e più recondite proporzioni che tra le
cose create la natura si creasse giamai, ed aspettando che
qualche nuova e gran cosa per se stessa lor venga in mente,
le lor metafore si può dir a caso in cosi fatta guisa van com-
ponendo, che quanto più sono straniere, audaci, impronte,
oscure ed enormi, tanto più pelegrine, nobili, graziose e mira-
bili essi le stimano, e coloro, non dirò che le biasimano, ma che
con mille lodi non le comendano, spacciano per persone o poco
intendenti o piene di livore e d'invidia.
Parlo cose a lei note e da lei aborrite e talora dalla scher-
zante sua musa sotto l'altrui nome dolcemente schernite. E con-
chiudo che la maggior parte de' poeti de' nostri tempi imitano,
nel far i lor versi, delle barbare nazioni nel vestir il costume:
142 CLAUDIO ACHILLINI
percioché, come quelle non credono che la leggiadria e splen-
didezza consista in altro che negli estremi, le figure loro o troppo
larghe ed abbondanti o troppo misere e ristrette formando, e
nissuna al capriccio loro piacendo che non abbia dello strano
del nuovo e del mai più non veduto; cosi si danno questi ad
intendere che poco leggiadro e poco poetico sia tutto quello
che ogn' ordinario stil non eccede; né cosa da loro è tanto o
quanto approvata, che appresso agli altri, quantunque buoni,
sia in uso. Ed a cotanta meschinità di gusto sono ridotti, che
nissuna voce propria lor piace e la purità fa lor nausea, e, povera
d'ingegno estimandola, solo « ingegnoso » chiamano quello che,
per un tal diforme diletto, quasi prodigio e portento s'ammira.
Io dunque, signor Achillino, che me stesso in parte conosco
e so che a questi tali non prevaglio, anzi pur cedo d'ingegno,
d'avvanzarli almen di giudicio, se non in tutto, in questa parte
almeno, desidero; e però, dalla loro temerità facendo nascer io
il salutifero mio riguardo, di cauto divenire, col loro esempio,
quanto posso, procuro. Ma se questo, che chiamo io cautela
e riguardo, sia vano scrupulo e sovverchio timore, e s'egli non
meno che l'audacia meriti d'esser anch' ei ripreso, come quello
che freni il corso dell'eloquenza ed estingua il calor dell'ingegno
più tosto che lo rassicuri e raffini, a lei (come dissi fin da prin-
cipio) ne rimetto il giudicio. Che, bastando a me d'aver sodis-
fatto all'obligo della promessa, a V. S. col fine di questa bacio la
mano e le prego da Nostro Signore Dio lunga salut' e prosperità.
Di Mantova [tra il 1610 e il 1616].
XLI
Monsignor Merlini a...
Discorrendo della necessità della filosofia nella giurisprudenza,
adduce l'esempio e invoca l'autorità dell'Achillini.
Per lettere scritte a monsignor mio ho inteso con mio gusto
che il signor Achillini nostro ha con novo metodo, ma inge-
gnosissimo al solito, rinchiuso in cinque lezioni tutta la mat-
teria d'una intiera terzaria, per resarcire i danni che dalla
CARTEGGIO I43
absenza sua avesse patito lo Studio. Con che martello però io
l'abbia saputo, dicalo V. S. che sa la stima ch'io fo di cotesto
rarissimo ingegno, conosciuto forsi più in Roma che in Lom-
bardia; che s'Ella udisse, come faccio io, in che maniera di
lui si parli nella corte da' migliori e più intendenti, si confìr-
marebbe nella mia opinione: che coloro, ch'accusano le cose
del signor Achillini, sono convinti o di giudizio plebeo o d'a-
nimo maligno, e o che non lo conoscono overo mortificano
la loro sincerità. E della mia in ciò non credo si possa
dubitare, perché tutta la città di Ferrara ha visto che nello
spazio di sei anni non ho tralasciato venti lezioni di lui ; e pure
si sa che non avevo tempo da perdere, non solo per l'occu-
pazioni della mia lettura ordinaria, del tribunale di monsignor
vicelegato e altri negozi. Ma benedico quell'ore che vi spesi,
perché confesso sentirne alla giornata notabilissimo aprofitta-
mento. E credami V. S. che i pensieri legali di quell'uomo non
si veggono seminati nella faragine dei nostri libri, e che uno
di quei suoi ingegnosi motivi può solevare un avocato dalle an-
gustie d'una disperata lite, sfuggire l'incontro d'una commune
opinione e immortalare un curiale. E se bene si considera la
forza delle opposizioni che gli fanno alcuni, si scoprirà la de-
bolezza de' lor giudici.
Dicono ch'egli adopra termini dialetici e, invece di provar
le conclusioni legali con le allegazioni di Bartolo, Baldo, Ruini,
Bursato, Rolando e d'altri, si servirà di un mezzo filosofico. Ma
credami V. S. che, se questi tali ne' loro arsenali avessero simili
munizioni, anch'essi se ne servirebbono; onde, quand'essi do-
vrebbono piangere la lor povertà, burlansi dell'altrui abbondanza.
Quindi è che Baldo, il quale fondò su la base della filosofia
la machina delle leggi, illustrò l'opere sue con lumi filosofici
e risolse mille questioni con mezzi dialetici; e Bartolo stesso,
che è pure l'archimandrita degli opositori, benché fosse puro
legista, alle volte camino nelle sue lezioni per questa strada; e
si vede (tralasciando mille altri luoghi) che in quella celebre
questione, intitolata: Miilier habens ainplum patrimoniion , un
detto d'Aristotele è la principal frontiera delle sue ragioni. Anzi
144 CLAUDIO ACHILLINI
quegli antichi giurisconsulti, i detti de' quali sono da noi come
oracoli riveriti, con la falce di tali ragioni e con la sola aut-
torità de' filosofi recisero molte controversie civili. E apunto
si vede nelle legge Septimo mense, Dig., De statu hominum,
ove per l'auttorità sola d'Ipocrate medico vien publicato un
axioma legale, dal quale germogliano mille risoluzioni nelle
contese del fòro circa le figliazioni, successioni, adultèri e altre
materie. E poi la giurisprudenza non è ella parte della morale
filosofia? le leggi romane non sono elle figlie de' filosofi legisla-
tori d'Atene? Per questo sentiero hanno anco passato i mo-
derni buoni lettori: il cardinal Bolognetti, la cui gloria più bella
risplende nell'inchiostro che nella porpora, i Menochi, i La-
derchi, i Donelli, i Spanochi e i Massini ; i quali, si come si
scuopre nelle loro lezioni, con la dolcezza delle erudizieni
hanno temprata la ruvidezza della nostra professione, col lume
delle istorie sacre e profane schiarito il buio di molti termini
non intesi da quella barbara età d'Accursio e seguaci, e col filo
della filosofia non solo felicemente ma anco facilmente si distri-
corno dal labirinto delle leggi. Per questo il cardinal Bolognetti,
e dopo lui il Fachineo nell'ultima questione del primo libro delle
sue Controversie , essorta i gioveni e i professori di questa profes-
sione ad intrecciare nello studio loro la lettura de' Bartoli, Baldi,
Castrensi, Aretini, Felini, Socini, con quella de' Budei, degli
Alciati, Duareni, Culaci, Conani, Covaruvi, Tiraquelli e aUri
oltramontani, de' quali il signor Achillini è cosi studioso emu-
latore. Anzi, cred'io, che al buono iurisconsulto sia neces-
sario il filosofare, perché senza l'investigazione delle cagioni
della sua professione non sarebbe scientifico, e agevolmente a
un sofio di sofisma sarà avilupato nelle sue proposizioni, stra-
vederà ne' suoi axiomi e, discreditate le sue conclusioni, scher-
nito restarà nella sua confusione. E si come l'altre scienze, cosi
anco la legge ha principi suoi universali, ne' quali si risolvono
tutti i casi particulari. E perciò, essendo che l'umane azioni
sono quasi infinite e non si trovano scritte le individue deter-
minazioni di tutti i dubi individuali, è necessario, discorendo
e filosofando, ricorrere ai fonti della scienza e col mezzo dei
CARTEGGIO 145
principi universali definire qualunque contesa civile. Onde aviene
che quei infelici dottori, che, avendo riposto tutto lo studio
loro in cumulare e repertoriare decisioni e conclusioni e farsi
numerosa suppeletile di risoluzioni e casi particolari, senza
impossessarsi bene de' principi dell'arte, e senza ruminare col
giudizio legale, e col caldo del discorso digerire e convertire
in sua sostanza i termini della professione, all'incontro d'un
dubio del quale non parlino i repertori litteralmente, restano
nell'aridezza del loro ingegno miseramente arenati.
Altri l'accusano ch'egli nel leggere non approvi la sua opi-
nione con longa schiera e nomenclatura di dottori, senza cumu-
lare communi opinioni. Ma se le questioni legali, massime su
le catedre, si dovessero terminare col numero degli autori e
non col peso delle ragioni, e se l'allegare tanti dottori non
servisse più per pompa di chi parla che per utilità di chi ascolta,
ragionevole sarebbe l'accusa. Chi institui le scole di leggi non
ebbe altro pensiero se non col mezzo de' professori formare
nelle tele degli ingegni de' giovani la cognizione de' termini,
alla sola luce di quei gran giurisconsulti, Papiniano, Vulpiano,
Paolo, Affricano, Scevola e compagni. E di questa mia opi-
nione ve ne sono molti anco costi, e per mille e più basti il te-
stimonio del signor cardinal Pio, mio signore, ch'io ho inteso
da Sua Signoria illustrissima ch'egli non conosce ingegno più
elevato e spiritoso al mondo del signor Achillini. E non senza
ragione quel valente oltramontano riprese gl'italiani scrittori:
« O scelus italorum iiiris professorum, praetermissis purissimis
legum fontibus, venenatas neotericorum lagunas insectari et, ne-
glecto Codice, invigilare Borgninof>. E quei scolari che sopra
i testi solamente si sono affaticati, trapassando poi dai ginnasi
ai fòri, francamente maneggiano i consegli, le decisioni, i trat-
tati e tutta la faragine legale.
Ma faragine sarebbe questa mia se più oltre trascoresse la
mia penna, la quale da altro spirito non è mossa se non da quello
della verità. E ve la bacio.
Di Roma, 3 gennaro 1617.
G. B. Marino, C. Achillini e G. Preti, Lettere- 11.
146 CLAUDIO ACHILLINI
XLII
A UN AMICO
Ringrazia del dono di un libro.
[Ferrara, principi del 1617?].
XLIII
Del cardinal Alessandro Ludovisi
Il cardinal Borghese ha scritto a Ferrara perchè la licenza dell' Achillini
sia prolungata fintanto che dura la legazione del Ludovisi.
Di Pavia, li 15 gennaio 1617.
XLIV
Del medesimo
Il cardinal Borghese ha riscritto, comunicando che, in séguito alla sua
istanza, il magistrato de' Savi di Ferrara ha concesso che la licenza
dell' Achillini sia prolungata per tutta la quaresima.
Di Parma, il primo di febbraio 1617.
XLV
Al cardinal Borghese
Lo ringrazia di essersi tanto interessato per lui.
[primi di febbraio 1617].
XLVI
Del duca Ranuccio Farnese
Lo prega di passare da lui nel recarsi a raggiungere il cardinale Ludovisi.
Dalla Riva, a' 7 di febraro 1617.
CARTEGGIO 147
XLVII
Del medesimo
Intorno allo stesso argomento.
Dalla Riva, a' 8 di febraro 1617.
XLVIII
Del cardinal Alessandro Ludovisi
Dell'ottima accoglienza ricevuta ad Asti. Alloggia nello stesso palazzo con
monsignor di Bethune, col quale ha discorso della sua missione in
Piemonte.
Di Asti, li 5 di marzo 1617.
XLIX
Del medesimo
Notizie varie della corte di Torino. Ha raccomandato l'Achillini al conte
di Verrua, affinchè lo metta in buon concetto col duca di Savoia; ma
non ne ha avuto altra risposta se non : « Il duca è buon principe: non
sa fare male a ninno » .
Di Asti, li II di marzo 1617.
L
Del medesimo
Sta in buona salute. Ha restituito un cavallo.
Notizie della corte di Savoia.
Di Asti, li 13 di marzo 1617.
LI
Del medesimo
Lo prega d' informarsi se è stata recapitata una sua lettera
al duca di Parma.
Di Asti, h 15 di marzo 1617.
148 CLAUDIO ACHILLINI
LII
Del medesimo
Gli spagnuoli non vogliono sapere di pace,
a causa dei continui progressi fatti dal duca di Savoia.
Di Pavia, li 5 di aprile 1617.
LUI
Del medesimo
Riferisce un brano d'una lettera del cardinal Borghese, nella quale si an-
nunzia che a sua istanza il magistrato de' Savi di Ferrara ha ancora
prorogata la licenza all'Achillini.
Di Pavia, li 12 aprile 1617.
LIV
Del medesimo
Lo incarica di esprimere tutta la sua gratitudine al cardinal Pio.
Di Parma, li 19 aprile 1617.
LV
Al signor N. N,, a Torino
Presenta e raccomanda Fulvio Testi.
Quel cortese genio e quella benigna volontà di V. S. illu-
strissima, che verso la persona mia due volte scopersi in Torino,
mi fanno ardito a scriverle queste due righe con le quali ac-
compagno il signor Fulvio Testi, poeta ingeniosissimo e dol-
cissimo, che, tratto dalle glorie del signor duca e di tutta cotesta
serenissima posterità, si trova in cotesti paesi alla presenza
CARTEGGIO 149
di V. S. illustrissima. Né pretendo già di manifestarlo o d' in-
trodurlo, perché nel primo la fama e l'eccellenza delle sue
composizioni m'hanno di già prevenuto, e nel secondo le gene-
rose accoglienze di V. S. illustrissima in questo punto mi pre-
vengono. Professo dunque solo in questo ufficio di sottentrar
a parte di tutti quegli oblighi ne' quali lo porranno i favori di
V. S. illustrissima; la quale, come signore di finissimo giudizio
negli affari poetici, non potrà, mi cred'io, non maravigliarsi che
il signor Fulvio nell'aurora, per cosi dire, della sua età abbia
avanzati di splendore gli Appollini dell'arte. E qui, supplican-
dola a continuarmi la sua bramata grazia, le faccio umile ri-
verenza.
Di Ferrara, li 22 aprile 1617.
LVI
Di Girolamo Preti
Della reputazione che gode l'Achillini in Roma.
Il signor Gasparo Ercolani non vorrebbe ch'io facessi leggere
il sonetto di V. S. nell'academia, ed io son pertinace di voler
farlo. Anzi egli sarebbe stato letto a quest'ora, poiché m'ha pro-
messo di leggerlo un academico il qual recita con garbo singolare;
ma per mala fortuna egli non venne a tempo nell'ultima radu-
nanza che si fece domenica passata. Ma nella prossima si
reciterà senz'altro, se però il signor Gasparo non mei vieta con
autorità più che tirannica. Egli è uno de' più nobili componi-
menti ch'abbia mai fatto l'arte poetica; onde non so con qual
ragione V. S. possa o voglia celarlo. Ma già non si può ascon-
dere, poiché già è stato veduto da questi ingegni in buona
parte; i quali, benché siano di quella setta che non fa mai le
sue bisogne senza serviziale, con tutto ciò l'hanno ammirato
per mia fé, e confessano che lo 'ngegno del signor Achillino è
mostruoso oggidì. Però V. S. non si può ascondere, poiché
Ella è conosciuta, e vanno attorno per Roma molte sue com-
posizioni, delle quali ho avuto copia da persone ch'Ella non ha
150 CLAUDIO ACHILLINI
mai conosciute; e ne farà fede il medesimo signor Gasparo, a
cui l'ho mostrate. V. S. è famosa non meno in Roma che
altrove, e non voglio negare d'aver qualche parte anch'io fra
gl'istromenti della sua fama, poiché procuro spesso qualche
occasione di ragionar di lei, e quando ne ragiono congiungo la
veemenza oratoria colla verità istorica. Queste non son lusinghe,
perché da lei non vuo' nulla fuorché la sua solita buona vo-
lontà verso me. Tutti desiderano di veder V. S., ed io n'ho
data loro qualche speranza colla venuta del signor cardinale
Ludo visi.
Stanno sotto la stampa l'opere del padre Famiano, il quale
ha avuto ora il carico dello scrivere le storie di Fiandra del
signor duca di Parma, e già ha dato principio al lavoro; onde
si spera un'opera molto buona. Ho voluto darne parte a V. S.,
la quale è amata e stimata da lui. E le bacio per fine con
molto affetto la mano.
Di Roma, a' xxvi di aprile 1617.
LVII
Del cardinal Alessandro Ludovisi
Acclude una lettera pel cardinal Pio, che l'Achillini ringrazierà ancora
una volta a voce, e un'altra pel marchese di Villa.
Di Pavia, li 26 aprile 1617.
LVIII
Di Girolamo Preti al padre Domenico Grini gesuita
Intorno ad alcune scritture politiche del Grini.
Quel Politico presagio, che vedemmo il signor Achillini ed io
intorno ai fini delle guerre presenti, parve ad ambidue dettato
dallo stesso genio della politica; anzi che, se l'inchiostro ond'egli
fu scritto fosse stato stillato dalla quintaessenza dei cuori
dei prencipi viventi, non avrebbe l'auttore più al vivo potuto
rappresentare i loro pensieri al lettore. E molti successi finora
CARTEGGIO 151
fanno una certissima fede del divino giudizio che riluce in si
fatta scrittura, e crediamo senz'altro che con avenimenti non
dissimili resterà canonizato il solenne pronostico e la gloria
di una tanta penna. Ma, Dio buono, non abbiamo avuto for-
tuna dalla Paternità Vostra di poter rinvenire la fatidica Cas-
sandra di si fatti successi. Ben sappiamo che non si sono per
ancora vedute profezie si politicamente aggiustate come quelle
di quei fogli, e stimeremmo beati quei re che si fatto giudizio e
si fatta penna avessero per consigliero e per secretarla. Non
vedesi scrittura in simil genere, o concernente ai presenti overo
ai tempi passati, che a mezzo '1 foglio non. dia saggio della
viziosa parzialità dello scrittore, e conseguentemente non si
vegga nell'affetto di lui sepolta la fede dei concetti, e nella
fede del cuore screditata quella giudiziosa indifferenza che tanto
è desiderata in chi vuole intraprendere la nobile carica di scri-
vere in si fatte matterie. Ma nella moltitudine di tanti fogli che
ne diede la Paternità Vostra a leggere, Dio buono, com'egli è
mai possibile non potessimo scoprire pure una minima scintilla
di passione che derogasse alla gloriosa neutralità dell'auttore,
e per longa diligenza che abbiam fatta non abbiam potuto rin-
venir un essempio d'un tanto pregio. Altre scritture si veg-
gono, che dentro ai lisci retorici chiudono deturpata la politica
maestà, né sanno altro più vivamente e più eloquentemente rap-
presentare che i propri livori e le proprie passioni. Quella
scrittura con eloquentissima prudenza, senz'affettazioni o livide
e retoriche, espresse puramente il vero di quanto è poi succe-
duto e di quanto, crediamo, succederà. E per iscrivere con un solo
tocco d'ingenuità quello che ne sentiamo, noi abbiamo in tanta
venerazione quella scrittura in quanta aver si possa scrittura
mortale; e viva sicura la Paternità Vostra che alcuni altri giudi-
ziosi ingegni che capitano talvolta alla conversazione del signor
Achillini, che l'udirono leggere, ne formarono lo stesso concetto.
Simili d'eccellenza in ogni genere furono le due scritture intorno
al ritorno dei giesuiti a Venezia; lette le quali, disse il signor
Achillini: — Figulus Figulo. — Io l'interrogai del senso di si fatto
proverbio. Egli mi rispose che la più sublime e la più apostolica
152 CLAUDIO ACHILLINI
republica, che nell'ampiezza della Chiesa di Dio spiritualmente
e poveramente regnasse, era la Compagnia de' giesuiti; e che
la maggior republica tra le politiche, dal principio del mondo
sino a questi tempi, e per virginità e per prudenza e per re-
ligione e per durazione, era quella di Venezia. E che però, invi-
diandosi tante eccellenze l'una all'altra, non fu maraviglia se,
stendendo i veneziani il braccio secolare, allontanarono da se
stessi la Compagnia de' padri; ma che se mai con prudenza
umana potessero specularsi maniere che aggevolassero la riunione
delle due republiche, erano senz'altro espresse tutte nelle nobi-
lissime scritture. E piacesse a Dio che fosse nato nei superiori
un giudizioso genio d'eseguirle, che vedressimo forse ciò che
desidera il mondo cristiano. E forse forse non avrebbono i ve-
neziani cosi al vivo rotto co' la casa d'Austria; e forse non vi
è altro mezzo per riconcigliargli con quella monarchia che l'al-
tissimo valore dei padri, i quali saprebbono rompere quelle
pietre di scandolo sovra le quali si è fabricata la presente guerra.
Intorno al desiderio della Paternità Vostra dell'inviarle nota
delle mie scritture, vorrei ch'Ella deputasse un amico qui che
le vedesse, perché io poi farei quanto da esso mi fosse com-
mandato. E qui con parzialissima riverenza le bacio le mani.
[Roma, verso la metà del 1617].
LIX
Del cardinal Alessandro Ludovisi
Notizie varie. Gli augura prospero l'anno nuovo.
Di Pavia, li 4 dicembre 1617.
LX
Del medesimo
Lo aiuterà nel suo disegno di esser chiamato alla cattedra di diritto civile
nell'università di Bologna con lo stesso stipendio che gode a Ferrara;
ma la cosa non è facile.
Di Roma, li 12 di decembre 1617.
CARTEGGIO I53
LXI
Al conte Ridolfo Campeggi
Ne loda il poema: Le lagrime della Vergine.
Gli uffici di cortesia usciti dalla penna di V. S. non pos-
sono mai giunger tardi, poiché trapassano sempre tutte le
mete e tutti i segni degli altri. Gliene rendo grazie affettuosis-
sime, e riconosco le lodi che mi scrive per parti felici del
suo fecondissimo ingegno più che per titoli convenienti al
mio sterilissimo talento. Il principio mio fu ben di leggi, ma
vivo senza legge addolorato per esser lontano dalla conversa-
zione degli amici e padroni, e particolarmente del mio conte
Ridolfo, il quale, essendo l'anima della poesia, fa che in questa
lontananza io resti un cadavero poetico. Se non che al presente
parmi di risorgere, alle rugiade vitali di quelle Lagrime della
Vergine, che m'ha inviato. Si bella cosa ho io quasi tutta tras-
corso. Non so che dirmi. So bene che, se dicessi qualche cosa, la
direi sinceramente ed ingenuamente. Questo stile è ripieno di
quella poetica purità che veramente si richiede a tal matteria, ed
è libero da quelle moderne novità, che, per qualche raggio d'ac-
cidental bellezza che possono vibrare, tolgono molto di credito
al serio di quella sentenza che si tratta. E, quanto a me, stimo
che cose tali siano le comete della poesia. Ch'essendo le comete,
quasi dirò, stelle addottive e lumi adulterini, anzi false gemme
del gran cerchio del cielo, tali riescono apunto le smoderate
novità e i troppo arditi trasporti dei compositori di questo
tempo: li quali, invece di seminare le cose loro di lumi
nobili e pelegrini, vanno da lontanissimi luoghi addottando
splendori adulterini per poetici figlioli degli ingegni loro; ma
alla fine poi, procurando col solo strale della elocuzione d'inva-
ghire e di cattivar gli occhi del senso, a pena arrivano con la
loro merce su la porta dell'intelletto, che, ricercatane interna-
mente la sustanza e non ritrovatevi che spoglie e lisci, sono
ributtate e dannate all'oblio. Mentre d'altra parte le stanze di
154 CLAUDIO ACHILLINI
V. S. sono illustrate da legitimi lumi, sparse di stelle naturali e
adorne di gemme pelegrine e preziose; onde potranno compa-
rire riguardevoli e ammirabili alla presenza di qualsivoglia sodo
e sano giudizio. Quindi averrà che nell'acque di si care e be-
nedette Lagrime nuotarà la gloria di V. S,, per giungere infine
al porto dell'eternità; e potranno le muse su l'umida base di
si bel pianto fabricar e rinovar l'antico riso, avendo lucuperate
le perdute bellezze. E cosi potess'io in si prezioso lavacro la-
var questa anima, come dal puro cristallo di si belle Lagrime già
già mi traspare l'immortalità del suo stile e del suo nome. Né
ricerchi già V. S. a si compiti lavori ammenda alcuna, ch'in
quella vece trovarà sempre meraviglia e lodi, poiché l'ama-
ritudine del suo pianto spira tanta dolcezza e l' impietà di si
acerbo dolore spira tanta pietà nell'animo di chi legge, che con
meravigliosa forza di tenerezza solleva al cielo. Per lo che l'onde
di questi umori lagrimosi possono chiamarsi in un certo modo
l'acque del Tigre e dell'Eufrate, le quali, se pelegrino s'invo-
gliasse del loro fonte, lo condurrebbono in paradiso. E le ba-
cio le mani.
[1617].
LXII
Al collegio de' dottori leggisti di Bologna
Domanda di far parte del collegio medesimo.
Sa Dio l'estrema devozione ed osservanza che sempre ho
portato a cotesto dignissimo e nobilissimo numero, e sa con
che gusto e con che prontezza ho sempre incontrate l'occasioni
di servirlo. Da questo continuato e non mai interrotto affetto,
congiunto con la benignità di VV. SS. eccellentissime, nasce
in me una viva e certa confidenza che nella presente vacanza
m'onoreranno di farmi loro collega. Vengo dunque a suplicarnele
col più umile e col più devoto affetto che possa nascere dall'animo
mio, e vorrei potere mostrar espresso e vivo in questa carta
il cor mio, perché conoscerebbono di non potere aggregare
CARTEGGIO 155
soggetto né più devoto né più ubligato a cotesta famosissima
adunanza. E se bene averci potuto onorare queste mie preghiere
con lettere de grandi, non ho però voluto farlo, perché desidero
immediatissimamente da loro questa grazia, per non averne a
dividere l'obligo; e tanto più volontieri ho rissoluto di trattare in
questa maniera, perché quanto onore avrebbe l'altrui grandezza
apportato alla mia instanza, d'altretanto discredito sarebbe stato
alla mia confidenza. Tutta la riputazione che nel corso de' miei
giorni ho conseguita, tutta riconosco da cotesto numero; tutte
le speranze che possono passarmi per la mente, tutte hanno
le loro prime radici fisse in cotesto collegio; e spero ancora
che dalla bontà loro non mi sera negata quest'ultima grazia
d'esserne fatto collega. L'età mia è proporzionata a tutte le
fatiche, e di studi e di viaggi, che potessero al collegio occorrere.
Ogni poco più che mi tardino questo onore, favoriranno più il
desiderio che avrò di servirle che le forze di poterlo fare. Già
l'anno vigesimoquinto del mio dottorato s'avicina, e non ho
in cotesta congregazione parente che mi protegga o che mi pro-
mova. Ma dall'altra parte vivamente confido che la loro giu-
stissima destrezza e bontà mi servirà di padre e di zio per
farmi conseguire questa desideratissima consolazione. Colla qual
fede faccio a tutte le SS. VV. eccellentissime, in universale e
in particolare, umilissima riverenza.
Di Ferrara, li 27 ... [1619].
LXIII
Al cardinal Capponi
In occasione della sua partenza da Bologna.
Col più devoto e col più tenero affetto che possa produrre
l'animo mio, vengo ad augurare a V. S. illustrissima il buon
viaggio in cotesta sua pur troppo improvisa partita; e se bene
io so che una pioggia di lacrime di tanti cittadini l'accom-
pagnarà fuori della città, so ancora che si fatta pioggia più di
qualsivoglia sereno sarà sempre serena e chiara al nome e alla
156 CLAUDIO ACHILLINI
gloria di V. S. illustrissima. Qui non ho parole bastevoli per
esprimere il dolore con che vo accompagnando il commune do-
lore della mia patria. Bastaràmi il dire che V. S. illustrissima
parte di Bologna, che tanto è quanto s'io dicessi quel signore
il cui governo vivrà sempre nelle memorie, nelle lingue e nelle
penne di tutto il mondo. Certo che niun altro più di lei seppe
mischiare in si fine tempre il rigore coU'equità. I suoi favori e
le sue grazie furono più favorite e più graziose, perché furono
mai sempre condite in una incomparabile gentilezza e benignità;
i suoi mali e le sue pene divennero agli stessi rei, per cosi
dire, amabili, perché furono sempre da una violentissima autto-
rità della ragione persuase; e se bene V. S. illustrissima gover-
nando s'aggirò sempre e si contenne dentro i termini delle leggi,
ha però saputo senza legge alcuna assolutamente ubligarsi i cuori
di tutta cotesta città. Non usci mai parola dalla sua bocca che
amareggiasse chichesia. Il suo disinteressatissimo candore nel
concetto di tutti non ebbe mai pari; e quella longanimità e
toleranza, che diede forsi che dire a certi lividi aristarchi che
non sanno conoscer gli andamenti di Dio, fu quella dote appunto
nella quale V. S. illustrissima più che in qualsivoglia altra imitò
la divina previdenza. Non mi riprenderà già Ella perché io,
parlando in queste poche righe seco, trapassi forsi i confini
della sua modestia; perché posso giurarle che qui solo io faccio
le parti del mio dolore e non delle sue lodi, E però mi con-
doglio con la mia patria, che perde il padre; mi condoglio con
lei, perché si rompe il filo di quelle glorie che le si andavano
continuando; mi condoglio con me stesso, perché perdo in
questi paesi un mio singolarissimo signore. Se bene, s'io ben
m'aveggo, né V. S. illustrissima ferma il corso delle sue glorie,
né Bologna perde il padre, né io rimango senza un mio desi-
deratissimo patrone. Perché, s'egli è vero che, quando alcuno
con impeto gitta un sasso, benché rimanga subito quieto ed im-
moto il braccio che Paventò, pur tuttavia quel mobile va se-
guendo il suo viaggio finché dura quella virtù che dalla mano
gli fu impressa; sarà vero ancora che, avendo V. S. illustrissima
con estrema forza di politica previdenza posto in moto la gran
CARTEGGIO 157
pietra del suo governo, benché ora se ne parta e si riposi,
durerà il moto finché dura quella longhissima virtù che si
spiccò dal braccio della sua giudiciosa auttorità. E cosi V. S. illu-
strissima, quantunque partita, sarà per virtù presente ad esser-
citare i suoi paterni uffici verso la sua cara Bologna, né rimarrà
intanto interrotto il filo delle sue glorie, ed io godrò pur anche
in queste parti un mio signore. E cosi spero senz'altro, perché
sarà pur anche gloria dell'illustrissimo successore il seguir quegli
ordini approvati dalla pratica e quegli stili che V. S. illustrissima
avrà lasciato; né certo altro si può aspettare dal nobilissimo
genio del signor cardinale Sa velli, la cui venuta poteva solo solo
consolar il dolore della partita di lei. La qual supplico umil-
mente ad avermi per suo servitore in tutti i luoghi, in tutte le
fortune e in tutte le occasioni.
[Roma, decembre 1619].
LXIV
Al cavalier Marino
Lodi.
(Lettera premessa alla Sampogna del Marino (i)).
Dopo tanti anni io vi saluto cordialissimamente, e vi assicuro
col cuore in cima a questa penna che l' interposizione di tanta terra
quanta è tra noi non ha potuto ecclissarvi pur un raggio del-
l'antico amor mio. Io sono al soHto parzialissimo delle vostre
glorie; e si come nella più pura parte dell'anima mia sta viva
questa opinione che voi siate il maggior poeta di quanti ne na-
scessero o tra' toscani o tra' latini o tra' greci o tra gli egizi o
tra gli arabi o tra' caldei o tra gli ebrei, cosi questa medesima
conclusione difendo e professo continovamente con la lingua
qualor ne parlo, e con la penna ogni volta che ne scrivo.
(i) Per la risposta del Marino si veda nel primo volume, pp. 248-9 [Ed.].
158 CLAUDIO ACHILLINI
Insomma l'api di Pindo non sanno stillar favi più dolci di quelli
che fabricano nella vostra bocca, e la fama poetica non sa volar
con altre penne che con la vostra. L'invidia poi de' vostri de-
trattori non sente i suoi funerali più risoluti che nelle mie pa-
role. Rallegromi delle vostre fortune in codesto regno, e par-
ticolarmente che la vostra speranza a guisa di fenice sia risorta
più viva e più bella dal suo rogo.
Moro d'impazienza per non potervi rivedere. Ma chi sa?
Reverite a mio nome, ve ne prego, tre personaggi segnalati:
il nunzio apostolico, gloria de' prelati; il signor di Bettune, norma
de' cavalieri; e monsignor Rucellai, specchio di valore e di gen-
tilezza.
Vivete felice e conservatevi tale con la vostra prudenza, per-
ché voi servite ad un re nelle cui mani dirò quasi che Marte
ha riposte tutte le speranze delle sue glorie in terra. Per fatai
decreto voi sarete un giorno l'Omero di cotesto Achille. Intanto
bacio vi carissimamente le mani.
Di Bologna [principi del 1620].
LXV
Del cardinal Alessandro Ludovisi
Prende atto che l'Achillini promette di partire da Roma fra quattro giorni,
e non mancherà di raccomandarlo ai signori del reggimento di Bologna
circa la cattedra da lui desiderata.
Di Bologna, li 17 luglio 1620.
LXVI
Del medesimo
Troppi obblighi di gratitudine ha verso l'Achillini, perché questi possa
menomamente dubitare che egli non faccia quanto è in lui circa l'af-
fare della cattedra bolognese.
Di Bologna, li 18 di luglio 1620.
CARTEGGIO 159
LXVII
Del medesimo
Ha fatto quel che poteva presso il legato e i signori del reggimento di
Bologna circa l'affare della cattedra; ma non ha il coraggio di scriverne
direttamente al papa. Pensi piuttosto l'Achillini, ora che si trova a
Roma, a farsi raccomandare a Paolo quinto da qualche personaggio
influente.
Di Bologna, li 15 agosto 1620.
LXVIII
Al papa Paolo quinto
Supplica relativa alla cattedra bolognese.
[poco posteriore alla precedente lettera?].
LXIX
Di monsignor (poi cardinale) Ludovico Ludovisi
Ringrazia degli augùri per capodanno, e comunica d'aver ottenuto da
papa Paolo quinto un «luogo di consulta».
Di Roma, li 6 di gennaro 1621.
LXX
Del cardinal Alessandro Ludovisi
Lo prega di acconsentire che il signor Marino Giorgio, nobile veneto,
possa godere temporaneamente l'uso di alcune camere presso il signor
Spannochi.
Di Bologna, li 12 di gennaio 162 1.
LXXI
Al PAPA Gregorio decimoquinto
Congratulazioni per la sua elezione al pontificato.
Di Bologna, li 12 febbraio 1621.
l6o CLAUDIO ACHILLINI
LXXII
Del cardinal Ludovico Ludovisi
Ringrazia, in nome del papa, della precedente lettera.
Di Roma, li 17 di febbraio 1621.
LXXIII
Di monsignor Merlini
Può l'Achillini recarsi liberamente a Roma.
Lodato Dio! Ho servito V. S. in maniera e' ho pienamente
sodisfatto a me stesso. Col signor cardinal Ludovisio padrone
ho introdotto parlamento di V. S. Egli mi ha detto che crede
fermamente ch'Ella sia per venire a Roma in questa occasione.
E avendoli io destramente insinuato che Sua Signoria illustris-
sima dovea chiamarla, m'ha risposto che non occorre, perché
da se stessa verrà, e ch'egli la vedrà volontieri e con gusto,
e che le farà ogni servigio. A questo parlare ho io aggiunto
quegli offici e quegl' incitamenti che V. S. maggiori si può
imaginare. Venga e stia allegramente, ma tenga per evangelio
ch'io son la fenice degli amici; e mi contento che per me
V. S. facci una bella parlata in quella guisa ch'io ho fatto per
lei \conHnua, dando ìiotizia delle nuove nu7iziaticré\.
Roma, 17 febbraio 1621.
LXXIV
Del vescovo di Crema
Vada presto a Roma a baciare il piede al nuovo papa,
giacché « beati primi » .
Di Bologna, li 4 marzo 1621.
CARTEGGIO l6l
LXXV
Al signor Antonio Lamberti
Difende gli ambasciatori bolognesi a Roma dall'accusa di presentarsi
in pubblico in assetto non pari al loro grado.
[Di Roma], 25 aprile 1621.
LXXVI
Al medesimo
Stia tranquillo, che il papa e il cardinal Ludovico Ludovisi
hanno letta la sua lettera.
[Di Roma], 22 maggio 1621.
LXXVII
Al medesimo
Intorno allo stesso argomento.
[poco posteriore alla precedente].
LXXVIII
Al medesimo
D'un'accademia che si terrà, per ordine di Gregorio decimoquinto,
il giorno del ferragosto in Roma.
Vi do aviso come d'ordine del padrone ho da parlare nel-
l'accademia in concorrenza d'un padre, detto il « mostro di let-
tere », domenicano, sopra quelle parole d'Isaia: <f. Butirum et
mei comedet, ut sciai eligere bonum et reprobare vialum ». Luogo
misteriosissimo. Se potessi avere qualche erudizione recondita
intorno al miele ed intorno al butiro ed all'intelligenza di quel
luogo, il servizio verrebbe a tempo. Parlatene col scozzese.
[Di Roma, luglio o agosto 1621].
G. B. Marino, C. Achillini e G. Preti, Lettere -11. 11
l62 CLAUDIO ACHILLINI
LXXIX
Al medesimo
Ancora dell'accademia, indicando se stesso
col soprannome di « la Rossa » .
Si rompono muri in Pallazzo per far fenestre scerete per il
maggiorengo, alla parlata che ha da far la Rossa la Madonna
d'agosto.
Che diavolo mi scrivete di febre? Il papa non ha mai avuto
febre, e tutte sono menchionarie. Oggi sono stato con lui due
ore: m'ha fatto bevere due volte e ha bevuto anch'egli.
[Di Roma, prima quindicina d'agosto 1621].
LXXX
Al medesimo
Intorno allo stesso argomento.
L'accademia si fé' nel gran salone del papa alla presenza del
papa e del resto di Roma, senza eccettuar altro che le donne
e gl'infanti. In una moltitudine si grande era tanto il mormorio
per lo gran caldo, incommodità e folla, che la povera Rossa
parlò con tanto disgusto proprio con quanta maraviglia di tutti.
Ma l'intenderete da altri, perché in questo mondo non si è
mai fatta tale accademia, né uomo in alcun secolo parlò mai con
tanto applauso. Ma stracciate questa, che ad altri che a voi non
si scriverebbe. E vedete se vi voglio bene, che solo solo per
voi voglio scrivere tutto quello che ho detto, e non lo farei
per tutti i monarchi del mondo.
[Di Roma, poco dopo il 15 agosto 1621].
Poscritta di Girolamo Preti. — Insomma il signor AchilHni
è un demonio. Domenica nell'accademia egli fece spiritare tutto
il mondo.
CARTEGGIO 163
LXXXI
Al medesimo
D'un'altra accademia tenutasi in Roma.
S'è fatta un'altra accademia e v'era tutto il mondo. Altri
hanno parlato, ma per verità non s'è sentito altro mormorio
tra' più grandi se non questo: — Ci vogliono degli Achillini. —
Se il vecchio ode, non si sa, perché ci sono dei ricchi... (').
I cardinali tra loro parlano, finita l'accademia: si parla toscano
finora e non latino.
Doppo questa seconda, nella quale si trattò del testamento
di David, nel terzo dei Re, al capitolo secondo, montammo in
carozza Ludovisio, Aldobrandino, Savoia ed io. Il padrone mi
disse: — Achillino, se aveste avuto a parlare oggi, che cosa
avresti detto? — Risposi: — Se VV. SS. illustrissime avranno pa-
zienza d'udirmi e che la carozza vada piano piano, voglio con
cinque demonstrazioni far loro toccar con mano il contrario di
tutto quello che oggi hanno inteso. — E cosi feci con grandis-
simo gusto.
Questi altri giorni poi me la sono ito passando con giocar
a primiera col padrone ed Aldobrandino; ma il diavolo è l'aver
sempre disdetta. Mandatemi un memoriale giusto di quello che
vuole vostro fratello, diretto al papa, che avrò il servizio, se
non vien giù il mondo.
[Di Roma, agosto o settembre 1621].
Poscritta di Girolamo Preti. — Signor Lamberto smemorato
di me ! L'ultima accademia, benché bella e buona, non ha ser-
vito ad altro che a glorificare il signor Achillino per l'azion
sua nell'accademia antecedente. Il signor cardinale gli vuol gran-
dissimo bene e fa stima grandissima di lui, e la corte ha gran-
dissimo concetto del valor suo. Questo è detto per testimonianza
della verità e per consolazione di V. S., la quale però non si
ricorda di me, povero soricino.
(i) Lacuna nel testo [Ed.].
l64 CLAUDIO ACHILLINI
LXXXII
Al Lamberti
È in procinto di partire da Roma.
[Di Roma, autunno 162 1].
LXXXIII
Di Girolamo Preti
Si lagna dell'improvvisa partenza dell'amico da Roma.
Signor dottor bello, io non so che discrezione o crudeltà
sia la vostra. Voi mi diceste a Frascati di dover partire: ma
non potei credere che Ella partisse avanti il ritorno della corte;
onde io non ebbi tempo né d'abbracciarvi né di baciarvi né
di darvi il buon viaggio. Ora v'abbraccio e vi bacio e vi do
il bonis avibus in ispirito con tutta l'anima. Vi do, dico, il buon
viaggio, cioè il viaggio di ritorno a Roma, poiché tengo per fermo,
e la corte il tiene, che tornerete meliori alite. Certo è che qui
voi avete lasciato buon credito, buona fama e buona speranza
di voi, abeu7itis solatia. State allegro, perché ognun vi piagne.
Al signor Lamberti vostro e mio centomilla baciamani. Vo-
gliatemi bene, che io vi voglio ottimo.
[Di Roma, autunno 1621].
LXXXIV
Di Girolamo Morini (?)
Solo soggiorno adatto ai meriti dell'Achillini è Roma.
Prima ch'io ricevessi la lettera di V. S., di già il signor ***
aveami significato il suo ritorno a Bologna, del quale non so
veramente che mi dire. Se V. S. è tornata a trattenervisi per un
breve tempo, bene; ma se, come m'accenna, ha lasciato Roma
per un pezzo e forsi per sempre, io non posso accommodarvimi
interamente, per dir liberamente l'animo mio. iPerché, se bene
CARTEGGIO 165
lo Star in casa sua è cosa desiderabilissima e beato può dirsi
chi, lontano dall'ambizioni cortigianesche, vive vita tranquilla e
scarca di quelle cure che veramente infelicitano l'uomo; tuttavia
al libero e vivacissimo ingegno di V. S. non mi pare assai
proporzionata stanza Bologna. Io non dico ch'ella non sia città
illustrissima e augustissimo teatro, nel quale in cospetto affatto
di gente straniera Ella potrà sempre far gloriosa mostra del suo
valore; ma dico che, se costi avrà molti conoscitori delle sue
rare virtù, in Roma n'avrà e conoscitori e riconoscitori, che
potranno portarla a quei gradi e a quelle onorcvolezze che
dal molto suo merito le sono promesse e da tanti amici e ser-
vitori suoi augurate. Io so ch'il Tebro in quelle parti non fu
giamai veduto correr limpido e cristalino; ma so anco che le
sue torbidezze non sono a lui naturali, ma, per lo concorso di
tant'altri fiumi e rivi che a gara precipitano da' monti per unirsi
seco, egli si rende torbido ed oscuro, come V. S. canta nel
suo dolcissimo sonetto. E che l'onde di questo nobilissimo fiume
non siano per natura tali, V. S. avrà potuto vedere in Roma;
che, a chi vuole usarle, in pochissime ore elle divengono lim-
pidissime e per aventura tanto eguali in chiarezza quanto su-
periori in salubrità a quell'acque che, nella villa da lei descrit-
tami, fanno col bel lor mormorio grazioso tenore al leggiadro
contrapunto de' lascivi augelletti.
Signor mio, il tempo fa di gran cose. V. S. è commoda in
casa sua, onorata nella sua patria, in essa vive quieta, amata
da tutti ed ammirata da chiunque ha notizia di quanto Ella vale.
Con tutto questo, fra il signor Achillini e Roma mi par che
sia tanta conformità che il signor Achillini non sia tale fuor di
Roma, e Roma priva del signor Achillini o non sia Roma overo
priva di particolarissimo ornamento. Io sono a V. S. servitore
per certo inutile, ma però di grandissima osservanza e di affe-
zione singolare; e perciò, se prorompo in qualche impertinenza,
mi scusi, di grazia, ascrivendo il tutto ad eccessi d'amore e di
devozione. Con che di vivo cuore le bacio le mani, e prego
da Dio ogni bene, con mutazione di pensiero.
[1621?].
l66 CLAUDIO ACHILLINI
LXXXV
Di Giovanni Fabro
Invia al poeta l'anello dell'accademia dei Lincei.
Ecco l'anello linceo, col quale il signor prencipe nostro, don
Virginio Cesarini, e altri signori academici lincei hanno voluto
legare ed aggregare V. S. al loro consesso linceo, per ricevere
maggior splendore dal molto illuminato intelletto di V. S. in
tutte le scienze. Accetti dunque V. S. questo cortese vincolo; col
quale però lei non resti imprigionata da noi, ma possa con
esso cattivare ed incatenare l'animi nostri, li quali già molto
tempo fa abbiamo dedicati alle sue rare qualità e virtù. L'obligo
di V. S. ora non è altro, salvo che questo: che lei in queste
due polizze abbia da rimandarci il suo nome in forma e guisa
come si vede qui appresso, accioché possiamo arrollarla nel
catalogo dei signori lincei, che io tengo appresso di me. E per
fine a V. S. auguro sommo contento e le felicissime feste di
natale.
Di Roma, alli 21 di decembre 1621.
LXXXVI
Al signor Giovanni Fabro
Risposta alla lettera precedente.
Ho ricevuto l'anello linceo, inviatomi da V. S. per parte del
signor don Virginio Cesarini, prencipe dell'accademia, e per
parte ancora degli altri accademici. Tardi n'accuso la ricevuta,
perché, essendo io in Bologna, la sua lettera non ha potuto
trovarmi in Ferrara. Intorno poi all'onore che mi fa il signor
prencipe con gli altri accademici, mi rimetto alla qui congiunta
lettera; e rendendo a lei particolarissime grazie della briga che
se n'è presa e inviandole il mio nome conforme all'aviso, le
bacio con affetto straordinario le mani.
[Bologna, principi del 1622].
CARTEGGIO 167
LXXXVII
Al signor don Virginio Cesarini
Ringraziamenti per la nomina ad accademico linceo.
Con lettere del signor Giovanni Fabro ricevo in Bologna
l'anello linceo inviatomi per parte dì V. S. illustrissima e degli
altri accademici, e ne rendo a lei e agli altri accademici quelle
più umili e più devote grazie eh' io posso. E si come conosco
che si fatto circolo è bastevole ad incoronarmi il nome in tutti
i secoli e in tutti i luoghi, cosi assicuro V. S. illustrissima e
tutta l'accademia che sera simbolo a me dell'eternità di quel-
l'obligo con che vivo strettissimo, e per ossequio e per obe-
dienza a lei e agli altri di si sublime favore. Piaccia intanto a
Dio benedetto di tornare a V. S. illustrissima il verde della
salute quanto verde è lo smeraldo che io ricevo. E le fo una
profondissima riverenza.
[Bologna, principi del 1622].
LXXXVIII
Del cardinal Ludovico Ludovisi
Ringrazia degli augùri per capodanno.
Scriverà a Ferrara circa una tratta che interessa l'Achillini.
Roma, 3 gennaio 1622.
LXXXIX
Al principe Aldobrandini
Congratulazioni per la nascita di un figlio.
Bononiae, tertio nonae februarias 1622.
XC
Del principe Aldobrandini
Risposta alla precedente lettera.
Romae, xiv kalendas martii 1622.
l68 CLAUDIO ACHILLINI
XCI
Al principe Aldobrandini
Replica alla precedente lettera.
[Bononiae], tertio nonae martias 1622.
XCII
Del cardinal di Cremona
Tratterà coi dovuti riguardi Tommaso Dempstero, a lui presentato
per lettera dall' Achillini.
Di Roma, li 18 di ottobre 1622.
xeni
Al signor Girolamo Preti
Dà il bene giunto al Marino, arrivato a Roma da Parigi, e loda l'Adone.
Date il ben giunto al Marino per me, e ditegli che all'aviso
che m'avete dato del suo desideratissimo arrivo ho, dirò quasi,
decimato il fiore dello spirito mio e, avendolo inzucherato
colla memoria de' suoi dolcissimi versi, gliene condisco un
saluto; e soggiungetegli che collo stesso condito priego il bel
ciel di Roma che gì' influisca quelle fortune che a me con tanta
costanza negò sempre. Ma che bisogno ha egli di fortuna? Il suo
lauro è già divenuto reggio e le sue glorie con beato vantaggio
suppliscono i diffetti della fortuna. Io sto con impazienza aspet-
tando il suo poema. E passo intanto la vita su questi colli del
Sasso, ed in questo punto m'affatico intorno a certe strade fresche
ed erbose; e vedreste cento piante inchinarsi ai miei pensieri,
perch'io possa illustrar coU'ombre, perché non posso con altro,
questi miei poveri e paterni terreni. Insomma io preparo seggi
e drizzo passeggi proporzionati alla lezione di si gloriose fatiche.
E vivo sicuro che umano ingegno nel suo corso vitale, se legge
CARTEGGIO 169
l'Adone, non diverti mai per sentieri cotanto ameni; anzi mi
persuado, per quei saggi ch'io n'ho gustati, che si fatto poema
sarà, come la poesia di tutti gli onori, cosi l'onore di tutte le
lingue. E tengo per ferino che sul margine di si puro Elicona
restaranno sfrondati tutti gli altri allori; che, come alle spiritose
vigilie della sua musa dormiranno tutte l'altre muse, cosi nel
grembo di lei veglieranno tutte le grazie e tutte le meraviglie.
Beato il cardinal Ludovisio, oltre tant'altre felicità, se seguirà,
come spera il mondo, l'impreso stile di ricevere e favorire si
fatti soggetti. Mecenate e Augusto sovra si fatte penne volarono
all'eternità del nome; che ben sapevano eglino che più saldo
scudo contra l'invidia e l'oblivione fanno l'ombre degli allori
che quelle delle palme o quelle della quercia.
[Dal Sasso, villa del Bolognese, aprile o maggio 1623].
XCIV
A Giambattista Marino
Loda l'Adone.
Ho veduto il vostro Adone. Insomma la cara stella di Ve-
nere ha versato questa volta l'estremo nembo de' suoi dolcis-
simi influssi; le sue rose in terra tutte si sono aperte; i suoi
mirteti hanno lagrimato ambrosia; i suoi cigni hanno fatte l'ul-
time prove del canto; l'Aurora ha sparsa più che mai copiosa
sovra le marine di Cipri la pioggia delle sue preziosissime
perle; i laureti di Pindo tutti si sono sfrondati a gara per in-
coronarvi; il fonte d'Ippocrene è corso nettare; le nove muse,
per non poter più degnamente ministrare ad altri, per voi ed
in voi si sono trasformate in grazie; al carro de' vostri trionfi
veggo incatenati i poeti di tante lingue e di tanti secoli; sul
Campidoglio di Parnaso non veggo gli occhi di tanti spettatori
conversi ad altro che alla vostra imagine; su l'altare delle vo-
stre glorie veggo sacrificati tutti i poemi terreni. Chi leggerà
le vostre composizioni, s'egli non sera poeta, trarrà da mille
eccellenze mille meraviglie; s'egli sera poeta, coglierà da mille
I70 CLAUDIO ACHILLINI
meraviglie la propria desperazione, ed a ragione, poiché col
volo della vostra penna vola dal cuore la speranza a mille poeti
di mai più gloriosamente comporre. Tenera è la matteria che
trattate; ma fra le tempeste amorose scintillano ad ora ad ora i
baleni dell'epica maestà. Non meritarebbe d'aver lingua chi di-
cesse che tutte le glorie possibili della lingua tosca non fossero
sparse per entro il vostro poema; e giurerei che non ha tante
stelle il firmamento quanti lumi onorano questa vostra immortai
fatica. Signor Marino, se vi toccasse mai il pensiero di rilam-
bire l'immortalità di questo parto, purificate qualche senso amo-
roso e frenate insomma il corso a qualche amore. Ma non già
frenate l'amore che mi portate.
[Dal Sasso, villa del Bolognese, aprile o maggio 1623].
xcv
A UN AMICO
Oroscopo sulla salute del papa Urbano ottavo.
Io non so per qual negligenza de' corrieri o per qual mia
sorte nemica mi sia capitata si tardi una lettera di V. S. eccel-
lentissima. So bene che con senso d'estrema gratitudine io le
rendo efiìcacissime grazie della memoria che conserva di me e
degli amorevoli presaggi che mi fa. E pregola darmi avviso
svelato come sta Nostro Signore, perché le voci sono torbide;
ed io, non potendone venire in chiaro, ne vivo con molto
martello. Se l'astrologia fosse vera (il che io non affermo né
niego se non quanto afferma o niega la Chiesa), non s'ave-
rebbe a dubitar punto che Nostro Signore non avesse a pas-
sarla felicemente; perché, se bene egli ha il sole per direzzioni
al quadrato di Saturno nell'equatore, tuttavolta, avendo nello
stesso tempo l'oroscopo al sestile di Giove occorso potentissi-
mamente nella sua genitura, la sua salute verrà in chiaro. E se
bene so che mi potrebbono esser fatte difficoltà, nondimeno
ho ripieghi reali e sodi a tutti quanti potessero imaginarsi.
CARTEGGIO I7I
Ben potrebbe il male di Nostro Signore lasciar doppo sé qualche
reliquia di malinconia; ma tutto il male sarà il sospetto del
male. V. S. conferisca col signor don Virginio e li ricordi la
mia purissima e sincerissima divozione. E qui le bacio carissi-
mamente le mani.
Bologna, li 20 settembre 1623.
XCVI
Al cardinale [Francesco] Barberini
Rallegramenti per la sua nomina a socio dei Lincei e a cardinale.
Come uno di quelli che per mia ventura vivo ascritto al
nobilissimo numero linceo, vengo a rendere umilissime e pro-
fondissime grazie alla benignità di V. S. illustrissima dell'onore
che n'ha fatto col favorire del suo dignissimo dito il nostro sme-
raldo. V. S. illustrissima è nipote di papa, che tanto è quanto
a dire sovraintendente all'anima di tutti gl'imperi della cristia-
nità, che è la religione cristiana. E non solo V. S. illustrissima
è tale, ma signore ancora di quella ingenua modestia, di quel
sapere e di quel giudizio che già è noto a tutti. Onde cresce
tanto nel mio concetto la grazia che n' ha fatto e si fa cosi
ragionevole l'onore, che non saprei a qual più bel grado in
terra avesse potuto sublimarsi il nostro fortunatissimo coro.
E per me, s' io sapessi o potessi con altro che colle nude
parole darle segni della mia parzialissima e profondissima gra-
titudine, certo che non tralasciarci cosa imaginabile per farlo.
Dovrei anche rallegrarmi con V. S. illustrissima del grado di
cardinale; ma, perché già Ella era tale nel mio concetto, e nelle
mie passate congratulazioni si comprendea si fatta allegrezza,
le confìrmarò solo quei devotissimi sensi che altre volte m'in-
gegnai di esprimerle. E intanto umilissimamante me le inchino.
Di Bologna, li io ottobre 1623.
172 CLAUDIO ACHILLINI
XCVII
Di Giambattista Marino
Include una lettera di raccomandazione del cardinal di Savoia.
Signor Achillini caro caro, eccovi la lettera del signor car-
dinal di Savoia, il quale l'ha scritta con efficacissimo inchiostro,
non tanto per compiacere a me quanto per far cosa grata a voi.
Non bisogna adunque ch'io ve la venda cara, perché mi costa
poca fatica per la pronta disposizione di questo prencipe, inclina-
tissimo a stimare il vostro merito, come deve far tutto il mondo.
Havvi poi il nostro più che gentile signor conte Lodovico
d'Aglié, il qual vi essibisce ogni suo potere e vi saluta affettuo-
samente con la mia penna. Vedete pure s'altro vi occorre e va-
letevi di me con quella ingenua libertà con cui io farei di voi;
che s'ad un minimo de' vostri interessi è necessaria la mia
persona, metterò l'ali al piede per servirvi, come le metto al
cuore per visitarvi. O Dio, mi struggo di desiderio d'abbrac-
ciarvi. Ma basta: forse in breve ci rivedremo. Vivete felice, ama-
temi, scrivetemi, comandatemi e raccomandatemi a voi stesso,
che siete la metà dell'anima mia.
Di Roma, adi 8 di decembre 1623.
Vi mando l'inclusa lettera aperta col suggello volante, ac-
cioché vediate se sia calda o no.
XCVIII
A DON Virginio Cesarini
Ringraziamenti,
[anteriore al 1624].
XCIX
Al signor don Vincenzo barone di Aspromonte in Sicilia
Ne loda le poesie, proclamandolo il Petrarca della Sicilia,
e invia un sonetto.
[Di Ferrara, non posteriore al 1624].
CARTEGGIO 173
Intorno a una lettera adulatoria scritta da Giambattista Manzini
probabilmente al duca di Parma.
Non mi è parso convenevole di far molta seria ponderazione
intorno alla lettera di Giovan Battista Manzini, inviatami da
V. S., poiché troppo manifestamente vilipende il decoro e of-
fende la modestia di quel gran principe a cui è scritta; ma
perché i concetti di essa, ancorché empii, danno per lo più in
sciocchezze ridicole, ho stimato assai opportuno l'essaminarla
da beffe e risponderli giocondamente. Né mi astengo di mani-
festare a V. S. in confidenza i sentimenti del mio libero genio,
poiché la bassa opinione che porto all'opera del Manzini non
mi vien controversa da altri che da qualche giovanastro igno-
rante. Passi V. S. un'ora di caldo con la lettura di questi
scherzi. E le bacio le mani [seguono il testo della lettera del
Manzini, e tre proposte di risposte burlesche\.
Di Ferrara, [non posteriore al 1624].
CI
A...
Domanda di ritornare alla cattedra di Bologna
col medesimo stipendio che percepisce in quella di Ferrara.
Sono quindeci anni che io leggo nella prima catedra dello
Studio di Ferrara, il qual servizio, per essere da me fatto in
una città della Sedia apostolica, più di una volta è stato da me
preferito alle prime catedre di Padoa, di Pavia, di Parma e
di Pisa; ed in questo longo corso ho avuto occasione di non
demeritare ancora apresso la Sedia apostolica, per le molte
fatiche, e di mente e di corpo, che io sostenni in Piemonte
per la pace d'Italia sotto due brigosissime nunciature. Ora per
174 CLAUDIO ACHILLINI
mercede proporzionata alla mediocrità della mia fortuna desi-
derarci di tornare a leggere nello Studio di Bologna mia patria
con quella stessa provisione di mille e cento scudi che ho in
Ferrara; ed avrei opportunissima occasione d' introdurne la prat-
tica, perché, venendo quanto prima a Roma gli ambasciatori
della città di Bologna, potrei supplicare la benignità di Nostro
Signore che, essendo supplicato da loro di alcune grazie, come
sera senz'altro, si degnasse con si bella congiuntura d'interce-
dermi da loro questo commodo. Ma non voglio però intrapren-
dere questo negozio, se prima io non sono certo d'incontrare la
buona volontà e il gusto di Nostro Signore. Pertanto supplico
umilissimamente la bontà di V. S. illustrissima che si degni di
moverne parola con Sua Santità e poi significarmi per grazia
il suo senso; che se sera conforme al mio desiderio, inviare
memoriali, quando sera tempo, a V. S. illustrissima e destinerò
persona in Roma, che, conforme all'opportunità delle congiun-
ture, verrà per mia parte a suppUcarla de' suoi favori. Aspetto
intanto con molta confidenza risposta da V. S. illustrissima, alla
quale per fine fo una profondissima riverenza.
[1624?].
CU
Al marchese Pirro Malvezzi
Lo ringrazia di quanto ha fatto per lui intorno alla sua nomina alla cat-
tedra di diritto civile a Bologna. Circa il soldo, si rimette completa-
mente a ciò che il Malvezzi crederà più opportuno.
[1624?].
CHI
Di monsignor Pier Luigi Carafa
Ringrazia dei complimenti inviatigli dall' Achillini
in occasione della sua nomina a vescovo e a nunzio apostolico.
Di Fermo, a 8 maggio 1624.
CARTEGGIO 175
CIV
Ad illustrissimum et reverendissimum principem
Antonium Barberinum,
cardinalem et prius capucinum
Congratulazioni pel cardinalato,
[ottobre 1624].
CV
Ad illustrem Gasparem de Torres
Ringrazia d'una lettera laudativa.
Bononiae, pridie nonas ianuarias 1625.
evi
Di Girolamo Preti
Annunzia la morte di Giambattista Marino.
Cuor mio, abbiam perduto le delizie della poesia, l' ornamento
del secolo, il lume degli ingegni. Il nostro cavalier Marino passò
a miglior vita in Napoli a' 25 del passato; giorno memorabile per
esser il martedì santo, solenne per l'Annunziazione della Ver-
gine e lagrimevole per la perdita di tanto uomo. Ha quattro mesi
ch'egli si pose in letto per certi dolori d'urina e per mala dis-
posizione di tutto il corpo. Sovragiunse la febbre, la quale
andò degenerando in ettica manifesta; s'aggiunse il travaglio della
carnosità, da cui egli solca spesso essere molestato; e avendolo
perciò i medici siringato, egli rimase in quelle parti ulcerato
notabilmente. Questi dolori alterarono si fattamente la febbre,
che di ettica degenerò in acuta, la quale finalmente rubbò que-
st'uomo al mondo. La sua indisposizione era ancor forse stata
aggravata dallo studio, perché egli, cosi infermo, stava nel letto
continovamente circondato da' libri de' santi padri, co' quali
176 CLAUDIO ACHILLINI
egli andava facendo un altro volume di Dicerie sacre per pu-
blicarlo. Cigno benedetto, che voleva che le sue ultime voci
fossero sante ! Ed a dirne il vero, in questo caso tanto acerbo
noi dobbiam rallegrarci, perch'egli è morto da santo. Ha fatto
testamento, nel quale ha lasciata la sua libraria, che vai molti
mila scudi, a' padri teatini. Dimandò spontaneamente tutti i
sagramenti della Chiesa, ne' quali mostrò una compunzione
esemplare e desiderabile da qualsivoglia religioso uomo. Co-
mandò nel testamento che si ardessero tutti i suoi manuscritti
non solo delle cose satiriche e delle lascive, ma di tutte quelle
che non fossero sacre. Fatto il testamento e non fidandosi che
tal ordine fosse esequito, si fece portar al letto tutte le scrit-
ture suddette per esequire egli stesso la sua sentenza. Que'
padri religiosi che gli assistevano gli dissero che le cose sem-
plicemente amorose, nelle quali non fosse lascivia, si potean
serbare; ma egli, inesorabile, volle con gli occhi suoi veder l'in-
cendio di tutti gli scritti aflfatto, eccettuando i componimenti
sacri. Visse glorioso ed è morto con miglior gloria; onde noi pos-
siamo imparar da lui non tanto a scrivere quanto a morire. Voi
ed io abbiam perduto un grande amico; il mondo ha perduto
un uomo il quale non so s'avrà più pari.
Questi ragguagli fedelissimi ci sono venuti da Napoli in fretta
per certi corrieri con lettere scritte frettolosamente. Se per lo
procaccio verrà altra particolarità di questo fatto, ve ne darò
parte. Voi vogliatemi bene e raccomandatemi al signor Lamberti.
Di Roma, a' 2 d'aprile 1625.
CVII
A Girolamo Preti
Risposta alla lettera precedente.
Ho letta la pietosa storia della morte del Marino, si viva-
mente e si pateticamente espressa da voi, che non saprei ben
dire sotto quai più gloriosi pregi egli sia, o degli applausi del
mondo vissuto, o della vostra eloquenza finalmente morto. Ben
CARTEGGIO 177
vi dirò che con lagrime di vero dolore ho pianta la sua morte,
e con lagrime di vera dolcezza ho lagrimato le circonstanze di
si religioso passaggio. Signor Girolamo, egli è morto, come dice
il nostro Lamberti, l'unico maestro che n'insegnò le dolcissime
armonie, con che si aggiustatamente si corrispondono tra di loro
le sentenze poetiche. Sepolto è l'unico padre di quei bellissimi
lumi che da l'antiche tenebre hanno tratta la poesia toscana.
Tramontato è il sole de' poeti, anzi dirò quasi che terminato
è il mondo poetico, perché si fatto sole non risorgerà mai più.
E se le parole, che altre volte ho dette e scritte intorno all'al-
tissimo concetto ch'io portava di cosi grand'uomo, furono, vi-
vendo egli, sospette; ora la di lui morte sarà vita della mia
fede. Che però giurovi che l'intelletto mio non giunge a cono-
scere che penna toscana possa mai trapassare i luminosi voli
della nobilissima penna del Marino. Vero è che la pianta di si
grand'ingegno mandò ben fuori talvolta alcuni rampolli o di
soverchio lascivi o di qualche irreverenza o di smoderato ar-
dimento; ma non è però che, recisi quelli, ella non rimanesse
la più felice, la più sublime e la più gloriosa che negli orti
toscani allignasse giamai. E se il premio può ragionevolmente
testificare il merito fra gli uomini, potrete forse con verità sog-
giungere che dal gran Virgilio in qua non fu poeta che più di
lui riportasse, da prencipi e da regi, tesori in testimonio de' suoi
finissimi talenti. E se doppo lui di si fatti tesori non è rimasta reli-
quia proporzionata alla sua richezza, fu solo gloriosa colpa della
sua magnanima liberalità. Insomma il Marino è morto, e cosi
dal romore delle trombe marziali, che ad ora ad ora si vanno
pur troppo destando nella povera Italia, è stato fatalmente ter-
minato il dolcissimo suono della sua cetra.
Ma se il gran Luigi re de la Francia nel dovuto viaggio di
Gerusalemme, desiderato ed aspettato da tutto il mondo, giun-
gesse mai senza travaglio del bel paese fra le delizie di Napoli,
dovrebbe ragionevolmente con lagrime d'Alessandro piagnere
sovra la tomba del Marino, la cui cetra si sarebbe senz'altro
fatta tromba per risuonare i magnanimi gesti de si glorioso mo-
narca. Il Marino è morto; che tanto è quanto se io dicessi: è
G. B. Marino, C. Achillini e G. Preti, Lettere - u. 12
178 CLAUDIO ACHILLINI
morto il cuore nel petto a le muse, sta svenato il fonte cabal-
lino, i più fini allori di Pindo hanno perduto il verde, né più
al ventillamento soave de le corde dolcissime d'un'angelica lira
si scuoteranno le rose di Cipro o tremoleranno i mirti d' Amatunta;
ma bene correrà lagrime il Sebeto e mille cori di cigni gli anda-
ranno teneramente cantando l'esequie finché dureranno i secoli.
Ma perché sul morire egli condannò al foco tutti i suoi
manuscritti e satirici e lascivi, dobbiamo rallegrarci: poiché, se
quelle fiamme amorose, ch'egli, tratto da furore divino, accese
tra le sue carte poetiche, furono di tanto splendore al suo nome
in terra; queste ultime fiamme, rigorose punitrici degli errori
suoi, gli splenderanno eternamente alla gloria dell'anima in pa-
radiso, come si spera; poiché quante faville volarono da quegli
scritti accesi, tanti si videro vivi argomenti della sua contrizione.
Benedette faville, che furono ferriere de Io spirito del gran
Marino. Noi, signor Girolamo, per unirci, quando che sia, col
nostro principio, immitiamo il suo fine. E vi bacio le mani.
[Bologna, aprile 1625].
CVIII
Di Girolamo Preti
Accusa ricezione di una lettera speditagli dall'amico per mezzo del signor
Gaggi, e invita l'Achillini a venire a Roma in occasione del giubileo.
[Di Roma, 1625].
CIX
Ad Antonio Lamberti
Lodi di un predicatore, probabilmente lo stesso padre Fortini
di cui nella lettera seguente.
Abbiamo qui tra gli altri un predicatore capuccino in domo,
il più grande apostolo che mai nel corso di mia vita io abbia
udito; dalla bocca del quale, benché per lo più escano concetti
di scrittura sottili e stupendi, e benché la dottrina sia profonda.
CARTEGGIO 179
i luoghi de' padri siano sceltissimi, l'elocuzione propria e quasi
di rilievo e l'azione efficacissima, queste però non sono le ca-
gioni per cui restano sovrafatti di maraviglia e di confusione
gli uditori. Il punto sta ch'egli predica Cristo crocifisso con
tanta energia e con tanta pietà e riprende con tanto ardore e
con tanta forza, che tutto lo uditorio si riduce ogni mattina a
termini di mortale agonia. La sua libertà è giudiciosissima, l'ar-
dire è modestissimo, perché nella prima non si scorda della
discretezza e nel secondo non perde la traccia della carità, e
sempre tra i fulmini delle sue minacce fa balenar le speranze
della salute per chi non vive ostinato nella sua perdizione. Egli
è cosi macilente, confitto e sepolto dentro ai panni, che a pena si
vede, anzi altro non si vede e non si ode che una lana agitata
che sgrida, un mantello vocale, un capuccio che atterrisce, un
fuoco che scintilla fuori delle ceneri, una nuvola bigia che tuona
spaventi, una penitenza spirante, un sacco di querele che riversa
adosso ai peccatori. O Dio, quanto è vero che questo è il
vero modo di predicare! e se tutti i predicatori fossero tali, so
certo che più consideratamente caminarebbe il mondo. I fiori
di Pindo in pulpito fanno, per mio credere, una primavera sa-
crilega; e dirò più che i lumi retorici troppo peregrini sono
le tenebre dell'apostolato che fanno smarrir l'affetto della pietà;
e quelle gemme dell'eloquenza, che rendono si ricchi gli erari
de' poeti, sono quella grandine che tempesta i veri frutti della
predicazione.
[anteriore al 1626?].
ex
A Girolamo Preti
Presenta e raccomanda il predicatore padre Fortini,
di cui forse nella lettera antecedente.
Signor Girolamo, io vi giuro con quella sincerità che tanto
vi piace che il padre Fortini, essibitore di questa mia, è un
prodigio nei pulpiti, un miracolo nelle catedre, un angelo nei
l8o CLAUDIO ACHILLINI
costumi. Quanto al primo talento, gli applausi ch'egli ha ripor-
tati questa quadragesima da questo pulpito de' Servi, dove con-
correva a torrenti il popolo stupefatto e attonito, ne fanno si
viva fede che le sue glorie viveranno perpetuamente nelle lingue,
nei cuori, nella memoria, nelle penne e nella maraviglia che
ne farà la nostra posterità. Quanto allsecondo, egli è regente
celebratissimo dello stesso monasterio, né vi dirò altro se non
che gli emoli stessi l'essaltano e quasi l'adorano, né mai di
lui ragionano senza innarcare il ciglio; e 'ntanto il suo valore
(dirò quasi) sotto quegli occhi gloriosamente trionfa, e questa
città quante volte fuori delle solite lezioni l'udi nei circoli, altre
tante corone d'immortalità gli pose in capo. Del terzo poi,
credetemi che ingegno più innocente io non potea presentarvi
innanzi. Egli desidera d'esservi amico. Io con fidelissime parole
non potea fabricare più giuste catene di queste per legarvi con
lui. Abbracciatelo, che io vi bacio le mani,
[anteriore al 1626].
CXI
Al medesimo
Lo invita con lui in campagna.
Dalla più dura montagna forsi dell' Apenino spicco un tene-
rissimo saluto e ve l'invio su questa carta, invitandovi alla
tranquillità di quest'aure, alla dolcezza di questi colli che con
riverenza umile s'inchinano alla sacra fronte del Gran Sasso;
invitandovi, dico, a godere il nettare di queste viti, la pia-
cevolezza di questi piani, i dilettosi orrori di questi rivi, la
vaghezza del picciol Reno, che fa, col suo lucido e povero
tributo, specchio gentile all'amenità di questa piaggia. Qui pren-
deremo diletto col tendere mille insidie agli augellini, col
adescare i vaghi pesci, col cacciare le timide lepri, col trattenerci
leggendo, giocando, discorrendo a quest'ombre grate. Lungi
intanto l'ambizioni che vivono costi fra li regali alberghi, lungi
l'invidie, le passioni, i travagli dell'animo; che la giocondità di
CARTEGGIO l8l
queste valli vuole gli animi pacati, quieti, tranquilli. V'aspetto
in ogni maniera in compagnia del presente, che viene a posta
per voi. Venite e non favellate con alcuno; e se niuna di queste
cose v'allettasse, almeno vi sostenga l'amor che vi porto. Se
il signor abbate Sampieri verrà alla montagna, come disse, di
qui anderemo a visitarlo. Il signor Erculani vi saluta e in com-
pagnia con me v'aspetta anch'egli. E amendue vi baciamo le
mani.
Di Castel del Vescovo, [prima del 1626].
CXII
Ad Hyeronymum Pretum, amicorum caesarem
Gli augura eccellente viaggio in Ispagna.
Bononiae, xxi kalendas februarias 1626.
CXIII
Al duca di Parma
È prontissimo a scrivere un parere intorno a una causa
che sta a cuore al duca.
[Di Parma, tra il 27 ottobre 1628 e il 18 novembre 1636?].
CXIV
r l ■
Di Giacomo Aleandri
Invia il ms. della Difesa dell' t. Adone* del Marino per risposta
all'i- Occhiale * del cavalier Stigliani (Venezia, Scaglia, 1629).
Quando primieramente mi capitò la vostra lettera, presi ma-
raviglia di vedere la grand' instanza, la quale mi veniva da voi
fatta, che scriver io vi dovessi non generalmente ma a parte
per parte il mio senso circa V Occhiale del cavaliere Stigliani.
Il fondamento della mia maraviglia si era non pure il sapere che
voi per l'interna notizia ch'avete delle materie poetiche, oltre
l82 CLAUDIO ACHILLINI
a quella di tant'altre gravi scienze, meglio d'ogni altro ne po-
tete e giudicare e discorrere, ma eziandio perché, consapevole
della tenuità del mio ingegno, parevami che voi veniste ad
attigner acqua ad un fonte mezzo secco. Penetrando poscia nel
misterio della vostra richiesta, m'accorsi che, dimorando voi in
cotesta città di Parma, col trattenimento ch'avete cosi nobile
e fruttuoso nel publico Studio, vi sarete avveduto ch'essendovi
stato qualche tempo lo Stigliani, v'abbia lasciato o amici o sco-
lari, si come egli professa d'avere, i quali deono per avven-
tura tener in maggiore stima il detto Occhiale di quello ch'egli si
merita. Per lo che avete giudicato ispediente di levargli d'errore;
non volendo però farlo con la vostra dottissima penna, accio-
ché gloria non risulti allo Stigliani da si grande antagonista,
né la fatica vostra attribuir si possa più alla stretta amicizia
che passava tra voi e '1 cavalier Marino, che alla cura di di-
fender la verità e di ributtare i sofismi AtfCC Occhiale e la falsa
dottrina nella poetica professione. Laonde v'è paruto, per l'auto-
rità che meco avete, d'addossar a me questo carico, come a
quello che ninna amistà ebbi col Marino e che, di niuii grado
essendo, maggior colpo forse potrò fare; mentre si vedrà che
a persona di nome finora non conosciuto sia stato cosi agevole
il difender V Adone da tante e si astute calunnie registrate, con
la pompa che si vede, nell' Occhiale.
Applicai però l'animo a servirvi: ma ebbi disavventura che,
per gran diligenza ch'usassi, non potei trovar in Roma il detto
Occhiale, non ancora da me veduto, essendocene capitati, come
intesi, duo soli esemplari. Si che procurarlo da Venezia mi
convenne, donde stette molti giorni a capitarmi, parendo che
quivi lo Stigliani il tenesse, non so per qual ragione, come
soppresso. Venuto finalmente e da me letto, conobbi esser di
mestieri servirmi del favor d'alcuni amici per aver chiarezza
d'alcuni particolari alla risposta necessari. Indi mi ritirai nella
mia villa, dove tengo qualche libruccio, e in non molti giorni
scrissi i fogli ch'ora vi mando. Fu bene mia intenzione che per
le proprie mie mani v'avessero a capitare, quando intesi che in
que' giorni delle vacanze dallo Studio v'eravate ritirato qua; per
CARTEGGIO 183
dove mentr'io era in procinto di pormi in viaggio, fui soprapreso
da febre terzana, la quale con sette termini e con molta mia
languidezza m'ha tenuto più d'un mese a letto. Il che ho voluto
raccontarvi per iscusa della tardanza, alla quale avrete forse
dato nome di negligenza. Io pur anco sperava che voi non vi
pensaste più né gran fatto ve ne curaste, quando un gentiluomo
venuto di Parma, il quale d'esser vostro scolaro si gloria, me
n'ha aggiunto per parte vostra nuovi stimoli. Si che non ho
voluto più lungamente differire il pagamento di questo mio debito.
Ben voglio pregarvi che, valendovi di questo mio Discorso per
leggerlo costi, se vi parrà, a qualcheduno, noi lasciate in veruna
maniera da chichesia trascrivere, perché non vi fosse per av-
ventura chi si prendesse diletto di stamparlo, si come veggiamo
ora farsi pur troppo agevolmente di tutto quello che in qualche
maniera può spettare al Marino. E questo, s'io non m'inganno,
sarebbe un dar credito allo Stigliani, quasi che necessaria si
riputasse la risposta 2\V Occhiale^ per dubbio non la sua erronea
dottrina possa far radice nell'altrui stima. Coverete non meno
aver cura di svellere gli scrupoli, i quali in alcuni pullulassero
per lo titolo, che questa operetta porta, di Difesa dell' « Adone »,
poiché qui niuna di quelle cose si difende le quali mossero i
censori ecclesiastici a proibir V Adone, anzi apertamente si bia-
simano. Ed ho saputo che lo stesso Marino se n'era fortemente
pentuto e s'accigneva a correggerlo; il che parmi neanco di pre-
sente fosse malagevole di fare. E sperar possiamo che sieno i
superiori per ammetterne un giorno la correzione, veggendosi
quanta noia diasi di continovo in tutte le città agl'inquisitori
per la licenza che vien loro chiesta di leggerlo, e perché si fugga
il pericolo del contravenirsi dagli uomini di larga coscienza al
decreto di detta proibizione, e per ovviar insieme alle nuove
edizioni che intendo oggidì se ne preparano almeno fuori d' Italia.
Queste cose, si come note sono allo Stigliani, cosi ben pensar
potete ch'egli amaramente ne roda il freno, avendo in più luoghi
del suo Occhiale a larghissima bocca detto che V Adone come
fuoco di paglia avea fatto una fine momentanea, ch'era totalmente
morto, che niuno avea pazienza di leggerlo, e si fatte filastrocche.
184 CLAUDIO ACHILLINI
le quali neanco egli stesso si credea, benché i miserelli di leg-
gieri si diano a intendere tutto quello che intensamente disi-
derano. Che se creduto veramente l'avesse, non averebbe posto
tanto studio e fatica in procurarne la proibizione da' censori
ecclesiastici : nel che non si vedeva mai stanco, maneggiandosi
or da se stesso or per via de' suoi seguaci, si come è stato
scritto da più persone e non dubito ch'a voi ancora non sia
venuto all'orecchie, essendo cosa, possiam dir, nota a tutta
Italia e di cui va il medesimo Stigliani vantandosi come di glo-
riosa impresa.
Con tali avvertimenti potrete servirvi come vi parrà meglio
di questa mia scrittura, qual ella siasi, avend' io avuto nel for-
marla principal mira al vostro gusto. E Dio vi feliciti.
Di Roma, a' 20 di gennaro 1629.
CXV
Al re cristianissimo, il gran Luigi,
IL vittorioso, il giusto
Lo esorta, dopo la conquista della Roccella e la liberazione di Casale,
a tentare l'impresa del Santo Sepolcro.
Sire, tutte le lingue, tutte le penne, tutti gl'ingegni e tutti
i cuori della cristianità sono pieni della vostra pietà e delle
vostre glorie militari. Già siete arrivato a segno che non avete
altr'emolo in terra che la vostra fama: questa vorrebbe render-
visi eguale, ma già s'accorge di tentare un'opera disperata.
Da qui avanti la gloria imparerà dal vostro nome a glorificare
i nomi regali, e gli Omeri moderni non avranno fra le tenebre
dell'antichità a mendicar gli Achilli. Voi séte il centro della
gloria regale, e vi fanno circonferenza e teatro le beate mera-
viglie dei più sublimi ingegni che abbia il mondo conosciuto.
Gran punto è questo: che sui carri dei vostri eterni trionfi non
si sono mai veduti scompagnati questi due trionfatori, la Reli-
gione e Luigi. Voi, militando contra i rubelli del vostro nome
CARTEGGIO 185
e contra i nemici di Cristo, tutti con la fortezza gli avete sog-
giogati, molti col perdono n'avete preservati, ed alcuni con
l'essempio n'avete convertiti ; e cosi di vostra mano, in un istesso
tempo, l'inferno ha perduto il credito delle sue sètte, la fede
ha riacquistata la riputazione delle sue verità, e la penitenza
con nuovo trionfo s'è incoronata nel Campidoglio della Chiesa.
Fuggono al vostro apparire le discordie, le ribellioni e l'eresie;
ma s'inchinano al vostro piede le vittorie, vi corteggiano trionfi,
la gloria vi giura fede e la maraviglia vi siegue per tutto.
Io credo, o Sire, che dentro agli ardori dei serafini e dentro
a l'acque della grazia la vostra spada abbia ricevute le sue
tempre. Quand'Alessandro asciugò il mare per vincer la famosa
Tiro, dall'eterna providenza si prefigurava la conquista della
Rocella, giaché Dio ha data forza al vostro braccio di levare i
fondi all'oceano per render secchi gli anglicani dissegni. Quando
Alcide nascea per esser domatore di tanti mostri, il cielo pre-
ludea, per cosi dire, ai vostri natali, poiché da mostri cosi
orribili ed abominevoli avete liberata la religione e '1 regno.
Roma fu men bella per Cesare che non è Parigi per voi. Egli
per caduchi disegni ampliò l'imperio terreno; voi con zelo di
vera immortalità avete allargata la monarchia del paradiso. E chi
non dirà che i vostri gigli rendono più belli e più fioriti gli
orti della Chiesa? La felice perpetuità delle vostre guerre mi
fa dire che la vostra chioma in un istesso punto sta, per legge
della vostra pietà, destinata all'eterna prigionia degli elmi e, per
decreto della vostra gloria, sta sublimata alla libertà delle più
nobili corone che accompagnassero giamai o lo scettro o la
spada infra i mortali. E mi fa dire che i vostri elmetti avranno
fortuna di rendervi canuto il crine, prima che i francesi abbiano
avuta ventura di vedervelo biondo. L'età passate hanno avuti
infiniti e famosi guerrieri, ma per lo più dalle brutte note del-
l'ingiustizia sono state contaminate le glorie dei loro trionfi.
Oggi la giustizia in terra sostiene con la vostra sinistra le sue
bilance, snuda con la vostra destra la sua spada, sta laureata
della vostra corona e s'assicura sul vostro trono regale. Marte
s'è provisto d'un immobile Apogeo nel centro del vostro cuore,
l86 CLAUDIO ACHILLINI
e '1 cuore della Pietà palpita più che altrove nel vostro petto.
Il Sole ha vei'sate tutte le felici influenze dei re sovra la vostra
corona. La felicità guerriera in questi tempi non è felice se non
solo di vostra mano. Per impedire il vostro arrivo in Italia, la
Discordia congiurò con l'incessabile dei dirupi, col protervo
delle nevi e con l'inaudito delle penurie; ma la fecondità della
vostra providenza potè far nascere l'amenità fra le balze, la
copia dentro alla mendicità e la temperie in mezo ai ghiacci.
Oh bel sole di Francia, che, sorgendo sovra i gioghi di Susa,
ha dileguate tutte le nuvole marziali ed ha stabilito alla mestis-
sima Italia un dolcissimo sereno! E s'egli è vero, come dice
la fama, che voi per superar l'Alpi atterraste col fuoco i più
scoscesi gioghi che v'impedivano il passaggio, io mi fo lecito
il dire che i felici fumi delle vostre mine hanno intorbidata la
chiarezza agli aceti famosi del grande Annibale.
Fu da prodigi inauditi accompagnata la vostra venuta, perché
in quegli stessi giorni si videro, sul mezodi, cinque soli in Roma
con tre archi non mai più veduti ; e si fatto spettacolo per tre ore
continue tirò a sé tutti gli occhi di quel gran teatro della romana
corte. Qui potrebbesi curiosamente dire che quel sole, che
altre volte nelle battaglie favori un Giosuè vostro pari, ora per
accompagnarvi in guerra congregò compagni, s'armò d'archi,
si fortificò nel mezogiorno e per esser più muto si fé' romano;
ma, accortosi poscia che il solo nome di Luigi sa vincer sen-
z'armi, tramontò finalmente disarmato in pace. Ma, Sire, dirò
meglio: disse Dio che l'arcobaleno sarebbe l'arco della pace.
Dunque i tre archibaleni significavano quelle tre paci apunto,
che dalla vostra mano aspettava l' Italia. Il sole maggiore coro-
nato dagli archibaleni era il gran Luigi, che, circondato da pen-
sieri augustissimi e santissimi di pace, spuntava nel cielo del-
l'afflitta Italia; quel sole che stava alla destra del primo sole
era quel gran cardinale Richelieu, fenice della Francia, sotto '1
peso delle cui lodi s' incurvarebbe ogn' ingegno e sotto '1 volo
del cui merito verrebbe meno il volo d'ogni penna. S'egli mi-
lita contra i rubelli, ecco la spada di Gedeone in campo; s'egli
disputa contra gli eretici, ecco la penna d'Agostino in carta.
CARTEGGIO 187
Dai consigli di lui e dalla vostra elezione non può aspettare il
mondo altro che risoluzioni divine. E divina risoluzione apunto
sarà, s'al partir delle vostr'armi resterà con noi la desiderata
pace. Quei tre soli rimanenti erano quei tre personaggi, ben noti
al mondo, che assistono alla ineffabile integrità del vostro real
Consiglio.
Ma torniamo a Susa. Era cosa fatale, o Sire, che i vostri
gigli e fiorissero e prevalessero in Susa, peroché il nome di
«Susa» nella lingua persiana significa «giglio», e la famosis-
sima città di Susa, che fu la reggia di Ciro, non altronde
prese il nome che dalla moltitudine dei gigli che con inaudita
felicità fiorivano sotto quel cielo. Memorando avvenimento è
stato questo: che i primi avisi del vostro arrivo, anzi le prime
voci del vostro nome hanno vinte le guerre, liberate le città e
sollevato un amico. Finora il combattere e '1 vincere è stata
una stessa cosa in voi ; ma ora i soli dissegni delle future
pugne v'hanno reso vittorioso: e cosi, mentre le vostre vittorie
prevengono le battaglie e mentre i vostri trionfi precorrono
le vittorie, l'Italia confessa e predica che più vincitore vi fanno
le palme che le spade e più invitto vi rendono gli allori che
le celate. Per l'avvenire le bocche della Fama faranno colpo
maggiore avventando il vostro nome, che non fanno le bom-
barde negli esserciti o nelle muraglie ostili. La vostra destra,
o Sire, che ha saputo in Francia piantar tanti cipressi, che ha
potuto nutrir tanti allori, coltivar tante palme e ridur tanto
sangue rubello a fecondarvi piante si gloriose, ha benanche
saputo e potuto coronar d'ulivi francesi l'Alpi gelate, e con
inaudita celerità farne gustar i frutti alla famelica in un punto
e fortunata Italia.
Con cotesta azione, o Sire, avete di nuovo giustificati i
giustissimi titoli di « giusto », ed avete aggiunto un piropo
alla corona della vostra magnanimità. Ora l' afflitta Gierusa-
lemme v'aspetta per sigillar le vostre glorie. Ite, o Sire, e
quel sacro sasso sia cote al vostro religioso sdegno. Ite per
l'orme del vostro Goffredo, che da quell'urna beata onde ri-
sorse Cristo risorgeranno alla vostra mano palme immortali.
l88 CLAUDIO ACHILLINI
Ite, e in quel sepolcro ove tramontò il Sole di giustizia trova-
rete novi natali e novi orienti alla vostra immortalità. Ite, e
non più tolerate che dall'avaro e infido tiranno a prezzo indegno
si venda l'adorazione di quella tomba che die' ricetto a quel
Dio, che sotto spoglie di carne con tanta liberalità profuse il
proprio sangue. Ite, né più soffrite che quella pietra, che con
tanta prontezza aperse la bocca ad autenticare il nostro riscatto,
resti più longamente sotto '1 giogo servile dei miscredenti. Ite,
e non più tolerate che sotto quel cielo dove s'ecclissò l'eterno
Sole conservi la luna de' traci più longamente il suo splendore.
Ite, e, disarmando l'ottomane teste, lasciate ai loro turbanti
questa sola gloria d'asciugarvi le stille dei vostri bellicosi su-
dori. Ite, che l'angelo del Calvario v'aspetta a liberar quel colle
sovra cui si vide pendente dalla sua pianta quel frutto di para-
diso che, maturato dai chiodi, cascò nel grembo alla nostra salute.
Ite, o gran Luigi, che l'orto di Getsemani ambisce d'arricchirsi
de' vostri fiori. Il vostro nome vincitore dei secoli trionfarà di
là dalla morte, e sul Campidoglio dell'eternità condurrà cattivi
e impalliditi i nomi di quanti famosi eroi occuparono giamai
o le greche o le latine carte. Quei gran Carli, che vi precedet-
tero nel regno, vivono, per azioni molto inferiori alle vostre
presenti, consagrati all'immortalità. E che sarebbe quando voi,
trionfata la Grecia, la Tracia, la Soria, l'Oriente, il niaome-
tismo, tornaste sotto i romani applausi a respirare in Francia?
Io, che da tant'anni in qua vivo stupido ammiratore delle
vostre glorie, ho desiderato in queste congiunture di darvi un
poetico saggio delle mie divotissime maraviglie; ma la mia penna,
accesa nei vostri splendori, non dura e manca. Umilmente però
vi supplico a non isdegnare il solo ardire del qui congiunto
sonetto ('\ Io l'invio sotto la Maestà degli occhi vostri, non
come luce ambiziosa d'illustrarvi, ma come raggio tolto in pre-
stito dalla vostra luce per illuminarmi l' ingegno. Con che alla
Maestà Vostra fo un'umilissima e profondissima riverenza.
Di Parma, li 2 maggio 1629.
(i) « Sudate, o fochi, a preparar metalli » [Ed.].
CARTEGGIO 189
CXVI
A...
Narra i guai avvenutigli a causa del sonetto
«Sudate, o fochi, a preparar metalli».
La fortuna, che m'ha giurate persecuzioni sino alla morte
e che col titolo de' suoi travagli m' ha fatto famoso in Italia, si
è servito ultimamente della lettera che ho scritta al re per in-
quietarmi e mortificarmi non poco. Io sono in Bologna, mia
patria, per le vacanze dello Studio di Parma. Qui ho trovata
ristampata la lettera, ma nello stesso tempo suscitato un tumulto
fra certi spagnuoli del CoUeggio grande, che hanno qui in Bo-
logna. Questi, doppo molte querele, si sono risoluti per mezzo
del loro secretario d'andare al Santo offizio e, con carta sigillata
col sigillo del Colleggio, protestare all'inquisitore e al vicario
ch'essendo uscita alle stampe una lettera finta da un tal Achil-
lino con molti encomi al re cristianissimo e che ha del libello
famoso contro al re di Spagna, voglia supprimerla, proibirla e
annichilarla, altrimenti suscitaranno rumori appresso la congre-
gazione del Santo offizio in Roma e con Nostro Signore. Questi
ministri, impauriti da questa protesta, avendo prima disegnato
di lasciarla ristampare, hanno arrestato il corso di questa riso-
luzione; e perché questo accidente già si è sparso, io ne resto
innocentemente mortificato come libellatore contra la Maestà di
un re che ho sempre riverito ed inchinato.
Ora qui veggo maltrattarsi la persona mia, il Santo offizio
e la verità.
Quanto alla persona mia, dico d'esser dottore colleggiato in
questa patria, consigliere del duca di Parma, lettore sopraemi-
nente in quello Studio con la maggior provigione che a memo-
ria d'uomini sia mai stata data in Italia a publico professore
di legge. Per mia natura io sono sempre stato inimicissimo
delle maledicenze; e ni' è fatto gran torto, mentre io sono trat-
tato come auttore di libelli famosi. E tanto più mi pesa questo
igo CLAUDIO ACHILLINI
aggravio, perché ho voluto aggiungere alla lettera regia la qui
soggiunta postilla e l'hanno ricusata. La postilla è questa: «E
spera senz'altro il mondo che la serenissima e giustissima mente
del re cattolico seconderà le vostre pacifiche proposizioni».
Quanto al Santo offizio, dico che questo tribunale da costoro
è stato vilipeso e strapazzato, perché i ministri devono regolare,
non dalle minacce o dalle proteste de' privati, ma dalla giustizia
o dalla ingiustizia delle composizioni, le loro publicazioni.
Finalmente, quanto alla verità, dico a V. S. dinnanzi a Dio
che io, lodando il re Luigi, non ho formata né parola né pen-
siero pregiudiziale alla riputazione del re cattolico, e che so con
gli atti celebrare un re e con gli abiti riverirne un altro: es-
sendo presunzione troppo vile e troppo vulgare lo sperar l'aura
da una corona col calpestarne un'altra; che finalmente, essendo
tutte due corone, le maledicenze contro un individuo offendono
in parte la spezie nel suo commune.
Ma V. E. mi dirà: — Che vói da me? — Io la supplico umil-
mente in due parole di tre cose: a farmi ristampare la lettera
in Roma nella forma qui congiunta, che questo atto mi solle-
varà in parte dalla oppressione in che io mi trovo; a procurare,
se non mortificazione, almeno una paterna correzzione a coloro
che mi hanno maltrattato; e insieme a proteggermi, dove occor-
rerà. E le fo umilissima riverenza.
Di Bologna, li 2 giugno 1629.
CXVII
All'ambasciatore francese a Roma
Chiede che venga esaudita la grazia (forse l'ottenere da Luigi decimo-
terzo una risposta al sonetto « Sudate, o fochi, a preparar metaUi »)
che gli chiederà per lui, Achillini, il signor Frangipane.
[1629?].
CARTEGGIO 191
CXVIII
Al cardinale di Richelieu
Chiede una riga di risposta da Luigi decimoterzo al sonetto
«Sudate, o focili, a preparar metalli».
Quando la prima volta il re venne a Susa, io concorsi col
resto del mondo ad applaudere alle glorie di quell'azzione, e le
mie voci devote furono espresse in quel sonetto che cominciava:
Sudate, o fochi, a preparar metalli,
accompagnato da quella lettera che cominciava: « Tutte le lingue,
tutte le penne e tutti i cuori della cristianità»; la qual lettera e
sonetto furono ventitré volte in ventitré città dell'Italia in bre-
vissimo tempo stampati e ristampati, più per la materia che trat-
tavano che per quella forma che aveano sortita dalla mediocrità
dell'ingegno mio. A si fatta proposta io sperai sempre una riga
almeno di risposta regia, riservando di farne conserva fra le più
care memorie della mia casa; anzi, dirò quasi, di farne un invio-
labile fideicomisso, perché mai non avesse a perire la memoria
di un si fatto regalo. Ma finora la speranza è stata vana, e in-
darno ho aspettata questa consolazione, quantunque avessi de-
terminato di replicare a si fatta risposta atti molto più memorandi
della mia divozione verso il re e verso 1' Eminenza Vostra. Ora,
perché intendo e dalla corte di Torino e da quella dell'amba-
sciatore di Francia in Inghilterra e da più d'un gran cavaliere
francese passato per Bologna, mia patria, che la desiderata ri-
sposta mi fu e decretata e spedita molto qualificatamente dalla
corte del re, anzi dalla città di Roma me ne sono state fatte vive
ed insolite allegrezze, ho risoluto di dar parte di questo fatto
all'Eminenza Vostra, non con altro fine che perché si sappia
la verità del mio desiderio, il quale dura tuttavia, d'esser fatto
degno d'una benché brevissima risposta o dall'Eminenza Vo-
stra o dalla Maestà del re, non solo per quegli onori che
nascono dalle grazie regali, ma per chiudere ancora la bocca
ad alcuni malevoli che mormorano delle mie azzioni. Faccia
192 CLAUDIO ACHILLINI
r Eminenza Vostra di questo aviso quel capitale che parerà
alla sua benigna prudenza. Mentre io fondatamente l'assicuro
che tutti gli occhi dell'Italia sono conversi in lei e che tutti
gl'intendenti giurano che dalla creazione del mondo fino a que-
sto punto non produsse Dio ingegno in terra che avesse propor-
zione con l'ineffabili grandezze del suo. Che, a dire il vero,
egli è nuova cosa fra gli uomini che una testa religiosamente
politica abbia da se sola machinate le cadute alla maggior mo-
narchia del mondo, la quale pertanto è ridotta a segno che, se
si conserva in piedi, è solo miracolo del grande Iddio; perché
di si fatta monarchia già si veggiono dalla mano di lei zappati
i fondamenti, scosse le radici ed avicinato l'ultimo crollo a si
gran male. Già si veggiono perduti i frutti dell'Indie, messe
in forse le flotte, stuzzicati quegli aquilonesi vespei che in ogni
tempo hanno punte a morte le maggiori monarchie del mondo.
Già piange l'impero l'austriaco esterminio; già lo Stato di Mi-
lano misura il suo precipizio o, per meglio dire, la sua felicità
coi cenni francesi; già il bel regno di Napoli aspetta gli an-
tichi padroni, e il Vesevo ne manda quasi con le sue fiamme
segni d'allegrezza in cielo. Già si veggiono svelati quei pretesti
di religione che hanno sempre accompagnata l'immensità de-
gl'iberi acquisti; già la Fiandra con vantaggio della cattolica
libertà aspira in brieve al tranquillo possesso dell'antichissime
sue ragioni; e già il mare politico si mira liberato da quella
balena che stava in atto d'ingoiare tutti i principati della terra.
Non più si detestano i precipizi delle risoluzioni francesi, perché,
se i prudentissimi esserciti di S. M,, governati dal senno e
dalla spada di lei, sono cosi celebri in questi tempi,... (') le op-
portune tardanze de' Fabi, quanto usitate in altri tempi le celerità
dei Marcelli. Di che fanno fede le armate osservanti del re alle
frontiere della Germania e della Fiandra, le truppe francesi in Pi-
narolo e Casale, che con tanta accortezza hanno rese infruttuose
(1) Evidentemente è saltata via una riga. Si supplisca: «ciò dipende dal perché
sono ora tanto adoperate», o altra frase equivalente, da tornirsi in più achìilinesco
stile [Ed.].
CARTEGGIO 193
le forze de' nemici nello Stato di Milano. Che però torno a
dire che nella storia del mondo non abbiamo essempio d'un
politico, d'un religioso e d'un guerrero ingegno pari a quello
del gran cardinale Richilieu; a cui per fine con profondissima
riverenza m'inchino.
[1629].
CXIX
A...
Condoglianze per la morte del cardinal di Montalto.
[poco posteriore al 3 agosto 1629].
cxx
Del duca Francesco d'Este
Ringrazia di un sonetto inviatogli dall' Achillini
in occasione della sua successione al ducato.
Di Modana, li 15 settembre 1629.
CXXI
Al signor marchese Virgilio Malvezzi
Ne loda un libro.
Per mezzo della solecita diligenza del signor Lamberti ho
ricevuti i due libri inviatimi da V. S. illustrissima. Io aveva
già letto quello dell'ingegnosissimo nipote, ed aveva accompa-
gnati quei tratti d'immortalità con le dovute meraviglie, anzi con
rapimenti estatici, proporzionati alla divinità di quell'ingegno.
Leggerò il secondo, e se i tre antecedenti m'hanno già disci-
plinato a restarne stordito, la sua modestia m'insegna con un
attonito silenzio a riverirlo. Mille umilissime grazie intanto le
rendo del dono che me ne fa. E con parzialissimo e divotis-
simo spirito la riverisco.
[1629].
G. B. Marino, C. Achillini e G. Preti, Lettere - 11. 13
194 CLAUDIO ACHILLINI
CXXII
Al signor Antonio Lamberti
Loda il libro del Malvezzi.
Io vi scrivo in confidenza, perché non vorrei che un nostro
amico mi lapidasse. Ho Ietto il libro del marchese Virgilio, e
vi giuro per quel Giesù Cristo, che è nostro salvatore, che io
non credo che in alcuna lingua si trovi scrittore che con succhi
più sostanziosi, più eruditi, più profondi e più frequenti abbia
mai scritto. Seneca seguitò questa traccia, ma, giuro a Dio, sa
più una scarpa del marchese che non sapea l'ingegno di Se-
neca, quando stava sul fervore anzi su l'apogeo della propria
eccellenza. Io, che alla sua eloquenza aveva ubligate, per cosi
dire, in forma di camera le mie maraviglie, questa volta posso
dire che per pagarne il debito le ho spolpate, snervate e ridotte
in un'estasi insensata che non trova più il capo di maravigliarsi.
Io ne avrei scritto a lui ; ma la sua modestia, parricida delle
sue glorie, abomina le sue lodi. Ma credo più tosto che egli per
questa via divenga tiranno della gloria, perché diviene più che
gloriosissimo per modestia quanto è gloriosissimo per l'elo-
quenza e per l'erudizione. Ho veduto e osservato puntualmente
quanto egli scrive dalle carte ']'] fino alle 85, ed ho inteso i
misteri di quel sagace, e sto per dire ch'egli scrive l'Evangelo.
Io vorrei esser buono a servirlo in qualche cosa, che mi essa-
nimarei per un tanto valore, il quale ha posto in tanta sublimità
la nostra patria, quanta bisognarebbe che ci fossero al mondo
ingegni come il mio per esser conosciuta.
E ve la bacio, con un'estrema ansietà che una volta si
finisca questa for fanteria diabolica del Casale, la quale però
durerà puoco. Intanto compatisco a quelli che contra noi fanno
libelli, perché in questo mondo sostengono la pena dell'infamia
e sono cruciati dai pericoli delle forche, e nell'altro staranno
assai peggio.
[1629].
CARTEGGIO 195
CXXIII
Iacobo Gaufridio
Descrive la vita che mena nella solitudine della sua villa al Sasso.
[verso il 1630?].
CXXIV
Al medesimo
Piange e invita l'amico a piangere la morte del poeta A. Sagramosio.
[verso il 1630?].
cxxv
Del signor Giovan Francesco Loredano
Complimenti.
Venezia [verso il 1630?].
CXXVI
Al signor Giovan Francesco Loredano
Risposta alla lettera precedente,
[poco posteriore all'antecedente lettera].
CXXVII
A Giovan Francesco Busenelli
Vorrei scrivere a V. S., ma le giuro che non so che mi
scrivere. Perché, s'io voglio prender materia dagli oblighi che io
professo alla sua gentilezza, questi di già son noti a lei, e quei
favori, ch'Ella mi fa, molto più eloquentemente testificano i
sensi della mia gratitudine che non farebbe la mia penna. Se
io voglio celebrar l'eccellenza del suo nobilissimo ingegno, egli
196 CLAUDIO ACHILLINI
è già noto che il valore del signor Busenelli è maggiore d'ogni
lode e che le iperboli istesse, poste in bilancia con tanta virtù,
scarseggiarebbono con molta evidenza della rettorica povertà.
Se io voglio entrar nel discorso delle germaniche tragedie, il
signor Loredanì ha conseguita si nobilmente questa parte, e
al tragico testo, anzi più tosto al canto fermo di quei pianti,
ha fatti si bei contrapunti di politica, che gli altri in si fatte
materie se ne possono servir d' idea. Onde, non avendo io che
scrivere, pieno di buona volontà, le bacio affettuosissimamente
le mani.
[verso il 1630?].
Il sonetto inviatomi da V. S. è cosa angelica, per non dire
un angelo in versi : i due terzetti sono due cori di grazie,
la chiusura è una prigionia di maraviglie. E cosi a grado troppo
alto veggio salito il mio nome; ma l'altezza dell'edificio mi
fa paura, perché sento che i diffetti del fondamento giurano
la ruina a si fatta fabrica. Meditarci la risposta; ma queste lez-
zioni quaresimali me ne divertiscono troppo. Ho però tirato
giù alla peggio la qui congiunta. E con mille grazie le bacio
le mani.
CXXVIII
Di Agostino Mascardi
Intorno alla peste milanese del 1629.
Signor Claudio mio dolcissimo, ancorché il dolersi delle
private sciagure nel diluvio delle publiche calamità sia indizio
d'animo contumace, io nondimeno fra le miserie universali
d' Italia piango la perdita di molti amici, e spero d'esserne com-
patito nonché scusato. È vero che lo spettacolo di questa de-
solata provincia può occupar ogni luogo di dolore in chi ha senso
d'umanità; perché, oltre a' tumulti di guerra, a' quali dà occa-
sione l'ambizione e l'avidità de' mortali, in qual occhio lascia-
rebbe pur una lagrima il veder tante nobili città tormentate dalla
CARTEGGIO 197
fame, manomesse da' stranieri, esterminate dalla pestilenza, esau-
ste d'abitatori, piene solo di cadaveri e di spavento, sempre mo-
ribonde in persona de' loro figliuoli e oggimai nelle frequenti
sepolture sepolte? dove la solitudine atterrisce, il commercio
avvelena, la vista de' più congionti trafige, il timore è pre-
venuto dal danno, la malatia non aspetta il rimedio, il sonno
è dalla morte interrotto? Ma finalmente questi accidenti, benché
irreparabili e crudeli, o per la lontananza non giungono a fe-
rirmi sul vivo, o per esser communi non sono ricevuti da me
per oggetto violento del mio privato dolore. Ma la perdita degli
amici, questa si che mi divelle il cuore dal petto e l'anima dal
cuore. Voi sapete, signor Claudio, in che sterilità di sincere
amicizie l'umana malvagità ci ha ridotti; ed io, benché di voi
più giovane assai, tuttavia, come più essercitato dalla fortuna e
posto in luogo da cimentar ogni di la fede perfida di certi
mostri di corte, non ho ramarico con cui pareggi il danno
che ricevo dalla morte d'un vero amico. Vado però ricercando
le reliquie di quelli che mi rimangono fuori di Roma, per ri-
conoscer negli avvanzi delle mie dissipate speranze l'oltraggio
di questo secolo contaminato; e con l'animo corro a voi subito,
come a centro de' miei più curiosi pensieri. Cosi merita il valor
vostro, il quale, si come ha già domata l'invidia, cosi potrebbe
reputare a sé inferiori tutte le più vive dimostrazioni d'affetto,
quando fossero una perfetta imagine e non più tosto una sem-
plice bozza del cuore.
Or dite, signor Claudio, come la fate in tante miserie della
vostra patria? con che animo mirate nel bel corpo di cotesta
nobil città le piaghe mortali che cosi spesse v'imprime la pe-
stilenza? parvi ch'abbia saputo la previdenza che ci governa
destarne dal letargo che n'opprimeva? Sconsolata città, già vera
scuola di magnificenza e di dottrina, ora teatro di sciagure e
di morti! « Sepulcrale » noma Galeno una certa sorte d'uccelli,
perché sul capo porta una imagine di sepoltura: con che ra-
gione non diremo noi « funesta » la Lombardia, se ad ogni passo
la terra s'apre in voragini funerali, e prova anguste nonché
angustiate le viscere per l'innumerabil numero de' cadaveri
198 CLAUDIO ACHILLINI
che riceve? L'umana temerità, troppo scaltrita artefice de' pro-
pri danni, per via di mostruosa antiperistasi infiammava il
bollor de' conviti col gelo della morte vicina: però la ricordava
portando a veduta de' convitati uno scheletro formato di cera,
come degli egiziani fa fede Erodoto; opure certe figure mobili
rappresentanti la fugacità della vita, come fece Trimalcione
presso Petronio; o in altre maniere, osservate dal Bullegeo,
dallo Scaligero, dal Raderò, dal Puteano, che tutte valevano
ad irritare l'intemperanza degli uomini, onde nell'uso de' pia-
ceri si desser fretta, per esser già la morte su le soglie d'ogni
vivente e incalzare e premere gli altrui vestigi. Sconsigliato
consiglio d'uomini indegni di vivere, poiché non sapevano pre-
pararsi al morire! A noi, a' quali la verace filosofia insegna il
modo d'incontrare la morte con gli abiti confacenti, fa di me-
stiere valerci di tanti funestissimi casi per altro fine. Si mirano
oggi la Lombardia e la marca trivigiana come un publico ci-
miterio di tutta l'Italia; e in conseguenza noi, che sediamo
spettatori delle tragedie altrui, abbiamo aperta da Dio un'uti-
lissima scuola, in cui s'apprendono i segreti della caducità de'
mortali e i misteri della nostra fragile e sempre vacillante natura.
Ivi si vede annebbiato il sereno d'una tramontana bellezza, sec-
cato il verde d'una languente gioventù, discolorato il fiore
d'una grazia smarrita, impallidito lo splendore d'una gloria
ecclissata, arruginito l'oro d'una saviezza disutile, inaridito il
fonte d'una dottrina mancante. Ivi si piangono il valor perduto,
i titoli oscurati, le dignità cadute, le memorie disperse, gli
onori dileguati, estinti gl'ingegni. Ivi si dogliono le famiglie
vedove de' sostegni, i patrimoni abbandonati dagli eredi, la no-
biltà impoverita di posteri, le campagne nude d'agricoltori, l'arti
prive degli artefici, ogni virtù mendica de' suoi seguaci. Ivi
altro non si vede che simulacri d'orrore, altro non s'ode che
gemiti de' tormentati, altro non si aspetta che l'assalto della
morte, altro non si brama che la velocità del morire. E perché
la lunga e continuata schiera de' cadaveri che son portati al
luogo del loro riposo ne scorge fino al sepolcro, ci andiamo
raggirando intorno a quell'infausto luogo lagrimosi e dolenti;
CARTEGGIO I99
indi, ripercotendo la voce delle nostre querele, dall'urne aperte
viene a ferirci l'orecchie e '1 cuore un'eco dolorosa, che ne
dichiara fragili, caduchi, miserabili e più tosto moribondi che
mortali.
Questa infallibile e salutare dottrina, signor Claudio, apprendo
io dallo spettacolo delle communi miserie. Ma voi all'incontro
a bello studio vi séte chiuso in una torre assai alta, secondo
che gli amici m'han detto, nella sommità della quale espo-
nendo con Danae il seno aperto alla pioggia d'oro della celeste
sapienza, di là su vi s'infondono gl'insegnamenti medesimi
ch'io dal sepolcro ritraggo; perché l'oro non scintilla solamente
nelle stelle e nel sole, ma nelle più cupe viscere della terra si
condensa e si purga. Ed era ben dovere che, avicinandovi voi
di tanto alle sovrane intelligenze con la sublimità dell'ingegno,
procuraste di non rimaner da loro lontano col corpo, per quanto
vi può permettere la condizione della nostra natura. In cotesta
torre io vi considero come nella più alta cima del monte Olimpo,
superiore ai tuoni, ai fulmini, alle tempeste e ai nembi delle
disordinate passioni che tengono in continui cimenti l'anime
basse e vulgari: quivi, sempre fiso nella ruota di quel sole
che non conosce occidente né trova in voi oltraggio di nuvola
che si frapponga, contemplate le cagioni invisibili di questi vi-
sibili effetti; e se pur volete abbassare gli occhi talora agli
oggetti infelici delle sciagure d'Italia, rinvolto prima nella vostra
virtù, gli ricevete come cose leggiere piacevolmente, serbando
il tenor solito d'animo ben composto e tranquillo. Cosi con
opportuno temperamento correggete il riso barbaro di Democrito
e l'effeminato pianto d'Eraclito, perché il pianger per gli ac-
cidenti degli uomini è una volontaria miseria, il rider è un piacer
inumano. Mi sovviene di quel luogo eminente in cui si ritirò
Epaminonda tebano per veder l'esito ancor dubbioso della bat-
taglia de' suoi, che fu perciò nomato « specula » o vogliam
dire vedetta. Quel buon condottiere, sentendosi malamente fe-
rito, più s'affliggeva per l'incerta rotta de' suoi soldati che per
la certa ferita del proprio petto; onde, serratasi con la mano
la piaga, quasi impedita la via all'anima fuggitiva, tanto si
200 CLAUDIO ACHILLINI
tenne in vita che da quell'altezza conobbe le cose de' tebani
in buona piega, e poi lasciò col sangue uscir l'anima ancora.
Io vi veggo dalla vostra torre, signor Claudio, tutto intento
alle calamità di Bologna e d' Italia, premer nel cuore, non con
la mano ma con la costanza, il dolore che volontieri consegre-
reste alla carità della patria. E detesto la crudeltà di Nerone,
che dalla torre di Mecenate mirava il cadavero di Roma nel
rogo funerale acceso d'ordine suo, cantando intanto come pre-
fica la caduta di Troia. Principe degno di quella sola luce che
risplendeva torbida nell'essequie, poiché in quell'atto solo in
cui s'uccise meritava di vivere, per divenir carnefice scelerato
di sacrilego malfattore. Ma voi, che potete con la soavità degli
accenti fabricare in compagnia d'Anfione le mura di Tebe,
apunto nella sommità d'una torre vi séte collocato per con-
solar col vostro canto il cordoglio universale d' Italia e forse per
dar qualche rimedio alla peste, senza entrar punto nelle botteghe
degli speciali e senza prender per consiglieri altri che Apollo,
di cui è tanto propria l'arte del poetare quanto l'essercizio del
medicare, che ben sapete come Talete cretese a suon di lira
domò la malignità della peste.
Nel terzo dé[V Iliade racconta Omero che Priamo con alcuni
vecchioni de' suoi, già per l'età male abili alle fatiche dell'armi,
ascesero un'alta torre per iscoprir di colà l'oste greca si for-
midabile, ch'era accampata intorno alla città reina alora dell'Asia,
e per veder quel giorno il duello di Menelao e di Paride; e di loro
parlando, diceche erano per la vecchiaia cessati dall' armeggiare.
Sed concionatores
bojii, cicadis siniiles, quae in sylva
arbori ifisidentes vocem suavem emittunt;
tales troianorum proceres sedebant iji turri.
Ed a me pare che voi ancora, non veggendo come sovvenir
con l'opera alli bisogni della patria pericolante, siate salito su
cotesta torre, donde, mirando le afflizioni di tutti, a guisa di
faconda cicala potrete racconsolarle col canto. Né vi recate ad
ingiuria che la soave armonia della vostra voce sia paragonata
CARTEGGIO 20I
al canto della cicala. Perché, se all'Ariosto parve noioso il
metro di quell'animaluccio canoro; ad Eunomio però dolcis-
simo riusci quando gli saltò su la cetra, come Fozio racconta.
E '1 Nazianzeno afferma che la cicala porta nel petto la lira;
né fuor di proposito finse Platone nel Fedro che alcuni uomini,
parzialissimi del mestier delle muse e in paragon della musica
noncuranti della vita medesima, fossero cangiati in cicale, con
privilegio di prender l'alimento dal cielo e d'esser ambasciatori
de' mortali alle muse. In ogni caso vi rimetto ad Anacreonte,
ed appresso di me sarete almeno una delle cicale d'oro che
portavano in capo gli atteniesi, come animai consegrato ad
Apolline, dio degl'ingegnosi e de' saggi. E chi sa poi che,
udendosi da cotesta torre uno de' vostri accenti, non risuonino
da questi sette colli altretante voci che l'accompagnino? Cosi
le sette torri di Costantinopoli, ricordate da Dione, con armo-
niosa corrispon lenza incontravano la voce della prima che riso-
nava. Io non vi prometto gran cose; ma voi, come consapevole
del vostro merito, farete fede a voi stesso dell'applauso con che
saranno ricevuti i vostri componimenti.
Ma ditemi di grazia, signor Claudio, prima ch'io finisca di
scrivervi: che credete delle cose di Milano? Non parlo degli
accidenti di guerra e della peste che per via d'ordinario conta-
gio si propaga, ma di quell'altra che si dice esser seminata
dagli uomini con mistura d'incanti. Io per me, come non sono
de' più arrendevoli a creder tutto quello che s'attribuisce al
diavolo, cosi non lodo l'ostinata incredulità di certi filosofastri,
che per far troppo del saccente danno nell'infedele. Che in
altri tempi si sia trovata cotal sorte di peste dalla malvagità degli
uomini appiccata con diverse misture, è notissimo, e per istoria
e per isperienza de' tempi non molto antichi, in Provincie non
gran fatto remote; e questa Seneca nel secondo Dell'ira ap-
pella <(. pesttlenliam manufactamyf, e la conta fra gli atroci ma
conosciuti misfatti de' suoi tempi. Che la malignità di quel
male, per se stessa possente, sia talvolta resa più orribile con
le fatucchierie, n'abbiamo in Tito Livio un memorabile essempio
nel fatto di quelle streghe romane. Che il diavolo in questi
202 CLAUDIO ACHILLINI
casi abbia operato apparendo in forme visibili ed andando alle
porte delle case a seminar la peste, si legge nel libro sesto
dell' Istoria de' longobardi di Paolo Diacono al capo quinto, ed
in Procopio al secondo libro della Guerra de' persiani; e più
espressamente essere ciò avenuto sotto l'imperio di Gallo e di
Volusiano, il narra Pomponio Leto, togliendolo forse da un'ora-
zione di Gregorio Nisseno in lode del taumaturgo. Si che ve-
rissime esser possono le novelle che da Milano si spargono
di apparizioni di fantasime, ch'infestano e talora anche percuo-
tono aspramente gl'infermi; come essere stati veri somiglianti
terrori in tempo di pestilenze, leggiamo in Evagrio, in Cedreno
ed in Sigiberto.
Può nondimeno accadere che la moltitudine, credula al suo
peggiore ed inchinata alla superstizione, v'aggiunga molte cose
del suo in virtù dell'eccessivo timore che la toglie di senno.
Però figliuole della paura e della sciocchezza stimo io quelle
larve di principi, di vecchi, di palazzi, delle quali s'empiono
i fogli di Lombardia, quando non siano machine mal com-
poste di qualche ingegno più curioso che discreto, per dar
materia di spavento alla plebe, e agli uomini sensati o di riso
o di sdegno. È certo nondimeno che nelle publiche calamità
gli autori antichi osservano molte fiere visioni, o vere o pur
imaginate dalla paura. Cosi nella vita di Traiano e di Tito parla
Dione di certe figure gigantesche; cosi Dionigi alicarnasseo
nell'ottavo e nel decimo annovera fra molti prodigi ancora gli
spettri spaventosi; e molto più i poeti sono in cotal argomento
abbondanti. Tanto che per abbatter dalle sue fondamenta Milano
era necessario ch'alia fame compassionevole, alle violenze di
barbara soldatesca, alle ruine di tanti anni di guerra, alle stragi
della peste commune s'aggiugnesse il veleno, dirò insanabile,
s'è composto sin nell'inferno con liquori nel nostro mondo
non conosciuti. E questi sono i tempi, signor Claudio, ne' quali
ci siamo avvenuti? e questi sono i costumi che ci convien soffrire?
e questi sono gli uomini con chi fa di mestiere che conver-
siamo? Oh quanto v'invidio la vostra torre per sottrarmi dal
conoscimento d'un mondo si scelerato ! oh quanto più sicura
CARTEGGIO 203
sarà nell'avvenire la compagnia delle fiere che il commercio
degli uomini !
Ma non voglio più lungamente contaminarvi con le doglianze,
signor Claudio. Attendete voi a conservare nella vostra buona
salute l'allegrezza de' vostri amici e l'onor de' letterati de' nostri
tempi; e sappiate che io v' ho sempre ammirato come soggetto
di singoiar valore, in cui l'eccellenze di molti uomini grandi
si ristringono. Cosi l'amore e l'osservanza mia, per lo passato
diffusa in tanti cari amici che mi son morti, si unisce ormai
tutta in voi solo ed in altri pochissimi, da me stimati meritevoli
dell'onorato nome dell'amicizia.
Vi salutano gli amici antichi, il signor Bruni, il signor Bi-
gnami, il signor Brunoro Taverna, che di presenza vi conobbe
in Milano quando eravate col signor cardinal Alessandro Lu-
dovisio. Ed io più caramente di tutti vi bacio la mano.
Di Roma, 1630,
CXXIX
Ad Agostino Mascardi
Risposta alla lettera precedente.
È toccato alla peste lo svegliare il mio nome, che dormiva
sotto i ricchi padiglioni della vostra memoria. Né voglio già rin-
graziamela, perché non merita grazie una si fatta disgrazia: ben
rendo grazie a voi, che cotanto m'avete onorato con la vostra
eloquentissìma ed eruditissima lettera. Alla quale come potrò
mai rispondere a parte a parte, se, subito ch'io l'ebbi ricevuta,
vennero a me alcuni gentiluomini bolognesi, fra' quali un Pa-
ride letterato la riconobbe per un' Elena, bellissima figliuola del
vostro ingegno, e me la rubò? Ma perché le sue bellezze ave-
vano fatta nella mia mente una profondissima impressione, io
m'ingegnerò d'andarle rispondendo conforme a quanto me n'an-
derà suggerendo la memoria.
E per cominciare di qui, io mi ricordo che tutta la lettera
è sparsa delle mie lodi. Intorno a che debbo dirvi che, se io
204 CLAUDIO ACHILLINI
altresì prendessi a lodar voi, le lodi che io vi scrivessi sareb-
bono per aventura sospette di gratitudine. E se bene il me-
rito vostro avrebbe in ogni maniera a precider le radici di si
fatto concetto, voglio nondimeno astenermi da si fatto uffizio;
perché, quantunque il facessi con tutte le forze dell'ingegno
mio, so però che non potrei toccarne il segno e resterei pur
anche debitore di gran somma ai vostri meriti. Perché, se
bene io dicessi che le cose vostre non sono senza il dolce di
Livio e senza il piccante di Tacito, e che la vostra vena, e tosca
e latina, corre perle orientali, che fanno tramontar la gloria
d'ogni altro scrittore; e se bene aggiungessi che il vostro in-
gegno è maggiore delle maraviglie che se ne fanno; direi cose
note e cose volgari, dalle quali restarebbe defraudato del suo
dritto lo splendore del vostro nome. Che però torno a dire che
io tralascio questo uffizio e passo ad altro.
Voi m'essagerate la fierezza del corrente castigo; e veramente
la vostra penna è si felice che, quantunque siate assente dalle
presenti miserie, tuttavolta più al vivo sapete rappresentarlemi
di quello che abbiano saputo i veri oggetti agli occhi miei
che gli ebbero presenti. Imperoché quell'esser divenute le con-
trade funestissimi torrenti, che altro non corrono che feretri;
quell'esser fatti gli umani corpi fucine di pestiferi carboni, dove
su la instabile incude dell'umana pazienza si lavorano le sincopi
e i dolori; quell'essersi cambiati tutti i deliziosi suburbi, già de-
dicati al genio e alle muse, in postriboli delle parche e in cam-
pidogli della morte; quell'essersi seminati tutti i campi della
Lombardia più di cadaveri che di grani; e, per dirlo in una
parola, quell'essersi spopolata la faccia e popolate le viscere
della terra; sono cose da voi .si felicemente descritte, che parmi
d'esser tornato a quelle miserie dalle quali è già libera la mia
città di Bologna. Per salvezza della quale siami lecito il dirvi
in due parole che cosa ha fatto il cardinale Spada. Anzi che cosa
non ha egli fatto? Questo Proteo di providenza s' è trasformato in
mille forme, s'è trasferito in mille luoghi, ha fatto assistenza
a mille congregazioni; direttore fra le famiglie, dettatore tra
medici, monitore fra sacerdoti ; ora intrepido tra lazareti, ora
CARTEGGIO 205
invitto tra le sepolture; non ha temuta fatica, non ha perdonato
a vigilia, non ha fuggito pericolo per essere a questo popolo
e padre e medico e sacerdote. Per si generose diligenze inti-
morita la morte, hanno chiusa la bocca i sepolcri, e la sanità
s'è arrischiata di ripatriar con noi. Maggiore assolutamente
d'ogni umana lode, ma inferiore solo al suo sviscerato affetto,
è stato il merito di questo signore in questi funesti affari. Pre-
ziose reliquie, anzi sacrosanti oracoli per la salute della po-
sterità saranno le sue regole, se dagli avanzi miserandi della
pestilenza saranno raccolte. Ma di lui ragionaremo altrove.
Or torno a voi, con dirvi che più tosto che deplorare i pre-
senti castighi dovreste convertire il vostro angelico talento nel-
l'essagerare le abominevoli corruttele del secolo presente, che
poi non solo non vi maravigliareste della fierezza di queste ca-
lamità, ma più tosto restareste attonito come tutte le piogge del
cielo non siano pestilenze e come tutti i raggi del sole non
siano saette. Io qui non ragiono di Roma, perché i santissimi
costumi del grande Urbano hanno potuto e moderare e giusti-
ficar la corte, e quindi è che vive privilegiata fra le communi
miserie; ma parlo del rimanente del mondo. Pare, signor Ma-
scardi, che nei petti umani a pena vi agonizi la fede e vi pal-
piti la carità. L'interesse trionfa per tutto e, quello che è peg-
gio, conduce incatenato sul carro l'onor di Dio. Le calunnie
s'incoronano e si rendono soggetta la povera innocenza: fa'
che stimolo d'onor terreno leggermente punga un fianco mor-
tale, corresi con tanto precipizio all'impreso fine, che nel
corso s'urtano gli amici, si calpesta la fede, si gitta in terra
la verità e con cecità scatenata non si conosce Dio. Ogni or-
dine, ogni congregazione è oggimai si corrotta, che quivi ad
ogni altra sentenza prevagliono sempre i consigli dell'invidia,
i pareri dell'odio e le tiranniche detratture dell'interesse pro-
prio. A tre capi si sono ridotti tutti gli umani trattati; avanza-
menti di mondane fortune, conseguimenti di carnali diletti e
adempimenti di machinate vendette. E questi oggetti occupano
in maniera le menti degli uomini, come se Dio o non ci fosse o
non intendesse o non punisse.
2o6 CLAUDIO ACHILLINI
Fate riflesso col vostro elevato ingegno sovra si fatti costumi,
che poi, se vi contristarete alla ingiustizia del demerito, so certo
che restarete consolato alla giustizia del castigo e benedirete
quella divina mano che n'aperse una scuola da voi si felice-
mente osservata, nella quale si mira punita la perfidia, calcata
la inumanità, dissipati gl'interessi, còlte al laccio le calunnie e
disonorati gli onori del mondo.
Quivi si vede il perfidissimo regno d'Amore tutto sconvolto
in meritate tragedie, perché quivi si mira mortificato il fasto
d'una superba bellezza, terminato il corso d'una sfrenata gio-
ventù, condannate agli orrori dei sepolcri le glorie di Venere, giu-
stiziate le grazie che uccidevano i cuori, fioriti di carboni i bellis-
simi giardini di Cipro. Quivi inoltre ho veduto derisi gli oracoli
degl'Ippocrati, roversciate le profondità dei Galeni e schernite le
providenze dei Mitridati. Quivi finalmente s'impara che non
hanno o le minère o le selve o gli animali riparo che arresti
il corso alla giustizia del Punitore.
Fra tante perdite veggio che voi nella vostra lettera deplo-
rate quella de' vostri amici. Qui non voglio dirvi altro se non
che siete troppo modesto, perché, chiudendo in voi tante per-
fezioni, e naturali e morali e teologiche, voi solo siete a voi
stesso sufficiente teatro per trattenervi e per consolarvi.
In un'altra parte della vostra lettera voi dite che, quantunque
siate più giovane di me, siete però stato più di me essercitato
dalla fortuna. Dio sa, signor Mascardi, quanto a questa ultima
parte come sta il fatto. Vero è che, se vogliamo trattarla con-
forme alla verità teologica, non v'è fortuna, ma tutta è pre-
videnza di là su, dalla quale io sono sempre stato più favorito
che non merito. E se bene io non ebbi in sorte di respirare
sotto il bel cielo di Roma aure favorite, io so però o che noi
meritai o l'eterna sapienza cosi giudicò per lo meglio. Che
però non solo non maledissi quella mano che mi allontanò da
cotesti coUi, ma più tosto la benedissi, come mossa da quel Mo-
tore che muovendo non può errare; e s'ella, mossa o movendo,
avesse mancato all'eterna regola (eh' io noi dico), fu questa ancora
previdenza permissiva, alla quale m'inchinai mai sempre.
CARTEGGIO 207
In un altro luogo della medesima lettera, se ben mi ricordo,
voi mi richiedete ch'io vi scriva come io in questa villa me la
passi nei presenti travagli. Io vi rispondo che tutta questa estate io
sono stato occupatissimo intorno alla fabrica d'un picciol tempio
dedicato a sant'Apollonia mia protettrice, dalla quale e ho rice-
vuto e spero favori e grazie particolari ; e fuori di questa occupa-
zione io mi sono dilettato degli orrori solitari di questi boschi. Oh
come nobilmente si conversa nella solitudine e quanto s'illustrano
l'anime fra quest'ombre! O Dio, perché non ho parole baste-
voli ad esprimervi questa verità? Qui, sollevandosi l'uomo in
Dio, sente nel sollevarsi cadérsi d'attorno tutti gli affetti del
mondo; e sollevato poi, contempla il vero tutto della vita celeste,
e s'accorge del puro nulla delle felicità terrene. Quivi si con-
centra lo spirito nel suo Fattore e di beata tenerezza sente
disfarsi, né per altro si disfà che per potere più intimamente
penetrare in lui; e se soverchio è l'ardire di cotanto inoltrarsi,
egli con la gloria il castiga. E in queste perdite estatiche di se
medesimo trova lo spirito le vere caparre della sua salute. A si
stretti cancelli ed a si beate angustie ridotte l'anime nostre, pren-
dono in mano la penna della fede, ed infondendola nelle stille
del proprio sfacimento sottoscrivono agli occhi della creazione,
ed intingendola nel sangue del Redentore riconoscono le grazie
della redenzione, e bagnandola infine nelle lagrime della propria
dolcezza fanno al lor Signore una ricevuta di quei saggi che
godono della futura glorificazione. Ma pei'ché queste cose me-
glio s'intendono con le mute sperienze che con le pompe delle
parole, e perché io so di scrivere ad uno che forse più di me
le sperimenta, io passo ad altro. E tratanto non vi paia strano
che in una lettera famigliare si leggano questi tratti predicabili ed
apostolici, perché in tempo di tanta mortalità, nel quale stanno
aperte le cataratte del cielo e ne diluviano castighi e si veggiono
spalancate le viscciC della terra per ricever l'ossa di tanti fulmi-
nati, opportuna cosa è il pensare al suo fine e '1 convertire ogni
occasione o di scrivere o di ragionare ai fini dell'eterno profitto.
L'altro tempo che m'è avanzato in queste selve ho dedicato
alla Prima secundae del gran Tomaso; ed avendola diligentemente
208 CLAUDIO ACHILLINI
tutta revista, da quei principi architetonici morali, ho illustrati
più di mille luoghi della professione ch'io tratto in catedra.
E senza questi lumi superiori stimo risolutamente che non si
possano degnamente interpretar le leggi. Fuori dell'opere di
questo santo io non ho meco altro libro che la Scrittura sacra
e l'opere di san Girolamo; onde mi scusarete s'io non ho
potuto e se non potrò con erudizioni tratte dai libri dell'anti-
chità fare un'eco dovuta alle vostre eruditissime voci.
Voi mi richiedete del mio senso intorno agli spettri di Mi-
lano e alla magica peste, portata dalla Fama su certi fogli curiosi
che vanno attorno. Qui, o ragioniamo del potere o del fatto.
Se del potere, chiara cosa è, e la teologia non ci lascia dubi-
tare, che il demonio può naturalmente queste e cose maggiori,
purché Dio non gli sottragga il potere: intendo però, s'egli
essercitarà le sue forze naturali dentro alla latitudine del moto
locale, trasportando ed applicando gli agenti alle materie. Perché,
se noi credessimo che nei predicamenti della qualità, della quan-
tità o della sostanza egli potesse immediatamente produrre si
fatti termini, noi, s'io non m'inganno, faressimo errore.
Se ragioniamo del fatto, certo che, per le continue relazioni
che vengono di Milano, anche quest'ultimo spaccio io molto age-
volmente m'induco a crederlo; ma non già credo quelle favo-
lose circostanze che questa estate andavano attorno, le inveri-
similitudini delle quali erano troppo note a chi leggeva quei
fogli. E che altre volte siano avvenute si fatte pestilenze o col
concorso del demonio o con l'arte ignuda degli uomini, oltre le
nobilissime auttorità addotte da voi, io mi rimetto ad un certo
trattatello manuscritto, che va attorno, il cui titolo è De peste ma-
?iufacla, nel quale sono registrate molt' altre auttorità di simil
fatto. Ma quello che mi confonde l'ingegno si è come si trovino
uomini di barbarie tanto inumana che co.spirino coi diavoli alla
destruzione di tutta la propria spezie.
Io qui impazzirei col pensarvi; e però vengo ad un'altra non
meno curiosa meraviglia, e chieggio a voi: che cosa è egli mai
questo fomite o seminario pestifero che resta impresso ne' panni,
e con fecondità cosi tragica fruttifica la morte delle famiglie e de'
CARTEGGIO 2O9
popoli intieri? È egli accidente o sostanza? Se accidente, o è
trasportato o è prodotto. Al primo modo repugna la filosofia, la
quale non ammette il passaggio degli accidenti da un soggetto
all'altro. Al secondo pare che ripugni il non potersi intendere
con quale energia possa l'appestato tradurre dalle radici o dalle
potenze de' panni agli atti una si fatta qualità, oltre che non
sarebbe agevol cosa l'assegnare in qual spezie di qualità do-
vesse riporsi. Se è sostanza, come vogliono tutti gli antichi, e
g^eci e latini, o è semplice o è composta. Se semplice, o ella
è aerea; e perché in brieve tempo non vola alla sua sfera, libe-
randone i panni? o è acquea; e perché o non bagna o non è
dall'ambiente, tante volte accidentalmente secco, disseccata e
consumata? o è ignea; e perché non abbruggia? o è terrea; e
perché o non si vede o col tatto non si sente? Se è sostanza
composta, torno a dire che dovrebbe o con l'occhio o col tatto
discernersi; eppure egli è verissimo che un panno bianco, mon-
dissimo agli occhi nostri, ucciderebbe una città intiera. In questa
confusione di pensieri io mi risolvo con dire che la peste è un
flagello ineffabile agitato dalla mano di Dio, e ch'allora cessa il
castigo quando Dio leva mano dal flagellarci.
Ma perché la lunghezza di questa risposta non abbia a ca-
gionarvi tedio, fo fine; aggiungendo solo che, se voi pensaste
che la perdita che avete fatta di tanti amici potesse con la de-
bolezza delle mie forze ristorarvisi, eccomi a rinovarvi quella
professione di amicizia che altre volte io vi feci in Ferrara, in
Roma, in Bologna, in Venezia, in Milano e altrove. Intanto vi-
vete lieto e con la vostra penna mantenete le stampe nel pos-
sesso di quegli onori che tutto il giorno ricevono dalle cose
vostre, e con la vostra lingua tenete in vita le glorie di cotesta
nobilissima catedra; e con la penna e con la lingua insieme
conservate, come finora avete fatto, le bellezze alle belle lettere,
anzi conservate alle lettere umane la divinità del vostro ingegno.
E pregandovi a riverir a mio nome un ecclesiastico eroe
che si trova in Roma, dico monsignor de' Massimi, idea de'
prelati ed auttore della nobilissima lega che hanno fatta in lui
la Prudenza, la Magnanimità e la Religione, e a salutarmi il
G. B. Marino, C. Achillini e G. Preti, Lettere - 11. 14
2IO CLAUDIO ACHILLINI
signor Ghino Ghini, splendore de' letterati e norma degli uomini
da bene, vi bacio carissimamente ed affettuosissimamente le
mani.
Dal Sasso, villa del Bolognese, 1630.
cxxx
A MONSIGNOR Fabio Chigi, vicelegato di Ferrara
Complimenti,
[gennaio 1631].
CXXXI
Di monsignor Fabio Chigi
Risposta alla lettera precedente.
Ferrara, 27 gennaro 1631.
CXXXII
Del cardinale Spada
Manifesta all'Achillini tutto il suo affetto.
Di villa Spada, 22 luglio 163 1.
CXXXIII
Del principe don Lorenzo de' Medici
Attende con desiderio le Rime.
Di Firenze, a 25 di agosto 1631.
CXXXIV
Del cardinal Antonio Barberini
Ringraziamenti.
Di Fossombrone, li 8 settembre 163 1.
CARTEGGIO 211
cxxxv
Al signor Paoli
Ne loda un idillio.
Signor Paoli dolcissimo, ho veduto il vostro bellissimo idilio
sovra i bagni della nostra ninfa; e posso dire d'essere stato ai
bagni del nostro Elicona per medicare il dolore della mia longa
assenza da voi. Ma per vita vostra, che è cotesta furia di pa-
radiso che si fortemente vi tormenta? anzi che bianca e che
vana calce porta ella nel seno, poiché, posta nell'acqua, apre con
tant' impeto i propri ardori ai vostri danni? L'acque sono pur
i rimedi contra gl'incendi; e voi dalla vostra sorte siete con-
dotto a sentir più fieri i mali dentro alle medicine! La magia
d'amore ha trasformato lo spirito vostro in una farfalla mo-
struosa ed inaudita, poiché per aver a incenerire va volando d'in-
torno all'onde. E nessuna penna fuori della vostra potea si fe-
licemente e si gloriosamente spiegare cotesto accidente; poiché,
circondando quell'umido i vostri ardori, l'antiperistasi v'ha fatto
esprimere questo fulmine di poesia che trafìgge di maraviglia.
Me ne rallegro con voi, ma più mi rallegro che le vostre lodi
fioriscano in bocca al signor Cristofaro Cenci. In giardino più
odorato e più adorato non potrebbono far mostra, di chi se sia:
il caldo dell'amor che vi porta e i vivi nutrimenti del vostro
gran valore il fecondano a maraviglia. Signor Paoli, vogliatemi
bene al solito, né lasciate questa gloria al tempo: che possa
mortificare quel gentile affetto che sempre mi avete portato.
Di Bologna, li 17 settembre 1631.
CXXXVI
A MONSIGNOR de' MASSIMI
Dedica della canzone « nella quale va deplorando la poca sorte de' poeti
nella corte de' prencipi, e con destra occasione loda quasi tutti i pren-
cipi della cristianità».
[Di Bologna o di Parma, tra il 1629 e il 1632].
212 CLAUDIO ACHILLINI
CXXXVII
Di Giovanni Francesco Busenelli
Invia un'ode laudativa.
Mando questa ode a baciare il lembo delle vostre muse e
a dirvi che il nostro secolo è in procinto di farsi idolatra alla
vostra immortale virtù. Io vi riverisco con una devozione che
mi mette in obligo di credervi collocato sopra l'umanità; e non
vi fabrico altari, perché la vostra modestia me lo impedisce.
Ho più ambizione di una vostra risposta che volontà di star
vivo. Però doverete rubbar a' vostri aflfari più gravi un'ora e
beatificare le mie speranze. Altra volta vi scrissi e fui onorato
di una vostra lettera, che conservo nel ripostiglio delle cose
più preziose.
[verso il 1632?].
Achillin, volan gli anni e '1 tempo avaro,
oh' è de le glorie umane abisso e notte,
assorbe i nomi e le memorie ingiotte,
e spegne a un soffio ogni splendor più chiaro.
Il balsamo a le membra essanimate
prometter suole un favoloso sempre;
ma gli aròmati alfin son vane tempre,
che vanno in polve ancor l'ossa gelate.
Scalpello industre e sovrafin disegno
umana i sassi e palpitar fa i marmi;
ma tutto invan, perché del tempo l'armi
a le memorie altrui tolgono il regno.
D'ingegno peregrin l'opre e le carte,
indocili al morir, con forti essempi
vagliono sole a contrastar coi tempi
e mercan da le stelle un cielo a parte.
CARTEGGIO 213
Però tu, che si dotto e si sublime
a l'eterne sirene insegni i canti
e a l'armonia degli organi stellanti
dai silenzio e stupor con le tue rime,
di gloria indivisibile consorte,
con l'orme del tuo pie stampando luce;
tu, di te stesso e tramontana e duce,
varchi là su, dove non giunge Morte.
La tua man si famosa a' tempi nostri
dovea tra l'alte menti trattenersi
a trattar cieli e non componer versi,
e volger stelle e non stillar inchiostri.
I numeri canori, i metri ornati,
le melodie dei lirici concenti,
quasi sotto alto ciel bassi elementi,
sotto a la penna tua stanno prostrati.
E le muse celesti ed immortali
sono entropie al sol del tuo pensiero,
e, innamorate del tuo merto vero,
son le lodi e le glorie alte rivali.
Incognito son io; ma pur vorrei
scoprirmi a la tua luce e farmi illustre;
e salendo al tuo ciel, vapore industre,
tento far d'oro i precipizi miei.
Scrivi, Achillin, ne la tabella altera
di tua memoria il nome mio perduto,
ch'uscirà dal sepolcro ov'è caduto,
e l'alba mia non vedrà mai più sera.
Un atomo divoto e riverente
entro a la sfera tua loco ritrovi,
o tante in me delle tue grazie piovi
ch'io vaglia a uscir dal cupo orror del niente.
214 CLAUDIO ACHILLINI
Sarà gloria al tuo nome e a l'opre grido
vestir di raggi un'ombra e col tuo lume
crear splendori in tenebrose piume
ed ingemmar d'augel palustre il nido.
Il tuo Pindo divin mandi a tutt'ore
con liberal virtù fiori beati,
e i versi tuoi, d'eternitade armati,
sforzino a idolatrarti il mio stupore.
CXXXVIII
A GiovAN Francesco Busenelli
Risposta alla lettera precedente.
Le cortesi ed ingegnose idolatrie, onde V. S. troppo gen-
tilmente m'onora nell'oda e nella lettera, m'obligano in un
punto a lodarne l'affetto, ad accusarne la religione e a ma-
ravigliarmi dell'ingegno. L'affetto non potrebb'essere più cor-
diale verso un uomo che non ebbe mai fortuna di servirla; la
religione non potrebb'esser più superstiziosa in onor d'un'anima
piena di mille imperfezioni, com'è la mia; l'ingegno non po-
trebb'esser né più peregrino né più prodigioso in questo secolo.
Che però in un gran personaggio ha svegliati serenissimi stu-
pori. Ma pertanto io riservo la risposta a quest'estate, quando,
libero dalle occupazioni del mondo, colà tra gli orrori illustri
d'una mia selva m'ingegno, per quanto può mai la debolezza
mia, di popular di glorie quella solitudine e di render famosi
quei silenzi. Ora a tanti favori, eh' Ella mi fa, vengo incontro
con un torrente di grazie che inondi tutti quei sensi ch'Ella
porta della mia mediocrità. E intanto con parzialissimo affetto
le bacio le mani.
[poco posteriore alla precedente lettera].
CARTEGGIO 215
CXXXIX
Di Giovan Francesco Loredano
Aiuterà in tutti i modi il signor Galvano, raccomandato dall' Achillini.
Venezia [verso il 1632?].
CXL
Al serenissimo Odoardo Farnese, duca di Parma
Dedica delle Rime.
Di Bologna, li 15 maggio 1632.
CXLI
Di Giacomo Accarisio
Invia la prima parte à^Vi! Istoria di Fiandra del cardinal Bentivoglio.
Averà V. S. con questo ordinario la prima parte ^<s\V Isto-
ria di Fiandra scritta dal signor cardinal Bentivogli, appresso
la cui Eminenza io mi ritrovo adesso segretario delle lettere
latine. Perché questo signore fa gran stima dell'ammirabile
sapere e ingegno di V. S., stimando lei sola per teatro mag-
giore di quello che siano tutti gli ingegni di Roma, perciò at-
tende con grande ansietà il suo giudicio intorno alla fatica fatta.
Due giorni sono il signor cardinal Gessi mandò a Sua
Eminenza le Rime di V. S. Già le ha lette tre volte tutte, e
non si sazia di lodare i concetti, le forme, la peregrinità di dire;
e insomma giudica che queste poesie siano parto d'ingegno
versato profondamente in ogni sorte di scienza grave e che sia
nato per essere un prodigio al mondo.
Il signor procurator Calvi ha il libro del signor cardinale
con una mia lettera inviato a V. S.
[Roma, 1632].
2l6 CLAUDIO ACHILLINI
CXLII
A Giacomo Accarisio
Risponde alla precedente lettera, e attende V Istoria del Bentivoglio.
Io sono troppo favorito del dono del libro che m' ha desti-
nato il signor cardinale, e che da me con molta impazienza si
sta aspettando, per esser velocemente corso in quel punto che
mi giongerà.
Ma io m' ingannare se penserò di corrersi preziose fatiche,
perché i sentieri seminati di perle non ammettono il corso, mas-
sime di chi desidera di farsene monile, come io di tutte le gemme
di Sua Eminenza m'ingegno d'incoronar la memoria, e lodan-
dole m'affatico per farne tesoro alla mia riputazione. Rendo
molte grazie a V. S. dell'aviso che me ne dà; e pregandola
a riverire profondamente in mio nome il signor cardinale, cara-
mente le bacio le mani.
I1632].
CXLIII
Al medesimo
Lodi dell' Istoria del Bentivoglio.
Ho ricevuto il libro e, senza spiccar gli occhi dai fogli, ho
letta tutta l'aggiunta. Insomma il signor cardinale è sempre si-
mile a se stesso, perché altri che egli stesso in si fatte prove
non gli sta a fronte. O Dio! che consolazione ho avuto, quando
nel decimo libro ho veduto la comparsa in Fiandra del prin-
cipe di Parma con quel nobile elogio di che Sua Eminenza l'ha
onorato. So che il signor duca ne professerà molt'obligo alla
sua penna, che apunto ho segnato i luoghi per mostrargli al-
l'Altezza Sua quando tornerà di Piacenza. Quanto disgusto
all'incontro ho sentito nel finir si presto una si cara lezzione !
CARTEGGIO 217
Giuro a V. S. che in un punto mi è caduta la lettura dagli occhi,
la consolazione dal cuore, il libro dalle mani, perché, invogliato
dei progressi di don Giovanni, ho veduto mancarmi la speranza
nel più bello. Io per me credo che la republica degli amanti delle
istorie, se pensasse di colpire, spedirebbe ambasciatori al signor
cardinale perché continuasse il filo di si care e di si belle
fatiche; fatiche portate con tanta nobiltà, che da loro si scorge
la nobiltà del sangue di chi le compone. Volesse Dio che un
giorno si rinovasse quel Pio secondo, che alla chiarezza de' na-
tali congiunse anch'egh la chiarezza di quell'aureo stile. A fé,
che verrei volando a Roma per baciar non men quel piede che
quella mano che opera si eloquenti miracoli. Ed a V. S. bacio
le mani.
[1632].
CXLIV
Al medesimo
Intorno allo stesso argomento.
Torno in questo punto dai colli deliziosi del Sasso, dove
quelle bellissime viste mi baciano gli occhi di loro innamorati.
Ma, subito giunto, una più cara vista m'ha baciate le pupille
dell'anima, e questa è stata la nobile e non più veduta chia-
rezza con che il cardinal Bentivogli ha spiegate le storie di
Fiandra. Queste ho io nello stesso articolo del mio ritorno di-
vorate per un'ora con occhi avidissimi di cibo si peregrino.
O Dio, che verità senza fuoco, che maestà senza latiboli, che
raggi senza nuvole, che gemme legate in gemma! Qui la storia,
quasi stolata matrona, senza quel liscio e senza quella prodiga-
lità di lumi che abbagliano il vero delle sue bellezze, sì fa sin-
ceramente e gloriosamente vedere. Io con beata schiettezza dico
a V. S. che non ho parole bastevoli all'espressione di quei
concetti, che si altamente ho formati della gran penna di si gran
scrittore, il quale per rompere i confini del tempo non ha
bisogno che le mie lodi gli servano di passaporto all'eternità;
2l8 CLAUDIO ACHILLINI
perché a tutti ormai è noto che la sua penna è penna di fenice,
e che altro tragitto ne' suoi voli ella non fa che spiccargliela
dall'ingegno, volar su le carte, e quindi passarsene all'ali della
sua fama per arricchirne i tratti verso l' immortalità. Ma questi
sono bassi concetti e poco proporzionati all'eminenza dell'autore.
Il candore con che egli scrive è candore angelico, e per me
giurarei che, se gli angioli fossero capaci di umana favella, in
altre guise non ragionarebbono.
Il signor cardinale, per Dio, ha glorificato questo secolo ed
ha dannato all'oblivione la memoria de' passati. E direi solo
solo che tanta eminenza pregiudica alla storia, perché le mera-
viglie dello stile, sovrafacendo gl'ingegni, non lasciano in un
certo modo meditar i punti delle cose narrate; se non fosse
che in abito di si fatto impedimento si fa più bella e più gloriosa
vedere la gloria di questi componimenti.
Rendo al signor cardinale umilissime grazie del favore che
ne ho ricevuto. Rinnovo alla memoria di Sua Eminenza l'umi-
lissima ed antica servitù, principiata fin dal tempo di quel grande
averoista Alessandro Achillini, fratello di mio avo, che indirizzò
tutte le opere sue al nome di Giovanni Bentivogli. Ed a V. S.
caramente bacio le mani.
5 agosto 1632.
CXLV
Del cardinal Guido Bentivoglio
Ringrazia il poeta d'avergli fatto conoscere cosi compito gentiluomo
come il signor Vincenzo Bignami. Indi soggiunge:
Della mia Istoria V. S. si mostra troppo parziale, e non so
com'Ella possa farlo o io crederlo, essendo Ella assuefatta alle
perfezioni di quella del padre Famiano. Come se sia, stimo
sommamente le lodi che mi vengon da lei, e son meritate
almeno dal mio singolare affetto verso la sua persona.
Di Roma, li 8 di settembre 1632.
CARTEGGIO 219
CXLVI
A MONSIGNOR ClAMPOLI
Lo conforta pel suo allontanamento dalla corte romana.
Per servire alla lettera di V. S. ho con molta caldezza
raccomandato a monsignor di Piacenza il signor Romolo, che
me l'ha resa. Del resto poi la solitudine di lei è famosa,
perché sta popolata dalle grazie del suo proprio ingegno e dalle
maraviglie de' suoi discorsi. Che però Ella dee restar molto
consolata in cotesta sua lontananza dalla corte, perché, dovunque
Ella si ferma, sta Ella coronata d'un coro di glorie più belle di'
quelle che può dar la romana fortuna. Dio rade volte congiunse
insieme fortuna e sapere; e colui a chi tocca questo secondo
è sacrilego se se ne lamenta, perché porta seco piaceri e conso-
lazioni più care delle porpore e più preziose de' tesori, e quanto
più egli è maltrattato dalla fortuna tanto più vive caparre ha
seco della futura beatitudine. Che, a dirne il vero, monsignore,
questi in grembo de' quali traboccano le venture a torrenti non
so con quale spirito spicchino lo spirito da questa terra, né so
quale speranza gli lusinghi di posseder due paradisi. Per com-
prare i possessi di quel celeste, bisogna portar colà su prezzo
di lacrime, di persecuzioni, di travagli e di stenti. Ma a chi
scrivo io queste cose? A monsignor Ciampoli, che sa nobili-
tarle con le parole, significarle coi pensieri e pratticarle coi
costumi. Scusimi V. S. che, come io fui sempre a parte di
tutti gli accidenti suoi con un tenerissimo e divotissimo affetto,
cosi, avendo fatta intorno a loro più d'una volta la dovuta
riflessione, non ho potuto con la bella occasione della sua
lettera passarmela senza questi due svisceratissimi tocchi. V. S.
mi conservi la sua grazia, che io con parzialissimo spirito la
riverisco.
[1632Ì.
220 CLAUDIO ACHILLINI
CXLVII
Al cavaliere fra Ottavio Piccolomini d'Aragona
Nel congratularsi con lui per la vittoria di Liitzen,
lo invita a conquistare Gerusalemme.
Gli avvisi della memoranda battaglia di Liitzen sparsi per
tutta Italia, vengano pure da qual parte si voglia, tutti paiono
panegirici tessuti e consagrati al vostro nome; anzi all'aprir di
quei fogli pare che s'aprano le cataratte della gloria militare a
profonder diluvi di raggi su la vostra spada. Perché tutti ascri-
vono al vostro braccio la salvezza dell' imperio, i respiri di Ce-
sare, il terrore del Settentrione, l'allegrezza della Chiesa, il
terrore di Gustavo. Parti questi dall'Aquilone, entrò nella Ger-
mania e, quasi fulmine di Marte, in un giro d'occhi sfrondò gli
allori di Cesare, atterrò l'eminenza di quelle palme, disoccupò
le sedi a' prencipi confederati. La sua destra non impugnò la
spada che non la mutasse in scettro, la sua chioma non vesti
l'elmetto che noi cambiasse in corona, il suo piede non punse
il cavallo che noi drizzasse al Campidoglio. L'imperio, ferito
ne' precordi, si riducea agli ultimi palpitamenti, l'Italia pen-
sava a' propri casi, Roma impallidiva, l'Occidente tremava,
l'indiche vene correano indarno a tanto incendio, l'Oriente
stupiva, la religione temeva. Quando eccolo in un momento
cadere a' vostri piedi, irrigar col suo sangue le strade a' vostri
germanici trionfi, e tutto finalmente il cumulo delle sue glorie
disciogliersi nello spirito de' vostri applausi.
Felice voi, che il vostro invitto valore vien testificato dalle
lingue de' nemici, predicato dalle bocche delle vostre ferite, va-
gheggiato dal sole, aperto e celebrato dallo stupor di tutto il
mondo. Voi avete posta la penna in mano a cento istorici,
perché dei vostri colpi restino attoniti e gloriosi i loro annali ;
anzi tutti i secoli si sono interessati in cotesta azzione, perché
i passati s'oscurano, il presente trionfa, i venturi s'impegnano
per mille ragioni a benedirvi. E chi finora non vi celebrò,
chiude al presente il periodo del suo silenzio col punto della
meraviglia. Per voi resta glorificata l'ineffabile prudenza del
CARTEGGIO 221
grande Alberto duca di Michelburg, per aver egli scelta la vostra
spada alle formidabili glorie di si perigliosa impresa. Or mirate
a terra, e vedrete e caduta e trafitta l'invidia spirare ossequi
e palpitare adorazioni alla vostra destra.
A voi, famoso Ottavio, l'eternità costa solo una giornata.
Benedite pure quell'oriente che ve l'aperse e quell'occidente
che ve la chiuse, poiché nel brieve spazio di quel tempo i ta-
lenti del vostro ferro spesi in una gotica corona hanno potuto
costituire una condegna dote all'immortalità del vostro nome.
Seguite pure gì' intrapresi calli delle vostre militari prodezze,
che già gl'incensi de' poeti fumano serenità per voi, e quei
fumi sono i veri seguaci di quei fulmini gloriosi che s'aventano
dal vostro braccio contra le turme ostili.
Voi per particolar providenza del cielo portate cinque lune
falcate per insegna. Egli era, credo io, fatale che dentro a co-
teste mezelune Cesare si fortificasse e ne restasse difeso; e
quinci ha mutato l'aquila costume, che se prima ella era l'augel
del sole, ora con sicurezza maggiore si volge alle vostre lune.
Gloriose lune, che, correndo l'ellitica della gloria, hanno mera-
vigliosamente potuto ecclissare il più bel lume dell'Aquilone!
Volgete, o grande Ottavio, i marziali e magnanimi gesti al-
l'acquisto del sospirato colle di Sion; che per mieter l'Oriente
le vostre lune v'apprestano le falci, e intanto il cielo va ma-
turando quella messe alla vostra mano. Già parmi di vedere
ch'ai vostro apparire l'ottomana luna e tramonti e si renda
captiva al pie del Calvario; e già le lune, che nella vostra insegna
stanno prigioniere della croce, mostrano de' miei presagi no-
bilissimi argomenti.
Dietro ai carri degli antichi trionfi s'ammetteano le maledi-
cenze, perché con saggio avviso temprassero il bollor degli
applausi. S'ammetterà benanche nel Campidoglio de' vostri
onori la lode imperfetta che io nel qui congiunto sonetto ho
risoluto d'inviarvi ('). E con attonita riverenza vi bacio le mani.
Di Parma, li 6 febraro 1633.
(1) I sonetti sono due: « Vanne a mieter Scria, vanne veloce », « Quella mano
che sostentò l'impero ». [Ed.]
222 CLAUDIO ACHILLINI
CXLVIII
Ad dominum de Piezesk, consiliarium regis christianissimi
Ha edificata nella sua villa del Sasso presso Bologna una torre, e do-
manda il permesso al cardinale di Richelieu di apporvi la seguente
iscrizione: « lohannis Armandi magni cardinalis de Richelieu monar-
chicam pr avide ntiam, cui brevis est Tnundus, haec turris aeiernum
testator. Claudius Achillinus posuit i> .
Bononiae, tertio kalendas septembries 1633.
CXLIX
Ad Michaelem Buderium [Budery]
Della morte di un illustre « magnate » di Francia,
ricordata in un nobile epigramma d'un poeta francese.
[stessa data della precedente].
CL
Di Morello de' Riccardi, d'Ortona
Invia un sonetto elogiativo.
Pesaro, li 12 ottobre 1633.
GLI
A monsignor Furieti, già vicelegato di Bologna
Rimpianto per la partenza dell'amico.
Ho ricevuto la lettera di V. S. illustrissima sui colli del
Sasso, su questi colli dove la natura quasi sovra pomposa scena
rappresenta con si viva eloquenza le parti del diletto, E le giuro
che nello stesso punto con un tenero sospiro m'è venuto in
mente che, se queste bellissime vedute con tanto vantaggio delle
loro glorie furono favorite dalla presenza di lei, se queste viti
si preggiarono di svenarsi in nettare per suo gusto, se questi
venticelli ebbero per pompa de' loro voli il portar d'intorno il
CARTEGGIO 223
SUO nome, se queste soggiacenti pianure offersero tanto volontieri
agli occhi suoi lo spettacolo fuggitivo della caccia, se questo
mio viale con archi frondosi e con ombre illustri ebbe una viva
ambizione di render quasi trionfale il di lei viaggio al tempio,
se questi abitatori corsero quasi a torrenti per participar le sue
grazie; ora tutti concordemente invidiano si fatti favori alle rive
del Sebeto. Rive che, con offrire incomparabili tesori alla vita
di V. S., saranno purtroppo contra di noi le rive di Lete; perché
la gelosia del nostro cuore ci dice ch'Ella si scordarà di queste
povere ville, se bene questi cuori e queste piante non si scor-
darà nno mai di lei : i cuori scolpiti di mille grazie, le piante
incise con mille tagli, che, troncando loro le scorze, continuano
la memoria di monsignor Furieti.
Questo anno poi, per passare ad altro, ho trovato nelle mie
cantine vini che, per Dio, non invidiano le grazie a quello che
V. S. ha fatto navigare a Bari con tanto applauso di queste
vigne. Quanta invidia n'avranno coteste beate riviere !
La mia torre è finita. O Dio, quanto nobili sono riuscite le
sue stanze, e quale spettacolo ella si è fatta al teatro delle cir-
costanti montagne! La prospettiva anch'essa sta su l'articolo
della sua perfezione; e creda V. S. che non si poteva desiderar
di meglio, perché fa si nobile armonia con la pergola che vi
si accompagna, che ho per apunto veduta l'imaginazione mia
fuori di me stesso.
Scriverei qualche cosa delle guerre; ma non voglio che dagli
affari marziali restino contaminati questi teneri affetti della villa,
l'innocenza de' quali riverisce insieme meco l'innocenza di lei.
A cui per fine fo un dolcissimo saluto.
[Dal Sasso, villa del Bolognese, dopo il maggio 1634].
CUI
A ...
Per ora ha la vena inaridita. Ma a maggio, quando sarà libero dalle cure
della cattedra, invierà qualche componimento poetico.
[verso il 1635?].
224 CLAUDIO ACHILLINI
CLIII
Al signor cardinale N.
Complimenti.
[Di Bologna o di Parma, primo semestre del 1635?].
CLIV
A MONSIGNOR...
E pronto a rendergli servigio, ma quando sarà un po' rinfrescata l'aria.
Roma, li 7 luglio 1635.
CLV
Del cardinale Guido Bentivoglio
Invia la seconda parte della Storia di Fiandra.
Io stimo tanto il merito e la virtù di V. S. ch'essendo uscita
fuori la seconda parte della mia Istoria^ non posso lasciare di
non inviargliene subito un esemplare. La parzialità, ch'Ella
si compiacque di mostrare verso la prima, richiede ch'io pro-
curi un si desiderato vantaggio ancora a questa nuova fatica,
non dubitando punto che V. S. non sia per vederla con la
solita inclinazione verso le cose mie, e che però sarà dovuta
sempre alla viva mia volontà verso le sue e all'affettuoso de-
siderio che conservo di poter servire alla sua persona. Alla
quale per fine prego da Dio piena contentezza.
Di Roma, li 18 di giugno 1636.
Ora si che io aspetto da V. S., il mio signor Acchillini, una
parzialità maggior della prima. E spero eh' Ella non sia per negarla
in alcun modo alla spada di cosi gran capitano e alla penna
di un autore che tanto stima quella di V. S.
CARTEGGIO 225
CLVI
Al cardinal Guido Bentivoglio
Risposta alla precedente lettera.
Ho ricevuto la seconda parte delle Istorie di V. E., invia-
tami da lei con si benigno concetto del mio giudizio. E questa
è quella parte apunto tanto desiderata da tutta l'Europa, e par-
ticolarmente dall'Italia, per contener le famose imprese del
principe di Parma, che però io ho sottratte molt'ore al sonno
per correrne avidamente la maggior parte. Qui non saprei che
dirmi, sovrafatto dal valor d'una spada e confuso dall'eccellenza
d'una penna, se non che, si come quella giunse all'apogeo di
Marte, cosi questa si è stabilita per trono l'apogeo di Mercurio;
perché di quanta maraviglia innondò le menti degli uomini quel
torrente di sangue che fu svenato da quel ferro, d'altretanto
stupore resteranno gl'ingegni innondati da quell'inchiostro che
V. E. con si rara felicità ha sparso sui fogli. Senofonte, più
per rappresentare i propri concetti e per disciplinare il mondo
che perché fosse stimolato da una storica verità, stabili nella
persona di Ciro l'idea del vero capitano; e l'È. V. con la sin-
cera serenità dell'istoria, illuminata però dai lumi del suo nobi-
lissimo ingegno, n'ha fatto vedere cose migliori, le quali dal
volgo delle penne, oppresse più tosto che sollevate, non areb-
bono potuto avanzarsi a si bei tratti di gloria. E so certo che,
se il medesimo Senofonte avesse avuto contezza dell'Alessandro
di V. E., non avrebbe avuto a mendicare dal proprio ingegno
l'idea del principe e del capitano. E chi sa che la penna di
lei non abbia ad un Alessandro magno soggiunto un Alessandro
massimo? E per lasciar da parte i Senofonti e i Curzi, dirò in
una parola che cotesta bella Roma, che sempre eresse, ora pos-
sietle Livi megliori. Restaranno eternamente ubligate a si gran-
d' isterico e le memorie di quella serenissima casa e la gloria
di tutta l'Italia e la consolata curiosità di tutti i lettori. Ed io
G. B. Marino, C. Ach:llini e G. Preti, Lettere -u. 15
226 CLAUDIO ACHILLINI
tratanto, attonito dal gran favore ch'Ella m'ha fatto ed ubliga-
tissimo alla sola benignità che l'ha mossa, le fo un'umilissima
riverenza.
[Bologna, giugno o luglio 1636].
CLVII
Al cardinal Sacchetti, legato di Bologna
Congratulazioni per la sua nomina.
Le stelle, sto per dire, impazienti della vita privata di Vostra
Eminenza, la vanno trabalzando di governo in governo, tanto
che giunga la pienezza di quei tempi ne' quali l'eterna previ-
denza le subordinarà l'università di tutt'i governi. La giornata
di ieri, nella quale giunse il felicissimo aviso della sua elezzione
in legato di questa città, si può assolutamente e si potrà negli
annali scrivere per una delle più felici che mai spuntassero a
questo popolo, perché (chiamo Dio in testimonio) si vide un
giubilo cosi grande che il corso di mia vita non ne ha certa-
mente veduto un pari. Io me ne rallegro con tutto l'affetto e
con tutto lo spirito mio, e rendo umilissime grazie a Dio e al
suo vicario di questo nuovo segno d'amore che, l'uno per l'altro,
e l'altro in virtù dell'uno, hanno mostrato a questa patria. E con
questo fine, rinovando all'Eminenza Vostra la svisceratissima
professione dell'antica mia servitù e le dovute offerte di quanto
può nascere dalla debolezza mia, le fo un'umilissima e cordia-
lissima riverenza.
[Bologna, aprile 1637].
CLVIII
Di monsignor Cesare Fachinetti
Gli raccomanda un suo fratello.
Il conte Innocenzio mio fratello testificherà a V. S. colla voce
che io non ho in questo mondo signore che occupi tutto il mio
cuore, l'affetto e la volontà mia più di quello che faccia il mio
CARTEGGIO 227
signor Achillino. Io non so scrivere senza lodare il gran me-
rito di lei, né so applicarmi ad azione virtuosa senza prima
propormi per idea le gloriose perfezioni del suo ingegno; né per
quanto io studi di avanzarmi sovra gli altri nella fede verso
gli amici e nella sincerità, termino però le mie sollecitudini e
i mie' voti nel supplicare Dio benedetto che, quanto mi godo
d'essere a V. S. in tutte le altre cose inferiore e lontano, me
le faccia solamente eguale nella ingenuità e nella schiettezza,
supplicandola di credere a questa mia confessione e di proteg-
gere coi consegli presentemente mio fratello, come con le opere
ha sempre favorita questa sua parzialissima casa. Dio benedetto
la conservi felice, ch'io fratanto mi resto col baciarle cordia-
lissimamente le mani.
Di Roma, 28 ottobre 1637.
CLIX
Al cardinale di Richelieu
Invia un'ode per la nascita di Luigi decimoquarto.
Quando il re venne a Susa, io con una lettera panegirica
e con un sonetto, che principiava
Sudate, o fochi, a preparar metalli,
feci riverenza alla Maestà Sua; e so che il sonetto fu particolar-
mente gradito e favorito da Vostra Altezza, alla quale non
spiacquero quegli ultimi versi :
che se Cesare venne e vide e vinse,
venne, vinse e non vide il gran Luigi.
Or che la nascita del delfino trappassa tutte le occasioni d'al-
legrezza imaginabile, ho rotto il mio lungo silenzio con l'oda
qui congionta, e vengo a supplicar l'Altezza Vostra che voglia
farmi grazia di leggerla al re; che so che acquisterà più di
credito dalla sua lingua che non ha fatto dalla mia musa. Nella
228 CLAUDIO ACHILLINI
prima strofe dell'oda accenno le glorie ineffabili dell'opre stam-
pate di Vostra Altezza, le quali mi furono mostrate dal duca
di Parma, a cui ho servito dodeci anni nella prima catedra di
leggi in quello studio. Non entro in questa brieve lettera negli
encomi di lei: imperoché l'istessa idea della meraviglia impie-
gata nelle sue lodi non arrivarebbe al segno, e l'arte più for-
bita del dire non ha iperboli cosi sublimi sovra cui non galleggi
la verità di tanta eccellenza. Pertanto fo fine, umilissimamente
supplicandola della sua grazia. E con profondissima riverenza
l'inchino.
[Bologna, 1638].
CLX
Di monsignor Cesare Fachinetti
Gli manifesta caldamente la sua gratitudine.
Le fatiche ch'io soffro in questa corte, ancorché m'impri-
gionino la libertà, per venirmi nondimeno addossate da mano
che anche caricando onora e diletta, succedono a me in luogo
di premio ben singolare, dovendo alle mie speranze bastare
per ampia mercede la grazia che mi fa Nostro Signore in com-
mandarmi ch'io sempre fatichi. Io dunque godo l'effetto degli
augùri di V. S. compitissimamente. E la ringrazio con tutto
l'animo della memoria che tiene di me, veramente divoto del
suo gran merito e gelosissimo della sua grazia. Signor Achil-
lini mio signor. Ella faccia per vita sua frequenti riflessi sovra
i favori ch'Ella mi ha sempre fatti e sovra i modi pellegrini ed
efficaci coi quali mi ha V. S. in diversi tempi ed in varie occa-
sioni coltivato l'ingegno, cavandolo dalla naturale salvatichezza
e necessitandolo nella forza dei lumi ineffabili del suo sapere
a sollevarsi un poco; e troverà che quanto di applauso risulta
oggi alle mie operazioni in questa corte, tutto è fattura di quegli
aiuti che in Bologna nei miei anni più verdi Ella cortesemente
mi comparti e che poi in Roma con non minore carità mi ha
replicato. Riceva V. S., se non per trionfo adeguato al suo
CARTEGGIO 229
incomparabile valore almeno per testimonio della di lei rara
benignità, questa confessione, che io allegrissimamente faccio,
di dovere a V. S. eternamente quanto posso, quanto io voglio
e tutto quanto io sono e posso essere. E le bacio affettuosa-
mente le mani.
Roma, 8 gennaro 1639.
CLXI
Dello stesso al signor Antonio Lamberti
Lodi dell' Achillini.
A V. S. desidero prosperità senza numero, perché innume-
rabili sono i meriti di lei che le richieggono. Mi rallegro in
estremo quando mi giongono sue lettere, perché nella loro
lettura considero l'imagine della virtù di V. S., la quale sarà
sempre ornamento singolare della nostra patria e oggetto raris-
simo della mia affezione, che durerà nella mia vita, senza mai
stancarsi d'ammirare le onorate qualità di lei e senza mai
lasciare il desiderio di servire al suo merito con le fortune e
con Io spirito tutto. Le composizioni del signor Achillini invia-
temi da lei sono sempre maravigliose, perché sono inimitabili:
ogni stile paragonato col suo, ancorché perfettissimo, confessa
le glorie dell' Achillini col cedergli i trionfi come tributi propri
della di lui sovranità. Si abbandonano come fiacchi i più ner-
vosi dicitori, e ritrova l'eloquenza unicamente i suoi pregi o
nella bocca o nella penna del mio signor Achillini, a cui come
a V. S. bacio cordialissimamente le mani.
[Roma, 1639?].
CLXII
Dello stesso a Claudio Achillini
Annunzia il suo viaggio in Ispagna, dove va come nunzio apostolico.
Non potrei partire d'Italia, se l'amorevolezza di V. S. verso
di me non mi desse il buon viaggio; il quale essendo ormai
per me vicino, la prego a darmelo col cuore, colla virtù delle
230 CLAUDIO ACHILLINI
orazioni, giaché penso che i caratteri della sua penna non siano
per trovarmi in Roma. Del resto, io l'assicuro che sarò sempre
geloso della sua grazia ed in Spagna non potrò godere mag-
giore consolazione che con la lettura delle sue dolcissime lettere,
e tanto più quando saranno accompagnate con quei commandi
che da me sono tanto desiderati.
Di Roma, 4 maggio 1639.
CLXIII
A MONSIGNOR Cesare Fachinetti
Risposta alla lettera precedente.
Come poteva io dare il buon viaggio a V. S. illustrissima
se fui sempre di parere, cosi persuaso dall'interesse de' padroni,
ch'Ella non avesse a partir di Roma? Ma, poiché in questa
mendicità di pace i suoi talenti sono altrettanto necessari in
Spagna quanto erano utili alla corte, e perciò Ella finalmente
dee partire, le do con tutto lo spirito mio e con tutta l'anima
mia il buon viaggio, e prego Dio che snervi il furore a' venti,
che debiliti gl'impeti alle tempeste, che torni all'ordine della
natura i disordini dell'onde, perché Ella e salva e felice gionga
al porto di Barcellona. E quindi, quando sarà gionta alla gran
corte di Spagna, due cose io spero di lei. La prima è ch'Ella
sarà con accoglienze straordinarie ricevuta, con maraviglia inau-
dita udita e con dolore ineffabile, quando che sia, licenziata. La
seconda è che Roma con un'insolita sincerità predicherà che
l'apostolica Sede non fu mai da penna più valorosa e da lingua
più faconda nelle sue nunziature servita. Vada V. S. illustrissima,
che, dovunque la condurranno i venti e l'eterna providenza,
io l'accompagnarò col cuore e, pieno di devotissima confidenza,
sperare dall'eterna mano che di quante speranze delle sue gran-
dezze ho pieno l'affetto, d'altretante aure favorevoli siano per
esser gonfie le sue vele per condurla al suo porto. Intanto
umilissimamente la riverisco.
[Bologna, maggio 1639].
CARTEGGIO 23I
CLXIV
Al marchese Ludovico Fachinetti
Conforta l'amico, addolorato per la partenza del figlio
alla nunciatura di Spagna.
Io mi vo figurando che V. S. illustrissima viva non senza
qualche giusto dolore per la partita di monsignore, poiché certe
dolenti tenerezze non possono in simili congiunture negarsi alla
natura; ma creda pure che la medesima partita trarrà finalmente
dal grembo di giustissime lagrime un dolcissimo riso. Dall'una
parte dura è la separazione, doppo tant'anni d'indivisa compa-
gnia, da un figlio morigerato, ubbidiente, virtuoso, religioso,
pieno d'abiti scientifici, e tale infine quale può desiderare un
padre. Tanto più dura perché si tratta di longhissimi viaggi
per mari e per terre, e potrebb'essere che nel navigare la com-
plessione si risentisse alla commozione dell'onde e che la per-
sona fosse sovrafatta dalle tempeste, o s'avvenisse in qualch 'altro
incontro non creduto no, ma possibile; e quando pure egli sovra-
stasse a tutti i pericoli del mare, il viaggio di terra non va
senza le sue gelosie. E tanto più dura finalmente, poiché po-
trebbe avvenire (che Dio noi permetta!) che presto mancasse il
papa, e conseguentemente che si fossero sostenuti i dispendi
del viaggio, e che poi tutti gli altri beni, che indi si speravano,
rimanessero in forsi. E queste sono le lagrime communi alla
famiglia ed agli amici. Ma dall'altra parte chi considera che il
carico di questa nunciatura è uno de' più nobili e de' più desi-
derabili, anzi dei più desiderati, che diala Sede di Pietro (poiché
qui si negozia con uno de' maggiori monarchi del mondo, si
trattano i più importanti negozi della cristianità), conviene che
confessi che le tenerezze della natura sono ubligate a cedere
a questi onori, e che ogni privato interesse dee ceder la palma
a quegli ulivi che monsignor andrà coltivando, giaché il suo
maneggio sarà della pace quasi universale del mondo; che però
sarebbono invidiose al publico bene tutte quelle tempeste di
lagrime che contrastassero a si glorioso viaggio. Questi dunque
232 CLAUDIO ACHILLINI
sono quei risi morali che spuntano dai pianti della natura, ed
in questi bisogna consolarsi, poiché ben presto vedremo il pre-
lato più degnamente arrossito fra queste nuove e rilevantissime
fatiche; ed io con profetico spirito mi vo figurando dinanzi
agli occhi quel desiderato innesto che fra poco vedremo d'una
rosa sopra d'un ulivo. Ed intanto siami lecito il dire che io
all'ombra dell'uno e all'odor dell'altra mi riposo e mi ricreo; e
confido puranche nella prudenza di V. S. illustrissima, in quella
della signora marchesa, della signora Gioanna e del signor
conte Alessandro, a' quali tutti sarà commune questa mia.
Che senz'altro resteranno consolati e lieti e convertiranno
ogn'altro affetto di dolore in questo solo spirito: di pregar
Dio che tolga il furor ai venti, che abbonacci il mare, che
allontani ogn'altro pericolo da quel golfo che si valicherà, che
conceda longa vita a Nostro Signore e che doni felicità al
negozio, con una ragionevole speranza che tutto succederà
conforme ai nostri voti, che cosi m'invitano a credere i meriti
di monsignore, la giustizia del cielo e la benignità del papa.
Non tralasciando questa considerazione: che da sei anni in qua
monsignore non ha mai goduto cosi quieto e cosi tranquillo
l'animo come godrà in questo suo nobilissimo viaggio; poiché
prima, sovrafatto e quasi oppresso dalle congregazioni, dai tri-
bunali e dalle secreterie, non aveva in sorte un'ora che fosse
propria del cibo e del riposo; ma ora, serenata la mente da
tante occupazioni, non avrà altra imagine dentro al pensiero
che il proseguimento del suo camino e l'arrivo felice a quella
corte. In quel porto di speranze fermi V. S. illustrissima e
tutta la casa il corso de' suoi dolori, che io trattante fermo il
corso a questa divotissima lettera. E le fo riverenza.
Bologna, 15 giugno 1639.
CLXV
Di Giacomo Gaufridio
Dell'applauso destato dall'ode per la nascita di Luigi decimoquarto.
Di Piacenza, li 27 giugno 1639.
CARTEGGIO 233
CLXVI
Di monsignor Cesare Fachinetti
Nel procinto di partire, prende novellamente commiato.
10 sono col piede in galera, né so staccarmi dal porto di
Genoa senza rinovare a V. S. la memoria de' miei oblighi e la
professione che faccio di suo parzialissimo servitore. Se io
goderò nel viaggio le felicità eh' Ella mi prega e nei miei nego-
ziati la fortuna che V. S. mi pronostica, io mi porterò alla corte
sanissimo e sentirà l'Europa propizi i frutti della mia missione.
Piaccia a Dio che, si come Ella è superiore a tutti di sapere
e d'ingegno, sia anco presago qpsi efficace che, superando la
malignità e durezza de' tempi, renda conseguibile con la forza
de' suoi presagi quel bene che per nostra disgrazia par quasi
disperato.
Genoa, li 29 giugno 1639.
CLXVII
A Ghino Ghini
Sull'efficacia dei medicinali.
11 nostro corpo non è considerato dai medici sotto la forma di
quell'essere che egli ha commune colle pietre, né sotto la forma
di quell'essere sensitivo ch'egli ha commune con gli altri ani-
mali ; ma sotto la forma di quell'essere intellettuale, in virtù
del quale partecipa dell'angelico e del divino; ma sotto la sola
forma di quell'essere vegetale per mezzo del quale communica
con le piante, la vita delle quali non è altro che il nudrirsi,
come anco in noi il vivere è nudrirsi. E perché due cose sono
quelle che ci nudriscono, l'una per sé e l'altra per accidente,
per sé il cibo e per accidente i medicamenti ; i medici in grazia
del viver nostro considerano questi dui mezzi, medicamento e
cibo. Il primo de' quali, come dissi, ci nudrisce per sé, peroché
234 CLAUDIO ACHILLINI
dal nostro calore con questo intento principale dalla natura viene
trasmutato nella nostra sostanza. Il medicamento poi non ci nu-
drisce per sé ma per accidente, peroché non è convertito nella
nostra sostanza per ripararla, ma rimove gl'impedimenti della
nutrizione e lo fa in qu.esta guisa. Irrita la natura come suo
nemico, ed irritata la natura Io scaccia da sé, e scacciandolo
scaccia ancora quegli umori nocivi che per la simpatia e per
lo simbolo avevano contratta affinità con lui ; e cosi la stessa
natura, liberata in tal guisa dalle cause, per cosi dire, morbifiche,
s'essercita senza impedimenti intorno agli uffici del vivere. E se
talora avviene che il medicamento, per la debolezza della facultà
espultrice o per la languidezza dell'irritamento ch'egli suol fare,
rimanga dentro il nostro corpo, poiché, come dissi, non è ca-
pace per lo più di passiva ti;asmutazione nella nostra natura,
senz'altro non può se non cagionare gravissimi danni. E questo
è quello ch'io dubito nella polvere chimica ch'io v'ho man-
data; peroché, come cosa minerale e non vegetale, infallibil-
mente non può trasmutarsi nella nostra sostanza, e però non
può essere cibo. Resta dunque che sia o veleno o medicamento.
Veleno non è: dunque, medicamento. Ma perché non si veg-
gono segni evidenti (o sia la debolezza della sua attività od altro)
ch'ella esca del nostro corpo, dubito che non cagioni qualche
grave danno e che dalla mora, ch'ella contrae in noi, non sorti-
sca quella ragione di veleno, che non avrebbe in se stessa se
fosse validamente espulsa da noi.
Voglio per corolario soggiungere due parole. E sono: che
tutte le cose spagiriche e chimiche ricevute dentro al nostro
corpo, se irritando la natura sono poscia dalla natura cacciate
in compagnia di quelli umori che simbolizano con loro, io
assolutamente le approvo nella medicina; ma per lo contrario,
cosa chimica, ricevuta a fine che resti dentro o per confor-
tativo o per ristorativo, io l'ho per perniziosa, perché, na-
scendo dal genere minerale e non dal genere vegetale, egli è
impossibile che in alcun tempo si trasmuti in noi. E qui io
conchiudo che tutti gli ori potabili e tutti gli elisiri chimici,
che si prendano per altro che per irritativo, siano dannosissimi
CARTEGGIO 235
al nostro corpo: che, se bene alle volte i medicamenti vege-
tali si fermano in noi; nondimeno, perché pure sono vegetali,
egli è possibile senz'altro che nella natura sortiscano ragione
di cibo; il che assolutamente non può dirsi de' medicamenti
chimici. E perché mi potresti dire che pare che io escluda dal
nostro nutrimento il genere animale, ammettendo il solo genere
vegetale, vi rispondo che cosi è apunto; perché tutti i cibi,
che noi sogliamo trarre dal genere animale, non sono cibi in
quanto animali ma in quanto vegetali, poiché non è animale
che non vegeti e non può se non in quanto vegeta servire al
nostro nudrimento. Che però torno a dire che tutte le cose
iinaginabili del genere minerale, qualunque volta resteranno
dentro il nostro corpo, cagioneranno ruine incredibili ; ma quelle
che usciranno, o per secesso o per sudore o per urina o per
vomito, si ponno ammettere nell'uso della medicina. E se questa
difficultà, che stringe contra gli ori potabili e contra quelli elisiri,
che non escono, ma sono ricevuti come confortativi, come
ristorativi o temperanti per sé e non per accidente; se questa
difficultà, dico, vi sarà validamente soluta, voglio perdere la
grazia vostra, alla quale mi raccomando,
[verso il 1640?].
CLXVIII
Al signor N. N.
che gli aveva scritto di trovarsi innamorato degli occhi della sua donna.
Io veramente compatisco all'anima di V. S. tormentata in
ruota, che ruota è la bellissima pupilla di quell'occhio si nobil-
mente celebrato da lei. E chi non sarebbe caduto in si fatti
tormenti sotto i colpi di quella luminosa eloquenza, con la quale
sugli adorati pulpiti di due brune pupille favella con tanta energia
lo sguardo amoroso? Ben m'imaginoche il suo cuore in quei
valorosi circoli disputasse vivamente le ragioni della propria
libertà per conservarle intatte; ma purtroppo io m'aveggio che
quegli argomenti di bellezza lo convinsero, e quegli entimemi
236 CLAUDIO ACHILUNI
di luce non ebbero più chiaro conseguente che la sua morte.
Bisognava che ad occhi cosi vittoriosi la natura formasse, sto
per dire, supercigli di lauro; ma, s'ella mancò, ben la musa di
V. S. s'ingegna di coronargli del più fino alloro che spunti
nelle selve della sua propria eloquenza; e se i raggi loro piovono
influssi di rose e di mirti negli orti dell'anima sua, essa con gra-
tissima armonia canta a quei benefichi lumi inni di dolcissime
glorie. Che però nel suo morire dovrà per ogni ragione conso-
larsi: perché, se in quei roghi ella incenerisce amante, indi tosto
risorge fenice degli ingegni; e s'ella torna a morire, quella morte
feconda di nuove glorie la fa pur risorgere a nuovi applausi di
facondia amorosa, poiché non sarà mai che dica che il Mercurio,
di lei da nuovo fuoco d'amore tante volte sublimato, non di-
venga sempre più fino e più spiritale.
Ma io m'accorgo d'ingannarmi mentre scrivo ch'Ella amoro-
samente muore, perché sotto i raggi di quegli occhi non si può
morire. Poiché, se anch'eglino sono amanti, portano con esso
loro nel petto di V. S., vestita di sguardi, quell'anima che gli
avente in lei: ond' Ella o vive di doppio spirito; o, se pure
anch'essa trasanimò, vive senz'altro dello spirito amato. Che
questa è quella cara metempsicosi tanto celebrata da Platone.
Ma qui m'aveggio che io non m'ingannai, perché in quel-
l'istante che s'incontrano gli sguardi, se portano con esso loro
l'anime amanti, bisogna pure in ogni maniera confessare che
fra via quell'anime s'abbraccino e si bacino e si confondano, ed
in quel punto rimangano essanimati i petti amanti. E beato chi
sapesse esprimere quella ineffabile mistura e confusione di spiriti,
che si fa in quell'invisibile passaggio! Che se ciò non fosse,
orno a dire che non si può morire amando, perché o si cambia
il principio vitale o si vive di doppia vita. Che se gli occhi
adorati non corrispondono, ma più tosto sotto '1 manto dei guardi
portano i fulmini nel petto di lei, quei fulmini uccidono ogni
basso pensiero e quasi purificano lo spirito agli uffici d'una
nobilissima via.
Oimè, signore, che vaneggiamento è il mio? Fra quattro
giorni al capezale con la candela al petto, coi conforti spirituali
CARTEGGIO 237
all'orecchio, con le tentazioni crudelissime all'anima, con gli
orrori della morte e i timori dell'eternità delle pene, con la
memoria e col rimprovero delle passate colpe; ed io tratto di
pupille amorose? In quei punto spaventoso con quale angoscia
desiderarò io d'aver convertito l' ingegno e i talenti donatimi
da Dio a suo servizio e a sua gloria ! con qual ramarico dete-
stare il tempo perduto, le fatiche spese in oggetti transitorii !
con quale agonia dirò fra me stesso queste parole: — Era il corso
di questa vita, in riguardo all'eternità, quasi un impartibile mo-
mento: che importava il segnalarlo con speciose fortune, conso-
larlo con gusti sensuali, se queste brievi contentezze, se questi
momentanei piaceri avevano a mettermi in forsi tutta quella
eternità, che si orribilmente mi rimbomba sul cuore e mi fa
si spaventoso strepito in mezzo all'anima? Perché non più tosto,
negoziando con prudentissimo vantaggio, procurai che il prezzo
d'una transitoria mortificazione avesse a guadagnarmi una eterna
felicità? Che importava in questa brieve dimora del mondo l'am-
bire e l'affannarsi per cambiar veste, se gli ambiziosi colori di
questi manti della fortuna aveano a macchiar i candori di quegli
abiti virtuosi, sotto i quali bisognava condur quest'anima all'ulti-
mo passaggio? Quale speranza mi lusingava di posseder due
felicità, l'una in terra e l'altra in cielo, se per giunger all'acquisto
di quella celeste io vivea più che sicuro di dover in questa terra
spender prezzo di sospiri, di lagrime, di stenti, di persecuzioni
e di penitenza? Qual vanissima fiducia ingannava l'animo mio
di sempre sodisfare agli appetiti terreni, di non mai abnegare
i miei corrotti desidèri, se questa pienezza di terrene consolazioni
doveva impoverirmi di quei veri e immarcescibili gusti che Dio
ha preparato ai suoi devoti? Che giovava il procacciarmi tesori,
se la povertà era quel vero tesoro che dovea comprarmi un
regno immortale? Con che prò dell'anima mia io tanto m'in-
gegnava intorno ai lussi delle condite e saporite vivande, se
la continenza era quella che dovea condurmi alle mense dello
stesso Iddio? Con quale adulterino piacere m'ingombravano il
petto i pruriti delle vendette, se il perdono era quello che dovea
vendicarmi dell'ini mortai nemico? Perché, perché in questo brieve
238 CLAUDIO ACHILLINI
istante di vita tanti fasti, tante arroganze, tante superbie, se
l'umiltà era quella base sulla quale si dovea salire all'eterne
grandezze? Con qual profitto finalmente io, con tanta industria,
con tanta ansietà, corsi dietro ai titoli delle glorie litterarie, se
una pura simplicità d'ingegno e di cuore era quella che dovea
sublimarmi al vero titolo di beato? —
Quanto è meglio che, sin che mi restano questi quattro giorni
di tempo, io ci pensi, perché può essere che, prima che V. S.
abbia finito di leggere questa lettera, venga quel punto fatale
nel quale dovrò fare le sudette considerazioni. Allora altre stelle
cadenti ed altro giudizio finale mi verrà nella mente, che quello
che dalla bellezza lasciva di due lumi viene con tanto ingegno
rappresentato al cuore amante. Allora nissuna altra spezie d'amo-
rosa trasanimazione mi verrà in pensiero, se non quell'una che io
dovea fare in Cristo, perché Cristo non fantasticamente ma real-
mente era quello che communicava a me stesso il corpo, l'anima
e la divinità; ed io, a quei favori ingratissimo, corrispondea col
transfonder l'anima mia dentro gli occhi sacrileghi d'un volto
pur troppo idolatrato. Allora sospirerò con lagrime di sangue
il pericolo d'avere a perdere per mio conto quelle funzioni del
paradiso, che ora troppo malamente attribuisco ad un volto per
mia follia beatificante.
[verso il 1640?].
CLXIX
Di fra Giovanni Battista ***, cappuccino
Domanda conto del valore del padre Urbano da Messina, cappuccino,
che predica in Bologna.
Di Modena, xxvi febraro 1640.
CARTEGGIO 239
CLXX
Di monsignor Mazarini
Acclude la risposta del Richelieu alla lettera CLIX
Le qualità riguardevoli delle quali V. S. è dotata e l'affetto
parziale che ha sempre professato a questa corona possono a ba-
stanza assicurarla della stima che dal re e dall'eminentissimo
signor cardinal duca si fa della sua persona. Ad ogni modo,
avendo avuto tempo in diverse occasioni di far a Sua Maestà
e a Sua Eminenza quelle commemorazioni di V. S. che sono
dovute al suo merito e avendone riportato gradimenti straor-
dinari, non ho voluto mancare di dargliene aviso e assicurarla
che puoi far certissimo capitale della protezione e affetto del-
l'Eminenza Sua, la quale ha voluto scriverle la congiunta lettera
per comprovarle quanto io le accenno. Il signor Lorenzo Man-
cini, mio cognato, le presenterà questo piego insieme con una
catena d'oro, che Sua Eminenza in segno dell'amor suo verso
V. S. le invia. Se avrà a commandarmi alcuna cosa, potrà farlo
con ogni libertà, poiché al desiderio che ho sempre avuto di
servirla s'aggiunge la certezza che ho d'incontrar il gusto di
Sua Eminenza facendolo. Con che prego a V. S. dal cielo il
colmo d'ogni vera felicità.
Di Parigi, II maggio 1640.
CLXXI
Del cardinale duca di Richelieu
Risposta alla lettera CLIX.
Signore, la passione ch'Ella dà a conoscere d'aver del ser-
vizio del re mediante il saggio che ne ha dato al public© nel-
l'occasione della nascita di monsignor il delfino, e l'affezione
ch'Ella dimostra verso la mia persona, fanno ch'io l'assicuri
della protezione di Sua Maestà, come altresì che, in tutto quello
240 CLAUDIO ACHILLINI
che dependerà da me, sentirò gusto grande d'incontrar occa-
sione di farle conoscere la stima che faccio di lei. E perché
ho pregato monsignor Mazarini di scriverle più a longo sopra
questa materia, resterò col pregarla di credere che sono vostro
ben affezionato a servirvi.
[1640].
CLXXII
Di monsignor Ceva, maestro di Camera di nostro
SIGNOR PAPA Urbano ottavo
Invia le Rime di papa Urbano ottavo, nuovamente stampate a Roma.
[Roma, 1640].
CLXXIII
A MONSIGNOR Ceva
« Intorno ai poemi di Sua Beatitudine, inviatigli
da Sua Signoria illustrissima».
Ho ricevuto dalla benignità di V. S. illustrissima i castissimi
e maravigliosi poemi di Nostro Signore, ed in un istesso tempo
gli ho scorsi e, dirò quasi, divorati.
Non ho talento per lodargli, poiché so certo che l'istessa idea
della maraviglia impiegata in si fatte lodi non arrivarebbe al
segno, e l'arte più forbita del dire non ha iperboli si grandi
' sovra cui non galleggiasse la verità di tanta eccellenza. La
santità dei concetti potrebbe fare arrossire i lascivi inchiostri
di quanti poeti scrissero nei secoli andati. Nostro Signore dalla
dignità del vicariato di Cristo sta collocato sovra la condizione
di tutti gli uomini, e per l'eccellenza del poetare trascende quanti
scrittori maneggiassero giamai penna terrena; onde la poesia
giunta in lui non invidia a lui giunto al pontificato. II candor
dello stile vince la candidezza di quanti cigni s'ingegnarono
in tutte le nazioni del mondo di cantar su le carte, lo godo
d'esser vivuto sino a questi tempi e ne ringrazio Dio benedetto,
CARTEGGIO 24I
poiché ho avuto in sorte di veder con gli occhi propri questi
armoniosi miracoli. Se i monarchi del mondo si dilettassero di
queste gemme, incantati dal glorioso fascino ed ubbidienti alla
paterna volontà dell'autore, piegherebbono il collo sotto giogo
d'ulivo e s'incaminarebbono per le vie della desiderata pace.
Io rendo a V. S. illustrissima per si gran dono grazie propor-
zionate ai concetti ch'io le scrivo di si divine fatiche, e con
esse mi pregio d'aver fra le mani una giustificata maniera per
far ricredere quanti compositori pretendono glorie dallo scrivere
o latino o toscano.
Con che, rinovando con V. S. illustrissima la professione
della mia servitù avalorata dalla grazia che m'ha fatta, umilis-
simamente la riverisco.
[Di Bologna, 1640].
CLXXIV
Al signor segretario N.
Si scusa di non poter accettare la « prima cattedra »
nell'università di Padova.
Al buon concetto e all'ottima volontà, che gl'illustrissimi
riformatori di Padoa mostrano verso la persona mia, io resto
profondissimamente e cordialissimamente obligato. E quanto al-
l'invito che V. S. per parte Ijro mi fa alla prima catedra di
quello studio, le rispondo che al calore di quel divotissimo desi-
derio che io ebbi sempre di servire a quella gran republica fa
resistenza il freddo degli anni, che in molto numero mi vanno
intimando più tosto i sepolcri che le catedre, e mi persuadono,
tanto più vivamente quanto più vicino al morire, che io oda
più tosto le lezioni che mi fa la Morte che far udir le mie alla
gioventù di Padoa. Che pertanto ho risoluto di riposar in patria
fin che piace a Dio, e riverir di lungi, come grato italiano e
come grato cattolico, i benefici che la provincia e la fede rice-
vono tutt'il giorno dalla protezione di quella gran republica.
E le bacio le mani.
[Di Bologna, 1640].
G. B. Marino, C. Achillini e G. Preti, Lettere -il. 16
APPENDICE
Lettera di Girolamo Preti ad Antonio Lamberti
Sulla chiesa di San Pietro, paragonata alle antiche costruzioni romane.
La quistione proposta costi sopra il paragone della fabrica
della chiesa di San Pietro colle fabriche degli antichi romani si
riduce a questi capi, che V. S. tocca nella sua cortesissima let-
tera, cioè alla grandezza, alla materia, agli ornamenti, alla spesa
e all'architettura. Intorno alla qual dubitazione dirò il parer mio,
anzi il testimonio degli scrittori, per quel poco che potrò ricor-
darmi, poiché non ho per ora appresso di me i miei libri, rimet-
tendomi aftatto al parer di lei e di cotesti signori, fra cui è nata co-
testa differenza. E, per procedere distintamente e con brevità (che
in voce si potrebbe dir molto più) e cominciando dalla grandezza
della machina, non ha dubbio alcuno che la chiesa di San Pietro
è minore di gran lunga di molte fabriche antiche, fra le quali
basterà accennarne alcune poche. Nel qual fatto non è di mestiero
allegare autorità di scrittori, percioché a chi è in Roma l'occhio
solamente da' vestigi che si veggono oggidi convince la verità.
E primieramente il palazzo maggiore o curia, che vogliam no-
marla, fu maggiore più del doppio, per quanto si tocca con mano
nelle reliquie che si veggono. Questa fabrica, che fu la più antica
di tutte, occupava tutto il monte Palatino, dove fu il principio e
l'origine di Roma; il qual Palatino occupa un giro grandissimo,
come V. S. avrà veduto, oggidi occupato da' giardini vastissimi
del signor cardinal Farnese. E benché nel palagio maggiore si
comprendessero e teatri e tempii e bagni, con tutto ciò fu un con-
tinente solo ed un corpo di fabrica, il quale avea molti membri
uniti, ed era una sola casa, residenza della republica e degli impe-
radori, che per lo più quivi abitarono. Secondariamente, le terme
antoniane furon di giro tre volte maggior di San Pietro, come
244 CLAUDIO ACHILLINI
non può negarsi per le reliquie che si veggono, che dopo tanti
secoli ancor si conservano.
Terzo, le terme di Diocleziano furono senza amplificazione
quattro volte maggiori di San Pietro; la qual cosa si dimostra
coU'occhio. Percioché dalle reliquie si vede che il mezzo delle
terme era appunto dove ora è l'aitar maggiore di Santa Maria
degli angioli, chiesa oggidì de' certosini. Quindi per lunghezza si
estendevano, occupando tutta quella piazza grandissima ch'ancor
conserva il nome antico, e giungevano verso mezzodì non solo alla
chiesa di San Bernardo (la quale era una delle botti dell'acqua,
insieme con quell'altra fabrica, somigliante a lei, della vigna di
Montalto), ma andavano assai più oltre, in guisa d'un teatro, da una
botte all'altra: il che si vede dalle reliquie, che vanno verso il
Quirinale, le quali V. S. non avrà vedute, perché oggidì son dentro
a certe vigne. Dalla parte di settentrione si estendevano indietro
per altrettanto spazio quanto è dal sudetto aitar maggiore al
fine del sudetto quasi teatro. A levante occupavano un pezzo
della vigna esquilina di Montalto, dove oggidì si vede sotto terra
un'altra botte bellissima e grandissima; e da ponente si stendevano
sino all'Acqua Felice di Sisto. Il qual giro, tutto 'nsieme, abbracce-
rebbe indubitatamente quattro volte San Pietro. La qual grandezza
diede occasione ad Ammiano Marcellino, il qual parla da istorico,
non da oratore o da poeta, di dire, come sa V. S.: « Lavacra in
modum provinciarunt exstructa » ecc., ed a Cassiodoro: « tnirabilem
magnitudinem therrnaruni ».
Inoltre il palagio di Nerone, il qual, secondo me, fu la mera-
viglia delle meraviglie, toglie ogni proporzione al paragon di cui
ragioniamo. « Dommn a Palatio Esquilias usque fecit», dice Sve-
tonio di quel principe, al capo, se ben mi ricordo, xxxi. Il qual
sito ho già più volte osservato coU'occhio, mirando dal Palatino
a Santa Maria maggiore, il quale spazio per lunghezza occupa
più d'un miglio infallibilmente. La larghezza è descritta dal me-
desimo Svetonio. « Tanta laxitas, ut porticus tripiices niìlliarias
haberet». «Porticus tripiices», cioè logge a tre doppie, o tutte al
piano distinte in colonati a guisa di tre navi, overo, com'io in-
tesi sempre quel luogo, una loggia sopra l'altra d'un miglio: la
qual cosa, a pensarlo solo, mi fa restar attonito; e pure è vera. La
quale casa aveva in sé campagne e vigne e selve e « stagnum
inaris instar, circumseptum edificiis ad urbium speciem» ecc., se
ben mi ricordo le parole del medesimo. E tanto basti della grandezza.
CARTEGGIO 245
Quanto alla materia, la incrostatura di fuori di San Pietro è
tutta di marmo tiburtino, com' Ella sa. Della qual materia eran
fatte molte fabriche antiche, come il tempio di Giove Capitolino, di
cui Livio nel sesto, se ben mi ricordo: « Capitolium saxo quadrato
substructuni est; opus vel in hac magnificentia tirbis conspicien-
duìH ». E dell' istessa materia è l'anfiteatro di Tito o Colosseo, che
vogliam chiamarlo: il qual per questa materia è più riguardevole
assai che non è San Pietro; perché questo ha solamente la ca-
micia sottile di detta pietra, ma quello è massiccio, come si vede,
e v' ha per entro poca pietra cotta; nel qual proposito Ammiano
dice, se non m' inganno: « Amphitheatri inoles solidata lapidis tybur-
tini compage», ecc. E benché si potrebbe opporre che il Colosseo non
è ugual di grandezza a San Pietro quanto allo spazio, con tutto ciò
tengo ch'egli sia per la fabrica niente meno mirabile e capace
di molte più persone, standovi a seder commodamente ottantaset-
temila uomini, come scrive Aurelio Vittore. E per me tengo per
fermo che questa fabrica sola sia per tutti i capi, fuorché per la lun-
ghezza, assai più magnifica di San Pietro, e più preziosa e tanto
più mirabile quanto fu fatta in termine di quattro anni, secon-
doché si può raccòrre da Svetonio, ch'oggidì non si farebbe in
due secoli. Insomma, quanto alla materia, si può affermare che
l'antiche fabriche non cedevano, anzi superavano San Pietro; il
che si può giudicar non solo dal sovradetto palagio di Nerone,
ma dalle pietre infinite di porfido che si trovano ogni di ne' ca-
vamenti ; nella qual materia non si trova oggidì né scalpelli né
artefici che possan lavorare.
Quanto agli ornamenti, non v'ha paragone. Solo le statue e
le colonne, che non servivano per altro che per ornato e per
ispesa, superano di gran lunga San Pietro e qualsivoglia fabrica
del mondo. La qual meraviglia si vedeva non solo nelle fabriche
publiche e de' prencipi, ma anche in quelle de' privati, e fin
de' libertini. Delle qua! cose si maravigliava ancor Seneca, che le
vedeva ogni di, nell'epistola (se non erro) 86: « Quid cum ad balnea
libertinorum pervenero? quantum statuarum, quantum, coluninartim,
est nihil sustinentium, sed in ornamentum, positarum, im-peftsae
causa! », ecc. Onde si può credere che i bagni publici, fabricati dagli
imperatori, avessero ornamenti mirabilissimi, e si prova da quel
che ne scrive Lipsio nel terzo De magnitudine roìnana, a cui mi
rimetto. Fra i quali ornamenti le statue erano miracolose per lo
numero e per la qualità; e ne può far fede sol quella del Toro,
246 CLAUDIO ACHILLINI
c'ha il signor cardinal Farnese, e V. S. l'avrà veduta, la qual fu
trovata nelle terme antoniane, che questa sola vai più di tutti gli
ornamenti di San Pietro. E si può credere che in quel luogo ne
fossero infinite.
Quanto alla spesa, dalle sudette cose se ne può far argomento.
Il tetto solo del tempio di Giove capitolino, sto per dire che va-
leva quanto vai tutta la chiesa di San Pietro. Era coperto, co-
m'Ella sa, di tegole di bronzo dorate, le quali per cose preziose
furono rubate e trasportate in Africa da quel re de' vandali, come
mi par d'aver letto in Procopio, e un privato le indorò, come mi
par che dica Plinio di Catulo. « Tegulas Capitola aereas inauravit
primus». E Seneca il vecchio, parlando di queste, se non erro:
« Fastigiatis supra tectis, auro purofulgens, praelucet Capitoliutn » .
E Plutarco, se mal non mi ricordo, nella Vita di Poplicola dice
che nell'indoratura solamente di detto tempio si spesero più di
dodicimila talenti, i quali, second'il calcolo di Lipsio nel terzo De
magnitudine, importano più di sette millioni. Tralascio le cose
preziose che v'erano, donate da' cittadini e dalle provincie, colle
porte d'oro, le quali furon poi rubate da Stilicone. Ma, per provar
le spese degli ornamenti di quelle fabriche, basta il palagio sovra-
detto di Nerone, nel quale, scrive Svetonio, «cuncta auro lita, di-
stincta gemmis unionumque cotichis eranty>. Il qual palagio fu fabri-
cato due volte per l'incendio, e per la gran valuta fu nomato da
lui e da Roma «la casa dell'oro»: « Quam primo ' transitoriain^ ,
max, incendio absumptam restitidamque, 'aureant" nomiìiavit ■» . E
perché mi dimenticai di sopra, aggiungerò ancor questo alla gran-
dezza dello spazio di detto palagio. V. S. si ricorda benissimo quella
pasquinata che fu fatta contro di Nerone in quel tempo, dicendogli
che Roma era ormai ristretta in una casa sola, la quale occupava
non solo la città ma anche i paesi vicini: « Roma domusfiet», ecc.
La qual iperbole è canonizata da Plinio nel trentesimosesto al ca-
pitolo quindici, se la memoria non m'inganna: « Bis vidimus Ur-
bem totani cingi domibiis principum Caii et Neronis,^ et huius quidem
(ne quid deesset) aurea ». E certo non è iperbole molto iperbolica:
perché insomma, a considerar coll'occhio il sito di detto palagio,
egli occupava parte di cinque monti de' sette, cioè del Palatino
(che, secondo le parole di Svetonio, era compreso dentro, secondo
me), dell'Esquilino, del Viminale, del Quirinale e ancor del Celio
a man destra, per quanto io stimo necessariamente. La qual fa-
brica necessariamente fece rovinar infinite case di privati, con
CARTEGGIO 247
grandissimo danno della città; e ciò accenna il medesimo Sve-
tonio: «Non in alia re da^nnosior quam in aedificando», parlando
di Nerone e della sua casa.
Quanto finalmente all'architettura, né San Pietro né qualsi-
voglia fabrica moderna ha pur principio di comparazione, per
quanto confessano i medesimi architetti nostri, i quali per regola
dell'arte conoscono l'eccellenza dell'architettura antica da queste
reliquie, argomentando e tirando le proporzioni dalla parte al
tutto. La chiesa di San Pietro ha infinite sproporzioni, come dice
V. S. e come confermano tutti gl'intendenti, a' quali mi rimetto.
E quando pensò mai l'architettura moderna a far di quei miracoli
che fece l'antica nei medesimo palagio di Nerone, in cui que' sof-
fitti e tutta la stanza si aggirava a guisa d'un cielo? « Coenationes
laqueatae tabulis eburneis versatilibus , ut flores, fistulatis, ut un-
guenta desuper spargerenttir. Praecipua coenationum rotunda, quae
perpetuo diebus ac noctibus vice mundi circiimageretur» , ecc. E se nel
fatto dell'architettura vogliam credere al medesimo Michelagnolo,
è notissima cosa ch'egli andava spesso a vedere le colonne an-
tiche, le quali sono oggidì al pozzo del convento di San Pietro
in vincola, postevi, se ben mi ricordo, da Giulio secondo; e quivi
quel buon uomo si faceva portare una sedia in quel cortile, e si
fermava fisso due e tre ore intere a contemplarle, come se fossero
state qualche mostro.
E, per non tediar più V. S. e me con questa cantafavola, tra-
lascio alcune fabriche antiche miracolosissime, come fu il palagio
di Gordiano imperatore, ch'aveva intorno al cortile ottocento co-
lonne, e fu nella via prenestina, dove oggidì è Santo Eusebio; il
qual imperatore ebbe pensiero di superare quel di Nerone. E tra-
lascio il fòro di Traiano, di cui oggidì si vede la colonna ch'era
nel mezzo, colla fabrica d'intorno quasi dell' istessa altezza, con
logge sopra logge, con numero infinito di statue d'ogni pietra e
d'ogni metallo; della qual fabrica fanno gli schiamazzi tutti gii scrit-
tori antichi, fra i quali Animiano la chiama « singulareni sub onini
cacto structuram et etiain nuniinum assensione mirabileni »; e di
più: « Gyganteos contextus nec relatu affabiles, nec rursus mor-
tali bus appetendos ». E quanto a me, estimo più questo fòro Traiano
che la fabrica di San Pietro, ancorché non fosse di tanta lunghezza;
ma del resto ancor Cassiodoro ne fa le meraviglie: « Traiani fo-
rum vel sub assiduitate videre miraculum est». Inoltre stimo
più mirabile il sudetto Colosseo per le ragioni già dette e per
248- CLAUDIO ACHILLINI
l'altezza, che, secondo me, era maggior dell'altezza di San Pietro
(non parlo della cupola), la qual altezza fu notata per cosa mirabile
dal medesimo Ammiano, parlando dell'anfiteatro: « Ad cuìus smn-
mitatem aegre visto hutnana conscendit ». E, per conchiuderla, oltre
alle sudette stimo ancor più di San Pietro le fabriche antiche non
solo dell'acquedotto, fatto da Claudio, tirato per lunghezza di qua-
ranta miglia e tanto alto che portava l'acqua sopra tutti i monti
di Roma; ma, quel che par più mirabile, stimo più la fabrica delle
cloache antiche della città. Nel qual paradosso mi rimetto a quel
che ne dice Plinio nel trigesimosesto al capitolo quindici, e mi
rimetto in ogni cosa al giudizio di V. S., la qual prego ad iscu-
sarmi della sovverchia lunghezza usata per soddisfare alla calda
istanza che me ne fa. E s' io avessi preso errore in qualche cosa,
mi scusi per la debolezza della memoria o del giudizio e per la
fretta che ho usata nello scrivere, dovendo scriver di più molto
altro in questa sera.
Ma per fine, ancorché le sudette fabriche sien mirabili, una
però ne vedete voi altri signori in Bologna di presente, la quale
vai più di tutte quelle insieme; ed è tanto più maravigliosa quanto
ella si muove, ad imitazion forse di quelle di Nerone, perché
ancor cotesta ha forma d'un cielo. Piacesse a Dio, il qual fu l'ar-
chitetto, che ritornassero al mondo i Plinii, gli Ammiani e i Cas-
siodori per far fede di tanto miracolo alla posterità. La qual cosa
sia detta per rallegrare un poco la tediosa materia di questa lettera;
ma per verità e 'n confidenza fra di noi. Al signor Gualanti mi
ricordo servitor di monsignore, e a V. S. con tutto l'afl'etto bacio
la mano.
Di Roma, a' xxii di febbraio 1612.
Ili
TOMMASO STIGLIANI
LETTERE
I
A Ferrante Gonzaga, principe di Molfetta
Dedica del Polifemo (Milano, Ponzio, 1600).
Di Milano, primo di giugno 1600.
II
Alla signora marchesa donna Isabella Pallavicina,
A Cortemaggiore
Ringrazia del dono di una gioia.
Ieri sera dopo la partenza di V. S. illustrissima da Parma il
signor marchese della Torre, il quale è il distributore de' regali
ch'Ella con eroica liberalità, anzi pur con regia, suol fare ogni
anno ai cavalieri che frequentano la famosa conversazion della
sua casa, m'offerì a nome di lei un rubino in forma di cuore. Ma
io son tanto buon conoscitore de! mio poco merito che, avanti
che '1 ricevessi, gli dissi ch'egli avvertisse d'aver bene inteso
l'ordine di lei, potendo agevolmente essere ch'avesse errato
nella persona. Egli con certezza me n'assicurò, ed io rimasi con
quella maraviglia e con quel contento che può cagionarsi dalla
grandezza d'un tanto favore, nel quale la gran valuta è il minor
pregio, poiché, se la gioia vai cento scudi, l'onore ne vai cento-
mila. Perciò rendo a V. S. illustrissima infinite grazie, assicu-
randola ch'esso dono appo la mia stima tiene il primato sopra
quanti altri io n'abbia mai auto in tutta mia vita.
Ma troppo gran soma d'obligazione Ella impone sopra le
picciole spalle della servitù mia, divota si ed affettuosa, ma al-
trettanto debole ed impotente e di leggier conseguenza. Onde
con gran ragione si lagneranno di lei quei sublimi Atlanti, da
252 TOMMASO STIGLIANI
tutti i quali Ella m'ha differenziato nel regalarmi, ed i quali
sarebbono stati più di me atti a sostener sulla schiena del me-
rito loro non solo questo mio peso ma tutto il cielo della sua
grazia; dove all'incontro io non ne posso reggere una stella,
anzi mi son lasciato talmente opprimere dalla troppa gravezza,
che paio propriamente un altro Tifeo sotto a un nuovo Mon-
gibello. Pure, perché la caduta m'è gloria ed io per la fiac-
chezza non posso mostrarne altra gratitudine, farò dadovero quel
che di Tifeo fu favoleggiato: cioè esalerò eternamente, di sotto
al monte della mia oppressione, fiamme verso V. S. illustrissima
d'ardentissimo affetto e d'amore e di devozione.
E senza più, le fo umilissima riverenza.
Di Parma, 6 di marzo 1601.
IH
All'illustrissimo e reverendissimo
SIGNOR ClNZIO AlDOBRANDINI, CARDINAL DI SaN GIORGIO
Dedica della prima parte delle Rime (Venezia, Ciotti, 1601).
Di Venezia, 1601*.
IV
A Ferrante Gonzaga, duca di Guastalla
Gli annuncia di essere passato al servigio di Ranuccio Farnese,
duca di Parma.
Parma, 1603.
V
Al signor Pietro Antonio Castaldi, a Milano
Non ha ingannato l'amico scrivendogli che il figlio « studiava come
un cane », laddove costui non apriva i libri. I cani non studiano.
È stata dunque colpa della paterna tenerezza del Castaldi l'avere
interpetrata la frase in senso buono.
Di Parma, 13 gennaro 1604.
LETTERE 253
VI
Al signor Andrea Gussoni, in Vinezia
Lo esorta a sopportare pazientemente le persecuzioni che patisce
dagli emuli.
Di Parma, 7 d'aprile 1605.
VII
Al cardinal Cinzio Aldobrandini
Dedica della prima parte del Canzoniero (Venezia, Ciotti, 1605):
Amori civili.
Parma, primo d'agosto 1605.
Vili
Al duca Virginio Orsini
Dedica della seconda parte del Canzoniero: Amori pastorali.
Parma, primo d'agosto 1605.
IX
A Ferrante Gonzaga, duca di Guastalla
Dedica della terza parte del Canzoniero: Amori marinareschi.
Parma, primo d'agosto 1605.
X
Al conte Fabio Visconte
Dedica della quarta parte del Canzoniero: Amori giocosi.
Parma, primo d'agosto 1605.
254 TOMMASO STIGLIANI
XI
Al duca Ranuccio Farnese
Dedica della quinta parte del Canzotiiero: Soggetti eroici.
Parma, primo d'agosto 1605.
XII
Al cardinale Odoardo Farnese
Dedica della sesta parte del Canzoniero: Soggetti morali.
Parma, primo d'agosto 1605.
XIII
A Muzio Sforza, marchese di Caravaggio
Dedica della settima parte del Canzoniero: Soggetti funebri.
Parma, primo d'agosto 1605.
XIV
Al cardinale Ascanio Colonna
Dedica dell'ottava parte del Canzoniero: Soggetti familiari,
Parma, primo d'agosto 1605.
XV
Al signor duca di Parma Ranuccio Farnese,
A Piacenza
Rende conto di un suo duello con Enrico Caterino Davila.
Il signor marchese Orazio Pallavicino, il qual vien di fresco
da Piacenza, m'ha visitato in letto, a nome di V. A. serenis-
sima, affettuosamente e con molti conforti ed offerte, recandomi
ad un tempo un suo comandamento: che è ch'io distenda in
LETTERE 255
iscritto una distinta relazione di quella question nuovamente
succeduta tra me ed Errico Catarin Davila per la qual mi trovo
giacere, e che, distesa ch'io l'abbia, gliela mandi costi quanto
prima; acciocché, avendone l'A. V. già avuta un'altra da esso
avversario, possa, dopo il sentire ambedue le parti, prender
temperamento di farmi pacificar con lui per mia intiera soddisfaz-
zione ed onore.
Primamente io rendo a V. A. doppia grazia, e della benigna
visita che s'è degnata di farmi fare, e del caritativo assunto che
s'è abbassata a pigliar per me, risultandomi a troppo segnalato
favore che quel principe, il quale sta costituito in luogo di mio
supremo padrone e di mio assoluto giudice, si ponga in luogo
di mio pietoso amico e di mio amorevole avvocato. Appresso
ubbidisco prontamente al comando, quantunque mi trovi tutta-
via esser fiacco per l'avute ferite, se bene assicurato della sa-
lute e fuori oramai di pericolo.
Ben prima ch'io cominci a contare il fatto, mi protesto
che, con tutto ch'io sia per dire quella istessa verità ad un-
guem la qual direi se non v'avessi interesse alcuno, e con tutto
ch'io presuma ch'anco l'avversario abbia fatto il medesimo,
avrei però caro che V. A. non credesse né a me né a lui, ma
solo a quei testimoni che vi si trovarono esser da principio ed a
quegli altri che vi sopragiunsero dapoi ed alla publica fama
che gli uni e gli altri n'hanno già sparsa qui in Parma e fuori;
mentre conviene ed è giusto che chi ha meno di passione abbia
più di credito, potendo essere che a me le cose ch'io dirò fus-
sero per la detta passione parute altrimenti di quel che sono,
si come ancora l'istesso può esser paruto a esso avversario.
Sappia l'A. V. che il di nono d'agosto a ore venti e due
(che appunto oggi son finiti quindici giorni), essendo io in
piazza a seder davanti alla libreria del Viotti, fui invitato dal
Davila suddetto ad andar per la città a spasso con seco e con
Flavio Querenghi e con Gioseppe Giavardi, i quali erano con
lui. E questo può testificarsi dal Malossi, pittore di V. A., che ci
senti, essendo in bottega a comperar non so che libri. Il quale
invito io accettai allegramente, e mi misi a caminar con loro
256 TOMMASO STIGLIANI
verso il duomo; dove, avanti che arrivassimo, trovammo in Pe-
scheria Alessandro Tagliaferro, che volontariamente s'accom-
pagnò con noi.
Andammo alla chiesa del duomo con pensier che vi fusse
gente; e dopo aver fatto orazione e veduto non esservi nessuno,
il Giavardi ridendo disse: — Signori, che cosa facciamo noi qui,
dove non è altre persone che dipinte e che scolpite? Andiamo
verso San Benedetto, che intendo ch'oggi vi si fa musica per la
vigilia di san Lorenzo, del qual dicono che v'è un altare. — E cosi
dicendo s'inviò. Noi, quasi rapiti dal suo parlare e dalla sua
mossa, lo seguitammo concordemente, e subito s'usci di chiesa.
Mentre che s'andava per via, gli tre, cioè Davila, Giavardi e
Querenghi, restarono alquanti passi addietro, ragionando tra
loro pianamente; e noi due, cioè Tagliaferro ed io, andavamo
innanzi pur parlando. Più volte ci fermammo per aspettare i
tre; ma essi sempre dicevano che noi attendessimo a caminar
pur oltre, perché in ogni modo ci avrebbono arrivati.
Giunsesi alla strada di San Benedetto, in quella parte ap-
punto la quale ha da una banda la chiesa e dall'altra il can-
tone dove abita Lucietta meretrice. In questo cantone i tre
soprarrivarono, e la compagnia si riuni tutta e fermossi. Allora
il Davila, cambiato in viso, disse verso me: — Voi ci avete me-
nati in luogo da par vostro. — A queste parole io non risposi,
simolando di non averle udite e facendo mostra di non ba-
darvi. Ma il Davila, dopo qualche silenzio di tutti, ripigliò a
dir di nuovo: — Dico che ci avete menati in luogo da vostro
pari. — Al che sforzato io risposi : — Io non son quello che ha
menati gli altri, mentre son venuto insieme con tutti là dove avea
proposto il signor Giavardi che si venisse, cioè in questa chiesa
che è qui incontro. Ma se per « mio pari » intendete « uom
da bene », avete ragione in questa parte, perché cosa da buono
è il venire ai luoghi santi. — Replicò egli: — Voi ci avete con-
dutti non in chiesa, ma in bordello. Però per « par vostro » io
intendo « furfante ». — Tu menti — diss' io — per la gola! — e
tutto a un punto misi mano alla spada ed al pugnale. Ma egli,
ch'avea i pendenti coU'agucchia alla vineziana, si spacciò più
LETTERE 257
prestamente di me, e tirommi una coltellata sul braccio destro
in tempo ch'io avea meza la spada fuor del fodero. Io, per lo
calor dell'ira sentendo poco la ferita, finii di cacciar mano e
tirai una stoccata verso lui. Questa gli fu pienamente parata dalla
spada del Giavardi, che tenea gridato: — Fermate, signori! —
e simili altre parole che suol dir chi partisce: siccome ancora
ristesso diceva il Querenghi con un pistoiese in mano, il quale
egli è solito di portar sotto la toga; standosi il Tagliaferro da
parte a vedere, per non aver arme veruna. Tirammoci alquanti
altri colpi, de' quali io non posso ricordarmi distintamente per
l'alterazion dell'animo ch'allora mi teneva occupato; ma sempre
mi parve d'osservar ch'a lui tutte le mie botte erano parate dai
partitori ed a me le sue arrivavano libere, sicché bisognava che
me le parassi io medesimo col mio pugnale. Finalmente il Ca-
vila, vedendomi troppo risoluto e non bastandogli, oltre l'aiuto
de' compagni, l'esser egli ingiaccato, dove per opposito io era
in camicia, cominciò a ritirarsi indietro, ed io ad incalzarlo for-
temente con ferma intenzione o d'ucciderlo o d'esserne ucciso.
Arrivossi al canale d'una cisterna, dove, fallendo a me un
piede, io caddi con un ginocchio in terra. Allora il Davila,
ripreso animo, venne innanzi e mi trasse, senza che i due
gliel' impedissero, una profonda stoccata, la qual mi colse da
quattro dita sopra la mammella diritta e, passandomi il petto
di canto in canto, m'usci dall'altra banda sotto alla spalla pur
diritta, con ben due palmi di spada fuori. In quel suo venire
innanzi, io gì' investii di punta nella gamba mancina; e, per
quanto ora mi dice il Simonetta, che ha medicato me e lui, la
ferita fu con notabil toccamento di nervi, si che corre pericol
di stroppio. Fatto ch'egli ebbe il gran colpo suddetto, credendosi
d'avermi in tutto ammazzato, non ricoverò l'arme ma me la
lasciò confitta nel corpo, e se n'andò via zoppicando in com-
pagnia del Giavardi e del Querenghi.
Il peso della guardia della spada nemica fini di farmi ca-
dere in terra del tutto a faccia in giù; ma subito io fui aiutato,
e mi levai reggendo con ambedue le mani mie l'arma dell'av-
versario. Andai coi miei piedi, cosi infilzato com'era, alla più
G. B. Marino, C. Achillini e G. Preti, Lettere -\\. 17
258 TOMMASO STIGLIANI
vicina casa, la quale è quella della predetta Lucia; dove, pre-
stamente fattomi venire il sacerdote ed il medico, mi confessai
prima, e poi mi feci cavar la spada fuori e medicarmi. Stetti
per quella notte in essa casa, e la mattina con una seggetta
di V. A. mi feci portare a casa mia; nella quale essendo poi
stato ben curato, mi son ridutto per grazia di Dio al sicuro
stato che dissi di sopra, con gran meraviglia non solo di tutta
la città ma de' medici istessi, che insino m'aveano fatto dar
l'estrema unzione come a moribondo. La qual leggerezza di
male è proceduta perché la spada, passando per la cavità del
torace, o non toccò il polmone o, se '1 toccò, lo strisciò sdruc-
ciolando e senza offenderlo.
Ora, quantunque la pace non bisogni (perché io nella mia
spiritual confessione perdonai al nemico in tutto e per tutto);
pure, perché V. A. vuol che quella si celebri per farmi dar
compito risarcimento e per totale adempimento del giusto, io
mi rimetto in ogni cosa a lei e serro (come è in proverbio)
ambedue gli occhi. Solo le soggerisco e propongo che a me
basterebbe che l'ofTensor confessasse il fatto, se non tutto al-
meno quattro capi d'esso, giaché nell'offese io mi trovo averne
il peggio, non ostante ch'egli sia in rischio di rimaner zoppo.
Il che se egli farà, si potrà fra noi solennizzar pace formata; se
noi farà, sia anco in buon'ora, perché né più né meno io gli con-
fermo il prefato perdono (il qual della pace è quasi uno equiva-
lente), e quel che promisi a Dio riprometto all'A. V. di nuovo.
I quattro capi sono i seguenti: primo, la premeditazione del
caso; secondo, la provocazion delle parole; terzo, la botta del
braccio, datami avanti ch'io finissi di cacciar mano; e quarto, la
ferita del petto datami poi ch'io cascai, massimamente di caduta
cagionatami non da virtù sua, cioè da impeto di qualche suo colpo,
ma da disgrazia mia, cioè da sfallimento d'un de' miei piedi.
II primo capo, che è la premeditazione, si prova con più
ragioni. Una è che l'offensore, per esser già stato da me
confuso più volte nelle dispute dell'accademia, m'avea spesso
calunniato e lacerato in absenza, si come si può sapere, ogni
volta che si vuole, da cavalieri qualificati, ed in particolare dal
LETTERE 259
signor conte Alessandro Sforza e signor conte Galeazzo Scotti,
che una sera ne lo ripresero nell'anticammera di V. A. me-
desima. L'altra ragione, che nell'andar a spasso io non fui
l'invitatore ma l'invitato; il che s'attesta dal sopradetto Malossi
pittore. E l'altra è che l'offensore, prima che s'arrivasse al luogo
della questione, non volse per istrada venire a paro con me,
ma sempre venne da trenta passi dietro, ragionando bassa-
mente coi compagni; e ciò, oltra che sta attestato, non si niega
da lui medesimo.
Il secondo capo, che è la provocazione, si prova col solo
testimonio che v'era presente, il quale è il Tagliaferro che lo
dice a chiunque nel richiede. Poiché gli altri due (dico il Gia-
vardi e '1 Querenghi) sono da me non solo dati per sospetti
ma per complici, siccome confermarono essi istessi, prima col-
r aiutar l'offensore e dapoi col fuggirsene via in compagnia di
quello e starsene ritirati più d'un giorno a San Francesco; dove
ancora starebbono, se il capitan Cremona non consigliava loro
ch'uscissero a passeggiare per non farsi rei da sé.
Il terzo capo, cioè che il colpo nel braccio mi fusse dato
innanzi ch'io compissi di sfoderare, si prova similmente col
testimonio sopranominato e col luogo della ferita, il qual non
discorda, essendo una coltellata sopra il traverso d'esso braccio
tra il polso e '1 gomito.
Il quarto capo ed ultimo, cioè che la ferita del petto mi si
desse poi ch'io cascai, si prova con queste ragioni: dalla fede
che ne fa il predetto testimonio, dico il Tagliaferro, e ne la
fanno anco Giulio Cesare Ranini e Vitale Diamo e Parmenio
Calestani, ch'erano corsi al rumore; dal sito d'essa piaga, la
qual, passando da banda a banda, comincia alta davanti e fini-
sce bassa di dietro; aperto indizio che l'offensor, quando mi
tirò, fusse superior di luogo, mentre di statura è minor di me.
Non voglio però, per tutte queste cose e' ho dette, ritrarrai
da quanto ho promesso di sopra, quando affatto mi son ri-
messo al puro arbitrio di V. A; ma ho semplicemente esposte
le mie veraci pretendenze, con lasciar eh 'a lei tocchi di rifor-
marle a suo modo, se ben credo e so che non vi sia pure un
26o TOMMASO STIGLIANI
iota da rimovere. Ed insomma (per ridurre in una sola parola
tutta la lunghezza del discorso fatto), di ragione, che io ho, vo-
glio aver torto, purché cosi paia all' A. V., a' cui supremi co-
mandamenti sta allegramente apparecchiata ogni mia ubbidienza.
E per fine umilissimamente la riverisco.
Di Parma, 24 d'agosto 1606.
XVI
Al cardinale Cinzio Aldobrandini
Lo ringrazia di avergli impetrato il ritorno a Parma, non ostante il duello
avuto col Davila, e promesso di non fargli trovare ostacoli nella ri-
stampa del Canzoniero.
Dalla lettera immediata di V. S. illustrissima e dall'altra fat-
tami scrivere in suo nome per lo signor Nores ho saputo dup-
plicatamente l'assicurazion ch'Ella m'ha impetrata per la per-
sona, non ostante la question che fei costi; e saputo ho anco
la ristampa che a suo tempo m'impetrerà per lo Canzoniero, non
ostante la seguita sospension di quello per accusa dell' istesso
avversario con ch'io venni alle mani. Della prima cosa la rin-
grazio, e della seconda la supplico a ricordarsi; e d'ambidue le
resto obbligatissimo, quantunque i benefici, ch'Ella si degna di
fare a me, risultino non meno a gloria sua che a profitto mio,
sapendosi da ognuno ch'io, si come ho dedicato il libro al nome
di lei, cosi ho dedicato la persona alla sua servitù. Alla qual,
per fine, pregando da Dio ogni colmo di felicità, fo riverenza
umilissima.
Di Napoli, 7 ottobre 1606.
XVII
Al SIGNORI ACCADEMICI INNOMINATI, A PARMA
Ringraziamenti per essere stato nominato principe dell'accademia.
Si come, misurando io il mio corto merito e la fina prudenza
delle SS. VV., non credetti mai eh' Elle doves.sero, di piede eh' io
sono in questo nobilissimo corpo accademico, trasformarmi in
LETTERE 261
capo; cosi, doppo aver saputo per lor lettera medesima come
Elle m'aveano eletto al principato, stetti alquanti giorni in du-
bietà s' io dovessi accettare il troppo traboccante favore o pure
rinunziarlo. E questa invero è stata la cagione ch'io loro ri-
sponda si tardi, come Elle veggono che faccio. Il qual mio
dubbio mi s'accresceva in modo per la savia amministra-
zione del signor conte Pomponio Torelli, principe passato, che
diventava quasi certezza e spavento, parendomi ch'assai chiara-
mente il mio difetto avesse ad essere scoperto dalla vicinità
di si degno paragone. Ma dall'altra parte, considerando io che in
ogni maniera si disconveniva l' oppormi alla grave deliberazion
di si perfetti giudizi, quali son quelli delle VV. SS. , mi ri-
solvetti finalmente e mi risolvo di suppor le spalle al peso a me
da loro offerto, appigliandomi delli due mali al minore. Voglio,
più tosto ch'abusar l'elezzione, pormi in pericolo d'abusare il
magistrato, mentre l'uno è fallo di discortesia, e però del tutto
dannabile, e l'altro è d'ignoranza, e però in qualche parte degno
di scusa. Dicono i naturali che l'api costituiscono loro reina
quella che non ha ago da ferire né attezza da succhiare i fiori né
industria da lavorare il miele. Similmente hanno fatto le SS. VV.
con me. Alle quali bisognando nel loro virtuoso collegio
affaticarsi per acquistar gloria nelle belle lettere e nelle buone,
hanno locato nella sedia del riposo colui solo che d'erudizione
è nudo e che di dottrina è spogliato, chiamandolo principe per
riempir colla speziosità del nome la mancanza del sapere, e per
farlo tanto superiore agli altri in degnità quanto egli è inferiore
in valore. La qual sollevazion delle parti deboli fu sempre ne-
cessaria per la conserva del tutto e sempre usitata da' savi. Savia
è la natura nel mantenimento de' corpi animati, e perciò aggran-
disce per gonfiezza le membra inferme e lascia basse le sane,
prendendosi maggior cura di quelle che non fa di queste. Tut-
talvolta, comunque ciò si sia stato e si sia che le SS. VV. abbiano
voluto onorarmi, io non niego che, vedendomi fuor d'ogni aspet-
tazione sublimato a si fatta altezza, non senta quella paura che
sentiva Bellerofonte sul pegaso overo Ruggiero suU'ippogrifo:
che « altezza » posso ben chiamar quel posto sotto al quale non
262 TOMMASO STIGLIANI
giacciono soggetti se non eminenti. E chi non paventerebbe,
conoscendo esser sottentrato ad obbligo d'avere a reggere una
compagnia d'ingegni pellegrini e più tosto abili a governare
che bisognosi d'esser governati?
Pure quella stessa cagione, che mi sgomenta, m'affida pari-
mente e mi rassicura. Poiché quanta censura temo dalla lor
dottrina, altretanto compatimento spero dalla loro gentilezza ed
altretanto indirizzo, non potendosi in un luogo, dove è raccolto
si gran senno, errare in foggia veruna. Anzi una adunanza prat-
tica e per lungo tempo ammaestrata, quale è questa, può ap-
portare al suo reggitore assai poca fatica di governo, sapendosi
essa reggere da se stessa ed in effetto reggendosi. Ottimi sono
tutti i suoi riti ed ottime tutte le sue usanze; ed appunto perché
son tali, meritano d'esser posti in opera più frequentemente che
non s'è fatto per lo passato. Solea l'accademia nostra congre-
garsi ogni quindici giorni e non più. Ed io desidererei che di qui
avanti vi si ponesse un nuovo stile: dico congregarsi una volta
la settimana in perpetuo, o fino a tanto almeno che si sia ter-
minato il mio carico. Vorrei mostrare il fervor che ho, se non
posso mostrare la scienza che non ho. Sono l'accademie lette-
rarie non altro che un seminario di virtù ed una coltivazion di
begli intelletti. Per questo richieggono la continovanza dell'eser-
cizio, la fuga dell'ozio, come principali instrumenti della lor
durazione e come radicali fondamenti del produrre eccellenti
allievi.
Quid tnagis est saxo duruinf
— disse Ovidio sopra la continovanza dell'esercizio —
quid mollius unda?
Dura tamen molli saxa cavantur aqua.
E disse all'incontro sopra la fuga dell'ozio:
Cernis, ut ignavutn corrunipant olia corpus;
ut capiant vitium, ni tnoveantur, aquae?
Colla fatica spesseggiata e non tramezata o interrotta da vacanze,
noi perverremo a quel grado di valore che, posto poi in esecu-
zione dalla sperienza, somministrerà al pubblico diverse opere
LETTERE 263
giovevoli e buone, e partorirà alle nostre persone non meno ono-
rato utile che lucrosa gloria e riputazione. Ed io, che frattanto
sono indegnamente scelto a regolar la schiera, prometto, per
quanto potranno le mie forze accompagnate da' lor favori, di
fare in modo che, s'io m'onoro del loro giudicio, Elle non s'ab-
biano a vergognar de' miei portamenti. I quali, se non saranno
al tutto perfetti, saranno amorevoli e fedeli.
Vorrei per fin di questa ringraziar le SS. VV. con parole,
se mi sentissi averle atte ad arrivare alla grandezza del debito.
Ma non può render grazie uno che d'ogni grazia è privo. Follo
nondimeno col grato affetto dell'animo, impinguando la scarsezza
del parlare colla soprabbondanza dell'amore e prenunziando loro
il mio ritorno a Parma per giovedì prossimo, a fin di trovarmi
nel primo atto pubblico, in che il signor Rosa sarà per recitar
la sua orazione.
Bacio alle SS. VV. cordialmente le mani.
Di Piacenza, 2 di decembre 1606.
XVIII
Alla signora contessa Lucrezia Angoscioli, a Roma
Contraccambio di augùri.
Di Parma, 28 di decembre 1606.
XIX
Al signor Marco Antonio Salvucci, a Perugia
Riceve da lui una lettera assai laudativa.
Ma tali lodi converrebbero per l'appunto a chi le ha scritte.
Di Parma, 2 di gennaio 1607.
XX
Al signor capitano Ortensio Ghisi, a Fiorenza
Congratulazioni per la nascita di un bambino.
Di Parma, 3 di giugno 1607.
264 TOMMASO STIGLIANI
XXI
Al signor duca Lottario Conti, a Poli
Loda un Discorso politico composto dal Conti, a richiesta del duca di
Parma, « in favor della aderenza e contra la neutralità » .
Di Parma, 19 d'agosto 1607.
XXII
Al signor cardinal Odoardo Farnese, a Roma
Presenta e raccomanda, anche a nome del duca di Parma, il capitano
Giuseppe Ponti.
Di Parma, 16 aprile i6o8.
XXIII
Al signor don Virginio Cesarini, a Roma
Augùri pel natale.
Di Parma, 17 di dicembre 1608.
XXIV
Al signor Giovanni Antonio Orsini
DUCA DI Santo Gemini, a Roma
Chiede una dilazione per scrivere un parere circa la pace fra due cavalieri,
che trattava l'Orsini.
Di Parma, primo di marzo 1610.
XXV
Al signor conte Alessandro Sforza, a Foro nuovo
Lo ringrazia di avergli dato l'incarico di scrivere la storia di casa Sforza.
Di Parma, 29 d'aprile 1610.
LETTERE 265
XXVI
Alla signora contessa Angosciola, a Piacenza
Complimenti.
Di Parma, primo d'ottobre 1610.
XXVII
Al signor duca Lottario Conti, a Poli
Lo prega di non essergli avaro di lettere.
Di Parma, 4 di maggio 1611.
XXVIII
Al signor Piero Andrea Cannoniero, a Milano
Non può scrivere per lui un discorso accademico, perché ammalato.
Gran favore m'ha fatto V. S. a degnarmi de' suoi conside-
rati comandamenti, con richiedermi ch'io scriva un discorso
accademico sopra la fedeltà amorosa, per potersene Ella nel-
l'accademia valere, ora che le tocca la sua volta del discorrere.
Ma insieme col grandemente favorirmi m'ha grandemente af-
flitto, domandandomi cosa che invero per ora io non posso
fare come vorrei. Onde del favor la ringrazio e della afflizzion
le perdono; anzi pur chieggo perdono a lei dell' impossibiltà del
servirla. Mi trovo da due mesi in qua essere in mala disposi-
zion di salute, avendo una vena rotta nel petto, che mi fa
spesso sputar sangue. Il che cagiona ch'io non possa far fatica
alcuna di studio, benché picciola, senza grave pericolo della
vita. Sia dunque V. S. servita di consentire ancor Ella all'onesta
oziosità mia, già statami ordinata da' medici che mi curano, i
quali son di concorde opinione eh 'a questa delicata sorte di
male si ripari dalla natura con rimedio positivo e dall'arte con
negativo, operandosi l'una in riunir la parte spezzata, ed operan-
dosi l'altra in non impedir l'opera. E con ciò le bacio le mani.
Di Parma, 19 marzo 1615.
266 TOMMASO STIGLIANI
XXIX
A Giambattista Marino, a Parigi
Intorno al proprio ritratto, chiesto in dono dal Marino.
Due cose in sostanza mi significa V. S. per la sua lunga del
14 di marzo. Una è ch'Ella tuttavia aspetta da me desidero-
samente ch'io le mandi quel mio ritratto che le proffersi in dono
nel suo passar per Parma (quel, dico, il quale mi fu fatto dal
Santafede in mia fanciullezza); e l'altra è che Ella s'è risoluta
di vendere tutte quante le sue pitture, essendo inoltre entrata
con alcuni sensali in istretta prattica d'effettuarlo. Ad ambedue
le quali cose io soddisfarò con una sola risposta, dicendo ch'io
donai a V. S. il ritratto perché Ella godesse quello e non perché
godesse il prezzo di quello, stante la picciolezza della mia for-
tuna, la qual non mi fa degno di poter donar danari a un par
di lei, a cui appena possono esser Mecenati i supremi principi.
Di che m'è testimonio V. S. medesima, la quale nel sudetto
suo passaggio per Parma mi disse l'istesso formatamente, e sog-
giunsemi d'avere una volta rifiutato dal signor duca Ferdinando
Gonzaga in Mantova un presente di cinquecento scudi d'oro;
se bene io odo per altra via che questa donazione non avvenne
in Mantova ma in Torino, con pace di V. S., e che il dono
non fu in moneta ma fu in verghe, e che le verghe non furono
di metallo ma d'altro, le quali in ogni modo a lei bisognò
accettar per forza.
Pensai, dico, da principio d'aver presentato alla S. V. una
galanteria da tenersi cara appresso di sé e non una robba da
farne esito mercantile. Pure, poiché V. S. vuole ora vendere
tutte le sue pitture, sua è medesimamente questa del mio ri-
tratto, ed intenderassi per venduta coli 'altre; ma il comprador
d'essa voglio essere io stesso. Il quale, quando sarò da lei
avvisato che la detta vendita generale si sia concliiusa ed ese-
guita, le manderò in tanta pecunia la giusta valuta d'esso
ritratto, e questa non come dono ma come prezzo della cosa
donata. Il che sarà da un venti ducati in circa.
LETTERE 207
Ma qui V. S. mi potrebbe forse dire: — E se io per caso
non potessi vendere le pitture, non vorrai tu poi mandarmi il
ritratto, giaché ti piace che non s'alieni ma cHe resti appo
la mia persona? — Al che rispondo che vo' mandarlo e volen-
tieri, purch'egli possa venire. Ma V. S. sa che '1 poverello non
ha piedi, essendo un mez'uomo dalla cinta in su. Benché questo
impedimento importerebbe poco, poiché o egli potrebbe venir
saltone come caminano i rospi, overo io lo potrei inviare a
cavallo.
Ma, a dir liberamente il vero, la difficoltà principale si è
ch'esso non ha più quella volontà di venire ch'avea prima, ed
io non vorrei sforzarlo; perché, essendo egli immagine mia e
della mia passata gioventù, quando io scompiacessi a lui, mi
parrebbe scompiacere a me medesimo. La cagion perché esso
si sia ultimamente mutato di proposito io non posso dirla ch'in-
sieme non dica una avvenuta maraviglia, anzi pure uno occorso
prodigio. Io ho ritrovato esser verissime quelle parole che V. S.
mi disse di lui in Parma in casa mia, per le quali io glielo
offerii cortesemente in dono ed Ella senza cerimonie l'accettò;
cioè che egli era si spiritoso e si vivo, che veramente parlava
a qualunque riguardante il mirasse. Perciocché iermattina, leg-
gendo io alquanto fortemente la sudetta lettera di V. S. dentro
al mio studio, dove essa mi fu recata dal ministro della posta,
il ritratto, ch'ivi appresso pendeva attaccato al muro, mi senti
e, quasi sdegnandosi, proruppe in queste parole: — O Tomaso,
per certo che la turchesca fisonomia e l'ebraica carnagione di
quell'uomo avido che porta i mostacci grandi all'uso de' tartari,
al quale per mia disgrazia tu mi promettesti in dono, non m'ha
punto ingannato. Perché, quando egli fu qui e mi guardava con
quella sua faccia si furba e con quei suoi occhi si gatteschi
e sfavillanti, io sospettai grandemente ch'egli mi bramasse per
fine poco buono, essendo sbarbato come sono. Il che tu vedi
ora esser chiaramente succeduto e riuscito vero, se bene con
qualche diversità: perché, dove io credevo il peccato esser di
lussuria, lo trovo esser d'avarizia; e dove pensavo che '1 disegno
chinasse a Venere, veggo che mercurieggia. Io dunque, il quale
268 TOMMASO STIGLIANI
già avevo intenzion d'andare, ti fo sapere ch'adesso non l'ho
più. La ragione è che, si come io, andando prima che sentissi
leggere cotesta lettera, non avrei fatto male; cosi, andando ora
che l'ho udita, sarei non tuo viso ma viso dello dio degli orti,
cioè di fava, anzi di baccello. Perché del primo peccato, che è
la libidine, io non avevo paura, mancandomi la parte dalla cin-
tura in giù; ma del secondo, che è la miseria, temo pur troppo,
possendo riceverne non poco danno. Atteso che, quando la
disavventura portasse ch'io fussi una volta venduto, potrei poi
facilmente andar vagando di padrone in padrone, tanto che al-
fine capitassi in mano di qualche ignorante, il quale, non co-
noscendomi per opera fatta da maestro famoso, mi lasciasse
mangiar dalla polvere o guastare dal fumo. —
Questo disse il ritratto. Ma V. S. non badi alle sue parole,
che ha poco cervello e fanciullesco. Anzi più tosto miri alla mia
buona volontà e si vaglia di quella nel proprio modo ch'io l'ho
proposto di sopra, cioè ricevendo da me in danari il valor d'essa
pittura. Tanto più che V. S. non ha bisogno di mia effigie,
quando sia vero eh' Ella mi tenga scolpito nel cuore per mano
non del Santafede ma della santa fede dell'amicizia, come nella
sudetta sua lettera formatamente m'ha detto e confermatomelo
appresso con diffusa essagerazione. Senza che, la copia si suol
bramar da chi non possiede l'originale; e V. S. è padrona di
me stesso, dal quale è stata cavata quella figura, benciié io sia
deteriorato di forma e fattomi vecchio, ed essa si mantenga nel
primo stato. Col qual fine bacio a V. S. le mani.
Di Parma, 9 d'aprile 1615.
XXX
Al medesimo
Ancora del ritratto.
Ricevo una di V. S. del 26 di giugno, nella quale Ella pari-
mente m'avvisa come la sua persona costi in Parigi è in pub-
blica stima di tutta la gioventù e degli studenti, ed appresso
LETTERE 269
mi raccomanda il mio ritratto eh' io le proffersi in dono. Dalla
qual raccomandazione conosco che V. S. non ha ricevuto, questo
aprile passato, una mia risposta ad un'altra sua lettera scrittami
pur in materia d'esso ritratto; o almeno vengo in dubbio che
V. S., avendola ricevuta, se ne sia dimenticata, stante che co-
loro e' hanno buono intelletto hanno trista memoria, per sen-
tenza d'Aristotile. Con tutto ciò, risponderò pur anco qualche
cosa a questa seconda lettera, cosi intorno all'avviso che mi
dà della sua stima, come intorno alla raccomandazion che mi
fa del mio ritratto.
E dico che, se ben V. S. afferma semplicemente d'essere
stimata in cotesta città ma non ispecifica per quale, io, che la
conosco benissimo, me lo immagino da me medesimo e so per
che uomo è tenuta. Onde me ne rallegro, più che con lei, coi
giovani istessi, ai quali il conoscere la qualità de' pari suoi
può esser di profitto assai, essendo per ordinario la notizia delle
cose conosciute una util norma al vivere del conoscitore.
Del ritratto poi, il quale V. S. mi raccomanda, pregandomi
ch'io lo custodisca per lei, le fo sapere ch'io l'ho molto più
raccomandato ch'Ella non brama e che per lei appunto lo cu-
stodisco, facendomi intendere d'aver conforme intenzione alla
sua, cioè di voler ancor io quello istesso che vuol Ella. Vero
è che conosco l'opera per tanto imperfetta a rispetto a quelle
singolarissime dello studio di V. S., che la giudico per niente, e
come niente gliela promisi e come tale gliela attenderò. E quan-
tunque quegli altri ritratti l'aspettino, secondo che V. S. scrive,
per pittura eccellente, io son sicuro che resteranno ingannati
d'ogni loro aspettazione, quando, avendo creduto di veder
qualche cosa, vederanno, come dico, nulla. Ho apparecchiato
nondimeno di fargli una cornice nuova per aiutarlo a parere;
e fatta che quella sia, gli darò fido recapito, perché esso non
venisse in poter di chi non vorrei. Per se stesso si può egli
dir che non sia brutto, ma non avrà mai che fare con quei di
V. S. e sempre ne sarà lontano. Di che assicurandola, le bacio
per fine le mani.
Di Parma, 15 di giugno 1615.
270 TOMMASO STIGLIANI
XXXI
Al signor cardinale d'Este il vecchio, a Modona
Raccomanda il sacerdote Pietro Giapponi, il quale desidera entrare al
servigio del cardinale in qualità di cappellano.
Di Parma, 7 ottobre 1615.
XXXII
A Giambattista Marino
Satira del marinismo.
Offerendosi questi mesi passati l'opportuna occasione di
monsù d'Urfé, che di Parma veniva a Parigi e che mi richiese
instantemente ch'io volessi scrivere a V. S., io gli scrissi,
non già per far compimenti seco né per riceverne da lei,
ma per non vilipendere la cordiale instanza di quel buon cava-
liere, che volentieri ci vede stare in concordia ed essere amici.
Fecilo ancora per rappresentare a V. S. con tale occasione
una sincera significazion del mio solito amore, in risposta della
quale avessi io poi ad esser consolato da lei con altrettanto
avviso di sua salute ed ad esser favorito con altrettanto co-
mandamento di suo servigio; poiché le cerimonie vane furono
sempre nemiche della mia penna e della mia lingua e del mio
cuore, massimamente trattandosi con uomini virtuosi e con-
giunti in amicizia domestica. Nondimeno è piaciuto a V. S.
d'apprendere la detta mia lettera non per quale ella è, ma per
una oziosa disfida a contendere di belle parole e cerimoniose
e per un capriccioso morbino di voler con lei la baia. Per la
qual cosa, essendosene mezo corsa ed entrata in valigia, m'ha
riscritto ch'Ella non può per adesso dar degna risposta a tanta
mia compitezza, perché prima vuol riveder tutte le sue lettere
vecchie e, lambiccandole, rifarne una buona e quella mandarmi,
la qual abbia a contener non altro che le mie lodi. Io, come
dico, non iscrissi a V. S. con questa vana intenzione; che
LETTERE 271
certamente non son tanto scioperato né tanto morbino, attesa
la continova occupazion de' miei studi e la spessa afflizzion del
mio mal della pietra, che non danno mai luogo a leggerezze
vili né a bagatelle fanciullesche, con tutto che in altre nostre
occasioni sia sempre paruto a V. S. ch'io scherzi volentieri con
esso lei cosi in voce come in carta. Il che in effetto non è
stato mai, ma sempre ho parlato dadovero e sempre ho scritto
da senno. Della qual verità V. S. s'accorgerà appieno, se tor-
nerà indietro colla memoria a ponderar più sensatamente le
mie parole dette e se tornerà a rileggere con occhio più sve-
gliato le scritte. Eccettuato però quel paio di lettere dell'anno
passato che trattavano del ritratto, intorno al quale io volsi più
tosto giocare che adirarmi, come più avrei dovuto; le quali
lettere io pretesi che si contenessero dentro ai termini dello
scherzo, senza passare allo scherno. Pure, poiché V. S., come
troppo ombrosa che è, si serve, ogni volta ch'interpreta, più
della sua coscienza che del suo ingegno e vuole in ogni modo
ch'anco adesso io abbia burlato, io non vo' guastarle si bella chi-
mera in capo, per non iscompiacerle. Anzi vo' replicarle appunto
secondo quella e ballar conforme all'invito del suono, come
se realmente burlato avessi. Che alla fine il burlare non è be-
stemmia, non è eresia, non è delitto capitale.
Dico dunque che a V. S., per fare una lettera la qual sia
quasi quintaessenza di lettera, non fa bisogno di stillar tutte
le sue, ma solo ne può prendere una fra esse a caso e quella
stimar per quintaessenza, senza porla in lambicco ed in pe-
ricolo di farla risolvere in fumo o in zero via zero. Poiché, si
come il vino, quando è ottimo, quale per esempio sarebbe
la malvagia di Candia, equivale all'acquavite o all'elesir, cosi
le scritture di V. S. (massimamente quelle ch'Ella compone da
un tempo in qua, dopo la stampa delle prime Rime) son tutte
quante fior di perfezione per se medesime senza altra distilla-
zione, e sian pure in verso o sian in prosa, mercé dello stil
metaforuto (cosi Ella il chiama), nel quale esse son fabbricate,
e dal quale è affatto sbandito tutto ciò che non fa stordire di
maraviglia e strabiliare e cader morto, e tutto ciò che non esce
272 TOMMASO STIGLIANI
della secca anticaglia dei classici e del lor trito modo e della lor
battuta via, si come V. S. istessa ha più volte detto a me colle
parole precise e dicelo ogni giorno a tutti. Il male è ch'io non
merito ch'una si nuova eloquenza e si pellegrina si spenda inu-
tilmente in mio onore e gloria. E molto peggio è anco ch'io
intorno al mio presente replicare sto a più tristo partito di
quello a che dice V. S. di star Ella. Poiché, se V. S. lam-
bicca le forze del suo ingegno, cava almeno qualche tal succo;
ma, se io lambiccassi cento anni le forze del mio, non potrei
trarne tanta sostanza che mi bastasse a ringraziar pur un mer-
letto della frangia d'una delle fimbrie della sua gentilissima
arcimusa. Che \'« arci » si convien realmente aggiungere al nome
ordinario, mentre nello scrivere tanto vale V. S. sola quanto
vagliono insieme tutti gli scrittori antichi e moderni: anzi po-
trei dir con buona coscienza eh' Ella valesse assai di più; ma
lo taccio per non offendere la gran modestia di V. S., che non
riceve le lodi avute se non sino a quel giusto segno che le
par di meritare. La quale arcimusa, vestendosi toscamente d'er-
bette e di fiori e pascendosi di liquidi cristalli e d'aure soavi,
non spira altro mai ch'arabi odori ed altro non profferisce
ch'accenti damaschini e sillabe lavorate alla zemina, oltre dello
sfoderar sempre concetti sfoggiati e soprafini da non pigliarsi
se non colla forcina, ed oltre dello sputare a tutt'ore sentenze
prelibate e da mangiarsi non altrimenti che colla mostarda o
colla salsa verde. Ringrazierò dunque essa arcimusa e V. S.
insieme, non già con alcun ricercato artifizio, ma solo (per
parlar tuttavia chimicamente) colla pura decozzione delle mie
semplici parole, bollite nello schietto fuoco dell'amore e del-
l'osservanza dentro all'affettuosa pentola del cuore. Le quali
parole V. S. distillerà poi sottilmente nella boccia della sua
discrezione, intendendo da quel che dico quel che vorrei dire;
cioè che, dove Iddio non mise cervello, non ve ne potranno
mai mettere gli uomini del mondo.
E per fine le bacio le mani.
Di Parma, 29 settembre 1616.
273
XXXIII
Al signor Aquilino Coppini, lettor publico
NELLO Studio di Padova
Lunga confutazione di tre accuse mosse dal Coppini al Mondo nuovo:
umiltà dello stile, lunghezza dei canti e dissimiglianza nell'invenzione.
Di Parma, a' 2 di marzo 1617.
XXXIV
Al signor Francesco Stelluti, a Fabriano
Si scusa di non potergli rendere un servigio.
Di Parma, 5 aprile 1618.
XXXV
Al signor Giovanni Antonio Orsino
DUCA DI Santo Gemini, a Nerola
Non accetta la sfida a chi sappia meglio empire di baie le lettere.
Di Roma, 4 di maggio i6i8.
XXXVI
Al signor Luciano Borzoni, a Genova
Manifesta apertamente i suoi sospetti sulle vere ragioni che inducono
il Borzoni a ritardare la stampa del Mondo tiuovo.
Un Giovati Battista Rota, venuto qua di fresco, s'è lamen-
tato meco a nome di V. S. ch'io non rispondo alle sue let-
tere. Al che le dico che, dal tempo in qua che tra me e lei si
tratta la ristampa del Mondo nuovo, io son sempre stato in
Parma e ricevo ogni settimana le sue, e per la medesima ri-
spondo a quelle di volta in volta senza mai mancare ad una.
Gran maraviglia mi pare che le sue capitino a me tutte, e delle
G. B. Marino, C. Achii.lini e G. Preti, Lettere -11. 18
274 TOMMASO STIGLIANI
mie a lei non capiti ninna. E s'io fussi avvezzo a mal pensare
come lo sono a pensar bene, avrei quasi cagion d'immaginarmi
ch'Ella le riceva, ma le dissimoli per qualche suo nuovo rispetto,
che non avea quando cominciò a negoziar meco; non possendo
essere che '1 corner di Genova sia fedele nel venire in qua e sia in-
fedele nell'andare in là, mentre egli è sempre l'istesso uomo; pur-
ché coloro a cui si scrive siano ancor essi i medesimi. Dunque,
se V. S. non ha veramente avute le mie, faccia buona diligenza
alla posta, che ve le troverà infallibilmente tutte; e trovate che
l'abbia, me n'accusi la ricevuta con rispondermi a tutti i capì
di quelle. Ch'io non posso stare a dupplicare e triplicar lettere
senza proposito, non essendo persona oziosa ma occupata cosi
negli studi come nella cura domestica. Che, alla fin delle fini,
se la mia opera è tale che meriti la spesa del ristamparsi, ciò
si farà un giorno senza mia instanza, non ostanti le machina-
zioni che da un mio malevolo le sono state fatte in Vinezia ed
in Napoli e forse anche le si fanno ora costi. Il che non è in
tutto immaginazion mia, ma ne sento qui alcun buccinamento
dai signori scolari della nazion genovese. La prego in conclu-
sione a darmi del negozio libera ed assoluta risposta, acciocché
né io né V. S. perdiamo il tempo, avendo tutti due altro da
fare. E le bacio le mani.
Di Parma, 25 di marzo 1619.
XXXVII
Al medesimo
Intorno allo stesso argomento.
Mi ragguaglia V. S. per la sua del 4 d'aprile d'aver ri-
cevuto la mia ultima del 25 di marzo. Lodato Iddio che la fe-
deltà del cornerò non è più parzial com'era, ma si communica
a tutti! Dicemi V. S. in questa lettera tre cose, alle quali ri-
sponderò, e poi ne soggiungerò una di mio.
La prima è eh' Ella ha fatto fare una squisita cerca alla posta
per l'altre mie vecchie, e non vi si trovano. AI che rispondo
LETTERE 275
ch'io gliel voglio credere, con tutto che il signor Costantino
Rovere, ch'ai presente vien di Genova, m'abbia mostrato per
avuta da lei una copia manoscritta delle mie allegorie, ch'io
mandai serrata dentro una di quelle che si son perdute. Gliel
credo, dico, perché può anco stare ch'egli abbia ricevuto essa
copia dall'intercettore overo da Parma, ed adesso dica cosi per
alcuna passion ch'egli abbia contra V. S.
La seconda cosa è che '1 carattere con che si dovea ristam-
pare il Mondo nuovo è ora in opera per lo Furio Camillo del
signor Cebà. A ciò rispondo che molto ben mi piace che le
scritture di quel valentuomo sian preposte alle mie; ma m' in-
cresce che questo contradice a quel che V. S. m'avea scritto
nella sua del 2 di febraro, cioè che '1 detto carattere era in pronto
per me e non per altri. Pure anco di ciò io la scuso, perché
questo si dovrà forse intendere di quei soli autori e soli libri
che la bottega imprime a sue spese e non di quegli altri che
pagano, i quali in virtù della moneta devono esser serviti
prima.
La terza cosa è che V. S. mi conforta ad aver flemma per
alcuni mesi, perché finalmente arriverò al mio intento. Rispondo
che, se ben questo discorda da quel eh' Ella m'avea scritto nella
sua del 15 di gennaio, cioè che lo stampadore avea si gran
fretta del mio lavoro che già n'avea composte alcune formette
del primo foglio, io riconcilio il tutto coll'istessa ragion di
sopra, la quale è che, perché il signor Cebà paga ed a me si
stampa gratis, il mercadante avrà avuto più fretta di toccare il
danaio d'altri che di spendere il suo.
E quando ancora colle tre dette discolpe io non m'apponessi
né indovinassi totalmente, non però presumo in V. S. menzogna
veruna, ma attribuisco ogni cosa più tosto a difetto di memoria
che ad error di volontà, giovandomi di credere che sempre
l'animo di lei debba esser tale verso di me quale è il mio verso
di lei. Poiché a squadrar gli amici io non adopero altra misura
che la mia propria, e pensomi ch'ognuno sia simile a me. Di
qui è ch'io non do fede a quel che di costà m'è stato avvisato
da più d'uno. Scrivono che V. S. a' preghi del mio emolo si
276 TOMMASO STIGLIANI
sia nuovamente mutata e che, per compiacere a lui e non per
altro, vada procrastinando questa ristampa. Non do loro fede,
se ben so che V. S. tien con lui intrinsica amicizia e che passa
seco lettere tanto spesse quanto importa lo scriversi l'un l'altro
per ogni posta. Perché so anco che questo si può fare da chi
sia uomo da bene senza mancar di lealtà agli altri amici.
Adunque, non ostante alcuna delle sopradette discrepanze, io
aspetto da V. S. con sicurezza l'effettuazion del mio negozio,
confidando di non aver mai a restare ingannato dalla parola di
lei, si come di galantuomo che la tengo. Alla qual per fine bacio
le mani.
Di Parma, 7 d'aprile 1619.
XXXVIII
A' SIGNORI ACCADEMICI DELLA CRUSCA, A FIORENZA
Si difenda da una critica grammaticale mossagli dall'accademia
intorno alla forma « votti » usata nel Mondo nuovo.
Di quei savi avvertimenti, de' quali le SS. VV. m'hanno
favorito per lor lettere sopra il mio Mondo nuovo, alcuni ho io
già eseguiti, alcuni ho da eseguire, ed a certi non consento.
E quantunque di questi ultimi io mi sia riserbato a divisar diste-
samente con esso loro in viva voce, coll'occasion che dovrò
esser tosto costi di passaggio da Parma per Roma; nulladi-
meno non mi son potuto contener che di presente non iscriva
qualche cosa intorno ad un solo d'essi, il qual pare essere
il più irrefragabile e che non abbia risposta. Forse è temerità
il quistionar di lingua con persone che ne dovrebbono essere
arbitri e che di fatto ne sono; ma, perché la lingua con che oggi
si scrive non è affatto quella con che oggi si parla, e perché
nell'una e nell'altra ho impiegato ancor io qualche studietto (tut-
toché di nascita non sia toscano), non mi vergognerò d'esporre
ora qui alquante mie prove, affine che dalle SS. VV. mi si faccia
veder dove erro e dove giustamente m'appongo. Le quali prove
non son però tutte quelle eh' io potrei sopra tale avvertimento
LETTERE 277
addurre, ma son solamente alcune. E ciò io fo per usar brevità
e per non ripetere interamente quanto ho discorso in lungo nella
mia Grammatica, trattando de' pronomi e degli articoli affissi
a' verbi.
Il detto avvertimento delle VV. SS. è sopra il canto sesto
nella stanza settima:
Roldano, con mia man punir non votti;
dove Elle affermano che, perché non si dice mai in buona
profferenza « votti » per doppia « t », ma si ha sempre a dir
« vóti » per « t » scempia, io non posso isfuggir di non dare in
un de' due inconvenienti: poiché, se dico « votti » ed accordolo
in desinenza (come in effetto fo) con « farotti » e con « motti »,
formo giusta rima ma incorro in barbarismo di pronunzia; e se
dico « vóti », pronunzio bene ma caggio in rima falsa. Al che
per ora io non risponderò dovere anco a me valer per iscusa
quel bisogno del rimare, il quale non solo valse a Dante in
« mirro » per « miro », in « viddi » per « vidi », in « ridure »
per « ridurre », in « Baco » per « Bacco », in « Erine » per
« Erinne », in « isquatra » per « isquarta », in « punga » per
« pugna » (nome che vai « guerra »), in « aborri » per « aberri »,
in « pane » per « panie » ed in altri che non hanno numero;
ma valse al tanto osservante Petrarca in « reggia » per « regia »,
in « equinozio » per « equinozzio », in « caspe » per « caspie »,
in « ségo » per « seguo » ed in simili.
Non vo', dico, servirmi per adesso di questa ragione;
perciocché, oltre ch'io non pretenderei mai d'usurpare autorità
ma schiettamente d' impetrar tolleranza, credo che tal perdono
e che tal dispensa non mi bisogni per ancora; ma me ne farebbe
di mestiere quando finalmente, per mezo degli insegnamenti delle
SS. VV., io conoscessi non avere in mio favore il diritto uso
grammaticale. Dico dunque che, se ben confesso esser regola-
tamente detto e pronunziato «vóti», come oggi costuma di far
la lingua fiorentina, niego però non potersi anco secondo re-
gola dire e pronunziar « votti », come ho scritto io. Ed ac-
ciocché le SS. VV. veggano essere stati da me considerati i
278 TOMMASO STIGLIANI
fondamenti dell'uno uso e dell'altro, io gli stenderò per ordine
tutti e due.
Ma prima convien che concordiamo in determinar che cosa sia
« gì » infranta e che cosa « gì » grossa, affine che tra noi non si ra-
gioni invano, ma sopra principi accettati e consentiti. «GÌ» infranta
(conforme insegna il Salviati, e prima di lui la scuola de' deputati
del 1573, ed anco conforme accennano le VV. SS. istesse nel
Vocabolario) si è quella che sottilmente si pronunzia e quasi in
suono di due « 1 »; come si sente in « maglio », vulgar di « mal-
leus »; in « medaglia », vulgar di « metallea »; in « aglio », vulgar
di « allium »; in « begli », vulgar di « belli », da « bellus » agget-
tivo; in « quegli », vulgar di « illi », ed in simili; e come parimente
la fanno sentir gli spagnuoli nelle loro due « 1 », dicendo « ca-
stiglio » per « cast ilio », « viglia » per « villa », « oglia » per
« olla », « sigila » per « siila » ed altri. « GÌ » grossa si è quella
che si proferisce non ammaccata ma con ambedue i suoi compiti
suoni, come si sente in « gloria », in « negligenza », in « egloga »,
in «inglese», in «glicerio», ed in altrettali. L'infranta è una
sola lettera per sé doppia, benché si scriva con due caratteri
non suoi, per non avere il proprio; ma la grossa è due lettere
separate, e di questa non si parlerà, la quale non è ora al
caso.
Ciò stante, è proprietà di molti nostri nomi e di molti nostri
verbi e d'altre parole il liquefar nella pronunzia la detta « gì »
infranta, o le due « 1 », o la « 1 » semplice; cioè il farle diventar
vocali e poi per mezo della sinalefa apostrofarle e tacerle, es-
sendo l'apostrofo non altro che la nota d'essa sinalefa. Onde
si come, per esempio, da « capegli » o da « capelli » si fa « capei »
e poi « cape' », e da « tali » e da « quali » si fa « tai », « quai »
e poi « ta' » e « qua' »; cosi da « togli » o da « tolli » o da
« toli » (che in tutti i tre modi si dice) si fa « toi » e poi « to' »,
e da « sciogli » si fa « scioi » e poi « scio' », e da « accogli »
si fa « accoi » e poi « acco' », e da « meglio » si fa « meio »
(come dicono i lombardi) e poi « mei » e poi « me' », usati da
buoni scrittori, non meno ch'in verso, in prosa. Né ciò dee
parere strano, mentre il mutar la « 1 » in « i » è tanto naturale,
LETTERE 279
che la lingua de' toscani trascorre a farlo eziandio dove non do-
vrebbe, e dice « toito » per « tolto », « sciolto » per « sciolto »,
« accolto » per « accolto », « altro » per « altro » e si fatti. Con
questa medesima regola facciamo da « voglio » « voio », e da
« voio » « vói », e da « vói » « vo' »; e parimente da « voglia »
nome facciamo « vola », e da « vola » « vói » e da « vói » « vo' »;
siccome da « paio » (cioè coppia) facciamo « pai », e da « pai »
« pa' »; e da « Pistoia », « Pistoi », e poi « Pisto' »; e da « gioia »,
« gioi », e poi « gio' »; e da « Cataio », « Catai », e poi « Cata' ».
Se bene alcuni non curano d'apostrofarli e gli scrivono coli 'ac-
corciatura prima. Il che fé' Guido giudice messinese:
E tutte l'a'tre gioi de lo bel viso.
E fèllo Dante da Maiano:
E 'n gioi poggiare e 'n tutta beninanza.
E fèllo Guitton d'Arezzo:
Durar centra sua voi, centra suo grato.
E dopo loro l'Ariosto:
La bella donna del Catai regina.
Ed in altro luogo:
Quel eh' al Catai non avria fatto forse.
Il qual verbo « vo'», come monosillabo ch'egli è, s'accentua
sempre acuto per se stesso, cioè con innalzamento di voce; ma
in composizione acquista accidentalmente natura di grave, cioè
d'abbassamento di voce, per rispetto della «i» sincopatavi
dal detto apostrofo e sottintesavi. Per lo che, giungendosi con
articolo o con pronome, quantunque si proferisca acutamente,
non ha virtù di raddoppiar la lettera che segue.
E di qui è che si dice « vóti » (cioè « vóioti » o « vólti ») e non
« votti ». Perciocché, a voler eh 'una monosillaba acuta conservasse
la sua forza (che è il fare il raddoppiamento), bisognerebbe non
aver ella tramezo di sincopa tra sé e la parola seguente a cui s'ac-
coppia; quali sarebbono, verbigrazia, queste: « io follo » per « io
28o TOMMASO STIGLIANI
lo fo », « io sollo » per « io lo so », « io dolio » per « io lo do »,
le quali nel proferirsi fanno tutte sentire a doppio la consonante
della seconda sillaba. Ma quando fra le due parole che si con-
giungono si trova essere essa sincopa (che sincopa diventa vera-
mente la prefata sinalefa, dove la sua lettera apostrofata non
sia finale ma mezana), il congiungimento non è stretto né cal-
cato, ma resta, per cosi dire, largo e lento. Per cagion che esse
due parole non arrivano a comprimersi una coli 'altra, in foggia
che ne risulta raddoppianza di consonante, stante che la « i »
liquida, ancorché non vi si pronunzi ma vi stia scolpita, vi si
sottintende virtualmente.
Il contrario avviene poi quando il detto «vo'» è accorciato
non da « volo » per liquidazione e da « vói » per sinalefa,
maxia « voglio » intero, per un'altra figura, che chiamiamo « apo-
cope » pur dal nome greco. La quale, perché dalla parola leva
nettamente l'ultima sillaba, da « voglio » leva « glio » e fa « ve'»;
si come anco da « tieni » leva «ni» e fa «tie'» e poi «te'»,
e da « sape » leva « pe » e fa « sa », e da « face » leva « ce »
e fa « fa », e da « vade » leva « de » e fa « va », e da « puote »
leva « te » e fa « può », e da « frate » leva « te » e fa « fra »;
ed altri assaissimi cosi verbi come nomi.
Avvien, dico, nel detto « vo' », quando egli è apocopato
e componsi, il contrario che quando è sincopato in composizione.
Perché esso, in tal caso, non solamente s'accentua con acutezza
e senza apostrofarsi, ma rattien la propria facoltà e vigore, cioè
resta atto a geminare ogni consonante che potesse a lui seguire
in sua compositura. Onde, giungendosi con qualsivoglia arti-
colo o con qualsivoglia pronome, raddoppia necessariamente
la lettera seguente: e cosi di « voglioti », levando via « glio »,
fa « votti » e non «vóti»; e l'istesso accade dell'altre parole
mezzate ch'abbiamo registrato. Perché di «tie'» e di «lo»,
per esempio, si compon « tiello » e non « tielo »; di « sa » e di
«lo» si compon « sallo » e non «salo», di «fa» e di « lo »
si compon « fallo » e non « falò », di « va » e di « lo » si compon
«vallo» e non «vaio». E quel che dico dell'articolo «lo»
s'intenda detto di qualunque altro e di tutte quante le particelle
LETTERE 28 I
affigibili: « mi », « ti », « si », « vi », « ne » e somiglianti. Il qual
doppio modo di potersi prononziar « vóti » e « votti » non è
solamente commune a questi verbi e nomi pur ora detti; ma
agli altri verbi nominati di sopra, cioè a « togliere », a « scio-
gliere », ad «accogliere» e si fatti, e' hanno la prima voce
terminante in « oglio », qualunque volta ad essi s'accozzi articolo
o pronome o altro. Perciò potremo indifferentemente dire « tolo »
per « toilo », e « tollo » per « toglilo » o per « tollilo » o per « te-
lilo »; « sciolo » per «scioilo», e « sciollo » per «scioglilo»;
« accolo » per « accollo » (che disse Dante nel canto decimo-
quarto del Purgatorio:
E dolcemente, si che parli, accòlo),
ed « accollo » per « accoglilo ». Che pur questo è di Dante nel
verbo « raccoglie » o « raccolere », avendo egli detto nel deci-
mottavo à^W Inferno « raccògli » in terza persona per « gli racco»
o per « gli raccole »:
Infine al pozzo che 'i tronca e raccògli.
Il cui sentimento è questo : infino alla buca che gli termina
e gli riceve in sé, cioè termina e riceve quelli, intendendo per
« quelli » gli argini e i fossi del cerchio ottavo.
Questa seconda maniera apocopata, con tutto che oggidi nel
parlare vivo Ji Firenze sia meno usitata, ella è tuttavia toscana
e trovasi spessissima nelle buone scritture, si come quella eh' è
più intesa dall'altre nazioni d'Italia, le quali ne' lor dialetti la
pratticano tutte. Di qui è che l'Ariosto, per rendersi più intelli-
gibile, non valse dir « tòmi » da « toimi », ma disse « tonimi »
da « toglimi »:
Tommi la vita giovane, per Dio.
Di qui è che '1 Tasso (mi perdonino le SS. VV. questa men-
zione) non volse dir « fuggimi » da « fuggiimi », ma disse
« fuggimmi » da « fuggi vimi »; e le parole son queste:
Pure in parte fuggimmi erma e lontana.
282 TOMMASO STIGLIANI
Il qual preterito finiente in « ivi » è latino d'origine, ma scritto
da' toscani antichi e ragionato da' pugliesi odierni : « io mi fug-
givi », cioè «io mi fuggii». E di qui è ch'anch'io, per es-
sere inteso, volsi (oltre il predetto « votti » del Mondo nuovo)
dir nel Canzoniero « tolla » da « toglila » e non « tola » da
«toila»:
Tolla e sarai per essa in ogni piaggia.
Ma lasciamo gli autori non nativi di Toscana. Dante mede-
simo, per non dir « femi » da « feimi », disse due volte « femmi »
da «fecimi», per questa apocope; l'una in rima, accordandolo
con « tiemmi » e con « rendemmi »:
. . . eh' io caddi vinto; e quale allora femmi
salsi colei...,
e l'altra in mezo al verso:
Tal eh' io varcai Virgilio e femmi presso
all'un de' duo.
Oltre di ciò, egli, per non dir «^trane » da « traine», disse «tran-
ne » da « traggine » :
Rispose al detto mio: — Tranne lo Stricca. —
Ed altrove:
E tranne la brigata in che disperse.
Seguitato poi dal Tasso, che disse:
Tranne Rinaldo.
E, per non dir « trati » da « traiti », disse « tratti » da « trag-
giti»:
Tratti avanti, Alichino e Calcabrina.
Immitato appresso dall'Ariosto nelle Satire.
Tratti, compar, quella panziera.
LETTERE 283
Dopo Dante, il Petrarca (che più importa), per non dir
« desi » da « deesi », disse « dessi » da « debbesi », apocopando
« debbe » in « de' » acuto:
Errar non dessi in quel breve viaggio.
Seguito dal Tasso:
Non più dessi all'antiche andar pensando.
E per non dir « partimi » da « mi partii », disse « partimmi »
da « mi partivi », breviato in « parti' »:
L'altrier da lui partimmi lagrimando.
Ed usò similmente « parti' » senza compagnia di pronomi:
Non m'ingannò quand'io parti' da lui.
Ma prima Dante l'avea usato intero:
In quella forma lui parlar udivi,
cioè « udii ». Più di tutti si servi di tal preterito il Boccaccio,
dicendo nel Filocolo ^ al libro quarto: « Però intendo di tornare
onde partimmi ». E nella Visione al canto quarantesimoquarto:
Sentimmi poi del petto il cor sottrarre.
E nel medesimo:
E in ciò pensando, subito nel core
punger sentimmi.
E nel canto quarantesimosesto:
A cui io per mia voglia consentimmi.
E questo è in rima. Aggiungasi a' sopracitati che il Cavalca,
per non dir « ritralo » , disse « ritrailo » nel capitolo undecime
del Pungii. « Che gli toglia la fama e ritrailo da Dio ». Ed ag-
giungasi che '1 Pulci minore, per non dir « dièmi » da « dieimi »,
disse « diemmi » da «diedimi»:
Quand'io per servo a te leggiadra diemmi.
284 TOMMASO STIGLIANI
Anzi r istessa pronunzia vivente di Firenze è tanto amica
di raddoppiar lettere in queste unioni di parole ed in questi
accoppiamenti di monosillabe, che alle volte si fa per un cotal
vezzo ed usanza e contra la sua regola propria, dicendo « sot-
trarre » da « sottraere » più tosto che «sottrare», come si do-
vrebbe per la sinalefa; e cosi « ritrarre » e « contrarre » e « di-
strarre » ed « attrarre » ed il resto. E dice « tònne » da « toine »
più tosto che « tòne », e « sènne » da « seine » più tosto che
«sène». Se pur non si vuol dire ch'anch'ella si vaglia del-
l'apocope innavvertitamente e non se n'accorgendo. Benché (a
parlar con più verità) l'innavvertenza non è della lingua in
astratto e della pronunzia, ma è d'alcuni pronunziatori, con pace
loro, i quali alla pronunzia vorrebbono violentemente imporre
quelle regole ch'ella ricusa si come cose contrastanti alla sua na-
tura: dico il volere a lei fare più spesso scempiar le consonanti
che geminarle. Senza che, essa vivente pronunzia dice sempre
« chiamommi » per « mi chiamò » e non mai « chiamòmi » per
« chiamoemi »,ed « andovvi » per « v'andò »e non mai «andòvi»
per « andoevi », e « fussi » per « si fu » e non mai « fusi » per
« fuesi », e « perdessi » per « si perde » e non mai « perdési » per
« perdeesi » o per « perdeosi » ; non ostante che tutte queste
seconde terminazioni da lei disusate siano regolate ancor esse,
e si conformino al vero idiotismo fiorentino, e si leggano in
Dante coli' istesse parole e con altre moltissime di simil fatta.
Per cagion del quale suo disuso non v'è mancato toscani ch'ab-
biano in esso Dante notate le dette parole come licenzia usur-
pata per necessità di rima; ed uno n'è stato il Varchi nel suo
Ercolano, le cui precise parole son queste: « Perché, avendo detto
in quel luogo regolatamente:
Volseci insù colui che si parlonne,
disse in un altro fuor di regola:
Perché lo spirto che di pria parlòmi»?
Che più? Questo tal costume dell'apocopare i verbi e i nomi
ed apocopati accozzargli con altre voci, è tanto più frequentato
LETTERE 285
e più spesseggiato, che alcuni altri intendenti della lingua hanno
voluto che quello del liquefarvi le lettere e dir « vóti » per
« votti » e simili non sia regolato, ma falso affatto ed affatto ar-
dito: il che non dico io in foggia veruna, ma 1' ho per tosca-
nissimo. Ed a questo disuso riguardò forse il Bembo, quando
(secondo che testimonia il Castelvetro nella Giunta alla parti-
cella, 45) rispose a Giovanni Stefano Eremita, ferrarese, che
se quello « accòlo » di Dante fusse stato verbo, come esso asse-
riva, e non avverbio, avrebbe avuto la « 1 » doppia e detto
« accollo ». Ed invero, se '1 Bembo fé' realmente tal risposta (oltre
che poi nelle sue Prose al terzo libro si corresse), merita qualche
perdono del suo errore, potendo aver letti ne' sopradetti autori
approvati non pochi esempi di parole composte e di semplici,
nelle quali si fa l'apocope dove sarebbe più ragionevolmente
dovuto farsi la sinalefa e l'apostrofo; se bene Celso Cittadini, il
qual per avventura non avea tanto osservato quanto esso Bembo,
biasima di ciò quello nel libro suo <1q\V Origvii con troppo altiera
libertà e troppo magistralmente. Non mi piace mai l'esser pro-
lisso, e tanto meno al presente colle SS. VV., che antiveg-
gono prima ch'io favelli: perciò mi basterà citarne alquanti luoghi
in cambio de' molti.
Dice il Boccaccio nel secondo libro del Filocolo del testo
fiorentino: « Di questa casa ti partirai ed andranne a quella
d'Ascalione ». E nel quinto: « E potranne tu andar con isperanza
ch'egli alcuna lagrima porgerà alla tua morte ». E dice nel
quarto: « S'el fusse quell'uomo ch'esser derrebbe, il derrei so-
stenere ». E nel terzo: « Non derrebbe esser da te lasciato giam-
mai ». E nel detto secondo: « Tu lo derresti ben pensare ». Ed
anco: « Né alcuno ordine arrebbe a' composti capelli ». E di più:
« Tu arrai molti diletti ». E dice nel quinto della Fiammetta:
« Sono essi della tua memoria usciti o bagli tu nuovamente
adoperati ad irretir la presa donna i* ». E dice il Petrarca nel testo
pur fiorentino de' Giunti :
Guardagli intorno e vidi il re Filippo.
Da' quali esempi si mosse l'Ariosto a dire:
E per lo creder mio, tu berrai netto.
286 TOMMASO STIGLIANI
Più non trattengo le SS. VV. in allegazioni. Solo esamino
brevemente i pochi luoghi allegati e finisco.
Nella parola « andrai » dovea farsi la sinalefa nella « i » e
dirsi « andrà'», e poi componendola col « ne » farne « andrane »
con «n» scempia; e pur per contrario ella s'è apocopata in
«andrà» accentuato, e poi s'è composta in « andranne » con
doppia «n»; ed altrettanto s'è fatto di « potranne ». Cosi, né
pili né meno, è avvenuto delle parole « derrebbe », « derrei »
e « derresti », ed « arrebbe » ed « arrai ». Perciocché le tre prime
vengono da « decrebbe », da « deerei » e da « deeresti », e dovea
dedursene per sinalefa « derebbe », « derei » e « deresti »; e
pure si è loro raddoppiata la « r » per apocope. Né si può dire
che si siano scortate da « deverebbe », « deverei » e « deve-
resti »; perché, se questo fusse, diriano in altra maniera, cioè
« devrebbe », « devrei » e « devresti », che questa sola è la le-
gittima lor sincopa. Il medesimo si può discorrere di « arreb-
be » ed « arrai », che debbono dire « arebbe » ed « arai », ve-
nendo da « aerebbe » e da «aerai», e non da « averebbe » e
da « averai », la cui sincopa è « avrebbe » ed « avrai ». Si come
parimente « berrai » non può esser contratto da « beverai », per-
ché cosi direbbe « bevrai »; ma si contrae da « beerai », ed
avrebbe a dir « berai », e ciò non ostante dice « berrai ». « Hagli
tu » e « guardagli io » vengono da « baili tu » e da « guar-
daegli io »; onde verrebbono a dire « bali » e « guardali ». Ma,
dicendo «hagli» e «guardagli», s'è fatto per apocope, come
se dicessero «halli» e « guardàlli », avendo sempre la «gì»
infranta suono di due « 1 », secondo stabilimmo.
Né dà noia che « gli » e « li » articoli, quando stanno da sé
e non son composti, sieno l'istesso, cioè che « gli » vaglia per
« li »; atteso che in composizione ciaschedun d'essi in virtù del-
l'accento suona per « 1 » iterata. Per figura, quando l'articolo
genitivo « de li » è due parole, la seconda si pronunzia con
« 1 » scempia. Ma quando esso si comprime in una, cioè in «deli»,
la « 1 » per virtù dell'accento si fa doppia e dicesi « delli ». E
l'istesso si può dir di « degli », la cui seconda sillaba, contenendo
virtualmente due « 1 », non può in composizione sonarne una.
LETTERE 287
Atalché, se questi ultimi esempi da me prodotti e dichia-
rati vagliono qualche cosa, tornando noi al nostro « vo' », po-
tremmo dir ch'esso, o che si fusse accorciato da « voio » o che
da « voglio », potesse sempre comporsi in « votti » per due
« t ». E dire insieme potremmo che '1 Bembo non avesse in
tutto errato in voler che « accòlo », dove fusse verbo e non av-
verbio, avesse a dirsi «accollo»; e che, in conseguenza, la si
risoluta riprensione che il detto Cittadini gli fa riuscisse arro-
gante e temeraria. Ma, in tanta dovizia di ragioni, io rinunzio
questa terza e m'attengo alle due sole prime, che sono la buona
sincopa per via di sinalefa e la buona apocope per via di moz-
zamento. Ben credo che il «vo'» si sia da' nostri breviato più
tosto nel secondo modo che è l'apocopato, che nel primo che è il
sincopato; onde perciò sia più da spesseggiarsi nelle scritture
«votti» che «vóti». E la ragione è liquida e chiara. Impe-
rocché, se nel modo primo si fusse breviato, ne seguirebbe che
l'accorciamento non si potesse fare se non solo dove la parola
succedente cominciasse da consonante, come è, verbigrazia,
« vo' fare », « vo' dire », « vo' prendere », « vo' lasciare »; stante
che per questa schietta ragione e non per verun' altra la « gì »
infranta si dilegua e cade dalla pronunzia, diventando «i». Il
che da ciò si conosce chiaro: che '1 Boccaccio nella novella
della Belcolore disse toscanamente: « Adunque tòi tu », perché
a « tòi » segue « tu », che comincia da consonante. E non
avrebbe detto « Tòi adunque tu », perché a « tòi » segue « adun-
que », che comincia da vocale; ma detto avrebbe: « Togli adun-
que tu ». E disse altrove « quei sassi », « quei giorni », « ai sassi »,
« ai giorni »: e non avrebbe detto « quei animali », « quei uffici »,
« ai animali », « ai uffici »; ma detto avrebbe « quegli animali »,
«quegli uffici», «agli animali», «agli uffici». E cosi in tutte
l'altre somiglianti occorrenze. Ma esso verbo « vo' » noi veg-
giamo che si trova usato non pur seguendo consonante ma se-
guendo vocale, come è quando si dice: « vo' andare », « vo' eleg-
gere », « vo' intendere », « vo' osservare », « vo' udire » e va'
discorrendo. Di che non pure stanno piene le carte de' toscani
in iscrivendo, ma le lor bocche in parlando. La qual seconda
288 TOMMASO STIGLIANI
breviatura vien senza dubbio dall'apocope e non può venir
dallo apostrofo, che non ha luogo ove segua parola cominciante
da vocale.
Per tutte dunque le fatte considerazioni io conchiudo che '1
mio accordar nella fin del verso « votti » con « farotti » e con
« motti » non dovrebbe alle SS. VV. parer grammatica falsa o falsa
rima; mentre non solamente può dirsi « votti » e « vóti », ma
« votti » è quasi più toscano che « vóti ». Pure, quando per
isventura la si grande apparenza del vero m'avesse in questa
parola gabbato, io le prego ad usar la carità del levarmi le tra-
veggole, col farmi conoscere la fallacia della mia imaginazione.
E per fine lor bacio le mani.
Di Parma, i6 d'aprile 1619.
XXXIX
Al signor cavalier Marino, a Parigi
Protesta di non averlo voluto offendere in un famoso brano
del Mondo nuovo (i).
Io non mi sono maravigliato punto che alcuni poetastri di
Parma e di Bologna, interpretando falsamente per dette contra
V. S. quelle tre stanze del mio poema le quali trattano del
« pesciuomo » (o diciamo « uomo marino »), abbiano poi scritta
la loro interpretazione a molti ed in particolare a V. S. me-
desima sino a Parigi. Poiché essi, oltre l'essere ignoranti e
d'intelletto storto e fatto a roverscio, sono anco si miei ma-
levoli, che per lunga usanza hanno sempre cercato e tuttavia
cercano di nuocermi con varie invenzioni ed insidie, quantunque
insino a qui non ne sia loro riuscita veruna. Ma ben mi sono
maravigliato all'incontro quando ho saputo, per una lettera di
Santi Magnanini scritta da Parigi a Parma al marchese Oberto
Pallavicini e per un'altra scritta a me da monsù d'Urfé, che
(i) Per la risposta del Marino si veda nel primo volume, p. 222.
LETTERE 289
V. S. abbia a questa calunnia prestato il totale assenso della
sua credenza. Poiché Ella, riamando me come io amo lei ed
essendo quella celebre persona e quel nomato poeta che è, non
ha la cagion ch'essi hanno di volermi male, la quale è la sola
invidia ed il solo livore; massimamente questi di Parma, per
rispetto dell'abitar ch'io ci fo, dove la mia presenza gli offende
non poco col fargli parer da meno che non parrebbono s'io
fussi altrove.
Questo credere di V. S. (presupposto che tra noi passi vero
amore, quale realmente passa, e che Ella sia un valente vir-
tuoso, quale realmente è) m'ha recato doppio stupore.
Primamente io mi sono stupito perché giudicavo che V. S.,
come sincero amico e reciproco e come delia mia fede assi-
curato per più prove, dovesse misurare il mio animo dal suo
e presumere ch'io non potessi avere avuto giamai intenzion
d' ingiurar lei sotto tal velame; se pure non voleva Ella farmi
questo si gran torto, il quale è di stimarmi si fattamente
piggior di sé nell'amicizia, che credesse ch'io avessi fatto verso
di lei quello ch'Ella pretende che non farebbe mai verso di
me. Tanto più, avendola io lodata apertamente in più d'un
luogo del mio Canzoniero stampato ed anco spessissimo a bocca
nelle pubbliche accademie e ne' ragionamenti famigliari, secondo
eh' è noto per tutto e secondo che può il medesimo Magna-
nini farne costi a lei testimonianza di certa scienza. 11 quale,
essendo stato molti anni scolare nello studio di Parma ed avendo
non poco frequentata la mia casa e la mia conversazione (per
lo vincolo del dottor Magnani, suo lettore e mio dilettissimo
amico, che è meco ogni giorno), m'ha sentito parlare onore-
volmente della persona di V. S. non meno d'un migliaio di
volte.
Appresso io mi sono stupito, perché mi persuadevo che
V. S., come uomo che professa belle lettere e che di quelle
ha rivoltati a' suoi giorni non pochi volumi, dovesse aver più
fiate letta ed udita l'istoria naturale del predetto pesce mostruoso
simile agli uomini, il quale si chiama anco « cavalier marino »
dal cavalcar ch'egli fa gli altri pesci, essendo solito d'esser
G. B. Marino, C. Achillini e G. Preti, Lettere -\\. 19
290 TOMMASO STIGLIANI
veduto ora sopra la foca (o diciam vitel marino), come asse-
risce Plinio, ed ora sopra il cavallo. Il che cenno Virgilio nella
Georgi e a :
. . . magnuni qui piscibus aequor
et iuncto bipedum ciirru ìnetitiir equorum.
Avendo chiaro riguardo che le poetiche finzioni di Proteo
e della Sirena e degli altri dèi marittimi traessero origine dal
fondamento naturale, il quale è che in mare si trovano animali
di figura non dissimile all'umana. Questa istoria è veramente
notissima e toccata da molti scrittori antichi e moderni, i quali
concordemente attribuiscono ad esso pesce tutte quelle pro-
prietà e titoli da me menzionati nelle prefate mie stanze del
Mondo nuovo. Ma in particolare lo fa l'autor d&W Epitome del-
l'Ortelio nel principio, e Vanior à.&\V Epistole scritte ad Aristo-
tele, che si leggono colla Vita d' Alessandro presso a Quinto
Curzio. Le quali cose esser tutte vere io mostrerei più appieno
e con più ampie prove, quando V. S. mi si lasciasse intendere
di voler saperlo. E mostrerei medesimamente d'aver tolta di
peso tal menzione da più d'uno istorico moderno del proprio
nuovo mondo; provando inoltre esser falso che si fatto mostro
si chiami « cavallo marino » e non « cavaliero », siccome dal
sudetto Magnanini io sento che V. S. dice. Il che veramente
è un prendere in cambio e quasi uno equivocare da « cavallo »
a « cavaliero », quantunque per testimonio di Gelilo « eques »
in latino si dica non solo il cavaliero ma talora il cavallo, onde
dicendosi «eques marinus» si possa intendere «cavallo di mare ».
Il quale equivoco non può nel caso nostro aver luogo né in
latino né in italiano. Non in latino, perché, trattandosi qui del
solo animai cavalcatore e non d'altro, di quello ci convien for-
zatamente intendere. Non in italiano, perché, avendo noi messo
alle due differenti cose differente nome, non erriamo in chia-
mar « cavaliero » chi cavalca e « cavallo » chi è cavalcato, là
ove di facile erreremmo in fare il contrario.
Ora, comunque ciò sia e da cheunque nasca che questi
buoni uomini di Parma e di Bologna abbiano potuto tirar V. S.
LETTERE 29I
nella loro opinione, a me non ha da importar più che tanto
l'investigarlo. E bastami qui dire a lei ingenuamente (conforme
al solito mio) che in quelle stanze io non l'ho offesa di sorte
niuna, dico né col pensiero né coll'opera: atteso che l'ho com-
poste molti anni prima che V. S. fusse cavaliere e sopra sog-
getto vero; e non mi son mai accorto di questa sospettosa dup-
plicità di senso se non solo dopo la maligna esposizione de'
prenominati malevoli, in tempo nel quale essi versi erano già
stampati ed andati per tutta Italia e fuori.
Della qual verità una parte mi può esser testificata appo
V. S. da V. S. istessa, cioè che io le componessi innanzi del
suo cavalierato. Perché, essendo Ella di tenace memoria come
è, si dovrà infallibilmente rammemorare ch'io in Parma, molti
anni sono, coli 'occasione di leggere a lei tutto il canto pre-
ciso, le feci sentire ancor quelle stanze, e n'ebbi il suo applauso
e conseguentemente il suo consenso. Ciò fu in casa del signor
conte Pomponio Torelli, presente lui medesimo con alcuni genti-
luomini virtuosi, dico i signori Eugenio Visdomini, Scipion Rosa,
Lorenzo Smeraldi e qualch'altro che adesso non mi sovviene.
De' quali il signor Rosa in particolare conserva di questo fatto
cosi fresca ricordanza, che più volte m'ha detto di volerne scri-
vere a V. S. a fin di ridurglielo in mente, in caso che se ne
fusse scordata; se bene io confesso che frattanto, per più cau-
telarmi, me n'ho fatto da lui fare una fede in iscritto, perché
voglio ch'in tutti i tempi apparisca chiara la schiettezza mia e
la verità di quel che una volta ho detto.
Per tutte le quali cose da me fin qui narrate io mi do ora
ad intendere di non meritar che da V. S. sia esercitato atto
alcuno d'ostilità o di nemicizia verso la mia persona, siccome
nelle dette lettere esso Magnanini ed esso monsù d'Urfé affer-
mano che in parte Ella abbia già fatto nella Galleria ed in
parte minacci di voler fare nella Sampogna e néW Adoìie , opere
non ancora stampate né finite; oltre l'avere apparecchiati alcuni
sonetti satirici, intitolati Le smorfie, per pubblicarmegli contra e
fargli correre manoscritti, nella guisa che fece i già composti
contra il Murtola, chiamati La murtoleida.
292 TOMMASO STIGLIANI
Non ho, dico, offeso V. S. in modo alcuno né secondo la
forma dell'ingiuria, la quale è la volontà, né secondo la ma-
teria di quella, la quale è il fatto. Non secondo la forma, per-
ché non ho avuto intenzion d'offenderla, e niuna azzione è
ingiuriosa se non è volontaria, si come determinano tutti i filo-
sofi morali, tutti i leggisti, tutti gh scrittori di duello, e si come
comprova il commune ed antico consentimento del mondo. Della
qual mia intenzione nessuno può esser legitimo dichiaratore se
non io medesimo, che la so sicuramente, ed a me e non ad altri
s'ha in ciò da credere e da riportarsi; che troppo esorbitante
cosa sarebbe l'avere a toccare ai miei nemici di Bologna e di
Parma il determinare qual sia il pensiero del cuor mio. A cia-
scuno appartiene e ragionevolmente si spetta la dichiarazion
dell'animo proprio: e cosi s'usa e prattica giornalmente fra i
cavalieri e fra i soldati e fra tutti gli altri generi d'uomini degni;
le cui parole concernenti materia d'onore, quando per sorte
s'incontri esser sospette di maldicenza, purché sieno spianate
dal dicitore per cose non dette contra colui che si tiene offeso
ma in altro sentimento, quel tale è obligato di stare alla sod-
disfazzione, ed esso dicitore rimane scolpato. Non ho offeso
V. S. secondo la materia dell'ingiurie, perché ho nominato il
« cavalier marino» in proposito d'istoria naturale sottordinata
a raccontamento d'azzion civile e non in occasion di biasimare
amici o poeti. Sicché neanco per ragion di soggetto si può
in quel luogo intendere di V. S., contrastando a ciò la beni-
gnità del sito in che si trovano esser poste le mie parole. Anzi
chi volesse tribuire a quelle non il primo senso, eh' è diretto
e proprio, ma il secondo, che è sinistro e sforzato, bisogne-
rebbe insieme credere ch'io dicessi di V. S., con poche cose
possibili ad applicarsi, moltissime altre impossibili e discrepanti,
le quali non possono convenire alla sua persona in veruna ma-
niera. Il che sarebbe contra il consueto di simili allusioni amfibo-
logiche, che usano di stendersi colla doppiezza dello scherzo a
tutte le parti della finzione o almeno alle più.
Le poche cose possibili ad applicarsi a V. S., secondo i
predetti malevoli, sarebbono solamente queste tre: che V. S.
LETTERE 293
fusse (mi perdoni) bestiale, quale è quel mostro; che fusse in-
gannatore, quale è la sirena sua femmina; e che, si come la
scimmia marina contraffa gli atti altrui, cosi V. S. rifacesse
gli altrui componimenti. Ma le moltissime impossibili sarebbono
quest'altre: che V. S., ch'ora è in Francia, fusse stata trovata
nell'America centoventi anni fa ed innanzi della sua nascita; che
Ella, che è uno individuo, fusse una spezie; che Ella, eh' è uno
uomo, fusse un pesce; che Ella, che vive in terra, vivesse in
acqua; che Ella, che ha la figura come gli altri uomini, avesse
membra maravigliose; che Ella, che è viva, fusse stata veduta
morta; che Ella, la cui carne non è buona da mangiare, fusse
a questo effetto stata presa da un pescator colla rete; che Ella,
che è intera, fusse meza; che Ella, eh' è libera, fusse stata ven-
duta; che Ella, che è di persona non mal formata, fusse di fat-
tezze simili alla scimmia; e finalmente che Ella, che è una
legittima opera della natura, fusse uno scherzo di quella. Le
quali impossibiltà non sono mie imaginazioni, ma son veri
sensi che realmente si trovano essere nelle parole d'essi versi.
Che però sarà bene che con questo pensiero V. S. torni a
rilegger quelli, dove so che subito raffigurerà adeguata corri-
spondenza a quanto io dico.
In questo fiume e per lo mar vicino
vive il pesciuom con sue mirabil membra,
detto altramente il « cavalier marino»;
verace bestia, bench'ai vulgo uom sembra,
che nulla fuor che l'alma ha de ferino
e tutto a nostra iniagine rassembra,
figlio della Sirena ingannatrice
ed alla madre egual, se '1 ver si dice.
I cristiani veder non ne poterò
altro eh' un solo, il qual fu lor mostrato
da un pescator, che non er'anco intero,
ma già dal cinto in giù per prezzo dato.
Esser dovria quest'animale invero
« scimmia del mar » più che « pesciuom » nomato,
poich'a quella è più simile ch'a questo,
ed è ciò che far vede a rifar presto.
294 TOMMASO STIGLIANI
Oh ammirabil opere e stupende
della saggia natura ed ingegnosa!
in quante guise ella a scherzar si stende
nel dar figura alla vivente cosa!
Essendo dunque in queste stanze (come V. S. vede) più
assai le parole che non si possono allegorizare che quelle che
si possono, si dee probabilissimamente conghietturar da ognuno
che a caso sia avvenuto e non per mia malizia ch'alcune po-
che s'approprino a sentimento cattivo. Si come (per modo
d'esempio) a caso avvenne una somigliante cosa a quello schiavo
fuggito di Costantinopoli, il quale, ciarlando un giorno al po-
polo nella piazza di Ferrara e biasimando i vari padroni ch'egli
avea serviti, concluse il suo parlare con queste parole: — I turchi
insomma sono una mala razza. — Per lo che alcuni ignoranti
che cogli altri stavano ad udirlo, credendo che ciò s'inten-
desse di quella onoratissima famiglia che è in Ferrara e chia-
masi Turca, gli diedero qualche noia.
Ma io fo male a cercare esempi di somiglianza dove n'è
uno d'assoluta identità, per cosi dire. Che io abbia potuto
comporre quelle stanze senza pensare a V. S. e prima ch'Ella
fusse cavaliere, non è punto impossibile, se ben può alcuna pic-
ciola parte d'esse adattarsi ora a lei. Anzi è altrettanto veri-
simile quanto è vero; mentre non solamente sogliono in diverso
tempo accader per fortuna cose che tra lor s'assomigliano tanto
o quanto, ma è accaduta con verità questa nostra cosa mede-
sima quasi ad ìinguem in altro secolo lontano dal nostro. Odalo
V. S. e stupisca. Il Burchiello, poeta burlesco che va per le
stampe e ch'Ella avrà sicuramente Ietto, visse in Firenze negli
ultimi tempi della republica, quando anco appunto il Colombo
fece la conquista del nuovo mondo, che è il soggetto del mio
poema. Costui scrive fra gli altri un sonetto coduto contra un
cavalier Marino napolitano, dicendogli ch'egli è un babbuino
d'India e che ha fatto in Firenze rincarare il cavolo, e che inol-
tre è un becco e che la sua casa è piena di teste cornute.
Che più? Il Doni, commentator dell'opera, trattando di dichia-
rare e d' interpretar questo sonetto ed esaminando le varie
LETTERE 295
esposizioni che da altri vi si facevano, soggiunge, per rendere
l'avvenimento più mirabile, queste formate parole: « Perché non
ci metton mano questi umoristi, se credono tante cose? ». Dove
chiaramente pare che s'alluda agli accademici di Roma d'og-
gidi, tanto partegiani di V. S., i quali ancor essi s'intitolano
« Umoristi ». Il sonetto è quello che comincia: « Il nobil cava-
lier messer Marino ». Ora che direm noi di questo tal luogo
burchiellesco? Vorremo affermar forse che anco qui s'intenda
della persona di V. S., e che quell'autore abbia e satirizato e
profetato insieme, biasimando chi avea da nascere tanti anni
dopo la sua morte? Certamente no. Ma più tosto diremo ch'egli
intenda di uno altro ch'allora viveva, al quale V. S. ha oggi
simile nome ma non simili pecche, e che qui il caso abbia
mostrato la sua solita possanza del produrre spessamente eventi
da far trasecolar di stupore.
Troppo avremmo da fare, padron mio, se volessimo andar
movendo ogni pietra per veder che cosa vi sia sotto; ed il
meglio è che tolleriamo il mondo con quei difetti con che l'ab-
biamo trovato, ma in particolare tolleriamo la similitudine che
talora si trova essere nelle cose diverse. Non è novità insolita
il potersi intendere alcuna parte de' nostri ragionamenti in altra
significanza da quella in che furon detti. Anzi ciò succede ogni
giorno cosi nel parlare come nello scrivere, abbondando nati-
vamente tutti i linguaggi di questo inevitabil vizio della equi-
vocazione, causato in loro dalla necessità, come fa fede Ari-
stotele nel primo degli Eie fiche: « Nomina suni finita, res vero
infinitae. Ideo necesse est laium nomen plura sig?iificare ». Quante
improvise gare e contese, quante risse son nate a torto per
simil cagione fra gli amici nel discorrere insieme? Quante alle-
gorie hanno trovate gli spositori in Omero, in Virgilio ed in
altri, le quali mai dagli autori non furono imaginate? Quante
cose sono state fatte dire al Petrarca, le quali egli mai non
disse? Perciò quel bello spirito beneventano fìnse ne' suoi dia-
loghi esso poeta essere in Parnaso attaccato alla corda da' gram-
matici, i quali per forza di tormento gli facevano dir ciò che
volevano.
296 TOMMASO STIGLIANI
Troppo è grande (come abbiam detto) la potenza del caso
nel formar delle parole, e troppo è ampia la libertà dell'ima-
ginazione nel dar sensi a quelle. Che a questo s'ebbe riguardo
quando fu trovato quel bel gioco da veglia che si chiama
« l'oracolo ». Nel qual si finge uno indovino che risponda alla
domanda d'un solo uomo cose alienissime da essa e niente
appartenenti; e nondimeno si dà poi cura a tutti i circostanti
di parlare ad uno ad uno sopra quella tal risposta lontana, e
di tirarla a proposito d'esso domandatore con qualche inge-
gnosa interpretazione: e cosi in una parola detta casualmente
s'investigano quindici o venti intelligenze diverse, e tutte spet-
tanti ed accommodate e convenevoli. Giuoco che, si come di-
letta molto i grossolani, cosi fa ammirare i savi. Nel qual pro-
posito V. S. si deve ancora rammentare d'aver conosciuto
in Venezia quel romagnuolo chiamato il dottor Penna, il quale
applicava alla creazion del mondo il testo di qualunque li-
bro gli fusse a sorte aperto dinanzi, scegliendo uno o due
periodi di quella tal prosa o di quei tali versi e faccendovi su
una giusta lezzione. Nel che alle volte gli venivano dette cose
tanto appropriate e tanto quadranti, che di qui gli nacque fama
appresso al vulgo d' indemoniato. Di più al presente io leggo
in compagnia del signor duca di Poli un volume latino d'uno
autor tedesco, stampato in Francfort, nel qual s'interpretano
tutte le favole più principali degli antichi gentili con una sola
allegoria, cioè la ricchezza della America; fra le quali una è
quella, verbigrazia, dell'acquisto che Giason fece del cuoio d'oro,
e l'altra è l'espugnazion del giardin dell'Esperidi fatta da
Ercole.
Adunque, essendo le parole umane quasi della natura della
camoscia e possendosi agevolmente da' nostri ingegni stirar per
molte vie a diverso intendimento, non sarà difetto di quelle
qualora sian chiosate ed intese in mala parte, ma sarà pura
sottigliezza del chiosatore o pura fantasia. Massimamente quando
l'allegorie si formino storpiate e non rispondenti a tutte le
membra del parlare ma ad alcune poche, quale è adesso questa
di cui discorriamo; la quale invero, siccome non s'accorda
LETTERE 297
col senso letterale, cosi discorda in tutto dalla mente di chi
scrisse. E s'io avessi voluto mordere metaforicamente (benché
ciò non sia mia professione, ma più tosto di lodare ed onorare
ognuno, purché non sia provocato), l'avrei fatto con più ampio
e più compito modo che questo non è, contuttoché la materia
fusse stata sterile di biasimi ed avessemi suggerito poco da
pungere e da lacerare; che ben può V. S. imaginarsi che chi
ha saputo empir tanti enigmi di si spessi sentimenti doppi,
avesse saputo accozzarne otto o dieci in questo luogo. Ma Iddio
mi guardi dal mai venirmi nell'animo pensier cosi basso e cosi
servile, essendo io solito, quando son disgustato, di mostrarlo
più tosto col parlar chiaro e col chiaro scrivere e coi chiarì
fatti che colle girandole, siccome persona intrepida che sono e
che non ho paura di nessuno e che so difendere i miei detti
non solo con la lingua e con penna, ma con mano.
Per tutte le ragioni infino a qui divisate io pretendo giu-
stamente che, se V. S. vorrà adossare a' miei versi la sudetta
interpretazion piccante, non potrà farlo senza violentar l'ordi-
naria verisimilitudine delle cose; e per conseguenza sarà giu-
dicio, come dicono i teologi, temerario e commetterà fallo di
scandalo passivo. Il che se V. S. volesse schifare (come ragio-
nevolmente ha da volere, professandosi gentiluomo e cristiano),
potrebbe con suo pieno onore restar contenta a questa mia ve-
racissima giustificazione con farla anche stampar tutta o parte,
per disgannamento di qualunque altra persona fusse parimente
concorsa nella medesima opinione e per publica testimonianza
della mia innocenza, la quale è più salda ch'un marmo e con-
tinovamente mi sta dicendo nel cuore: — Quod scripsi scripsi. —
Altro onesto partito non v'è che questo, ed a questo solo è da
ricorrere, se V. S. stima il conservar gli amici e se pregia
l'onor della mansuetudine e della costumatezza e se le dispiace
il nome di rissoso, il quale da alcuni le viene attribuito, benché
a torto. Altrimenti io mi protesto seco alla libera che, quandun-
que vedrò scritture di lei in mio pregiudicio o altra pregiudicial
cosa, riceverò il tutto non come vendetta ma come pura provo-
cazione alla quale non sia preceduta offesa alcuna, incominciando
298 TOMMASO STIGLIANI
la querela non più altamente che di là e facendo quel risenti-
mento che si richiederà alla mia riputazione, cioè rispondere
colle medesime armi colle quali avrò avuto l'oltraggio o con
piggiori, se cosi si giudicherà necessario.
Né questo paia a V. S, troppa iracondia o troppa durezza;
ma si vesta Ella de' miei panni e, ponendosi in luogo mio
(il qual non sono avvezzo a ricevere affronti), consideri non
esser nel mondo la più sdegnosa cosa che l'uom da bene né
la più ostinata che la netta coscienza. Di che fecero più volte
esperienza chiara quei tiranni martirizatori di santi, i quali, dopo
avere umiliati superbissimi principi e debellate bellicosissime
Provincie, si riducevano a termine di non potere abbassar la
generosità d'un poverello scalzo né poter superar la costanza
d'una donzella innocente, anzi ne venivano più villaneggiati
e più sprezzati che se fussero stati private persone. Se bene
né io mi tengo santo né credo che V. S. si tenga principe;
ma ho dato incidentemente questa similitudine per farla andare
tanto solo, e non più, quanto andare Ella può, e per inferire
ch'ogni piacevol creatura si sa sopra se medesima sollevare
quando è offesa a torto da chichesia. Tenga V. S. la sua penna
dentro i cancelli della modestia se vuol vivere quieta, ed onori
altrui se desidera da altri essere onorata, pensandosi che per-
dere il rispetto all'amico porta seco una conseguente scambie-
volezza del medesimo.
Né si fidi oltremodo in prosperità di fortuna, né in favor
di grandi, né in dovizia di danari, né in sequela d'amici, né
meno in valor proprio o in propria facondia, quando anco
sia vero, e di là da vero, che di tutte queste cose Ella pos-
segga quella si gran parte che continovamente predica e fa pre-
dicare cosi in voce come in iscritto; che io, quanto a me, non
ne vo' dubitare, ma vo' crederlo interamente ad occhi chiusi.
Non si fidi, dico, in alcuna delle cose dette più che il dover
richiegga, perciocché da tutte Ella sarà in un tratto abbando-
nata quando avrà operata una azzione ingiusta ed irragionevole;
cosi permettendo il più delle volte l'altissimo giudicio di Dio,
il qual si compiace di rintuzzar l'insolenze per mezo dello
LETTERE 299
sdegno de' medesimi oltraggiati, tanto più quando s'imbatte
che quegli abbiano un tantin di cuore in corpo ed un pochetto
d'ingegno in capo. Viva Ella e lasci vivergli altri. Goda Ella
della sua gloria e lasci ancora goder me della mia, benché pic-
ciola. Della qual nondimeno io mi contento pienamente, essendo
consapevole a me stesso che non me n'ho mendicato la più
parte con segreti ordigni d'amici e di stampadori e di librari,
ma ch'essa m'è stata tutta partorita dalle sole mie fatiche e dai
soli studi miei: onde non ho da temer che col tempo mi s'abbia
da diminuire, secondo che anderanno morendo i fautori interes-
sati ; ma più tosto ho da sperar che mi s'abbia da accrescere,
non sedendo essa a guisa di statova pubblica sopra zoccolo
alcuno né sopra alcun piedestallo che la faccia parer maggior
che non è, ma fondandosi totalmente sopra se medesima.
Non rinovi V. S. la difficile impresa della serpe d'Esopo, che
volse roder la lima. Non la pigli con chi ha qualche prattica nelle
lettere e qualche talento nello scrivere; che certo non le può
tornar conto, se vuole esaminar senza passione il capital delle
proprie forze. Imperocché questa volta V. S. non avrebbe da
far con Giovan Battista Vitali né con Tomaso Costo né con
Lorenzo Cattaneo né con Gaspero Murtola né con Carlo Gian-
fattori [alias Ferrante Carli) né con alcun degli altri co' quali
ha fin qui impreso briga d' ingegno e competenza di dottrina;
ma avrebbe a fronte Tomaso Stigliani, tra '1 cui peso e '1 peso
de' suddetti ben sa Ella che si trova essere alcuna dramma di
differenza.
Né meno lusinghi se stessa col pensare e dire: — Io farò
cautamente andare attorno le mie invettive per si lungo tempo,
che, quando alfine il biasimato le vedere, esse avranno già fatta
tanta impressione negli animi che non vi si potrà più rimediare
e, quasi d'una piaga invecchiata, ne sarà malagevole la cura. —
In ciò V. S. s'inganna grandemente, e non le verrà fatto. Spec-
chisi un poco in quello Annibal Caro, tanto da lei stimato e
tanto seguito e tanto immitato. Il quale, quantunque col po-
tente favor de' suoi padroni e coU'astuta industria de' suoi par-
tegiani, facesse gir per qualche anni attorno la sua inorpellata
300 TOMMASO STIGLIANI
Apologia, prima che lasciasse capitarla in mano del dotto av-
versario; pure alla fine ella fu veduta, pure alla fine vi si ri-
spose, pure alla fine venne in chiaro chi avesse il torto e chi
la ragione, chi fusse l'ignorante e chi il savio, e chi fusse il
maldicente e chi il modesto. Il che tutto occorse in si mani-
festo modo ed in forma tanto evidente e con tal consenso di
tutti gì' intendenti, che, se ambedue gli autori potessero a' nostri
giorni risuscitare, certamente il Caro avrebbe da arrossirsi non
poco nell'aperto cospetto del mondo, il qual da lui fu in ciò
tanto gabbato e tanto scandalizato: si come all'incontro il Ca-
stelvetro avrebbe ad essere ampiamente ristorato delle sue patite
vergogne con altrettanto applauso ed onoranza, a confusion
delle false pasquinate che gli fùr fatte e delle inique calunnie
che gli fùr date, le quali il costrinsero a fuggirsene di là dai
monti ed ad abitar per sicurezza della vita in terra libera, ma
però con tanto maggior sua gloria quanto che sempre vi visse
cattolicamente. Se bene questa resurrezione non fa ora di me-
stieri; poiché, in ogni modo, i veri letterati e i veri uomini da
bene fanno ai nomi quel che non si può fare alle persone. Né
accade insomma che nessuno si voglia lungamente spacciar
presso al mondo per quel che non è; che '1 mondo non è
cieco, ma è oculatissimo e vede più assai che noi non cre-
diamo. E se talora patisce inganno, ciò non dura secoli interi
ma solo alcuni anni, perché egli sa ben cavarsi la benda o
tardi o per tempo, la qual dall' ingannator gli s'avvolse alla
fronte. Il clie succede in questo modo: che i pochi ravveduti,
i quali sono gli scienziati, fanno pian piano ravvedere i molti,
che sono gl'idioti; e cosi finalmente ognuno si chiarisce e resta
assolutamente informato del vero.
Oltre di ciò, io assicuro V. S. che, per molto lontano
ch'Ella sparga da me le sue scritture, esse mi saranno subito
mandate a Parma da' miei cari amici. Li quali, se non sono
si spessi e si frequenti come dice il Magnanini esser quegli di
V. S. (perché veramente io ho più atteso ad imparar dai morti
ch'a conciliarmi i vivi), essi son però non men rari nella virtù
che si sieno nel numero; si che di loro io posso con buona
LETTERE 30I
coscienza dire quel che Claudiano nella sua maggior opera dice
della scarsa ma bella figliolanza di Cerere:
. . . numeri da)nnmn Proserpina pensai.
E già insin da ora tengo promessa da un principal cavaliere,
che vive in una grossa città di Francia, che in breve egli
mi farà avere i detti sonetti di V. S. (ove sia vero che siano
stati composti), perché se gli farà dar da terze mani a chi Ella
suol communicar le sue cose; si come ancora per lo medesimo
mezo avrò senza indugio la Galleria, la Sampogna e V Adone,
quando si saranno stampati. Anzi n'ho al presente tutti quegli
squarci che V. S. si trova averne sparso manoscritti; perché
(a dirgliela) non esce sillaba della sua penna che non pervenga
in poco tempo alle mie mani, purché si confidi da lei ad uno
o a due amici. Di modo che gran semplicità io stimo essere
il pensar di poter per molto tempo farmi le fica di sotto al
mantello senza esser veduto, e di poter meco palleggiar senza
aspettare il rimando. Perciocché, se V. S. sa comporre Smorfie,
io so biscantar Zolfe, e forse non con molta inferiorità d'eccel-
lenza allo scriver di lei ; di che mi rimetto alla mastra espe-
rienza ed al giudicio del mondo, per non dire al giudicio di
lei medesima, che pur sa in sua coscienza d'aver poste nella
Murtoleida molte facezie udite in vario tempo dalla mia bocca,
quando noi per domestichezza scherzavamo insieme alcuna
volta e ci motteggiavamo a vicenda.
Ma dove mi trasporta la troppa gelosia della riputazione?
Che dico io? A che son io trascorso? Chi può dubitar mai della
bontà del signor Marino? Io voglio in tutto e per tutto annullare
il detto mio proponimento, siccome cosa che so di sicuro che
non mi bisognerà. Voglio in tutto e per tutto credere che V. S.,
pensando meglio a questo fatto ed accorgendosi che i versifi-
catori parmegiani e bolognesi procurano di farla bolzone degli
odii loro verso di me, non s'imbarcherà senza biscotto di ra-
gione né senza savorra di prudenza. Non vorrà far parer vera
quella falsa voce, che s'è cominciata a levare in Italia per l'ac-
cademie de' virtuosi e per li ridutti de' letterati: cioè che non
302 TOMMASO STIGLIANI
tanto diano a V. S. fastidio quelle tre stanze del mio poema
quanto faccia tutto il rimanente d'esso, e che da spirito di li-
vore più che di vendetta Ella sia spinta a molestar la mia pace,
non potendo (come essi dicono) digerire che in questo secolo
altra penna che la sola sua acquisti pregio d'aver fabbricato
buona poesia eroica. Anzi voglio sicuramente stimare che V. S.
si porterà talmente meco, ch'io non abbia poi ad aver giusta
causa di dolermi di lei, si come persona ragionevole che è e
considerata; la qual sa molto bene ch'io sempre dal mio canto
sono stato suo vero amico infin da' primi anni, non ostanti le
giovanili risse già alcune volte accadute tra noi e poi di subito
e con poca difficoltà ricompostesi.
Ed oltre la detta testimonianza mostrata a V. S. nel mio
Canzomero stampato, le fo sapere che l'ho mostrato maggior-
mente in quella parte del mio poema la qual non è ancora uscita
in luce, dove nell'antipenultimo canto io celebro per incidenza
ed esalto, per quanto m'è dato, insino alle stelle il suo valore
ed il suo ingegno. Noti di grazia V. S. quest'ultima ragione,
che a mio giudicio vai sola quanto vagliano unitamente tutte
l'altre già espostele. L'onorevol ricordo fatto di V. S. nel
poema chiarirà pienamente a tutto il mondo eh' io nella men-
zion deir« uomo marino » non abbia voluto intendere della
persona di lei; non possendo queste due cose stare insieme,
cioè che uno istesso autore in uno istesso libro vituperi e laudi
uno istesso uomo, se non è in tutto forsennato e pazzo. Il
qual ricordo onorevole è molto ben noto ai suddetti poetastri
parmegiani e bolognesi, alcun dei quali (dico de' bolognesi)
l'ha letto insin cogli occhi propri e, non gli bastando la let-
tura, se n'ha voluto prender copia. In particolare un dottor
grosso e ventricuto, il quale, caminando pettorutamente a modo
di barbassore e troppo dilatando le fimbrie del suo lungo saio
e le falde del suo gran cappello, mostra ancora negli atti este-
riori d'esser tutto abbottato di vento e tutto gonfio di vanità;
non si però che, in un coll'esser vano, non sia maligno e che
non contrafaccia il rospo, il quale giuntamente è tumido ed è
velenoso. Ma cosi costui come tutti gli altri scrivono a V. S.
LETTERE 303
quel che può nuocere, e tacciono quel che può giovare. Dal che
si comprende chiaro non esser essi più nemici miei che suoi,
ed apparisce palesemente che vorrebbon veder garbuglio e
prender diletto de' nostri contrasti, come invidiosi che sono e
di nulla carità verso il prossimo loro.
Ora non più parole: concludasi solo ch'io fermamente con-
fido che V. S., essendo adesso per mezo del presente foglio
stata informata da me della mera verità del negozio, riconsul-
terà il tutto più adagio e con più maturità, e conoscerà quello
eh 'a primo sguardo non avea per la fretta conosciuto. E se in
ciò ho io detto più che non facea di bisogno al buono inten-
dere di V. S., perdoni Ella questa superfluità all'importanza
del fatto. Mentre io per fine le resto, baciando affettuosamente
le mani.
Di Parma, 2 giugno 1619.
XL
Al signor Luciano Borzoni
Più che sospetti, ora ha la prova certa che il Borzoni lo ha ingannato
per compiacere al Marino.
Il Furio Camillo del signor Cebà è già finito un mese fa di
stamparsi, se non mente una copia compita ch'io n'ho com-
prata qui dal Viotti. Perciò io m'era disposto di scrivere a V. S.
per sollecitare e ricordar che non si mancasse di far succedere
a questa impressione quella del Mo7ido nuovo, come ultimamente
m'era stato da lei promesso. Ma ora mi sopraviene un'altra
sua lettera con nuova scusa, la quale è che il lavorante della
stamperia è impazzito. Questa storia, se è vera, non viene a
scolpare se non solo la cessazion d'alcuni giorni o settimane;
ma a scolpar la futura so che non potrà stirarsi per modo nes-
suno, dovendo la stamperia pigliare operarlo novello. Poiché,
quando per l'avvenire cotesto torcolo imprimesse altri volumi
ed il mio no, la colpa non sarebbe della pazzia di colui ma
304 TOMMASO STIGLIANl
della malizia d'un altro: per lo che la benignità del mio sem-
pre interpretare il mal per bene non avrebbe più luogo né sa-
prebbe pili ricoprire ed onestare i manifesti mancamenti, come
ha fatto infìn ora. Il tempo finirà di dismascherar questa fac-
cenda affatto. Ma io per la mia parte non voglio aspettar più
altro, che troppo corrivo mi parrebbe ormai d'essere. Già mi
son chiarito a bastanza dalla gran trasparenza della maschera,
la quale, essendo di vana ragnatela, non occulta quel che le sta
dietro, che è la povera verità oppressa e maltrattata. Veggo
benissimo sotto l'invoglio di queste girandole la trama marinesca.
Onde m'accorgo che '1 vero pazzo sono stato io e non il lavo-
rante, mentre ho licenziati gli ottimi partiti offertimi in Roma
dal Facciotti per attendere a questo del Pavoni, che mi propose
V. S. spontaneamente e senza esserne da me ricercato, metten-
domelo in mano per indubitato. Ma, dall'altro canto, che si ha egli
a fare? Chi negozia convien fidarsi; e s'io fussi indovino, non
istamperei versi ma profezie.
Mentre io scrivo, mi sopraggiunge una lettera del signor Fran-
cesco Giorgi, che a mia instanza s'è informato di tutto il suc-
cesso dal Pavoni medesimo. Dicemi egli che quello ha concluso
nuovamente con V. S. di stampar'la Galei'ia del Marino e che
fra due giorni comincerà il lavoriero. Non occorre dunque che
di questo negozio io faccia più parola. Stiasene V. S. colla
coscienza riposata e senza rimorso alcuno, se Ella può, goden-
dosi fra se stessa la gloria delle sue leggiadre azzionir che io
cercherò per altra via di risarcire il meglio che posso la per-
dita e' ho fatta del tempo, dietro alle sue promesse, per non
chiamarle con altro più proprio nome. Se '1 mio libro, come
io dissi, è in sé buono, tutta la malignità di questo mondo non
sarà bastante a levargli pur oncia di quel che gli tocca d'ap-
plauso, né sempre le macchine degli invidiosi avranno effetto.
Invidiosi posso dirgli veramente, poich'io non impedisco le
stampe loro ed essi impediscono le mie; segno evidente che
più stima fanno elli di me che non fo io di loro. Dal che nasce
che essi, in cambio di turbarmi, mi rallegrano e, invece di sco-
raggiarmi, m'innanimano maggiormente. Io mi rido di quanto
LETTERE 305
contrasto odo che mi si fa, e stovvi più saldo ch'un piperno,
sapendo assai bene che tutti i tempi una volta arrivano e che
quello, che è e non pare, finalmente pare ed è. E per fine adio.
Di Parma, 18 giugno 1619.
XLI
Al signor don Virginio Cesarini, a Roma
Condoglianze per la morte del padre.
Di Parma, 17 di luglio [di un anno non posteriore al 1619].
XLII
Al signor dottor Pietro Magnani, a Roma
D'un galeotto liberato e diventato di punto in bianco
poeta a tempo perso.
Per quest'ultima posta io vengo certificato da V. S. ch'Ella
costi abbia già finite tutte le sue faccende e che farà di presto
ritorno a Parma. Può Ella pensar ch'io la sto aspettando bra-
mosamente, mentre sa che senza la sua presenza non so quasi
vivere. Qui dunque non occorre che di grave io le scriva più
nulla, ma che il tutto riserbi al parlare in voce; e cosi faccio.
Ma perché mi trovo stamane essere pur alquanto ozioso, ed in-
sieme mi ricordo che son debitor di risposta ad una sua let-
tera vecchia di più settimane, non resterò di non imbrattar tut-
tavia un altro poco di foglio.
Quel grosso libro di Rime di stampe di Viterbo, il quale V. S.
m'inviò, m'è veramente riuscito conforme all'aspettazion ch'io
n'aveva, cioè sciapito e senza un granel di sale. Né, benché sia
stato impresso in Viterbo, gli gioverà punto l'augurio di tal nome,
si ch'egli sia per aver vita; anzi, come cosa di Viterbo, avrà la
vita dell'erba, ch'è il vivere una sola stagione. Con tutto ciò,
io l'ho letto interamente e dal principio al fine con mio non
picciolo trattenimento, per lo diletto che soglio prendere delle
G. B. Marino, C. Achillini e G. Preti Lftlere. - n. ,„
306 TOMMASO STIGLIANI
matte metafore rinaldesche, sissesche, vannettesche, marine-
sche ed acchillinesche; le quali quanto all'orecchie degli stu-
dentuzzi e de' pedagoghi e de' poetastri arrecano maraviglia,
altrettanto fanno ridei'e i galantuomini e quei e' hanno senno.
Ma perciocché V. S. mi disse nella detta sua vecchia lettera
che l'autor d'esso libro si trovava essere in Roma in abito di
soldato, anzi con nome di capitano, e che egli si vantava di
molte cose, e fra l'altre d'essere stato liberato in virtù di questo
suo volume da una lunga prigionia militare, dove un gran prin-
cipe l'avea rattenuto molti anni; di ciò solo voglio che sia il
nostro ragionamento.
E rispondendo a quella parte della lettera dove V. S. mi
pregava che, s' io avessi in altri tempi conosciuto il personaggio
e sapessi qualche cosa della detta sua ritenzione e cattività, glie-
l'avvisassi, le dico ch'appunto io sono informatissimo del tutto.
Sappia V. S. che non è bugia ch'egli sia stato lungo tempo
in prigione e fattovi anco porre da un gran potente. Ma la car-
cere era simile all'antica Delo dell'Arcipelago, overo alla mo-
derna Brandaria del mar del Norte, cioè non era ferma ma
vagabonda. Aveva oltracciò le muraglie di legno ed il tetto di
panno, con fosse intorno ampissime d'acqua salata, le quali il
prigioniero battea qualche volta con un lungo bastone in com-
pagnia di molti altri suoi sozi, e ciò per far che l'edificio ca-
minasse. Né credo che da principio egli fusse condutto là dentro
come fatto prigione in guerra, ma come condannato per altra
occasione men degna di gran lunga, non essendo egli statovi
mai per soldato, ma con un titolo assai inferiore. I soldati veri
non hanno la picca si grossa e si spuntata come in quel luogo
l'avea egli, né vanno si rasi di barba e di chioma: hanno fer-
rata la testa e non i piedi, s'esercitano armati e non nudi, mi-
litano sotto la bandiera e non sotto la vela, ubbidiscono alla
tromba e non al fischio, si movono a suon di tamburo e non
di bastonate. Insomma, per uscir di gergo, la verità del fatto
è che '1 poverino non è stato sulla galea al soldo, ma è stato
in galea al biscotto. Per quale operato delitto, io non so chia-
ramente, se non che un giorno che '1 signor Giovan Francesco
LETTERE 307
Spinola (il quale è suo paesano) gliene domandò in Livorno,
egli li rispose queste sole parole : — Sto qui perché volevano
ch'io usassi il torto, non secondo il mio gusto, ma secondo
il loro. — II che se è vero, quel tal principe gli ha fatto in
ogni maniera qualche torto, mentre ha punito coU'acqua quello
ch'andava punito con altro elemento, e mentre ha tollerato che
Nettuno usurpi la giurisdizione a Volcano.
Che poi il buon uomo, di galeotto ch'era, sia si improvisa-
mente diventato poeta, sbalzandosi con subito salto da un mare
ad un monte (che è Parnaso), che altro posso io dire se non
maravigliarmi non poco? Che, se ben la sua poesia è, come
abbiam detto, insipidissima e puossi d'essa affermar con Catullo:
Non est in tanto corpore mica salis,
ciò non mi scema la meraviglia, ma me l'accresce e me la tra-
muta in istupore, vedendosi ch'egli non serba vestigio alcuno
del salso luogo dove è stato lungamente e che nulla rattiene
in sé di saporito, non ostante che '1 proverbio dica che: « Chi va
al molino non può far che non s'infarini tanto o quanto». Mi
ristringo dunque nelle spalle, imparando che l'impossibile sia
pur possibile, mentre manifestamente si vede accadere e suc-
cedere. E si come il Tasso chiuse una sua stanza con questo
verso:
Che dal sonno alla morte è un picciol varco;
cosi io chiudo la presente lettera con quest'altro:
Che dal remo alla rima è un breve passo.
Bacio a V. S. le mani.
Di Parma, [1619?].
XLIII
Al signor Ettorre Braida, a Torino
Si congratula con lui della nomina a segretario del cardinale di Savoia,
e scusa il duca di Poli, se, scrivendo al medesimo cardinale, gli
abbia dato dell'* Eminenza» invece che dell' « Altezza».
Di Parma, [prima del 1620].
3o8 TOMMASO STIGLIANI
XLIV
Al signor duca Lottario Conti, a Poli
Lo ha atteso invano a Parma durante le feste natalizie:
perciò gli invia con ritardo gli augùri.
Di Roma, 4 di gennaio 1620.
XLV
Al signor Pietro Magnani, a Parma
Del caro vivere a Roma, e dei confini in cui vanno ristretti
gli obblighi dei padri verso i figliuoli.
Ricevetti ier sera per la posta la rimessa de' novanta ducatoni
che V. S. ha insino a qui riscossi per me, inclusa in una
lettera del 19 d'ottobre; ed ebbila appunto quando bisognava:
perché due o tre giorni ch'essa mi fusse giunta più tardo,
m'avrebbe trovato disdinarato, per cosi dire, affatto, stante il gran
dispendio del viver di Roma, il quale per li forastieri non è
massaresco o casalengo, ma è giornale ed alla minuta. E dico
« forastieri » intendendo di quei soli che v'abitano per poco
tempo, come fo io che sto in cammere locande; e non di quegli
altri che, quandunque sian nativi, vi fanno stanza ordinaria: a
tutti i quali la città è patria commune, perché ancor essi pos-
sono al paro de' cittadini farvisi a debita stagione le lor pro-
visioni annuali.
Non so poi se V. S. dica dadovero o se voglia meco la
burla, mentre mi riprende ch'avendo io un figliuolo come ho,
il quale per la sua sciagura non può ereditar miei beni paterni,
spenda tutta la mia entrata di Parma, che è vitalizia, senza avan-
zarne in capo all'anno alcuna parte per peculio del fanciullo;
soggiungendomi oltracciò ch'io, in cosi fare, manco all'obligo
che m'impon la natura, la qual vuole che i padri pensino più
per li figliuoli che per se stessi, o almeno vi pensino al paro.
Se V. S. burla con me al solito, io non rispondo altro se non
LETTERE 309
solo che Ella, che è ricca e senza famiglia, ha ragion d'uccellar
da luogo sicuro i poveri uomini. Ma, se V. S. parla seriamente,
le dico ch'io non so veder questo tal obbligo naturale ch'Ella
dice aversi ai figliuoli, ma ben ne veggo un altro in contrario.
La cui prova da lei eh' è medico, e medico insigne, non mi
dovrà esser negata né posta in controversia, mentre tutta s'ap-
poggia all'arte sua medesima.
La natura è vero che, in quanto al suo uni versai rispetto
ed astratto, riguarda principalmente alla conserva della spezie
ed accessoriamente a quella dell'individuo. Ma vero è anco che,
in quanto al rispetto particolare il quale infonde separatamente
in ciascun di noi, fa tutto il contrario, cioè riguarda primaria-
mente l'individuo e secondariamente la spezie. Il che ella fa
non senza somma necessità e somma prudenza, perché al man-
tenimento della spezie bisogna per forza quello dell'individuo,
ma a quello dell'individuo non bisogna quello della spezie. Di
qui avviene che essa natura ritien nel corpo la miglior sostanza
del cibo per mantener la persona individuale e discaccia fuori
gli escrementi superflui, cioè il seme, per generare i figliuoli, che
son la spezie. L'istesso uso ella tien poi per alimentar la figliuo-
lanza già generata e nata, perché dentro al ventre materno lo fa
col sangue mestruale e di fuori lo fa col latte, che tutti e due sono
escrementi ancor essi, il che tanto è a dire quanto avanzagli.
Or questo, che costuma la natura verso i nostri figliuoli in-
torno al fargli nascere ed intorno al fargli crescere, dobbiamo
costumare ancor noi verso i medesimi intorno al provedergli
di robba per quando saremo morti, se non vogliamo pigliare
esempio roverso ma regolar le cose morali colla norma delle
fisiche. Percioché non siamo obligati, per lasciar ricchi loro,
patir noi delle commodità naturali e necessarie al sostentamento
della vita; ma dovemo usar le nostre facoltà sofficientemente, e
quel che poi avanza lasciare a loro, se pur n'avanza: che
non è cosa da buon sagrestano spogliar l'aitar grande per ve-
stire i piccioli. Ed « uso sofficiente » chiamo io quando noi
non facciamo né di più né di meno di quel che s'acconviene
allo stato nostro ed alla nostra possibiltà, ma tanto appunto.
3IO TOMMASO STIGLIANI
Confesso ch'essi figli devono esser trattati al paro de' padri nel
mangiare e nel vestire, e di più essere diligentemente ammae-
strati in qualch'arte o esercizio secondo la condizione; accio-
ché, se avviene che non si possa loro lasciar robba, almeno
si lasci loro il modo d'acquistar quella.
Fin qui è il buon padre obligato dalla natura, al parer mio;
ed a questo io non manco col mio Carlo, come V. S. meglio
d'ogni altro sa, per esser domestico in mia casa ed intrinsico.
Ma perché infino a qui (o sia per poco intelletto o sia per poca
volontà o pur per l'uno e per l'altro insieme) io veggo ch'egli
per conto dell'imparare non mi mostra alcuna luce di profitto,
anzi mi si fa conoscere per mezo stolido, io spero di mandarlo
un di alla guerra overo d'aiutarlo di beni di chiesa con farlo prete,
se a Dio piacerà ch'egli abbia vita. Dal quale, per fin di questa,
prego a V. S. felicità. E le bacio le mani.
Di Roma, [primi del 1620].
XLVI
Al signor Fortuniano Manlio, a Roma
Ragioni che lo hanno indotto a lasciare il servigio del duca di Parma.
Mi significa V. S. per la sua del 3 del corrente essere in
cotesta città commune opinione che non per altro io mi sia
licenziato dal più servir cotesto serenissimo che per iscarsa sod-
disfazzione avutane in materia d'interesse. Risponderò breve e
schietto. La cagion vera perché io ho lasciato il servigio di Parma
non è stata per lasciare il servigio, ma per lasciar Parma. Il ser-
vigio mi spiaceva alquanto per la poca provisione, ma la stanza
della città mi spiaceva molto per la poca riputazione, non
potendo io ormai più tollerarvi se non con mio grave scorno
la lunga persecuzione de' miei malevoli. E perché stimo più
l'onor che l'utile, mi son partito, non per li pochi danari ch'avevo
dal signor duca, ma per li molti disgusti ch'avevo da' persecu-
tori. All'interesse della robba si trovava talora qualche rimedio,
facendomi S. A. alcune grazie straordinarie e supplendo ancor
LETTERE 3II
io spesso del mio; ma all'interesse della fama non si trovò mai
per me ripiego alcuno, bastante a poter chiudere del tutto tante
bocche vituperose. Ben V. S. il sa. Ho io dunque fatto come
fa il buon navigante, che, antivedendo dai segni dell'aria la vi-
cinità della tempesta, si ritira a buon'ora in porto. Perciocché
la tolleranza mia, con tutto che fusse vecchia di diciott'anni,
non m'aveva in guisa domato l'animo né in guisa rintuzzati
gli spiriti (i quali anch'io ho sensitivi la mia parte), ch'io non
conoscessi d'avere indubitatamente a prevaricare ed a scom-
pormi se dimoravo nel servigio alcuno altro mese. Né si può mai
fare compita assuefazzione sopra questi dispiacceri che sono
contra la libera natura dell'uomo. E tale era questo ch'io ri-
cevevo ogni di costi. Sarò però intutt'imodi eterno servidore
di S. A. serenissima, se non di corpo, d'animo; e come tale
predicherò sempre colla voce, al mio solito, e colla penna le reali
qualità sue, non essendo per me picciolo guadagno l'onore dell'es-
sere io stato tanto tempo suo gentiluomo e ben visto e favorito
sopra ogni merito. Né altro accadendomi, bacio a V. S. le mani.
Di Roma, 4 di m[arzo (?) 1620].
XLVII
Al signor N., a Castel Gandolfo
Prega l'amico che gli ottenga dal papa una nuova pensione, di cui sia
facile l'esazione, in cambio di quella di 40 ducati, concessagli due anni
innanzi, per l'esazione della quale è costretto a ricorrere continua-
mente a vie giudiziarie.
Di Roma, [1620].
XLVIII
Al signor Pier Giorgio Lampognani, a Parma
Lo rimprovera di avergli scritta una vuota lettera di complimenti,
invece di dargli le informazioni che gli bisognavano.
Ho veduto nella lettera di V. S. del 27 di marzo quanto
Ella mi risponde intorno alla personale informazione ch'io le
domandai del signor Davitte Plimarse ch'abita costi in Parma,
312 TOMMASO STIGLIANI
il qual mi fa mille favori cosi di lettere come di regali senza
ch'io l'abbia mai conosciuto, per esser egli venutovi a stare
dopo la mia partenza. Alla qual risposta io replico che, se V. S.
m'avesse verbigrazia detto: « Il signor Plimarse è uomo della
tal condizione, della tal patria, della tal professione, della tale
età e del tal valore », ciò sarebbe stato maggior sodisfazzione
alla mia richiesta e minor noia alla sua penna. Ma Ella in cam-
bio di ciò m'ha fatto un diffuso compimento di cortesi parole,
contenente lodi mie e proferte sue, senza dirmi chi esso sia, se
non solamente concludendo in fine che con una altra occasione
men frettolosa di questa me ne darà poi notizia piena; cioè quando
sarà tornata di Modona, dove deve ora andar per certa amba-
sceria impostale da cotesto serenissimo.
Poteva invero V. S. favorirmi maggiormente e faticar manco,
mentre quella fretta, che le ha potuto concedere il parlar lungo,
le avrebbe molto più conceduto il breve. Pure veggo che V. S.
ha fatto altrimenti. Non voglio credere ch'Ella, tanto cortegiana
e tanto prudente, abbia ciò operato a caso, ma più tosto per
qualche ragionevol rispetto a me non noto. Onde, acquietandomi
per ora a quanto Ella ha voluto, la ringrazio del largo com-
pimento e la scuso insieme dello stretto ragguaglio. Solo debbo
soggiugnere alcune righe in mia scusa, in caso che a V. S.
la domanda fusse paruta alquanto insolita, per non dire inso-
lente, come pur da lei mi si va accennando per dentro alla
prefata sua lettera, se ben molto da lontano e con rispettosa
oscurità. Dico che onestissima pretendevo io che fusse la mia
curiosità del volere intendere chi sia un uomo che tanto m'ama,
per sapere a chi io dovessi avere obligazione. Ed onesto pa-
rimente mi pareva il domandarne non lui proprio ma un terzo
amico, sapendosi che '1 parlar di sé suole esser modesto ed il
parlar d'altri libero, onde l'uno occulta qualche parte della ve-
rità e l'altro la dice tutta. E quando per sorte in questo mio
credere io mi sia ingannato, mi rimetto tuttavia al miglior giu-
dicio di V. S., se le cedo ogni mio senso. Ma in un tempo le
pongo in considerazione che non sempre quel che pare errore
ad un solo pare errore a tutti, e che la diversità de' pareri non
LETTERE 313
nasce dalla diversità del vero (il qual non patisce mai pluralità,
anzi è sempr'uno), ma procede a più delle volte dalla diversità
delle scuole, potendo il sindicante avere impreso da una ed il
sindicato da un'altra.
Io ho imparato la teorica dell'etica dai libri e la prattica
da Roma; e V. S. ha imparato la sola prattica da Parma. In
Roma io feci la mia prima gioventù: vi fo la mia ultima vec-
chiezza. E se ben l'età di mezo la spesi ancor io tutta in
Parma, confesso che quella cortegiania e che quel trattare non mi
si potette mai di tal modo attaccare ch'in Lombardia io vivessi
altro che romanamente. Qual delle due dette scuole sia la migliore
in tal materia, io non entro ora a decidere, che non tocca a
me, ma lascio ciascuna al suo onorato luogo. Bastami solo
che V. S. vegga che, quand'io nella urbanità e nella cortesia
al presente errassi, errarci colla filosofia morale e colla corte
romana; e V. S. farebbe bene coi parmegiani. Il qual mio errore,
se dalla S. V. è stimato veramente per tale, non merita, secondo
lei, ch'io sia esaudito né presto né tardi circa la dimanda, che
le ho fatta, ch'Ella mi informasse del sudetto signor Plimarse.
Ma da che cosa si cagiona che V. S., non esaudendomi adesso,
si riserba ad esaudirmi un'altra volta? Forse il mio atto, ch'ora
è tristo, sarà diventato allora buono? o pure il giudizio di lei,
ch'ora è buono, sarà diventato allora tristo? Ninna delle due
cose è già da dire. Adunque conosca V. S. esserle necessario
ch'Ella, per non cadere in contradizion propria, si riconcilii
prima con se medesima intorno all'opinion sua; e poi, accor-
datasi, accusi o scusi me di quello che le ho chiesto. Perché a
questo modo, se io avrò torto, la mia domanda si spaccerà da
lei debitamente per vana; e se avrò ragione, s'adempirà al pro-
messo tempo.
Con che per fine bacio a V. S. le mani.
Di Roma, [dopo il 1620].
314 TOMMASO STIGLIANI
XLIX
Al signor Ferrante Unghero, a Matera
Gli ha scritto; ma i materani hanno il vizio d'aprire le altrui lettere
loro affidate, di leggerle, e poi di lacerarle.
Di Roma, 22 di settembre 162 1.
L
Al signor don Virginio Cesarini, in Roma
Manifesta la sua gratitudine per avergli il Cesarini ceduto generosamente
un quinto della sua « pension di Spagna », ossia cento ducati annui.
Di casa, 2 maggio i6[23?].
LI
A monsignore Giovanni Altieri, vescovo di Cammerino
Si congratula del suo felice arrivo a Camerino
e gli augura il cardinalato.
Di Roma, 4 ottobre i6[24].
LII
Al signor Francesco Bascapé, a Ferrara
A proposito della sua lettera apologetica al Marino, definisce che cosa si
debba intendere per falsificazione d'uno scritto letterario, e pone in
ridicolo Claudio Achillini, indicato con l' ironico pseudonimo di « dottor
Graziano ».
M'ha fatto alquanto ridere l'avviso datomi frescamente da
V. S., cioè quel Buffalmacco del dottor Graziano abbia detto
la mia copia esser falsa, la qual va attorno manoscritta, della
lettera soddisfattoria ch'io già inviai al cavalier Marino in Francia
circa il pretender egli che da me sia stato mentovato il suo nome
nel mio Mondo nuovo con detrazzione e con maldicenza. M'ha
LETTERE 315
fatto, dico, esso avviso ridere un pochette in considerar l'osti-
nata goffezza del dottore ed in veder ch'egli, a dispetto del
mondo voglia pur sempre essere simile a se medesimo, cioè
un uomo indocibile ed un Narciso delle proprie opinioni, non
ostante l'accorgersi ch'in tale amore egli non abbia rivale
alcuno, che sia degno di nome d'uomo, se non genterelle del-
l'istessa fatta con lui.
La detta mia copia, che va oggi per le mani, è stata vera-
mente tratta non dalla lettera ch'andò a Parigi, ma dalla mi-
nuta che restò appresso di me. E quantunque dalla lettera si
trova variare in alcune poche parole, non perciò è falsa, come
Graziano pretende e predica (il quale dal Marino ne tiene un
transunto ad verbum), ma falsità è il dir ch'essa sia falsa. La
ragion di che si è che la fedeltà ed infedeltà degli scritti non
consiste ne' vocaboli, ma ne' sensi e ne' concetti. Onde, se uno
originai diceva, verbigrazia: «Antonio andò per questa via »,
e poi la copia dice: « Antonio camino per questa strada », ciò
non si potrà dire esser falsificazione se non impropriamente e
nella semplice massa verbale. Poiché quelle parole seconde,
benché sieno diverse dalle prime, pur tutte insieme significano
l'azzion d'Antonio non punto alterata. Ma propriamente falsi-
ficazion sarebbe quando si dicesse : « Antonio non andò per
questa via ma per un'altra ». Perché ciò, oltre l'alterar le pa-
role prime, altera l'operazion significata, che è quel ch'importa.
Vero è che si fatta licenza di mutar le parole o d' accrescerle
o di scemarle non si concede a' puri copisti delle scritture o a'
notari o ad altre sorti di curiali, ma solo agli autori di quelle,
i quali sempre nel riscrivere sogliono migliorar qualche voca-
bolo. Cosa che è tanto naturale ed usitata, che occorre ogni
giorno a chiunque scriva e, dopoi scritto, ricopi.
Questa perfidiata opinion di Graziano, con tutto ch'egli sia
dottore in legge e che faccia anco del filosofo, è tanto erronea
e pericolosa che costrigne, chiunque la volesse tenere, ad af-
fermar per vere tre conseguenze stranissime e disorbitanti, le
quali da quella nascono. La prima è che, secondo lui, tutte le
traduzzioni de' libri bisognerebbe dir che fussero falsità; perché,
3l6 TOMMASO STIGLIANI
se ben conservano i sentimenti, cambiano le voci e le frasi e la
testura. La seconda è che tutte le deposizioni conformi de' te-
stimoni riesaminati più d' una volta sarebbono testimonianze false;
perché, se ben dicono la medesima cosa, non la dicono quasi
mai coU'istesse formate parole, stante la fiacchezza della me-
moria umana che rattiene i sensi e dimentica i nomi. La terza
è che l'istoria sacrosanta de' quattro evangelisti sarebbe bugia;
perché, se ben gli autori narrano concordemente la vita di Cristo
signor nostro, lo fanno con diverse frasi e con differente dichia-
razione.
Ecco come il povero dottoraffio, per biasimar lo Stigliani,
si riduce a poco a poco a rinegar la fede ed a dare in eresia.
Il qual nondimeno Iddio convertisca, col farlo desistere prima-
mente dalla cattiva volontà e poi dal suo filosofare in legge e
dal suo legizzare in filosofia, come si dice d'Erasmo, che gram-
matizzava in teologia e teologizzava in grammatica. Per lo qual
confonder d'arti avviene a Graziano che i filosofi lo lodano
solo per buon leggista, e che i leggisti lo lodano solo per buon
filosofo, non volendolo intanto nessuno dal suo lato; in che vera-
mente essi hanno ragion da vendere, mentre ambedue queste
professioni, come ancor tutte l'altre, tengono che le parole son
fatte in grazia della sentenza, e non la sentenza in grazia delle
parole. Iddio, dico, il converta, acciocché dagli spessi gavilli
ch'egli cava da questo suo doppio innesto di scienze, il quale
è mostruoso ed incompatibile, non risulti più l'aperto de-
trimento del prossimo, come ogni di risulta. Massimamente
di quei suoi corrotti scolaretti, ch'egli volta comunque vuole;
i quali, ingannati dalla sua sonora ciarla, gli fanno contino-
vamente coda, seguendolo ad occhi chiusi come fa il cieco
il suo cane, e sempre imparandone falsa dottrina. O se pure
Iddio non vuol per ora convertirlo, almeno conceda a noi si
lunga pazienza e si allegra, che sempre abbiamo a ridercene
e non mai a crucciarcene.
Questo è quanto io rispondo contra la malvagia calunnia che
Graziano va seminando in discredito della mia lettera. E dico
« calunnia », perché, se ben so che l'errore è d'ignoranza, so
LETTERE 317
anco ch'esso è accompagnato da malizia. Atteso che, o egli si
creda di dire il vero o egli non sei creda, gii conviene in tutti i
modi far vista di crederlo per lo grande interesse che vi tiene,
professandosi mio nemico come fa. Tanto più ch'egli è uno di
quei due amici a cui il Marino scrive in formoia di pistola quella
sua licenziosa invettiva, la qual si legge stampata nel principio
della Sampogna; dove, insieme col biasimarsi la mia persona
in lungo, si biasima essa mia lettera e si vilipende per cosa
puerile e per favola.
Bacio a V. S. le mani.
Di Roma, 15 di maggio 1625.
LUI
A Francesco Balducci
Intorno alla Vita di G. B. Marino, scritta dal Baiacca.
Oggi, ch'appunto è il primo giorno di quaresima, io mando
a V. S. costi in Montelibretti un libretto da sardelle, intitolato
Vita del cavalier Marino; e facciole non tanto per darlo a lei
quanto per non averlo io. Non odo io già malvolentieri le lodi
date a' virtuosi dopo la morte, anzi v'applaudo sempre con
tutto il sentimento e ve n'aggiungo delle mie; massimamente
trattandosi ora del Marino, la cui improvisa morte mi è per
molte debite cagioni dispiaciuta in supremo grado, e particolar-
mente per esser mancato al mio Occhiale quel lettore che più
che gli altri io volea vivo, accioché egli si correggesse e mi
diventasse benevolo. Ma questo tal libretto non merita in modo
alcuno l'approvazione de' galantuomini. Questa è una Vita che
non avrà vita, ed è una lode che non otterrà lode. Perché,
oltre l'esser dettatura ignorantissima e priva affatto d'eloquenza
e di grammatica (si come V. S. vedrà mostrato nelle continue
postille marginali da me fattevi), ella non è una istoria, ma
una favola ed una poesia in prosa; la quale, faccendo la scimia
di Senofonte in Ciro, descrive il personaggio non qual era ma
quale avrebbe dovuto essere; se bene alle volte confessa anche
3l8 TOMMASO STIGLIANI
i difetti di quello, o per inavvertenza dell'autore o perché gli
piacciano. Né ci ho trovato altro di verità schietta se non che
esso si chiamava Giovan Battista Marino, e ch'era napolitano,
e che, essendo vivuto un tempo in Roma ed un altro nella
corte di Savoia ed uno altro in Francia, era poi morto in Na-
poli. Tutto il rimanente è alterato o, per dir meglio, adulterato
con isfacciata mescolanza di composte menzogne e d' immagi-
nati ghiribizzi ; il che similmente si prova nelle dette mie po-
stille. Delle quali falsità io mi curo però assai poco, si come
di quelle che niente m'appartengono, quantunque per ispasso
l'abbia notate; ma ben mi doglio d'una sola che mi tocca.
Questa è che lo scrittore, col lodar soverchiamente il Marino
biasimando soverchiamente me, viene ad innestar coll'encomio
la satira, per non dire colla lusinga la pasquinata; anzi viene
a mostrar chiaro in tutta la testura dell'opera d'avere avuto
non tanta intenzione d'onorare i morti quanta di vituperare i
vivi. Cose che, si come non dovrebbono essere scritte da autori
modesti e civili, cosi non dovrebbono esser sofferte dagli offesi,
ma più tosto esser rintuzzate con severe risposte. Certamente,
signor Francesco, che mi sento un gran pizzicor nelle mani di
pigliar la penna e di rispondere qualche cosa a questo auto-
ruzzo; ma, perché odoro ch'egli è stato a ciò instigato da altri
suoi pari, e perché veggo cosi lui come quegli esser più forniti
d'audacia che di sapere e più ricchi di passione che di soffi-
cienza, stimo quasi peccato il perder tempo in garrir con idioti,
da' quali non si può imparar nulla; essendo io solito di scrivere
non a danno d'altri ma a profitto mio e del prossimo, né per
voglia di contendere ma per desiderio d' intendere. Addun-
que risolviamo liberamente di fare a lui ed a loro quello che
per un simile rispetto già facemmo i mesi passati al tanto te-
merario quanto imperito scrittor delle Rivolte di Parnaso; cioè
perdoniam lor del tutto senza farne parola, e sia assai vendetta
l'allontanare il libretto dal mio studio, si come ora faccio, e
donolo a V. S., accioché lo legga per ridersene. Alla qual per
fine bacio le mani.
Di Roma, il di sudetto [12 febbraio 1626].
LETTERE 319
LIV
Al SIGNORI ACCADEMICI INSENSATI, A PERUGIA
Ringrazia di essere stato aggregato alla loro accademia
e discorre del Mondo nuovo.
Alla cara lettera delle SS. VV. io risposi subitamente col-
l'animo e colla volontà, benché colla carta mi sia poi stato forza
di risponder tardi per cagion d'alcuni avuti impedimenti. E se,
come io feci compitamente quella prima risposta tacita, cosi
sapessi ora fare questa seconda parlante, certo che la mia osser-
vanza verso di loro non si rappresenterebbe qui tronca e com-
pendiata dentro ai solchi di poche righe come fa, ma larga ed
ampia e grande ed immensa, e s'altro nome si trova d'ecces-
sivo e di smisurato. Perciocché, se la doppia fama, che di lor corre
per tutta Italia, di dottrina e di gentilezza fa amarne e riverirne
le persone da chi non ha punto che far con esse, quanto più
amare e riverirle debb'io, il quale Elle hanno di proprio mo-
tivo aggregato al lor numero, chiamando il mio oscuro nome a
participar di coteste lor chiarissime lodi ed adottando la mia
ignoranza a goder di cotesta lor ricchissima eredità di gloria
e d'onore? Io mi confesso veramente obbligatissimo a tutti in
commune ed a ciascuno in particolare. E s'io non temessi di
non poter sopportar tanta soma di debiti, me ne vorrei alle
spalle aggiungere uno altro grandissimo e tanto rilevante quanto
importa tutto l'onor mio e tutta la mia riputazione. Questo è
che, poich'Elle m'hanno richiesto ch'io lor mandi alcun canto
del mio poema del Mondo nuovo, che già finitosi affatto si sta
ora da me rivedendo, glieli manderei loro successivamente tutti
quanti ad uno ad uno, acciocché essi dalla lor savia censura
e caritativa correzzione ricevessero quella politezza e quello orna-
mento che non aspettano dal mio picciolo ingegno. Alla qual
risoluzione m'inviterebbe l'aver io udito più volte da testimoni
degni di credito che in loro regnino appieno ambedue le parti che
debbono trovarsi in chi ha da giudicare scritture, cioè finezza
di giudicio e fedeltà di riprensione. Molti hanno il giudicio senza
la fedeltà, e molti altri hanno la fedeltà senza il giudicio. L'uno e
320 TOMMASO STIGLIANI
l'altro scompagnamento e difetto io ho più volte provato nel
conferir con altri altre mie fatiche, e sempre o con mio danno
o con poco utile. Ma le SS. VV., e' hanno tutti gli due requi-
siti, potrebbono appunto favorirmi appieno nel mio bisogno e
confido che non m'adulerebbono. Ma non ardisco, come ho detto,
di gravarle tanto. Pure, perché di questa materia io ho più volte
parlato a lungo col signor Marco Antonio Salvucci, lor citta-
dino che è qui in Roma, da esso potranno intenderlo più diffusa-
mente ed a esso io mi rimetto. Fratanto, se Elle conoscono
che '1 desiderio ch'io tengo caldissimo di servirle meriti d'es-
sere esercitato, non lo lascino in riposo ma lo favoriscano di
qualche lor comandamento.
Di Roma, io d'aprile 1626.
LV
Al signor cardinale Pignatelli, a Morlupo
Non può venire di persona a Morlupo, perché intento ad accudire
alla ristampa del Canzoniero: manda pertanto un sonetto.
Di Roma, 20 di giugno 1626.
LVI
Al signor cardinale Antonio Barberini, a Roma
Poiché egli si trova a Frascati, al servigio del cardinal Borghese, prega
il Barberini di fare eseguire un mandato contro un debitore moroso
pel pagamento rateale d'una pensione.
Di Frascati, [non posteriore al 1626].
LVII
Al signor Alessandro Angelico, a Cataro
Gli augura buoni affari nell'esercizio della medicina a Cataro, e gli an-
nunzia che non solo non ha avuta la nuova pensione, che sperava,
di 120 ducati, ma che una « sentenza rotale » gli ha tolta quella di
40 ducati di cui nelle lettere XLVii e lvi; che un'altra pensione di
50 ducati gli è stata sospesa, e che per la morte del Cesarini ha anche
perduti i 100 scudi annui di cui nella lettera l.
Di Roma, 15 d'agosto 1626.
321
LVIII
Al signor Francesco Balducci, a Nerola
Intorno a un errore di rima commesso dal Balducci, e allo Scherzo di
Parnaso composto dallo Stigliani contro il Marino.
Per mano d'uno staffiero del signor duca nostro di Santo
Gemini, il quale è venuto da Nerola, ho ricevuto la vostra ri-
sposta alla mia lettera.
In essa voi mostrate d'essere nuovamente entrato in collera
meco per due cagioni, ed ambe strane oltra modo, per quanto
a me paia: cioè per aver io detto che quelle due parole della
composizion vostra, dico « pregio » e « seggio », non fanno vera
rima; e per avervi richieduto che nel principio dello Scherzo
di Parnaso mi compiacciate di comporre una prefazione a' let-
tori simile a quella che componeste nell'altre mie opere stam-
pate. Quanto all'error del rimare, dite da crudo a crudo che sapete
la lingua al pari d'ognuno e che non volete credermi se prima io
non v'arreco la ragione. Quanto alla prefazione, dite non voler
farla, perché questa mia opera è satirica, dove l'altre non erano;
e che se fuste voi in mio luogo, non avreste scritto il detto
libro, ma avreste risposto all'avversario più tosto colla spada
che colla penna: al che soggiungete che voi vi gloriate del
non saper compor salire, più che non mi glorio io del saperlo.
Signor Balducci, io non vogHo con voi star sui puntigli, il qual
siete mio antico amico e domestico e vi siete al mondo dichia-
rato per mio parziale; ma v'aprirò piacevolmente il mio senso
senza ristizzarmi, come farei con un altro.
Al primo p mto rispondo che quando io discorro di lettere
lo fo sempre per uno di questi due fini: o per interesse di im-
parar da chi sa più di me o per carità d'insegnar a chi sa
meno. Con voi non posso ora fare né l'uno né l'altro. Non
posso imparare, perché la disciplina è delle cose nuove; ed
in voi non è nulla eh 'a me non sia vecchio in materia di lingua,
mentre quanto sapete avete da me avuto. Del che non voglio
G. B. Marino, C. Achillini e G. Preti, Lettere -u. 21
322 TOMMASO STIGLIANI
altro testimonio che la vostra conscienza medesima ed i nostri
communi amici, presso a' quali m'avete venti anni continovi
predicato per vostro maestro, quantunque finalmente diciate ora
per ira il contrario. Non posso a voi insegnare, perché voi da
un tempo in qua pare ch'abbiate mutato natura. Passate il più
delle volte da' termini disputativi a' termini duellistici ; ed io non
costumo di venire a questione senza querela, che questa è cosa
o da disperato o da pazzo. Adunque, se volete risposta, non di-
scorriate meco in si fatto modo, ma dite le vostri ragioni amiche-
volmente come conviene a letterato ed a civile; altrimenti da quella
volta in là io non vi risponderò. L'imparar da me non v'è vergo-
gna, si perché io son di voi più vecchio ed ho più faticato, si anco
perché l'avete latto lungamente ed infino adesso; massimamente
in consultar quel vostro libro di Rune che stampaste, nel quale
per prova conoscete quanto notabilmente i miei avvertimenti vi
ci abbiano giovato, avendone rimosso moltissimi sicilianismi.
Al secondo punto rispondo che, se voi avete a mente ciò
che dell'arte poetica io ho più volte con voi divisato, vi potete
rammentare che tutta la poesia non è altro in ristretto che una lode
della virtù ed un biasimo del vizio. Perciò ella viene a dividersi
in due grossi parti: in encomio ed in satira. L'encomio com-
menda l'opere virtuose, e la satira danna le viziose. Chi vuol
levar dalla poesia la satira, annulla la metà dell'arte. E questo
vorreste far voi, mentre biasimate che si scrivano componimenti
satirici, massimamente legittimi e non digeneranti in libello.
Vero è però che operate tutto il contrario, se bene non ve
n'accorgete; cioè confermate essa satira per ispezie buona e da
concedersi. Ve lo provo. Il satirizare è il riprendere qualche
cosa per mal fatta; voi riprendete per mal fatte le riprensioni
satiriche: adunque satirizate. E perché appunto satirizate contra
la satira istessa, venite ad essere il satirico de' satirici e quasi
l'arcisatirico.
A quello che poi dite, cioè che chi si pretende ingiuriato di
parole da uno dovrebbe risentirsi non colla scrittura ma coli 'armi,
rispondo che anco in questo (e perdonatemi) v'abbagliate. La
ragione è tale. Io credo ch'abbiate studiato il duello, mentre
LETTERE 323
siete divenuto tanto puntiglioso. Ma se cosi è, devereste sapere
che tutti i maestri di quest'arte tengono communemente che
ella si versi sopra due cose: dico sopra fatti e sopra parole.
Perché, se si versasse solamente sopra fatti, il dar, per esempio,
una mentita non sarebbe né ingiuria né ripulsa d'ingiuria; e se si
versasse solamente sopra parole, le percosse e le ferite non ingiu-
rierebbono né leverebbono ngiuria. Stante questo fondamento
eh' è realissimo, io vi fo vedere che contra il Marino non mi bi-
sognavano fatti, ma parole, con parole. Esso m'ha biasimato
nelle sue opere stampate per ignorante e per tristo. All'avermi
biasimato per ignorante io gli ho risposto coW Occhiale, fa-
cendogli conoscere che l'ignorante sia egli medesimo. All'avermi
biasimato per tristo io gli ho risposto col prenominato Scherzo
di Parnaso, mostrandogli parimente che il tristo sia egli istesso.
Cosi ho ribattuto dispute con dispute ed oltraggi con oltraggi,
con chiarire ch'io mi sappia risentir per tutti i versi e che nel
compor satirico non vaglia meno di lui. Né dubbio deve es-
sere ad alcuno che, se con parole si può offendere, con pa-
role si possa anco difendere. Il che se voi non sapete fare,
abbiatevi pazienza e non riprendiate chi farlo sa; ma piuttosto
scusatevi, dicendo che nello scrivere burlesco non avete talento
o genio, e che non ognuno è atto ad ogni cosa, ma tutti insieme
siamo atti a tutte. E per fine vi bacio le mani.
Di Roma, primo di marzo 1628.
LIX
Al signor conte d'Olivares, a Madrid
Invia il Mondo nuovo.
Mando a V. E. per mezo del piego del signor conte di Mon-
terey due copie del mio Mondo nuovo nuovamente stampato, ac-
ciocché una Ella sia servita di tenersene per sé, e l'altra, insieme
colla lettera che le sta allegata, faccia avere alla Maestà del re
nostro signore, a cui il volume è dedicato e da cui io pretendo
alcuna mercede, non già per questo, per la dedicazione (della
324 TOMMASO STIGLIANI
qual mi dichiaro di non meritar nulla), ma per le ragioni gra-
vissime eh' Ella vedrà esposte nell' incluso foglio. Presso alla
qual Maestà, perché desidero che sia cosi commendata la mia
buona intenzione come raccomandata la mia giusta pretendenza,
ardisco di chiedere l'uno e l'altro ufficio all'È. V. Ma non glielo
chieggio coi meriti, eh 'appo lei son pochissimi o, per meglio dir,
nulli, ma coi meriti del sudetto signor conte, che so che son
molti, il quale per sua bontà ne la pregherà con una lettera
vegnente con questo medesimo spaccio. Restandomi io frat-
tanto, invece di pregar lei, a pregar Iddio per la rimunerazione
degli altissimi suoi meriti ; quantunque ancor questo sia superfluo,
mentre essi senza altro prego stanno testificati davanti al divino
tribunale da due testimoni troppo più autentichi che non son io:
uno è l'amore che le porta il maggior re del mondo, e l'altro
è l'opere sue proprie. Onde io mi resto solamente a farle umi-
lissima riverenza e ad aspettare i frutti della benignità sua.
Di Roma, i6 d'aprile 1628.
LX
A Sua Maestà cattolica il re Filippo quarto, a Madrid
Invia il Mondo nuovo.
Io composi in esaltazion della nazione spagnuola un poema
intitolato il Mondo nuovo, il quale tratta la conquista dell'Indie
occidentali, dedicandolo al real nome di V. M.; ed ora ch'esso
è uscito alla luce, gliene invio riverentemente una copia stam-
pata. Sua è la sudetta nazione, e sue conveniva che fussero
le scritture fatte in lode di quella. Suo è il mondo nuovo vero,
e suo era giusto che fusse il Mondo nuovo descritto, poiché sua
è ancora la descrizzion medesima, essendo ella opera mia che
son suo naturai vassallo, ed avendo la grandezza e degnità del
soggetto innalzato il mio picciolo ingegno sopra i confini della
sua bassezza e fattogli far quello a che per sé non era idoneo.
Sicché in questo presentare ch'io fo d'esso libro a V. M., non
le arreco altro di mio che la devota umiltà con che lo presento.
LETTERE 325
Ma ciò non mi deve essere ascritto ad arroganza, quasi che io
volessi presumere di dar l'altrui. Perocché, si come chi sacri-
fica, quantunque non doni a Dio nulla del proprio (perché da
prima tutte le cose son di quello), pure, se divotamente il fa, n'è
gradito ed accettato; cosi io, quantunque offerisca a V. M. non
quel eh' è mio ma quel eh' è suo, pure, poiché lo fo con rive-
rentissimo amore e perché il tutto conosco e confesso, debbo
essere dalla generosa magnanimità di lei, se non affatto gradito,
almeno non affatto rifiutato. Alla quale Nostro Signore Iddio
conceda tanta felicità quanta le ha conceduto potenza, acciocché
lungamente viva per universal difesa della santa fede cattolica.
Mentre io per fine umilissimamente la riverisco.
Di Roma, 16 aprile 1628.
LXI
Al signor duca Giovanni Antonio Orsini, a Nerola
Ha scritte altre poesie, che mostrerà all'amico.
V. E. mi chiede novelle della mia musa, alla quale attri-
buisce nomi e titoli si congiogali e matrimonieschi, che mostra
di credere ch'essa sia mia moglie. Ma, perché nell'altra sua lettera
antecedente disse che quelle dèe erano tutte meretrici, qui
vien consequentemente ad inferire ch'io abbia sposato (con ri-
verenza) una puttana, e pian piano mi vien dando del becco
su per la testa. Duellare io coli' E. V. non vorrei, non essendo
la mia smarra degna di tant'alto cimento; e dalla altra parte
non volentieri resto ingiuriato. Che farò dunque? confesserò il
puttanesimo e negherò il maritaggio ? Poiché veramente ella
non è mia sposa, ma è mia concubina, che « druda » direbbe il
signor Balducci. Pure, qual essa si sia, si porta meco assai bene
e non è sterile; onde, nel tornar che V. E. farà a Roma, mi
troverà cresciuto di famiglia, avendomi quella partoriti alcuni
nuovi figliuoli. Questi stanno ora aspettando la venuta di lei per
certificarsi, al lume del suo purgato giudicio, se essi sian per-
fetti parti o pur siano sconciature, ed anco per esser da lei
326 TOMMASO STIGLIANI
rigenerati a migliore essere. La quale avrà anco autorità di por
loro qual nome più le parrà, cioè che s'abbiano a chiamare
o cosa buona overo menchioneria. Che è stato quanto dir m'oc-
correva. E le fo affettuosa riverenza.
Di Roma, 4 di settembre 1628.
LXII
Al padre fra Iacinto Poggi, a Matera
Si congratula con lui per la ricuperata salute, e augura al mondo che abbia
lunga vita un predicatore cosi valente.
Di Roma, 7 luglio 1629.
LXIII
Al signor duca d'Alcalà, viceré di Napoli
Invia il Mondo nuovo.
Di Roma, 18 di gennaro 1630.
LXIV
Alla communità di Matera
Domanda ai suoi concittadini l'autorizzazione di scrivere e presentare a
loro nome una lettera di congratulazione al cardinale di Santa Cecilia,
testé eletto arcivescovo di Matera.
Di Roma, 7 d'agosto 1630.
LXV
Al signor Domenico Molini, a Vinezia
Lo prega di aiutarlo a ristampare il Canzoniero, l' Occhiale e il Mondo
nuovo, giacché le mene dei marinisti non gli fanno trovare uno stampa-
tore a Venezia.
Il grido pubblico, quando egli nasce dal libero giudizio uni-
versale e non da operati ordigni di chi v'abbia interesse, io
credo che rarissime volte s'inganni o non mai, per cagion che
quelle opinioni dove la più parte degli uomini concorre è quasi
LETTERE 327
impossibile che non sien vere, stante il proverbio che « più veg-
gano gli più occhi che non veggono i meno », e che « più sappiano
gli uomini che non sa l'uomo ». Vera dunque debbe essere e
fondata in effettivi meriti e reali la fama di V. E., mentre essa
col mezo di tante bocche celebra in ogni luogo la persona di
lei non solo per prudentissima e valorosa ma per sommamente
buona e per dotta in eccellente grado. Onde giusta cosa è se
l'È. V. in Vinezia gode oggidì tra i senatori il nome di « padre
della patria » e nel rimanente d' Italia e d' Europa è tenuta unico
protettor delle lettere e de' professori di quelle, i quali di com-
mun consenso l'hanno costituita come arbitro irrevocabile di
tutte le letterarie occorrenze; a segno tale che fanno tra loro
a gara a chi più può servirla e più onorarla cosi colle lingue
come colle scritture, ricorrendo oltracciò nelle giornali occasioni
non ad altro che. al vivo oracolo della sua voce. Da questa sua
gloriosa stima e riputazione io fui un pezzo fa quasi rapito ad
amarla ed a riverirla, e da questa medesima sono ora persuaso
a supplicarla per la presente che si degni d'accettar la picciola
servitù mia ed in un tempo abbracciar la protezzion delle mie
opere. Il bisogno della quale è già cresciuto a si estremo termine,
che ormai si può con più proprio nome chiamar « necessità »,
mercé de' miei lunghi ed ostinati persecutori.
Sappia V. E. che '1 cavalier Marino (ch'ora sia in gloria e
de' suoi peccati goda perdono), perché professava pubblica ne-
micizia meco, conservò mentre visse segreto accordo ed occulto
conserto col Ciotti e con altri librari e stampadori vineziani di
tenere indietro essi miei libri dalla ristampa. Il che io seppi in-
fin da principio per cosa sicura, si come avvisato che ne fui
da più lettere di fidati amici miei abitanti in cotesta città, e fra
l'altre da una del signor Sebastian Veniero e da una del Ma-
lombra pittore; ma ultimamente me ne son certificato in tutto
e per tutto da un contrassegno infallibile che ne veggo stam-
pato. Questo è il secondo volume delle lettere del medesimo
cavaliere, impresso dopo la sua morte, nel quale ne son molte
dove egli maltratta me e le dette mie cose; ma una in parti-
colare, che è a carte 117, dove egli scopertamente protesta ad
328 TOMMASO STIGLIANI
esso Ciotti che desista dal ristampare il mio Mondo tmovo già
cominciatosi, non ostante che quegli me n'avesse mandato i
primi quattro fogli, minacciandolo che, s'egli non desiste, gli
vuole esser nemico né più dargli ad imprimere l'altre sue rime
e prose, secondo il già appuntato tra loro. La qual ristampa
d'esso mio poema perché allora non andò più avanti, io me ne
maravigliai non poco, non sapendone la cagione; ma me n'ac-
quieto adesso che la so.
Di questa si fatta congiura si può, per quel che tocca al
Marino, attribuire una parte di colpa alla potente passion del-
l'emulazion letteraria. Ma in nessun modo io saperci scusare il
Ciotti, che, essendo già stato mio caro amico e beneficato da
me per molte vie, ma in particolare dell'avere egli guadagnato
mille scudi nella sospension delle mie Rime compite, dette ora
Canzoniero, da lui vendute tutte a dodici lire il pezzo (come fa
fede una lettera di lui medesimo, scrittami di sua mano), volse
alla fine privarsi de' nuovi guadagni mercantili per non iscom-
piacere ad un mio emolo e per dannificar le mie fatiche e rui-
narle. Iniquità della quale egli fu poco da poi dal giusto Iddio
punito evidentemente in questo mondo medesimo: perché, avendo
lasciata la compagnia dell'arte ch'avea coi Giunti, trasportò la
bottega in Sicilia; e là nello stretto spazio di sei mesi falli, im-
pazzi, accecò e mori.
E se dai chiari effetti possono bene arguirsi le cause nascoste,
uno altro indizio del sopradetto conserto ed accordo si vede
oggi parimente, il quale non è men certo che la confessione fat-
tane dal Marino. Io dico il non essersi ristampato da molti anni
in qua il libretto piccolino delle mie prime rime, ancorché per
tutta Italia e fuori sia pur sempre stato domandato con grande
istanza e che i nemici istessi non ardiscano di biasimarlo, anzi
concordemente il commendino tutti, ma spezialmente colui che
fé' la prefazione alla seconda parte della Difesa dell'Aleandri,
il qual dicono sia il Mascardi. Il medesimo può affermarsi del
prefato Canzoniero corretto e stampato in Roma (nel quale anco
le prime rime van contenute, benché sparse), che per tutto
è ogni giorno richiesto, ma non se ne trova perché non s'è
LETTERE 329
ristampato se non solo tre volte, una dal Deuchino in Vinezia,
una dal Pavoni in Genova e l'altra dal Bidelli in Milano; le
quali edizioni non bastano, e ve ne vuole in Vinezia dell'altre,
se si ha da soddisfare appieno alla quotidiana cerca degli stu-
diosi. Il simile succede anco déiV Occhiale, il quale non si ri-
stampa, con tutto che abbia applauso commune e che da alcuni
scienziati si cognomini il « midollo dell'arte poetica ».
Di modo che delle mie scritture accade oggi giorno un mi-
racolo mostruoso e stranissimo, non accaduto ad alcune altre
in niun secolo: cioè che libri, i quali piacciono a chiunque gli
legge, siano nondimeno presso che morti. Io stimo invero le
mie fatiche non per eccellenti, anzi per triste; ma per molto più
trista stimo la lor fortuna, mentre le veggo perir di morte non
naturale ma aiutata e violenta, vedendo dall'altro canto ristam-
parsi tutto il di non poche opere italiane che son tenute di gran
lunga inferiori alle mie e d'autori meno accreditati che non son
io, le quali non per altro corrono per le botteghe se non solo
perché non hanno persecuzione. Si che la picciola eccellenza,
che dovrebbe lor nuocere, è quella appunto che lor giova; mentre,
insieme col non essere arrivate a poter provocar l'invidia del
Marino, hanno potuto acquistare il suo favore e lode. Quali essi
autori sieno e quali esse opere, senza ch'io qui lo mentovi (che
è ricordo odioso), so che V. E. lo sa a bastanza.
La cagion di questo miracolo (se pur miracolo egli deve chia-
marsi e non più tosto opera naturale) si è che gli stampadori
e librari di Vinezia, persuasi da prima, come dissi, dal detto
Marino, presero questa voga e questa seguitano tuttavia, esor-
tatici ancora e mantenutici dalla rimasa setta degli amici di
quello, i quali in tutta Italia sono in tanto maggior numero che
gli amici miei, quanto nel mondo si trova più ignoranti che
savi e più perversi che giusti. Già non mi do io ad intendere
che tal persecuzion sia nata perché il Marino giudicasse per mi-
gliori i miei libri che i suoi, che non m'è incognito ch'egli
stava tanto ingannato di se medesimo, che stimava più una sua
sillaba che cento righe, non dico mie, ma d' Omero e di Vir-
gilio; ma egli desiderò che '1 Canzoniero e '1 Mondo nuovo non
330 TOMMASO STIGLIANI
corressono per le mani degli uomini, "acciocché non vi si leg-
gessono i suoi furti fattimi. I quali non si possono negare in
modo veruno, apparendo chiaro che le mie stampe sono molto
anteriori di tempo alle sue, e sapendosi da ognuno che io nello
scrivere invento del mio e ch'egli all'incontro si serve dell'altrui.
E bramò similmente che V Occhiale stesse soppresso, perché in
quello non fusse veduto il suo poco sapere e gli altri difetti.
La quale scrittura {V Occhiai dico), se bene non si stampò se
non alcuni mesi dopo l'esser lui morto, egli però la vide e
lesse in Roma (ch'era in poter del mastro del sacro palazzo
per la revisione, la qual si suole spesso commettere ad altre
persone), e fece si, col mezo delle sue potenti amicizie, ch'io
non potei stamparla fin ch'egli visse. Il che da me si prova
diffusamente nella Replica all'Aleandri, ed a quella mi rimetto
a suo tempo.
Ora a tutti questi inconvenienti e disordini ed a tutti questi
miei danni io son sicuro che potrebbe ampiamente riparare l'in-
genua bontà e la riverita autorità dell' E. V. Alla quale, si come
a già autenticato arbitro e' ho detto ch'Ella è, io m'appello del
pubblico torto che conosco farmisi, ed insieme la supplico a non
tollerare che la povera virtù rimanga oppressa dalla malignità
de' suoi ignoranti nemici, ma si degni d'operar costi coi detti
stampadori e librai che ristampino le prenominate mie opere
fino ora pubblicate, cioè il Canzoniero, V Occhiale e '1 Mondo
nuovo; ma il Mondo nuovo sopra tutto, il qual veramente non
è ancora stato veduto, quantunque sia passati molti anni che
usci in luce compito e quantunque sia lettura dilettevolissima.
Il che è avvenuto ed avviene per li mali uffici de' marinisti, i
quali, con biasimarlo a vento e senza averne letto mai carta,
lo screditano del continovo per tutte l'accademie e per tutti i
circoli e librerie, tenendo ingiustamente soppresse le mie vigilie
di trenta anni. Non è stato, dico, veduto: perché dopo le due
imperfette edizioni di Piacenza, la prima compita ed intera, la
qual fu questa di Roma, s'è spacciata quasi tutta in Roma sola,
rimanendo, come si dice, « in vicinato »; e la seconda, la qual fu
quella di Torino, s'è venduta in Torin solo ed in poco altro
LETTERE 33 I
contorno ; oltre che quella di Vinezia non si condusse a fine,
come toccammo di sopra. Il che al libro è stato gravissimo pre-
giudicio, se si riguarda che le stampe dell'altre città servono
per le loro private contrade e le stampe di Vinezia servono per
le contrade tutte del cristianesimo. E di qui è che tutti quegli
scritti, che non si tornino ad imprimere in cotesta città, moiono,
non ostante che s'imprimessero altrove in ogni luogo. Il che
però poche volte avviene, atteso che tutti gli altri impressori
prendano norma ed esempio da' vineziani, e per ordinario ciò
che non si ristampa in Vinezia non si ristampa in altre parti.
Con tutto ciò, il Babà, incoraggiato dalle spesse cerche de'
compratori, pur si provò a volerlo ristampare dopo il rifiuto del
Ciotti. Ma ne fu fatto cessare e dal L[oredano?] e dal B[usenelli?],
pure partegiani acerrimi del Marino e seguaci suoi pertinacissimi
e miei nemici gratis, cioè senza ch'io abbia loro, non dico
fatto mai dispiacere alcuno, ma pur conosciutili; i quali per quie-
tare esso Babà gli donarono cinquanta zecchini, raccolti per
tassa volontaria da tutti i marinisti di Vinezia e di Padova e
d'altri luoghi circonvicini. Ma questo tiro del B[usenelli?] e del
L[oredano?] è uno scherzo a rispetto a quello del marchese Manso
in Napoli ed a quello d' un gran prelato in Roma, che per la
sua potenza io non posso qui nominare; il primo de' quali ha
comperi in più tempi più di trecento Mondi ìiuovi e bruciatigli,
ed il secondo tiene occultati appresso di sé da cento Occhiali
ed un buon numero di Canzonieri .
Cosi finalmente io mi trovo esser ridutto a rimirar cogli
occhi propri il calpestamento de' miei stenti e lo strazio de'
miei sudori senza potervi riparare. Del che certamente io non
mi dorrei punto se conoscessi che l'opere il meritassero, poiché
a chi in effetto è morto altro non resta che se gli faccia se non
dargli sepoltura. Ma, mentre per mille vive sperienze io mi cer-
tifico ogni giorno più ch'esse dilettano e grandemente aggra-
dano a qualunque spassionato le veda, non posso far di meno
di non tribolarmene inconsolabilmente e di non adirarmi contra
chi me le vuol sepelir vive. E se ben so di sicuro che questa
iniqua violenza non sarà per durar sempre (perciocché, morti
332 TOMMASO STIGLIANI
i persecutori, la cosa perseguitata tornerà a risorgere), vorrei
però mentre che vivo godere alcuna parte del mio onore nel
modo che del loro hanno goduto gli altri miei pari: che, sic-
come l'agricoltore non getta il seme a fin di perder quello ma
di raccoglierne il frutto, cosi lo scrittore non iscrive a fin di
perder l'inchiostro ma di trarne qualche onesta commendazione.
Adunque per sigillo io concludo che, se col favor di V. E.
vederò che questi miei tre volumi, tornandosi a pubblicare in
Vinezia mutino fortuna, m'arrischierò di dar fuori gli altri, che,
essendo per lo più dogmatici, saranno di non picciolo profitto
alla gioventù studiosa. Alcun de' quali sarà dedicato a V. E.
medesima, ed in alcuni altri saranno sparsi non rari segni della
mia gratitudine verso la beneficenza sua: che, ancorché il nome
di lei sia più atto ad illustrare i libri che bisognoso d'esser dai
libri illustrato, in ogni modo maggior gloria gli è l'illustrarne
molti che l'illustrarne pochi. E con questo fine affettuosamente
la riverisco.
Di Roma, 15 settembre 1630.
LXVI
Al signor cardinale di Santa Cecilia, a Genova
Gli avvisa che monsignor Antinori, già arcivescovo di Matera e ora di
Siracusa, si recherà nella sua antica diocesi per alcune riscossioni.
Di Roma, io di febbraio i6[3i].
LXVII
A MONSIGNOR Fabrizio Antinori, arcivescovo di Matera,
A Napoli
Scherza intorno all'andata di lui a Matera.
Di Roma, 2 di marzo 1631.
LXVIII
Al medesimo, a Frascati
Invia alcuni dolci.
Di Roma, primo di maggio 1631.
333
LXIX
Ad Antonio d'Adamo, a Matera
Discorre di vari affari domestici.
Di Roma, 6 ottobre 1631.
LXX
Al signor principe di Squillace, a Madrid
Si raccomanda per ottenere una pensione nel Regno di Napoli
in premio del Mondo nuovo.
Due grazie V. E. m'ha fatte; ma, perché il cortese modo
del farmele è ancor esso una grazia, elle mi diventano tre, e
cosi mi compiscono il numero delle dèe antiche chiamate le tre
Grazie. Le due sono una sua lettera ed un suo componimento
spagnuolo in lode del mio Mondo nuovo, e la terza è l'aver
V. E. comandato al signor don Diego Perez suo segretario (il
qual dovea da Genova andar per acqua in Calabria) ch'egli
passi a posta per Roma per consegnarmi essa lettera ed essa
composizione, ed insieme visitarmi a nome di lei. Il che egli ha
puntualmente eseguito, non senza qualche mio rossore e confu-
sione, nata dal saper io la picciolezza del mio merito e la gran-
dezza della persona di V. E.
Ho letta la lettera, piena di favori e d'offerte; ho letto il
sonetto, pieno d'encomi e d'esaltazioni, ed ho udita la viva
voce del detto segretario, piena dell'uno e dell'altro. Le quali
tre dimostranze m'hanno rappresentato al vivo l'eccessiva uma-
nità di V. E.; ma la composizion poetica, perché esquisitissima,
mi rappresenta di più il suo supremo ingegno: onde, si come
dalla triplice cortesia io rimango caricato d'obbligazione, cosi
dall'eccellente ingegno resto oppresso di maraviglia. Conosco,
e similmente me ne mortifico, essere stato quasi un peccato
che si preziosa eloquenza si sia consumata intorno a si basso
334 TOMMASO STIGLIANI
soggetto. Ma pure non posso far di meno di non godere altret-
tanto che tal prodigalità torni in mio beneficio. Bene è vero
che le dette tre grazie inviatemi da V. E., quantunque m'abbiano
trovato privo di quei meriti che nascono dal valor della persona,
non m'hanno però trovato senza quegli altri che procedono dal-
l'affetto dell'animo e dalla riverente osservanza. Poiché io non
solo ho sempre venerato fra me stesso il nome glorioso di V. E.,
ma per esterna testimonianza di tal mia venerazione lo celebrai
gran tempo è nel mio Trattato della ìiobiltà con una menzione
onorevolissima e non breve.
Adunque, poiché io (tal qual mi sia) son pur anco cosa
di V. E. e suo antico servidore, se ben Ella noi sapeva, non
rifiuto gli effetti della mia buona fortuna, che per mezo di lei
mi son venuti a trovare, ma mi fo loro incontra. Ricevo volen-
tieri le grazie che V. E. m'ha fatte, per non abusar la benignità
sua; tollero allegramente le lodi che m' ha date, per non far
torto al suo giudicio; e di buona voglia mi vaglio dell'offerte
che m'ha esibite, per non offendere la sua liberalità. L'occor-
renza è pronta e presente. Sappia l'È. V. che '1 mio fisso at-
tendere alla lunga composizion del predetto Mondo ?i.uovo m'ha
distratto dalle mie cose domestiche per molti e molti anni, di
tal maniera che me n'ha fatto in tutto e per tutto tralasciar la
cura. Le quali domestiche cose non son perciò caminate cosi
bene come avrian fatto colla mia soprintendenza. Onde, essen-
domi io finalmente svegliato da questa lunga trascuraggine, quasi
da un lungo sonno, mi trovo esser divenuto vecchio di più di
sessanta anni e ridutto in fortuna assai più scarsa che non si
conviene ad un gentiluomo, e ch'abbia indosso l'abito di San
Giovanni, la qual religione a coloro che son cavalieri non di
voto ma di devozione, qual son io, non conferisce benefici né
commende. Per la qual cosa, perché la detta mia fatica del
Mondo nuovo è fatta in esaltazione della nazione spagnuola ed
è oltracciò dedicata a Sua Maestà medesima, sarebbe quasi il
dovere che quegli, per li quali onorare io son caduto, m'aiutas-
sero a risorgere in piedi. Per questo io non mi vergogno di
supplicare ora V. E,, come fo, ad esser servita d'impetrarmi
LETTERE 335
dal re alcuna pension nel Regno di Napoli, la quale per più
commoda esiggenza fusse situata sull'arcivescovado di Matera
mia patria; massimamente ch'ai presente v'è luogo opportuno,
essendo i pensionari di quella chiesa tutti morti. Tentai l'istesso
due anni sono, con iscrivere a dirittura al signor conte duca;
ma, come non avevo costi persona che sollecitasse il negozio,
non ottenni nulla. Non è cosi adesso, perché v'ho il signor don
Diego di Silva, mio amico. Egli di qui avanti negozierà per me,
avendolo io instrutto che dia a V. E. il memorial regio e gliene
tenga ricordata la spedizione.
Col qual fine, augurandole compita felicità ed esaltazione, le
fo umilissima riverenza.
Di Roma, 2 di febraio 1632.
LXXI
Al signor GijtóJ Paolo Palombini, a Verona
Gli riesce impossibile di rispondere a una sua lettera, perchè scritta
in pessima calligrafia .
Ricevetti la lettera di V. S, del 14 di settembre, alla quale,
se ben rispondo, non so però che cosa rispondere, perché, per
molta fatica ch'io v'abbia latto e fattovi fare, non l'ho mai saputa
leggere né intendere. Io non parlo qui di quella brevità laconi-
chissima dello spiegare i suoi concetti, la quale è troppo natu-
rale in V. S. cosi nel favellar come nello scrivere; che di questa
non sento oramai più noia, mentre, avendovi fatto su alquanto
di prattica, uso per interprete la discrezzione e per commentatore
la conghiettura. Ma parlo di quel che sarebbe bastante a fare im-
pazzare non che Edipo e la Sfinge, che sono gli spianatori degli
enigmi, ma lo stesso Mercurio, che è lo dio della cifera e del
gergo. Io dico quel suo carattere traditore, formato sempre o
a foggia di gieroglifici o a guisa di punti geometrici, e quelle
sue breviature non usuali ma fatte a capriccio, verbigrazia, a
gruppo salamone, a laberinti, a meandri e va' discorrendo. Ne*
quali scarabozzoni e nelle quali breviazioni non giova il sapere
336 TOMMASO STIGLIANI
umano per cavarne senso, ma vi bisogna il dono della profe-
zia e la scrutazion de' cuori; massimamente in quest'ultima let-
tera, nella quale esso doppio intrigo è piggiorato a segno
estremo. Io non ho invero veduti mai i pentacoli de' negro-
manti e i lineamenti stregoneschi; ma dal sentir dire che pure i
diavoli gì' intendono e gì' insegnano a' lor seguaci, m'immagino
ch'essi non contengano si inusitati segnali e si incognite impri-
miture come son quelle di questa scrittura, la quale non ha
più dell'italiano ch'ella s'abbia dello scitico e del trogloditico e
del paflagonico. La cabala, arte tanto oscura che solamente si
conserva per tradizione, è oramai una baia a petto dell'oscurità
dello scrivere di V. S. E credo che questo solo al mondo sia
quel testo talmente eteroclito, che non possa esser chiosato né
scollato né rubricato né marginato se non da chi '1 fece, se
pure anco si può arrivare a tanto, perché in tal caso io terrei
V. S. per un gran baccalare, mentre sapesse ricordarsi l' irri-
cordabile. Io per me son restato intronato in maniera, ed in
maniera stordito, che mi par d'essere lo Stordito Intronato da
Siena. Ciò che veggo si gira a torno, e continovamente sento
un romor nell'aria simile ad un fischio o più tosto al ronzar
dell'api e delle vespe, ma talvolta al frullar della trottola. Il che
non mi rammento essermi mai più intervenuto, fuorch'una
volta con uno eterno cicalon napolitano, detto... ('), in ascoltarlo,
ed un'altra col Marino, quando egli mi lesse quella sua spiri-
tata descrizzion, ch'egli pensava esser di discordia ed era di
confusione. Per certo ch'io sto in qualche pensiero di farmi
dar dal signor Magnani alcun medicamento appropriato a con-
ciarmi il cervello in capo, il quale ho gran dubbio che mi si
sia smosso da' suoi gangheri ed uscito fuor de' sesti naturali.
Ma torniamo a proposito, se è possibile. Io rispondo qui
non ai sentimenti della lettera di V. S. (che non gli so), ma
alla sua incomprensibilità. E dico che, se per l'avvenire Ella
non mi scriverà più intelligibilmente di quello che ha fatto in-
sino adesso, può battezar la presente risposta per ultima delle
(i) Lacuna nel testo. [Ed.]
LETTERE 337
mie, perché da me non sarà per averne altra. Il difetto, ancor-
ché sia grandissimo, non è inemendabile, stante l'essere V. S.
giovane e di tenero ingegno. Perché, si come a principio esso
germogliò dall'impazienza, cosi si può ora sterpare a poco a
poco colla tolleranza e colla diligenza, se non mente l'afforismo
che tutti i contrari si curino con altri contrari. La pazienza,
signor Giovan Paolo mio, è la reina di tutte le virtù umane,
e tristo colui che n'è privo! Perché senz'essa non si può in
questa vita far cosa buona, ma tutte si fanno pessime: anzi ella
è l'originaria radice di tutti i nostri vizi; ed a mio giudicio, uno
che sia un gran dappoco o un grande ignorante o un gran
tristo, altro non è in sostanza che un grande impaziente. La qual
verità io potrei agevolmente esemplificar qui, trascorrendo per
tutte le pecche degli uomini; ma questo non è luogo se non di
finir la lettera. Ed acciocché V. S. non diventi uno de' sopra-
detti tre, abbia ora pazienza cosi dell'esser stata da me ammo-
nita come del sofferir la fatica ch'anderà nel metter in opera l'am-
monizione. E le bacio le mani.
Di Roma, 2 d'agosto 1634.
LXXII
Al signor Giovanni Antonio Orsini
DUCA DI Santo Gemini, a Nerola
Desidera di non essere immischiato nella compera che l'Orsini intende fare
di Matera, per mezzo di monsignor Antinori.
Di Roma, 3 d'agosto 1634.
LXXIII
Al medesimo
Si scusa della precedente lettera.
Di Roma, io decembre 1634.
G. B. Marino, C. Achillini e G. Preti, Lettere -11.
338 TOMMASO STIGLIANI
LXXIV
Al signor Francesco Balducci, a Montelibretti
Gli annunzia che lascerà Roma per ritirarsi a Matera.
Mi scrive V. S. aver udito per cosa certa da un nostro com-
mune amico eh' io debbo in breve cambiar la stanza di Roma
con un'altra, ma che infino a qui non ho dichiarato quale;
onde con prieghi mi soggiunge che, poiché di tal mia par-
tenza il termine a quo (come il dicono i filosofi) è noto, io le
notifichi parimente il termine ad quem, significandole insieme la
cagione di questa impensata novità. Rispondo esser verissimo
ch'io mi parto, e che si come il «donde» è Roma, cosi il
« per dove » è Matera. La causa della deliberazione non è una,
ma son due: perché da un canto m'è venuta oramai troppo a
noia la lunga ingratitudine della corte, e dall'altro mi s'è troppo
accresciuto il solito desiderio dell'abitazion paterna, per rispetto
della mia sopravenuta vecchiezza, già bisognosa d'agi e di com-
modi. Voglio in tutti i modi contentar l'onesta inchinazion della
natura, con dare i miei ultimi giorni a chi diedi i primi e con
aver la sepoltura dove ebbi la cuna, parendomi assai giusta cosa
ch'io restituisca le mie ossa a quel terreno da cui le ricevetti
e che, se non vi son dimorato vivo, vi dimori morto. Almeno
non morrò in terra strana ed in mano di servidori, ma nella
patria ed intorniato dai miei. Oltre che, là si vive più commo-
damente colla poca entrata che non si fa qui colla molta. Par-
tirò dunque, se sarò vivo, questo prossimo ottobre, che la sta-
gion si sia raffrescata appieno, acciocché invece di mutarsi città
non si mutasse mondo. Il che volentieri io paleso a V. S. non
solo perché Ella sia soddisfatta della sua dimanda, ma perché,
volendo qualche volta onorarmi de' suoi comandamenti, sappia
dove scrivermi, infin chea Dio piaccia ch'io finisca questo estremo
avanzo della mia vita. Il quale, o che debba esser di mesi o
che d'anni o che di lustri, me ne rimetto interamente alla sua
divina volontà, e dentro a quella m'acquieto ed in quella mi
LETTERE 339
circoscrivo tutto quanto, si come umile ed ubbidiente servo che
sono, quantunque indegno.
Bacio per fine a V. S. le mani.
Di Roma, 13 febbraro 1635.
LXXV
Al signor Silvio Maggi, a Napoli
Non è in collera con lui, per quanto ne abbia il diritto.
Mi significa V. S. che la mia lettera le sia paruta alquanto
gridereccia e crucciosa, ed appresso mi fa veemente instanza
ch'io le dica la cagione perché io sia sdegnato seco. Al che
rispondo che non si può assegnar causa di quello che non è
effetto; e conseguentemente, non avendo io sdegno, non posso
dirle donde il mio sdegno nasca. Poiché del niente non so
parlar come se esso fusse qualche cosa, se bene il seppe fare
il Coppetta nel suo capitolo di Noncovelle , rubbacchiatogli poi
da un certo Manzini. Credo bene all'incontro che, si come io
perché non veggo l'originato non so investigar l'origine, cosi
V. S. perché vede l'origine vorrebbe investigar l'originato;
e fingendo d'esortar me ch'io discorra a posteriori, discorre
Ella a priori. Nel che veramente s'inganna e mostra di non
aver serbata in mente tutta la fisica, ancorché tutta l'abbia stu-
diata, non ricordandosi che l'agente non opera dove non trova
disposizion di soggetto e che, quando la resistenza della ma-
teria è maggiore che non è l'attività della forma, non ne segue
produzzione. « Cum sancio sanctus eris, et cum perverso per-
verteris». Parlo con un filosofo, e filosoficamente mi son la-
sciato trasportare a discorrere.
Ma ritorno a favellare spianatamente ed alla schietta, dicendo
che, quantunque V. S. dal suo lato m'abbia dato occasion ch'io
m'addiri seco, io però dal mio (il quale son legno verde e
non m'accendo si facilmente ad ogni vampa) non l'ho mai
fatto, che la naturai mia mansuetudine me n'ha tirato indietro
340 TOMMASO STIGLIANI
a viva forza. In virtù della quale, avendo io attribuito il tutto
più tosto a mala mia fortuna che a mancamento di V. S., ho
sentito non collera verso lei ma dispiacer dentro a me stesso.
Le due dette occasioni sono a lei note meglio eh 'a me, es-
sendo una l'avermi Ella ritardato in Napoli la sentenza otte-
nuta, e perciò fattomi perdere un semestro d'entrata; e l'altra
l'avere esercitato poco diligente ministerio intorno ai libri da
me mandatile, si che quegli si son poi venduti a men prezzo
che non era la mia commessione, se pur vogliamo dar nome
di poca diligenza a quello che è espressa trasgression d'ordine.
Né ammetto in ciò la scusa che V. S. adduce, cioè che la
gran maldicenza ed i maligni uffici de' seguaci del Marino (dei
quali Napoli sta pieno) abbiano cagionato ad essi libri tal bas-
sezza di prezzo, mentre Ella appresso soggiunge che ciascun
di loro n'ha voluto uno per saperne parlare in male; il che
dovrà più tosto essere stato accrescimento di spaccio che
diminuzione, essendo più il numero di quelli che le copie me-
desime, le quali non erano più di dugento. Ora insomma la con-
clusion sia che le due occasioni prestatemi da V. S. non hanno
partorito in me quel ch'Ella pensa, ma son rimase sterili, che
cosi ho io voluto che rimangano. E se ben grido, noi fo perché
sia stizzato con lei, ma perché il gridare è una cosa troppo
naturale in chi perde, o avaro ch'egli si sia o liberale. Che
all'avaro il perdere dispiace perché gì' impedisce l'accumulare,
ed al liberal dispiace perché gì' impedisce lo spendere.
Non altro. Le bacio le mani.
Di Roma, 4 di febraro 1636.
LXXVI
Al signor N., in Roma
Lo prega di restituirgli due sue scritture originali, le quali trattavano
della stampa dei libri.
Di casa [in Roma, tra il 1620 e il 1636].
341
LXXVII
Al signor Rodrigo ***
Risposta prima
Esorta l'amico a non pubblicare alcune rime, e discorre del marinismo.
Ho ricevuto la lettera di V. S. insieme colle sue rime per
mano del padre provinzial Conturso, il quale ha passati meco
a bocca alcuni suoi caldi uffici in raccomandazione d'essa let-
tera e d'esse rime, pregandomi che all'una io risponda e l'altre
consulti.
Nella lettera V. S. s' abbassa insino al pregarmi per l'amor
di Dio ch'io le dica sinceramente il mio parere intorno alle
dette poesie, cioè se esse sieno per riuscire tra le migliori della
nostra lingua o pur tra le mediocri, acciocché di qui Ella possa
risolvere a qual delle due luci abbia da concederle, se a quella
della stampa o a quella dell'incendio, Ond'io non voglio in
modo alcuno tradir tanta confidenza (che non si convien ad
uom da bene né a cristiano), ma farò per prieghi quel che
soglio far per usanza, che è il parlare appunto con sincerità
e senza simolazione; massimamente trattandosi dell'opere d'un
giovane (che tale io credo Ella sia), al quale i consigli non
giungono tardi, non gli mancando tempo da eseguir quegli.
La domanda di V. S. pare a primo aspetto esser una, ma
in effetto è due, o almeno contien due membri molto tra sé dif-
ferenti. Che altra cosa è il giudicar se una poesia sia in sé
perfetta, ed altra è il giudicar s'ella sia per ottener nell'opinion
del mondo luogo conveniente alla sua perfezzione. A far l'un
giudizio basta aver finezza di gusto, ma a far l'altro bisogna
quasi avere spirito di profezia.
Credono alcuni (e di questa sentenza fui un tempo ancor io)
che la fortuna non abbia dominio veruno sopra i lavori del
nostro ingegno, ma che alla bontà degli scritti sempre segua
di necessità l'applauso di chi legge. Ma invero essi s'ingan-
nano di gran lunga e m'ingannavo io stesso con loro. Molte
342 TOMMASO STIGLIANI
altre sono le cagioni estrinsiche, le quali possono impedir la
debita gloria a chi scrive: la posteriorità de' tempi, la preoc-
cupazion de' luoghi, l'abbondanza de' libri buoni, la persecu-
zion de' professori viventi, l'inopportuna grossezza o piccio-
lezza de' volumi, gl'interessi mercantili de' librai, le proibizioni
de' superiori, e va' discorrendo. Io stimo che Luigi Tansillo,
per esempio, sia miglior poeta lirico che non è il Petrarca me-
desimo; ed in questa credenza ho trovato convenire e concorrere
la più parte di coloro e' hanno (come è in proverbio) sale in
zucca. Uno n'era il Tasso, benché egli non communicasse tal
suo senso a tutti, ma ad alcune persone confidenti. Nulladimeno
il Petrarca è famosissimo e celebre, e quest'altro a pena s'ode
nominare. Il che è avvenuto: perché egli trovò occupata la
sedia con troppo vecchio possesso; perché scrisse in tempo
abbondante di buoni autori, i quali unitamente il perseguitaron
tutti ; perché gli furono proibite alcune delle sue più ingegnose
composizioni dall'Inquisizione ed alcune altre dall' imperador
Carlo quinto per rispetti politici e di Stato; perché scrisse
troppo picciolo volume di sonetti e di canzoni, il quale neanco
va da sé, ma va gravato da grossa fasciucheria di rime diverse.
Oltre che, dopo la sua morte gli furono falsamente attribuite
alcune sciocche scritture, che diedero compito tracollo al suo
credito; perciocché le due comedie, che vanno stampate sotto
suo nome, furono fatte non da lui ma da un vicentino igno-
rante, e le Lagrime di san Pietro son fattura non sua ma di
Giacopo suo nipote. A queste tante disgrazie, ch'egli ebbe,
s'aggiunga per sigillo che poi venne il Marino e colla sua gar-
bata ronchetta gli carpi tutti i suo' migliori concetti ; non dico
solo dalle prefate Rime impresse, ma da alcune canzoni e capitoli
non pubblicati, i quali esso Marino buscò in Nola manoscritti.
Questi egli non si degnò di sfiorare ma, occupandogli intieri,
gli registrò per suoi e seminògli nelle sue opere tutte, ma più
nel primo e secondo volume: si come l'istesso egli ha dapoi
fatto ancora a me in ambedue le prefate maniere, ed il mondo
parte da sé il vede e parte il può credere e conghietturare,
se ben io per maggior mia cautela ho voluto provarlo più
LETTERE 343
chiaramente nel terzo e quarto libro del mio Occhiale. L' istesso
che dico del Tansillo si potrebbe, o poco meno, dir d'Angiolo
di Costanzo ancor esso, il quale scrisse ottimamente, ma sonetti
soli e pochissimi, e toccògli andar co' volumi altrui in frotta.
Ma, tornando al proposito di V. S., io lascerò per ora da
banda di far giudicio della bontà intrinsica delle sudette sue
poesie (le quali però confesso che mi paiono assai inferiori a
quelle del Tansillo e del Costanzo), e dirò solo la mia opinione
intorno al pubblicarle. Né si curi Ella di sapere appieno tutte
e due le cose, ma si contenti di sentirne una, per ischifar displi-
cenza. E primamente le giuro da galantuomo ch'io mi pen-
tisco d'aver dato fuori il Canzonier mio, non ostante ch'egli
(come V. S. sa) abbia pur sortito qualche fama, considerando
che questa resta inferior di gran lunga all'estreme fatiche che
v'ho durate, e considerando anco il gran pericolo della trista
riuscita il qual v' ho corso, oltre i patiti travagli di proibizioni
ed oltre l'emolazioni e perseguitamenti ed inquietitudini, che
m' hanno accelerata la vecchiezza per venti anni avanti. Del mio
Mondo nuovo non dico nulla se non solo ch'esso, non ostante
l'essere senza paragon più dilettevole che '1 Canzoniero, può tut-
tavia star suppresso e non ristamparsi né correre per le bot-
teghe, cotanto sopra di lui si prevale la quotidiana maledicenza
de' marinisti. I quali miei trapassati infortuni ed incontrati in-
toppi mi rattengono ancora cosi dubitoso, che perciò io soprasto
a non dare in luce l'altre mie cose poetiche, che forse son più
mature e più plausibili che le prime; se bene pur publicherò
in breve la Replica fatta all'Aleandri e compagni e l'altre opere
dogmatiche, perché son cose composte in prosa e perché mi
v' induce la necessità del difendere la mia riputazione.
Diceva il nostro paesano Orazio che quel primo navigante,
il quale avventurò la sua vita in mare, doveva avere il cuore
armato d'insensata quercia, anzi di triplicato bronzo. Ed io
soglio dire che quell'autore, il qual non teme la stampa come
cosa formidabilissima, non ha sentimento in capo ma è stolido
del tutto. Molti furono stimati eccellenti prima ch'imprimessero,
e poi coir impressione si vituperarono; de' quali uno è, per
344 TOMMASO STIGLIANI
esempio, oggidì l' Achillini, le cui Rime sono nel medesimo tempo
uscite di torcalo ed uscite di credito. Questa è quella spaven-
tevole pietra di paragone, la quale da ognuno si de' fuggire
come se fusse pietra di scoglio. Chi non ha oro sopraffino,
non le s'accosti; e chi anco l'ha, pur le stia lontano. Perché
se '1 vulgo overo i potenti vorranno che quello sia alchimia, pur
sarà e, se non sempre, almeno durante la vita degli scrittori
e de' censori loro. Troppo è casuale la piega dell'opinion popo-
lare e degli imperiti, e troppo è violenta ed indiscreta. S'asso-
miglia appunto al torrente che corre, il quale non tratta meglio
gli scrigni pieni di gioie di quel che si faccia i zocchi fracidi,
ma involve sottosopra in un fascio le cose preziose colle vili
e communi.
Questi si fatti pericoli se fussero stati ben considerati da
coloro a cui toccano, non sarebbe cresciuto in infinito il nu-
mero de' versificatori italiani come il veggiamo essere. Che, per
mia fé, non è città in Italia da cento anni in qua, non terra, non
castello, non villa, non borgo, il quale non abbia i suoi poeti che
tutto il di scrivono rime ed epopee e tragedie pastorali e le stam-
pano. Onde i libri son moltiplicati si smisuratamente e si fuor
d'ogni termine, che solo a far catalogo de' nomi non baste-
rebbe un grossissimo tomo simile al Codice legale. E la fama
de' lombardi non giunge in Toscana e quella de' toscani non
si stende al Tevere, né di molti accademici romani arriva la
nuova a Napoli, il quale ancor egli tien relegata dentro al giro
delle proprie muraglie la nominanza de' suoi poetucoli vani.
E lo stesso, ch'avviene in Regno alla città madre, avviene alle
città figliuole, se pur non peggio. Taccio di Sicilia e di Sar-
digna e di Corsica, isole tutte attenenti alla nazion nostrale e
che nostralmente parlano ed iscrivono, dove i verseggianti son
tanto incogniti che, non che l'uno non conosca l'altro, ma ap-
pena ciascuno conosce se medesimo. Atalché tutto lo scrivere
poetico d'Italia altro non viene ad essere ch'uno ampio abisso
d' oblivione ed uno interminabile oceano di dimenticanza e di
disprezzo. I quali inconvenienti hanno cagionato che '1 mondo
s'è talmente stufo, talmente sazio e talmente svogliato, che né
LETTERE 345
meno legge gli scrittori buoni e i valenti, con tutto che gli senta
spesso lodar da chi ha giudicio, perché « Stomaco turbato abor-
risce il zucchero » e « Cane scottato teme l'acqua fredda ». Tra
i quali valenti, dato ancora che V. S. fusse uno, pur corre
dubbio d'andarne alle fardelle se stamperà; né le torna conto
il gir di sua volontà a pigliar un vilipendio: che non avrebbe
poi di chi lamentarsi, salvo di sé, se urtasse in isciagura. Poiché,
quando uno va spontaneamente a cozzar col capo in una parete,
non è la pietra che gli rompe la testa, ma è egli che si rompe
la testa nella pietra.
Un tempo i lettori si contentarono d'una lettura non cattiva,
poi volsero eccellenza, appresso desiderarono maraviglie, ed
oggi cercano stupori ; ma, dopo avergli trovati, gli hanno anco
in fastidio ed aspirano a trasecolamenti ed a strabiliazioni. Che
dobbiamo noi fare in cosi schivo tempo ed in cosi delicata età
e bizarra, il cui gusto si è tanto incallito e tanto ottuso che
oramai non sente più nulla? Apunto non istampiamo nulla, ma
stiamcene in riposo, mentre ogni buona fatica è perduta. E dico
« buona fatica », perché mi par di vedere che questa soverchia
delicatezza del secolo si vada a poco a poco convertendo in
totale stupidezza e pazzia, mentre egli insieme col non gradir
gli scritti perfetti gradisce gli affettati e gl'idioteschi, cotanto
in lui prevale il cieco desiderio che tien di novità. Io intendo
non solo di quel poetar ridicolo che '1 Marino chiamava « stile
metaforuto », e che dopo la publicazion delle sue prime rime fu
sua seconda maniera, e nel quale egli ha avuto molti moderni
versificatori che con notabile piggioramento l'hanno immitato;
ma ancora di quel prosare in romanzi con locuzion monca e
storpiata, che ultimamente s'è introdutto e messo in uso da alcuni
giovani cervellini e bisbetici. Del qual modo di prosa è stato
cosi origine e capo l'autor del Coralbo e dL.é\[2i Donzella, come
del detto poetare fu capo il Marino; ancorch'io non nieghi
ch'essi due fondatori sarebbono per sé stati tollerabili in qualche
parte, se i succedenti seguaci triviali non avessero poi troppo
bruttamente avvilita l'una via e l'altra con deteriorarne la frase e
con guastarne la dicitura. Di queste due squadre di schiccheranti
346 TOMMASO STIGLIANI
i primi, che sono i versificatori, hanno potuto per ora ap-
presso al vulgo scavalcare il Petrarca e '1 Casa e '1 Bembo e
gli altri somiglianti ; ed i secondi, che sono i romanzieri, hanno
potuto far dismettere la lettura de' migliori libri vecchi di ca-
valleria, valendo, verbigrazia, più una meza carta d' Amadis
di Gasila che non vagliono tutti insieme quei loro sciagurati
scartabelloni. Chi crederebbe mai un si strano portento? E pure
il veggiamo vivamente esser vero e realmente essere avvenuto.
La qual doppia corrottela di gusto, quantunque sia non poco
mostruosa, è nata però nel secolo non senza la sua naturai
cagione. Perciocché, si come la grande inappetenza delle donne
gravide suole alle volte degenerare in falsa volontà di mangiar
carboni o calcina o creta o simili altre porcherie (e questa è
l'infermità chiamata da' medici « cissa »), cosi la strema sa-
zietà de' nostri lettori, per vaghezza di variar pastura, s'è con-
vertita in un matto appetito di leggere spropositi.
Nondimeno io non credo che ciò sia per durar molto. I mali
di questo mondo son della natura de' beni. Nessuno è perpetuo,
ma tutti son caduchi e di corta durata, ma tanto più quando
essi sieno violenti. Succederanno i nostri posteri e, ridendosi
di noi e de' nostri abusi, riconosceranno finalmente i carboni
per carboni ed il pan per pane. Ma che dico io? Troppo
termine ho assegnato a quest'emenda del secolo. Essa sarà pur
fatta più tosto da chi ha commesso il peccato che da chi non
v'ha colpa e non è nato ancora. La vertigine degli occhi cor-
porali (la quale è infermità che fa travedere) non costuma
d'andar molto in lungo. Tale sarà, spero, la vertigine delle
menti moderne, le quali non sempre lasceranno abbagliarsi
ed ingannare dal concorso ed esempio de' vani pedanti e de'
giovanetti e de' poetastri ; che da queste tre fogge di lettori
s' origina veramente tutto l'odierno spaccio de' pre fati ghiribizi.
Cosi noi, piacendo a Dio, non saremo scherniti dalla età futura,
e le gaglioffe operacce prenominate non sopraviveranno agli
autori loro.
Ora dunque, per venir dalle digressioni allo ultimato con-
cludere, sia il non istampare il nostr' unico rimedio, com'io
LETTERE 347
diceva, ed il nostr' unico partito contra i correnti disordini.
Questo solo consiglio è buono e questo io do a V. S. nella
sua dimanda, poiché Ella me n'ha tanto instigato non solo
coi prieghi della sua lettera ma coll'intercession vocale del
padre provinziale sopradetto; perché altrimenti io mi sarei ta-
ciuto, come altre volte ho fatto ad altri richiedi tori in somi-
glianti occasioni. Il qual mio consiglio può da V. S. essere sti-
mato fedele e cordiale (quale appunto Ella dice che '1 brama),
mentre io, avanti che lo dia a lei, lo prendo per me col non
dar più fuori nulla di poetico. Accettilo, signore, l'accetti con
altretanto amico consenso con quanto buona volontà io lo porgo.
Facciamoci pur cauti colla ruina di tanti sventurati, né vogliamo
imparare a nostre spese ove il potemo fare a costo d'altri ; che
per certo, quando gli sperimenti son dubbiosi e di rischio, più
saggio è colui che crede per non voler provare, che non è colui
che prova per non voler credere. Finisco e per fine le bacio
le mani.
Di Matera, 4 di marzo 1636.
LXXVIII
Al medesimo
Risposta seconda
Intorno allo stesso argomento.
Mandommi V. S. le sue rime con una lunga lettera, pre-
gandomi a veder quelle ed a dargliene parere, cioè se esse fus-
sero per conseguire alcun de' primi luoghi nella nostra lingua
o pur fussero per restare in alcun degli ultimi. Alla qual let-
tera io feci una risposta che, per quanto io stimo, poteva pie-
namente bastare. Di nuovo V. S. mi replicò con un'altra più
lunga, dicendo desiderar ch'io le parlassi più chiaramente e con
prove. A questa seconda io non risposi. Ma ultimamente mi
veggo da V. S. venir la terza, inviatami per uomo a posta, il
quale (per tal segnale) io ho pagato del mio. L'ho, dico, pagato.
348 TOMMASO STIGLIANI
più per levargli l'occasion di mormorar centra lei che perché
io creda ch'Elia non l'abbia soddisfatto, come pur pare ch'egli
borbotti; che già non m'è incognita l'ingorda costuma di questi
pedoni, che vogliono poter carpir da più bande. La qual terza
scrittura di V. S. mi fa tuttavia nuove instanze ch'io discorra
con più lucidezza e con allegar le ragioni, sfidandomi quasi ad
aperta disputa. Ma essa scrittura è tanto più prolissa dell'altre
due prime che, essendo di quattro interi fogli, perde il nome
di lettera ed acquistalo di trattato. Nella quale, oltre le perpetue
deviazioni e trabalzi ch'aflfogano il principal soggetto e fanno
dimenticarlo, il parlar per tutto in lode di sé ed in detrimento
degli altri è il minor difetto che vi sia. Io veramente per le
mie continove occupazioni, cosi di studi come di cura dome-
stica, non posso, signor Roderigo mio, attendere a leggende,
né far con V. S. quelle repliche e contrarepliche e bisrepliche
le quali altri forse farebbe. Tanto meno, non avendone Ella bi-
sogno, mentre la seconda risposta, che vorrebbe, si contien sof-
ficientemente nella prima, la quale è simile alla mandola che
sotto una cosa n'asconde un'altra, o, per dir più proprio, s'as-
somiglia all'ampolla di cristallo che fuori mostra di che dentro
sia piena.
E corpe potev'io parlar con V. S. più chiaramente di quel
che feci, mentre dissi che le sue rime mi parevano inferiori
assai a quelle del Tansillo e del Costanzo, e che io non dicevo
più avanti per non le recar dispiacere? Questa parola « assai »,
la quale io usai per significar tutta quella distanza che si trova
essere dal grado supremo all'infimo, doveva interpretarsi dal
discreto intendimento di V. S. e non da me, per non essere il
dovere che chi avea fatto il testo facesse ancora l'odioso com-
mento, non costumandosi fra coloro e' hanno termine di civiltà
il dire: « Questa cosa non vai niente ».
Ora dunque di simil qualità (per liberarmi in una parola)
son le poesie di V. S., e niente apunto vagliono secondo il
picciolo mio giudicio. Poiché in esse non si vede ordine alcuno,
non facilità, non dolcezza, non arguzia, non ispirito, non os-
servanza di grammatica, né cosa altra di dilettoso o d'attrattivo:
LETTERE 349
a segno tale che, se io per questa volta non m'avessi da Giobbe
fatto imprestare la sua pazienza, non avrei potuto leggere una
carta, come l'ho lette tutte. Il qual mio giudicio, non attribuendo
a se medesimo autorità se non poca e scarsa, volse da prin-
cipio palesare a V. S. la sua sentenza non altrimenti che fa-
sciata e ravvolta in cortese velo di buona creanza. Velo però
tanto trasparente ch'esso non poteva impedire altrui la veduta,
purché vi fussero stati occhi spassionati e non innamorati allo
specchio. Ha voluto V. S. onninamente ch'io le favelli a let-
tere, come si dice, di scatola; ed io la contento a pieno. Poiché
gli amici si debbono servire non in altro modo che solo in quello
nel quale essi vogliono esser serviti, se il servigio ha da esser
servigio e non dispetto. V. S. vede ora ch'io ragiono seco con
quella libertà e schiettezza la qual da lei si desiderava, e che
punto non la gabbo. Non si faccia Ella gabbare all'incontro
costi in Andria da' compatrioti, che con tanti supremi encomi
lodano e magnificano esse poesie, come da lei mi s'accennò
nella prima sua lettera e nella seconda, e come al presente mi
si riconferma più a lungo in quest'ultima. I quali lodatori pae-
sani, quantunque in cotesta patria sieno di varie stirpi, io credo
nondimeno che tutti abbiano stretta parentela colla famiglia
maggiore e più numerosa, la quale, per quanto intendo, si chiama
casa Volponi. Che a questo s'abbattette casualmente ad alludere
il preallegato Orazio, quando, in proposito d'avvertire i poeti
giovani a non credere ad ogni ricevuta lode, disse per conclusion
della sua Poetica:
Si carmina condes,
nunqiiani te fallant animi sub vulpe latentes.
Con tutto ciò, non è forse tanto pericoloso all'uomo l'in-
ganno d'altri quanto gli è l'inganno proprio. Onde di nulla
gioverebbe a V. S. ch'Ella ponesse mente alla sincerità mia
ed alla doppiezza de' sopranominati approvatori, quando poi
si lasciasse persuader dalla stima di se medesima. Ben voglio
io che V. S. fugga le false acclamazioni degli adulatori estrin-
seci, ma insieme richieggio ch'Ella con molta più avvertenza
350 TOMMASO STIGLIANI
e cautela schivi le dolci lusinghe di quella adulatrice interna
che è la propria affezzione, della quale non può l'uomo aver
consigliera più fallace o più mortale. Questa sola è quella micidial
sirena, che nel mar della vita umana può far naufragar le merci
delle nostre azzioni e cadérle al fondo d'ogni estrema miseria.
Al cui soave canto di leggieri il nostro conoscimento s'addor-
menta, se con cera di prudenza non gli s'otturano gli orecchi
del consenso. La favola antica di Narciso (per altro favola, ma
per la sua preziosa moralità istoria d'oro) ci dimostra eviden-
temente l'infelice fine di chi troppo ama le sue cose. Che lo
stimarsi da sé e l'aversi caro, bene è naturale instinto in tutti
gli animali; ma nell'uomo deve essere insino ad un certo ragio-
nevol segno e non oltre: altrimenti si cade in pazza superbia
ed in ridicola arroganza e si vien favola, appunto come ac-
cadde al detto Narciso.
In quanto al voler V. S. ch'io di parte in parte renda ragion
del mio parere, le rispondo ch'io, come dissi di sopra, non
ho tempo da gettare. E tempo gettato mi parrebbe il disputar
dove non si ha speranza veruna d'imparare; massimamente che
da principio io fui sopra questa materia eletto da V. S. a de-
cidere come giudice, ed ora son citato ad esaminarmi come
testimonio, con risico ancora d'avere a poco a poco a calar
tanto che finalmente sia accusato come reo. Per la qual cosa
a tempo mi disbrigo e mi ritiro, perché non debbo aspettare
quel che, venendo, mi noierebbe. Se vorrà V. S. comandarmi
qualche altra cosa, basterà un corto cenno di quattro sue righe,
ma non mi scriva più sopra il giudicar le sue composizioni, che
insino da ora io mi protesto di non averle a risponder parola.
Perciò, per finire affatto la prattica, le rimando incluse nella pre-
sente lettera esse scritture, si come Ella per l'ultima sua m'ha
richieduto ch'io faccia, con notificarmi non averne altra copia;
benché me n'abbia ricerco con si gelosa fretta e con si sollecito
incalzamento, che, a dire il vero, la cosa non meritava in sé
la metà della paura che vi s'è mostrata. Se pur V. S. non l'ha
fatto acciocché appresso di me non restasse una autentica te-
stimonianza della verità del mio parlare: che, in tal caso, io non
LETTERE 351
le darei torto, anzi direi ch'Ella avesse piena ragione, e ne
terrei la sua persona per da molto più che non tengo, perché
da ciò argomenterei in lei non poca conoscenza del valor proprio.
Godasi pur V. S. i suoi componimenti da se sola, ch'io non
son tanto discortese che gliene invidi il diletto e che ardisca
di rivalizar con lei. Ben l'ammonisco che qualvolta vorrà va-
gheggiargli, legga prima quel savio apologo d'Esopo, nel quale
si parla dell'amicizia che la scimmia contrasse col lione, e della
promessa, a lei da quel fatta, di non ucciderle i suoi bei figliuo-
letti quandunque per la selva gli rincontrasse; che forse V. S.,
veduto quello che occorse, imparerà più agevolmente dall'essem-
pio de' bruti che non ha fatto da quel degli uomini. Nel qual
caso, spero ch'Ella, illuminata di qualche conoscimento, s'ac-
corgerà che l'arti si vogliono prima studiare e poi professare,
e cosi si rincaminerà per miglior via: onde le mie parole,
eh' a prima udita le saranno parute aspre e severe, pigliate per
lo lor verso le parranno soavi e caritative. Poiché la verità
nel suo diritto è dolce e nel suo roverso è amara. E per fine
le bacio le mani.
Di Matera, 15 di maggio 1636.
LXXIX
Al signor cavaliere fra Muzio Passalacqua
Si congratula con lui per avergli il viceré di Napoli conferito il governo
di Cosenza.
Di Matera, 25 novembre 1636.
LXXX
Al signor don Tiberio Carrafa principe di Bisignano,
A Napoli
Lo prega di fargli ottenere giustizia contro d'un suo debitore.
Di Matera, 3 di gennaio 1638.
352 TOMMASO STIGLIANI
LXXXI
Alla signora baronessa di Montescaglioso
D'una finta ossessa, da lui smascherata.
Un'ora dopo l'essere arrivata la lettica con che V. S. illu-
strissima manda a pigliare il signor Gian Giacomo e me, m'è
sopraggiunto un pedone con una nuova lettera di lei, nella
qual mi s'impone ch'io vegga d'accordar quel prete forastiere
che dicono essere esorcista e lo meni costà con noi. S'io vengo
non posso fare il servigio, e se fo il servigio non posso venire,
non conoscendo il prete e bisognando informarmi di lui ed abboc-
carmivi; nel che si consuma un giorno o due di tempo. Ma,
a parlar più apertamente, la principal cagione che mi ritien di
non venire si è il pericolo delle strade cattive, ed in particolare
di cotesta salita di Montescaglioso, facilissima a convertirsi in
discesa, ora che '1 cielo è acquoso e la terra è inzuppata e che
quanto piove di sopra tanto fangheggia di sotto. So che V. S.
illustrissima non vuol servidori morti, perché i si fatti son disu-
tili, ma li vuol vivi a fine che se ne possa valer nell'occorrenze;
onde credo che non le dispiacerà ch'io cerchi di conservarmi
per lei ed anco per me.
Adunque per ora verrà il signor Gian Giacomo solo, la cui
venuta è per negozio che non patisce dilazione; ed io, che veniva
per semplice spasso, resterò ad eseguire il detto comandamento:
il qual eseguito, ne ragguaglierò V. S; illustrissima, ad effetto
ch'Ella possa di nuovo rimandar la lettica a levar me e'I sacer-
dote. La qual mia restata non solo è giovevole a V. S. illu-
strissima, perché per essa avrà il servigio; ma torna non manco
opportuna al signor Gian Giacomo di quel che torni a me. A lui
si minora il pericolo, dovendo il mancamento del mio peso alleg-
gerirgli la lettica, ed a me si dà spazio d'aspettar che si sereni
il tempo e si rasciughino le vie; ed oltracciò, lo scongiuratore
verrà più contento dentro ad essa lettica che non verrebbe sopra
un cavallo.
LETTERE 353
Presso a poco io m'immagino chi sia la persona perla qual
V. S. illustrissima vuol costui; che è quella giovane magra e
sgroppata, tuttoché nel resto non sia brutta, colla quale più
volte io mi ricordo aver parlato. Questa io stimo più tosto furba
che spiritata, mentre, essendo sanissima e potendo vivere di
fatica, vive di limosina ed usa il demonio per capital della sua
industria. Nella qual mia credenza tanto più mi confermo quanto
che, un pezzo fa, ne vidi costi una sensata sperienza in quella
piazza che è davanti a Sant'Angiolo de' benedettini. Questa fu
che, stando ella inginocchiata ai pie d'un monaco vecchio, che
per lo spazio d'un ora continova l'aveva esorcizata in quel
luogo per non aver potuto tirarla in chiesa, io me l'accostai in
presenza del popolo che v'era; e, mostrandole chiuso il pugno
destro, dentro al qual teneva ascosa una persica, le dissi for-
temente: — Bacia, maladetto spirito, questa sagra reliquia ch'io
ho qui in mano. — Al che ella, con aguzzar gli sguardi e con
innarcar le ciglia e farsi deforme, rispose da parte del diavolo:
— Signor no, che non la vo' baciare, perché non amo le cose
sante. — Almeno — replicai io — indovinami di chi essa sia reli-
quia. — Questa è — disse ella — un osso di sant'Angiolo. — Oh
buono! — ripresi adir io. — Se tu fussi demonio, saperesti che
gli angioli non hann'ossa, poiché angiolo saresti tu medesimo,
se ben de' neri. Ma tu realmente non sei altri che quel che si
vede, cioè una femminuccia, ignorante si, ma maliziosa, la
quale, o per non lavorare o per altri tuoi disegni e rispetti, t' in-
fìngi indemoniata. Che ciò sia vero, ravvediti che questa non
pur non è reliquia di sant'Angelo, ma né meno è reliquia, ma
è una frutta d'albero. — Ed in cosi dire apersi la mano e mostrai
la bicoccola.
Il popolo, che della sciocca divinazion dell'osso avea da prima
cominciato a ridere, quando vide la persica, rinforzò maggior-
mente il riso, ed alcuni fanciulli proruppero a liete grida non
senza qualche fischio. Il monaco, che veramente era sant'uomo,
ma semplice ed oltra modo austero e zelante, vedendosi da me
interrotto e tenendosi per tanto ridere mezo burlato ancor esso,
disse verso me, ma cortesemente: — Signore, le cose di Dio non
G. B. Marino, C. Achillini e G. Preti, Lettere -u. 23
354 TOMMASO STIGLIANI
si vogliono schernire né vilipendere. — Queste — risposi io, —
padre mio, non son cose di Dio, ma del diavolo; e però io le beffo.
Overo, se non son del diavolo, neanco son di Dio, ma son
di nessuno, perché son nulla, cioè mere fraudi di costei; e però
io le sprezzo. — Ed egli mi soggiunse, pur con carità e con
ansiosa paura dell'onor mio: — Vadasene, di grazia, V. S. per
suo meglio, acciocché questo folletto, adiratosi, non le rinfacciasse
in pubblico qualche segreta colpa, come spesso la mala spezie
suol fare, la quale è altrettanto nemica della nostra fama quanto
ella è della nostra salute. Ed io ne ho veduti esempi più d'uno. —
A questo io risposi sorridendo : — Per grazia di Dio io non ho
di che temere, perché, se ben son peccatore, non ho fatte già
mai cose vituperose. E quando fatte l'avessi, qui non è chi me
le sapesse rimproverare, non ci essendo diavoli, ma solo uomini
che non sanno indovinar l'occulto. — Mentre io cosi parlava,
arrivò il portinaro in fretta a chiamare il sacerdote da parte del
padre abbate; ed egli, partitosi, lasciò imperfetta la sua opera
e mozzato il ragionamento meco.
Io, restato là fuori colla gente, volevo di nuovo rattaccar
parlamento colla donna. Ma ella, che già s'era levata in piedi,
prevenendomi, gridò contra di me tutta crucciosa: — Se tu non
te ne vai tosto, io uscirò del corpo di costei ed entrerò addosso
a te. — Piano — dissi io, — messer diavolo, e senza collera, dapoi-
ché pur vuoi ch'io creda che tu qui sia, non ostante ch'io sap-
pia che non ci sei. Io ho fatto partir quel severo ministro che
è tanto tuo nemico e che tanto ti flagella, poiché del sicuro non
per altro che per causa mia egli sarà stato richiamato in mo-
nasterio; e tu per rimerito mi vuoi offendere? Questa è una
ingratitudine manifesta. Con tutto ciò, io mi contento che tu mi
spiriti, purché prima m'ascolti una parola segreta. — La giovane,
alquanto raumiliatasi, mi sporse un'orecchia; ed io avvicinan-
domi dissi pianamente, che nessun mi senti se non ella sola:
— Farfarello mio, questa donna dentro alla qual tu abiti mi piace
assai, e vorrei che tu, avanti ch'eschi fuor di lei, me l'accordassi
ad acconsentirmi; il che sarebbe con sua buona mancia e con
obbligazione a te. — A questa richiesta la femmina, risdegnatasi
LETTERE 355
più che prima, alzò la voce gagliardamente, dicendomi: — Oh
che bella coscienza d'uomo attempato! voler commettere di-
sonestà con una povera spiritata! Va' pure a far l'ufficio tuo
al qual manchi, ed il quale è lo stare in chiesa a dir paterno-
stri. — Anzi sei tu — gli rimbeccai io — che manchi al tuo ufficio,
il quale è di tentare i fedeli. Poiché io voglio far peccato per
mezo tuo, e tu mi predichi la coscienza. Or da quando in qua
i diavoli son diventati divoti ed esortano a far bene? Insomma,
se tu sei spirito, sei spirito goffo in sopremo grado; e se tu
sei donna, pur sei goffa tuttavia. Ma perché gli spiriti son sem-
pre astutissimi e le donne alle volte possono esser pazze, io
torno a riconcludere ed a sigillare che tu sia quella femminetta
ch'io dissi da principio. Il che se vero è, come è verissimo,
tu farai meglio da ora innanzi a prendere la carità non per lo
demonio ma per Dio; e se ancora t'impiegherai a filare, pur
farai bene. Ma se vuoi fare una cosa ottima e la più santa di
tutte, prendi marito e non andar più vagabondando per le strade,
che non si conviene ad una zitella onorata, se ben povera. —
Detto questo, io le lasciai un par di carlini in mano e me
n'andai via, accompagnato con molto applauso dalla più savia
parte de' circostanti, i quali per le cose vedute ed udite si cer-
tificarono affatto colei non avere in corpo altro spirito che la
sua anima.
Questo tal successo ho io voluto a V. S. illustrissima qui
raccontare, perché non so se le fu allora riferito, benché sappia
che '1 signor baron suo consorte lo intese dal monaco mede-
simo. Il quale appresso, ripensando più maturamente al fatto,
si disingannò ancor egli totalmente, e mi dicono che la fece
anco privar della limosina ch'ella giornalmente riceveva alla
porta del monisterio.
Di questi indemoniati finti si vede, signora mia, gran quan-
tità per lo mondo, de' quali a' miei giorni io ho conosciuti tanti
che ne saprei formar quasi croniche; che per li loro diversi
interessi scroccano il vivere al prossimo e dileggiano empia-
mente i ministri della Chiesa. Non voglio qui inferire non po-
tersi trovare spiritati veri, che mercé di Dio non ho barattato
356 TOMMASO STIGLIANI
coscienza col..., ma ho la solita mia di sempre. Cioè credo cogli
altri cristiani che la spiritazion diabolica vi sia; ma solo dico che
ella è rara, e che spiritata non è quella donna ma è ghiottona,
e che in ciò ha moltissimi compagni. Massimamente non avendo
ella voluto cessar dal suo fingere, dapoi ch'io la confusi e
mortificai, che già son passati tre anni; anzi intendo che ha
fatto peggio, perché ora ha nome di disonesta, dove allora l'avea
di casta e di vergine.
Pure io condurrò, come ho promesso, il prefato scongiu-
ratore a Montescaglioso, acciocché V. S. illustrissima si chia-
risca de visu, in caso che la pretesa spiritata sia quella medesima
di che io ho favellato e non un'altra. Ma, siasi chi si voglia,
io mi protesto in tutti i modi di non volere esser presente allo
scongiuro, perché non mi scappasse detto o fatto qualch'altro
sproposito, di che il prete s'offendesse; ch'io non so se in
bontà egli sia simile al monaco, o pur per opposito sia un simo-
latore, quali più sogliono essere questi che vanno in volta. Né
voglio più tentar la fortuna, ma starmene colla prima vittoria;
che è quanto m'occorre. E per fine a V. S. illustrissima fo
umile riverenza.
Di Matera, 15 gennaro 1638.
LXXXII
Al signor cardinale Ippolito Aldobrandini, a Roma
Si duole d'un arciprete che, invidioso per un beneficio di giuspatronato
conferito a un figliuolo di lui, Stigliani, pretende le decime in mi-
sura eccessiva.
Di Matera, 11 marzo 1638.
LXXXIII
A monsignore don Simon Carrara, arcivescovo
di Matera, a Roma
Congratulazioni per la sua nomina ad arcivescovo.
Di Matera, 30 luglio 1638.
357
LXXXIV
Al medesimo, a Napoli
Da antico servitore di casa Carrafa, prega monsignore, ora diventato
arcivescovo di Matera, a volerlo onorare dei suoi comandi.
Di Matera [1638].
LXXXV
Al signor baron Niccolò Grilli, a Montescaglioso
Scherza intorno a due ceste di frutta avute in dono dall'amico
e giunte dimezzate.
Di Matera, 11 d'agosto 1638.
LXXXVI
Al signor Carlo della Monaca, a Gallipoli
Intorno alla proprietà del gallo di fare arrochire le sampogne.
Colla sua lettera del 20 d'aprile V. S. mi fa una domanda
ed una profferta. La domanda è ch'Ella vorrebbe da me sapere
in qual degli antichi scrittori io abbia letto la proprietà ch'attri-
buisco al gallo nel mio Polifemo, cioè il fare arrochir le sampo-
gne colla voce del suo canto; e la profferta è eh' Ella liberalmente
mi si consegna e dà per affettuoso amico ed isviscerato. Soddi-
sfarò prima all'interrogazione e poi risponderò al dono.
La nativa virtù di quello uccello fu da me menzionata ad immi-
tazione non d'autori antichi ma d'un moderno, che è il Sannazaro
nella fin della settima prosa déiV Arcadia, si come io risposi in
voce da principio al padre fra Marcellino, quando egli a nome di
V. S. me lo richiese in Matera tuttavia, quantunque Sua Re-
verenza per fragilità di memoria non glie! sapesse poi ridire.
Credo si bene che '1 detto poeta l'abbia cavato da qualche na-
turalista antico, non essendo verisimile ch'uno scrittor si eru-
dito e dotto ardisse di falsificar l'istoria naturale; il che in poesia
358 TOMMASO STIGLIANI
non è lecito di fare, ma solo si falsifica la civile. E se io non
ho Ietta questa proprietà in altri che in lui, ciò deve venir da
mio difetto, il qual forse non ho tanta lettura quanta ebb'egli,
con tutto che non nieghi d'avere anch'io scartafacciato la mia
parte. A me però può bastar la sua sola menzione; poiché,
quando essa fusse ben falsa, assai è che l'abbia mentovata uno
e che sia, si come senza dubbio è, opinion superstiziosa de' pa-
stori, il cui costume in quell'opera s'immita al vivo, ed anco nella
mia il più ch'io so. S'io volessi trascorrere alcuni compilatori
d'antichità, mi do ad intendere che facilmente troverei di questa
cosa qualche riscontro. Ma non ho tempo da gettare: faccialo chi
può. E se forse V. S. non ha appieno quietatane la sua cu-
riosità, vegga in particolare V Ornitologia dell'Aldrovandi, la
quale in tal materia può chiamarsi il libro de' libri.
In quanto poi al suo amor cordiale che V. S. in dono m'esi-
bisce e mi presenta, rispondo ch'esso non è dono ma è con-
tracambio. Poiché anch'io altrettanto amo lei quanto Ella ama
me, da che ebbi relazione della sua persona (che è un pezzo)
tanto virtuosa e letterata e tanto proteggitrice de' dotti e bene-
fica verso quelli; si che possiamo or noi dire che l'uno e l'altro
di noi ami e riami a vicenda e sia insieme amante ed amato.
Confesso ch'in questo baratto io abbia con V. S. qualche van-
taggio, il qual procede dal poco merito mio e dal molto di lei;
mentre tanto si guadagna da me con capital picciolo quanto da
lei con grande, amando io quanto debbo ed amando Ella più
che non deve. Ma dico anco che tal disagguaglianza è tra noi
raggiustabile; ed il modo è che V. S. sia quella che comandi
a me e non io quello che comandi a lei, come con tanta in-
stanza m'ha Ella richieduto ch'io faccia. Cosi V. S. mi con-
fonderà meno ed io meno mi vergognerò, mentre vedrò che
ciascun di noi abbia il suo dovere, cioè Ella in esser servita
ed io in servire. Con che finisco baciando a lei le mani.
Di Matera, 15 di marzo 1640.
359
LXXXVII
Al signor Ascanio Grandi, a Lecce
Leggerà i libri di lui con l'avidità con cui lesse quelli del Tancredi.
Di Lizzanello, 4 di maggio 1640.
LXXXVIII
Al signor Bernardin Regni, a Bitonto
è pronto a vendere a monsignor di Bitonto dodici quadri del Domeni-
chino della seconda maniera, rappresentanti i dodici apostoli, e ne
manda uno a titolo di saggio.
Di Matera, 17 marzo 1641.
LXXXIX
Al signor principe di Gallicano, a Roma
Si scusa del suo lungo silenzio, e gli professa che conserva di lui
indelebile memoria.
Di Matera, primo d'agosto 1641.
XC
Al signor cardinal don Virginio Orsini, a Roma
Congratulazioni per la sua nomina a cardinale.
Di Matera, [decembre 1641 o gennaio 1642].
XCI
A monsignor don Simon Carrafa arcivescovo
di Matera, a Matera
Lo supplica di agevolargli la presa di possesso del beneficio
detto del Vaglio.
Di Roma, [fra il 1642 e il 1647].
36o TOMMASO STIGLIANI
XCII
Al signor Marcello d'Afflitti
Continui a diffidare d'un tale, indicato col nome di Mustafà, che è sempre
uno scellerato, anche quando sembra che compia un'azione buona, giac-
ché indubbiamente lo move a ciò un fine perverso.
[Di Roma, fra il 1642 e il 1647?].
xeni
Al signor cardinale Orsini, a Bracciano
Sui vv. 34-6 del trentesimoterzo del Purgatorio.
Dalla lettera di Vostra Eminenza del 3 di settembre veggo
il suo desiderio di voler sapere che cosa secondo me significhi
il « temer suppe », che dice Dante nel trentesimoterzo canto
del Purgatorio.
Sappi che '1 vaso che '1 serpente ruppe
fu e non è. Ma chi n'ha colpa creda
che vendetta di Dio non teme suppe.
Vengo al pronto ubbidirla senza alcuna cerimonia, quantun-
que non senza alcuna titubanza, sapendo la gran prattica di lei
in quell'oscuro libro.
Gli spositori hanno variamente inteso il detto luogo, ma io
credo che nessun di loro si sia apposto al vero sentimento,
avvenga ch'alcuno l'abbia di lontano come odorato e non abbia poi
saputo spianarlo; si che anco il commento è restato bisognoso
d'interpretazione. L'opinion mia è che qui l'autore alluda ad
uno antichissimo uso superstizioso ch'ebbero prima i troiani,
poi li romani ed appresso i cristiani. De' troiani Virgilio nella
maggior opera, al quinto libro, finge che, doppo avere Enea
offerto la vivanda all'ombra d'Anchise nel celebrargli l'esequie
annuali, esce fuor della sepoltura una serpe e, mangiato il cibo,
se ne rientra. La qual da' troiani vien creduto essere stata essa
ombra del morto apparita in tal figura.
LETTERE 361
Tandem ititer patcras et laevia pocula serpens
libavitque dapes, rursusque innoxius imo
siiccessit tumulo et depasta altaria liquit.
Ma, secondo alcuni scrittori, è opera naturale, essendo solito
alle volte nascere dalla spina del cadavero umano una biscia
bruna. Il che toccò Pittagora presso Ovidio, nell'ultimo libro
delle Metamorfosi:
Sunt qui, quuìn clauso putrefacta est spina sepulcro,
mutari credaut fuima7ias angue inedullas.
De' romani si cava da Tacito e da Apuleio ch'essi il nono
giorno della morte del defunto posavano similmente una vivanda
sopra la tomba e, dopo alcuni lor atti religiosi, la mangiavano;
la qual perciò chiamarono « cena novendiale », benché Nonio
e Fasto la dicano anco « silicernio ». De' cristiani afferma
santo Agostino ch'anch'essi a tempo suo e della primitiva
Chiesa portavano i cibi sopra i cimiteri de' morti, il qual costume
egli biasima come cosa che senta del gentilesco e del pagano.
Ma a tempo di Dante (che può essere da trecentocinquanta
anni fa) la vecchia superstizione di tal rito era tra i fedeli cre-
sciuta assai più, e massimamente in Italia. Perciocché il vulgo
credeva che, quando un uomo era stato ucciso, se l'uccisore
poteva in termine di nove giorni dopo l'omicidio mangiare una
suppa sopra il sepolcro del sotterrato, era impossibile che i pa-
renti ne potessero più far vendetta; perché quell'anima, ricevendo
tale opera come per offerta di sacrifìcio a sé fatto per cagione
di seguito pentimento, totalmente si placava e facea diventar
detta impossibiltà fatale affatto ed insuperabile. Di qui è ch'essi
parenti, per pur potersi un di vendicare, costumavano di tener
custodita la sepoltura in tutti quei nove giorni con guardie armate
e con continova vigilanza. Dalla notizia dunque di questa lunghis-
sima usanza de' prefati tre secoli risulta felicemente l'intelligenza
del luogo di Dante. Il senso del quale è che il vaso, cioè il
carro da lui descrittosi a lungo ne' capitoli antecedenti e figu-
rato misticamente per la Chiesa cattolica (il qual carro era stato
362 TOMMASO STIGLIANI
rotto dal serpente, cioè dannificato da Macometto per la sua nuova
legge), fu e non è, cioè fu Chiesa e non è più tale, perché
possiede ricchezze temporali e perché è traslatato in Avignone.
Ma chi n'è cagione (dico Clemente quinto, pontefice, e Filippo
il bello, re di Francia) credasi che la vendetta di Dio non teme
suppe, cioè non si dimentica per beni usurpatisi a San Pietro
e mangiatisi in Chiesa.
Questo è realmente il vero intendimento di Dante: vero in-
sieme e falso. Vero in quanto all'intenzion dell'autore, il quale
si vede che questo e non altro volse inferire; ma falso in quanto
alla natura della cosa, non essendo i papi usurpatori delle ren-
dite temporali, ma legittimi signori di quelle e liberi dispensatori,
come da' buoni teologi è stato mostrato. Onde empietà ed irrive-
renza, più tosto che sentenza o giudicio, viene ad essere quella
d'un privato cristiano il qual voglia porvi bocca, non toccando
tal decisione a noi. E certamente ch'egli è una gran maraviglia
che quel volume, non ostante questa bestemmia e moltissime
altre più esecrabili le quali contien per tutto, si sia si lungamente
preservato dalla proibizion de' superiori e tuttavia si preservi.
Ma la sua ventura è stata, ed è, la sola oscurità del suo inchio-
stro; perché, essendo egli da pochi inteso, pochi può scanda-
lizare, i quali ancora, come savi, il compatiscono e nessuno il
denunzia all' Inquisizione. Cosi appunto, per quel che dicono
i naturalisti, avviene alla seppia, la quale per salvarsi dalla caccia
del pescatore sparge similmente il suo inchiostro nativo; ed in
questa guisa, oscurata l'acqua intorno a se stessa, si fabbrica
la commodità alla fuga ed allo scampo. Che vero sia che Dante
se parlasse chiaro non sarebbe tollerato, si vede dall'essere proi-
bito il Landino, disciferatore di tutti i suoi predetti enigmi; si che
d'una medesima opera il testo è permesso ed il commento è
vietato. Or lasciamolo insomma correre per le mani dotte,
mentre per altro n'è degno, e condoniamo i suoi errori al buon
zelo che li cagiona.
Riverisco per fine Vostra Eminenza.
Di Roma, 4 settembre 1643.
LETTERE 363
XCIV
Al signor duca Paolo Giordano Orsini, a Bracciano
Sui vv. 31-3 del ventesimoterzo del Purgatorio.
Avea V. E. questi giorni passati letto in una mia risposta
al signor cardinale Orsini la dichiarazion ch'io fo del «temer
suppe » detto da Dante. E secondo ch'essa l'era piaciuta,
m'onorò ier matina ancor Ella di domandarmi sopra il medesimo
autore un altro dubbio; il quale è: che cosa quello intendesse
quando nel canto ventesimoterzo del Purgatorio disse:
Parean l'occhiaie anella senza gemme:
chi nel viso degli uomini legge « omo »
bene avria quivi conosciuto r«emme».
Ma perché allora 1' E. V. era quasi col pie in istaffa per an-
dare a Bracciano, io le risposi che gliene avrei scritto là una
lettera a posta. Attengo dunque la promessa; e dico che questi
versi non sono insino a qui stati capiti da' commentatori che
caminano per le mani studiose, i quali gli hanno erroneamente
esposti con una ridicola combinazione di tempie, di naso e di
ciglia che non quadra punto, si come l'È. V. medesima può
in lor vedere, e precisamente ne' due più correnti, che sono
Landini e Vellutelli. Queste loro interpretazioni io esaminai infin
da giovane e, non essendone restato soddisfatto, pensai in
lungo come ciò potesse intendersi; e finalmente v'adattai una
sposizione, la qual credo sia veracissima.
Ivi si ragiona dell'anima di Forese, che purgava il peccato
della gola coli' inedia e col digiuno in compagnia di simili pec-
catori. La quale anima, essendo in forma di corpo vivo (come son
finte dall'autor tutte l'altre non solo nel Purgatorio ma n^W In-
ferno), era per la penitenza di cinque anni diventata si estrema-
mente magra e macilenta, che non avea polpe nelle membra ma
le sole ossa e la pelle. Venendo dunque il poeta a descriverne la
faccia, dice che le casse degli occhi assomigliavano ad anella
364 TOMMASO STIGLIANI
senza gemme, e soggiunge che chi nel volto umano legge questa
parola « omo », avrebbe in esso facilmente conosciuta la « m ».
Ove denota che, parendo i due occhi due «o», il naso, che
stava in mezo ed era spolpato, mostrava colle sue tre ossa la
forma d'una «m» maiuscola antica, cosi: OQ; onde tutte e tre
esse lettere leggendosi dicevano « OOQO » . Se a V. E. parrà
che questa mia esplicazione abbia indovinata la mente dello
scrittore, l'accetti come vera; se non le parrà, l'accetti come
nuova: che, in qualunque de' due modi, io mi terrò contento.
E per fine le fo umilissima riverenza.
Di Roma, 27 febraro 1644.
XCV
Al signor Giovanni Salzilli, a Treviso
Suole Apollo abbandonare i suoi seguaci quando Venere abbandona i suoi
cultori. Per questa ragione, non può promettere di certo all'amico di
mandargli una poesia in lode di una duchessa.
Di Matera, 4 d'aprile 1644.
XCVI
Al signor Appio Conti duca di Poli, a Parma
Non può entrare al servigio del cardinal Farnese, se non si scioglie
dagli impegni che ha col principe di Gallicano.
Ricevo la cara lettera di V. E., nella qual mi s'avvisa come
il signor principe cardinale Farnese, destinando la sua nuova
famiglia che dovrà tenere nel suo prossimo venire ad abitare a
Roma, ha eletto me per uno de' suoi gentiluomini e famigliari.
Alla qual rispondo che non potrebbe l'È. V. credere quanto
altamente io mi glorii di questo onor fattomi in mia vecchiezza
da queir Eminenza, e sopra ogni mio merito e fuor d'ogni mio
pensamento e pretensione; mentre il mio desiderio, come a V. E.
io dissi in Roma, era solo di poter riscotere col suo favore i
LETTERE 365
vecchi crediti che costi tengo cogli eredi del signor Pietro Ma-
gnani. Mi glorio, dico, di si soprabbondante grazia e con molta
ambizione e giubilo, non ostante che l'istesso io abbia goduto
in mia gioventù presso al serenissimo signor duca Ranuccio,
suo padre, per diciotto anni continovi e mesi. Poiché, s'io con-
sidero non solo la diminuzion della mia persona, eh 'oramai è
inabile ad ogni cosa, ma in generale il deterioramento di tutto
il secolo, non posso non rimanergliene obbligatissimo e con
perpetova ricordanza di gratitudine e d'amore, vedendo che, ad
onta di tanti contrari rispetti, il figlio non digenera dal padre
ma patriza felicemente.
Vero è nondimeno che, trovandomi io esser adesso attuai
servidore del signor principe di Gallicano, il quale, come ognun
sa, è prigione in Napoli di S. M. cattolica, il tempo non mi
pare opportuno da poter io accettare assolutamente la detta
grazia senza mio biasimo, con tutto ch'essa sia per me onore-
vole e gloriosa. Poiché, amando io il detto signore per li suoi
meriti e per l'essere da lui ottimamente trattato, se ora lo
lasciassi non potrei fuggir nota di sconoscente e d'ingrato;
il qual difetto fu sempre ed è lontanissimo della mia natura,
quantunque per altro io mi confessi imperfetto e peccatore. Io
veramente nel portarmi coi padroni non m'assomiglio alla ron-
dine ma al cane. La rondine non per altro è stimata il gero-
glifico dell'amicizia infedele, se non perché nella sua buona
stagione abita coll'uomo e gli nidifica in casa, e poi nella trista
lo pianta e va a trovar migliore stanza. Ma il cane all'incontro,
il quale è tenuto il simbolo del buon servidore, non lascia mai
per estate o per inverno il signore antico, ma resta sempre
saldo nel suo servigio, contentandosi di stare al bene ed al
mal con quello.
Non rifiuto io per tutto ciò la degna proferta di si sublime
personaggio, che troppo scortese zotichezza sarebbe la mia e
troppa inciviltà e sconoscenza; ma l'accetto con una ragione-
vole condizione: cioè che, se Dio mi farà grazia (come spero
che pur farà, ed in breve) di poter veder libero il detto signor
principe, e che il signor cardinale persista tuttavia nella sua
366 TOMMASO STIGLIANI
benigna volontà e disposizione, io paleserò a quello tutto il
fatto, col mostrargli la prefata lettera di V. E. e col domandargli
di tal mutazione il suo grazioso consenso. Il quale io non credo
mi sia per esser da lui negato, anzi so di sicuro che mei con-
cederà e volentieri; perché conosco a lungo ch'egli è tanto
divoto di cotesta serenissima casa, che picciol opera gli parrà
il cedere a Sua Eminenza un proprio famigliare, benché a lui
non poco accetto; massimamente non gli essendo incognito che
questo mio nuovo servire non sarebbe servitù nuova ma rino-
vamento di servitù, avendo io si lungamente, come ho detto,
servito il padre avanti che '1 figlio nascesse e che nascesse anco
il detto signor principe.
Frattanto mi favorisca V. E. di ringraziare supremamente
in mio nome esso signor cardinale; si come io per fine di
questa ringrazio lei dell' incommodo che s'ha preso e le fo
cordial riverenza.
Di Roma, 4 febraro 1646.
XCVII
Al signor Giulio Cesare Benedetti, all'Aquila
Sull'arte medica.
Molto varia da quello ch'invero è ha il Piccinelli rappre-
sentata a V. S. la mia generale opinione sopra l'arte medici-
nale. Né già io mi maraviglio del suo torto interpretare, mentre
egli è da Tortona; nascita ch'a lui forse è toccata più tosto
in fatto ch'a caso, se riguardiamo ch'egli mai non parla ch'ad
alcuno non faccia torto, né mai opera che vada diritto. Io non
aborrisco altrimenti questa degna professione, né 1' ho in concetto
di falsa, come esso tortonese crede e vuol far credere; ma l'onoro
e la venero e con Salomone la stimo cosa data agli uomini
da Dio.
Primamente la parte cerusica è da me tenuta tutta vera e
reale, siccome quella che, versandosi per lo più sopra infermità
soggette al senso, non ha bisogno di conghiettura, ma procede
LETTERE 367
con sensata certezza, non ostante che esse infermità ricevano
alimento dall'intrinseco, e massimamente l'ulcere e i mali na-
scenti. Che perciò Ippocrate nel libro De medico pare che da
simili cure richiegga sempre, e come d'obbligo, la felicità del-
l'evento. « Turpe est — dice egli — a chirurgiis non contingere
qiiod velis ».
L'altra parte poi, la quale è la fisica, si crede da me essere
pur vera tutta, fuorché in una sua sola operazione, ma impor-
tante; e questa è il dare all'infermo la medicina composta di più
ingredienti semplici. Della qual mia incredulità la fondamenta!
ragione si è che essa fìsica parte, maneggiandosi intorno ad
indisposizioni interiori, nelle quali la conghiettura si può di
lieve ingannar (« morbi — per soggiunzion del medesimo Ippo-
crate, — qui ad interim vertuntur, in ohscuro sunt positi»), non
sempre conosce la causa del male, né sempre il male istesso,
né sempre il sintoma di quello, né sempre il rimedio. Percioché,
solendo spesse volte nascere da una sola causa più morbi di-
versi, e mostrando un solo morbo più sintomi communi ad altri
morbi, ed essendo un solo sintoma indizio di più morbi diffe-
renti, e richiedendo ciascun morbo il suo particolar rimedio,
di qui è che talora si medica un morbo per un altro, e conse-
guentemente s'uccide l'ammalato, dove gli si dia il medicamento
composto, o almeno si pone a molto rischio. Perché il com-
posto è sempre più gagliardo che '1 semplice, se vero è che
più gagliarda sia l'union delle virtù che la singolarità di quelle.
Per esempio, il dolor colico, che è quel del ventre, ed il
dolor nefritico, che è quel delle pietre renali, si producono da
contraria causa, essendo l'una il freddo del flato e l'altra il caldo
delle reni. Ma perché essi dolori mostrano di fuori l' istesso
sintoma, l'artefice il più delle volte v'equivoca, prendendo una
infermità in cambio d'un'altra, e medica il freddo col freddo
overo il caldo col caldo : cosa che, essendo fatta contra ogni
ragionevol dettame e contra l'usitato afforismo: « Coyitraria con-
trariis curaìitur », non solo non discaccia l'indisposizione ma la
fomenta e l'accresce. I quali falli, quando a Galeno (come in
un suo opuscolo leggiamo) poterono intervenire, il quale era
368 TOMMASO STIGLIANI
si oculato e si perspicace che ne meritò il titolo di « magno »,
molto più agevolmente interverranno ad altri medici minori :
« Similitudo morborum peritis etiam medicis confusiones et er-
rar es ».
Dalla detta mia ragione segue non esser tanto gran delitto
quanto l'accusatore il fa, che uno ingegno non servile ma in-
genuo, quale è il mio, dove vegga tanta difficoltà di conoscere
i morbi e tanta incertezza d'operare, s'appigli a credere che più
sicura cosa sieno i medicamenti leggieri che i violenti. I leg-
gieri, siccome per sé possono arrecar picciolo giovamento, cosi
arrecano picciolo danno e sono anco aiutati ed invigoriti dal-
l'opera della natura, la quale è la vera medica de' nostri mali.
Ma i violenti sanano o ammazzano e, quel eh' è peggio, il sa-
nare è di raro e l'ammazzare è spesso, perché alle cose vee-
menti ed impetuose è più proprio lo sconsertar la via ch'essa
natura ha presa che non è il secondarla. Onde ragionevolmente,
come dissi, io inchino a dar più fede a' medicamenti semplici
e singulari che a quegli altri, quale è verbigrazia l'evacuazion
per manna, per cassia, per polipodio, per cibi solutivi e per
cristieri communi. Il che è anco consiglio dell' istesso Ippocrate,
dove il caso sia incerto. « Si quis morbum 7ion coguoscat, medi-
camentum praeheat no}i forte ». Credo ancora nella flebotomia,
purché '1 sangue si tragga nel principio della malattia, quando
la virtù è vigorosa e non ancora cosi affiacchita che non possa
resistere allo scemamento degli spiriti che con esso sangue
vengon fuori. Credo nel moderato vomito, nel moderato sudore,
quando moderata sia l'infermità; nel moderato esercizio corpo-
rale, nella moderata dieta, nel mangiar cose di buon nodrimento
e finalmente nel modesto allegrarsi. All'incontro abomino ed ho
in odio tutte le violenze dell'arte, ma più d'ogni altra la sopra-
detta, cioè quella delle medicine composte, le quali veramente son
tutte cose violente e, commovendo violentemente gli umori, non
possono far di meno di non condurre il paziente a molto pericolo
della vita, eziandio quando il morbo si conosca e si curi ap-
punto per quello che è e non per un altro. Che perciò non ho
io giammai voluto pigliarne nelle mie infermità, cosi gravi come
LETTERE 1 369
leggieri, ancorché da' medici vi sia sempre stato esortato e sti-
molato. I quali, perché so che neanco essi ne sogliono pigliare,
mi pare ch'in ciò s'assomiglino ai confortatori de' condannati,
che confortano altrui ad impiccarsi, ed essi (con riverenza di
V. S. e di loro) non s'impiccano mai. Ho sempre conservato e
tuttavia conservo vergine la mia bocca da tali bevande e boc-
coni, opponendomi all'indisposizione col solo buon reggimento
del vivere e talora con qualche medicamentuccio esteriore o
debole, quali sono ventose, unzioni, cerotti, sudatorii, fomenti,
frizzioni, impiastri e simili.
Violento a mio giudicio è in questo proposito tutto quello
ch'un altro chiamerebbe «potente» o «robusto»; dico quello
ch'aggrava e molesta la soavità dell'operazion naturale: ma ogni
mescuglia di medicamenti l'aggrava; adunque è violenta.
Che l'aggravi lo provo. Tutti i semplici componenti, jO sian
piante o sian liquori o sian minerali o siano altre sostanze, hanno
in sé la combinazion delle quattro qualità: caldo, freddo, secco
ed umido, ed hanno anco (a compararli un coU'altro) varietà
di sapori, varietà di colori, varietà d'odori e varietà d'altri
accidenti. Le quali contrarietà e diversità, quando i semplici si
riducono in un composto medicinale, sono necessitate a con-
trastarsi a vicenda; mentre naturai cosa è che l'un contrario
cerchi di distruggere l'altro contrario per conservare il proprio
essere, e che l'un diverso rintuzzi il vigor dell'altro diverso per
non divenire il medesimo. Il qual combattimento non è si fiero
fuor del corpo del malato quanto l'è poi dentro a quello, dove il
calor dello stomaco e della febbre, attuando tutte le dette potenze,
genera una grandissima commozione, la quale altro non è che
danno e ruina della virtù dell'infermo, che, già allentita per lo
morbo, non può star salda a tanta forza. E chi volesse con una
minuta tariffa aritmetica supputare il conto de' gradi delle qualità
e de' gradi de' sapori e de' gradi degli odori e de' gradi degli
altri accidenti, che si trovano essere in quegli individui i quali
formano essa massa medicinale, s'accorgerebbe chiaramente
che altro non può da si fatta meschianza risultare che un con-
fuso disordinamento di cose contrarie e diverse ed un manifesto
G. B. Marino, C. Achillini e G. Preti, Lettere -w. 24
37° t TOMMASO STIGLIANI
rintuzzamento delle buone virtù ed un prevalimento delle triste.
Che non possiamo noi trovare in natura semplici tali ch'ab-
biano appunto le sole qualità e le sole facoltà ed i soli gradi
che ci fan di bisogno nella nostra composizione ; anzi in
tutte le materie medicinali si trova essere, insieme colla pro-
prietà che fa a proposito, altre proprietà che non sono al caso.
Onde il porre a combattere dentro ad un corpo infermo una
moltiplicità di qualità, parte contrarie e parte diverse, è simile
assai ad un certo finto combattimento di due giovani amici, il
quale io vidi fare una volta in Parma. Questi, essendo ambedue
begli umori e bizarri (de' quali uno avea nome Alberto Bale-
strieri e l'altro Vital Diemo) e trovandosi a sorte essere dentro
alla bottega d'un bicchieraio, simolarono, dopo alcune parole, di
venirvi improvisamente a rissa, e posero mano alle spade
per fare a quello una burla, si come effettivamente loro riusci.
Perciocché in poche botte ed in pochi stramazzi e roversi essi
vetri e cristalli rimasero quasi tutti fracassati e rotti in pezzi,
ed i combattenti si trovarono non avere alcun danno e parti-
ronsi via colla sola ruina del bottegaio.
Che sia vero che '1 contrasto delle dette contrarietà e diversità
sia terribilissimo dentro al corpo umano, e fuor di quello noi
sia tanto o almeno tempesti a vóto e senza danneggiare altrui,
lo veggiamo nella tiriaca: la quale, essendo uno antidoto com-
posto, se s'adopera subito eh' è fatta, uccide l'infermo, massi-
mamente quando ella si prenda per bocca e non in pochissima
quantità ; ma se prima del porla in uso si lascia fermentare e
riposar per un anno, diventa saluberrima. I quali due oppositi
effetti non per altro avvengono se non perché nell'un caso alla
tiriaca non si dà tempo che possano quelle seconde qualità, le
quali sono inopportune a scacciare il tossico, esser superate ed
ottuse e rifrante dalle prime, le quali sono opportune e son
più potenti; e nell'altro caso esso tempo le si dà a sofficienza.
Ma questa tal fermentazione non si suol far giamai alle dette
medicine composte, mentre l'urgenza del male non può aspet-
tarla; ma si fanno bevere o inghiottire tosto che sian fatte.
E quando l' aspettazion v'avesse luogo, essi medicamenti non
LETTERE 371
gioverebbono anzi nocerebbono infinitamente, essendo fabbricati
da semplici tali, che nella mistione sono atti a corrompersi ed a
putrefarsi in poche ore e talvolta ad invelenirsi. Che dico io
invelenirsi? Tutte le materie solutive sono da Dioscoride, nel
suo sesto libro al capo 73, stimate per sé velenose o tanto o
quanto, e di tossico fanno veramente ufficio se non sono con
prudenza amministrate.
Ma qui, per l'incidenza che mei ricorda, io non posso aste-
nermi dal soggiugnere una cosa ch'io non pensai di dire da
principio. Veggo usarsi oggidì da alcuni un'altra violenta opera-
zione oltre la prefata delle medicine composte, e ciò non solo
nelle febbri ma in varie indisposizioni. La quale mi pare ancor
essa pericolosa ai corpi e letale, in maniera che a lungo andare
conduce ad infallibil morte, qualunque infermo se ne vaglia; per-
ché per esperienza s'è tócco con mano che, s'ella non fa la
prima volta, il fa la seconda e, se non la seconda, la terza e,
se non la terza, la quarta, secondo le diverse nature de' pazienti
abili a più resistere o a meno. Questo è il medicar per via di
semplici, ma di semplici velenosi e preparati a discrezione; cioè
estratti chimici di minerali e di mezi minerali o quinte essenze
distillate o acque o olii o spiriti o sali o altre simili riduzzioni
variamente nominate. E benché ciò sia usanza non affatto ca-
nonica ma empirica, la qual si tiene non da tutti i medici ma
da alcuni pochi e da alcun ceretano, poco però essa non nuoce
né poco è il numero degli uccisi, avendosi riguardo che per le
mani d'un sol medico o d'un sol ceretano possono in processo
di tempo passar molte e molte migliaia di malati, i quali folta-
mente concorrono dove si spenda manco. Il voler correggere i
veleni a fin di ridurgli a bevanda salutifera o ad altra benigna
forma è propriamente uno scherzar colla morte, non potendo
noi sapere per appunto insino a qual segno si debba rintuzzar
la qualità venefica per proporzionarla al morbo e quali mezi sieno
idonei a ciò effettuare. Onde nel preparare si camina non meno
al buio di quel che si faccia nel cercare il lapis filosofico, dove
altra guida non si ha che '1 caso ed il fuoco; guide, dico, una
cieca affatto e l'altra formidabile e fiera e senza regola. Ed ogni
372 TOMMASO STIGLIANI
minuto errore, che dal chimico o dal medico in ciò si commetta,
importa all'infermo la perdita della vita.
Nella qual mia verità mi può esser testimonio il famoso col-
legio milanese, che questi anni addietro proibì per tutto lo Stato
quel notorio medicamento usato dalla povertà in Lombardia e
chiamato « la polvere dell'Algarotti ». Il che non per altro fece
se non per li chiari omicidii e numerosi ch'ogni giorno se ne
vedevano seguire; e fecelo anco dapoi la republica di Vinezia
con punir l'Algarotti istesso, speziale in Verona, il quale d'essa
polvere era il solo venditore e confessò essere antimonio pre-
parato. Aggiunse alla confessione aver lui ereditato il segreto
dall'Algarotti medico, già suo zio, il quale n'era stato primo in-
ventore ed avevalo lungo tempo venduto ancor egli. I quali due
perniciosi mercadanti fecero in pochi anni in quel popolato paese
non minor destruzzion d'anime di quel che soglia fare una
peste universale.
Questa è dunque, signor mio, la mia opinion intorno alle vio-
lenze del medicare. La quale qui io ho diffusamente esposta
non tanto per difenderla quanto per esser da V. S. tratto d'er-
rore in caso che quella fusse erronea, overo per restare appo
lei scusato in caso ch'essa fusse buona, non avendo io altro
fine ne' miei discorsi che d'imparar la verità. Che, quantunque
da fanciullo io studiassi in Napoli un tantino dell'arte sotto La-
tino Tancredi, famoso lettore allora e di gran credito; e quan-
tunque dapoi n'abbia in vari tempi vedute altre parti, secondo
che mi v'ha spinto il vario bisogno delle mie patite indispo-
sizioni ; non debbo però ostinarmi contra il parer di chi più di
me ne sa, e di grandissima lunga. Dico di V. S., che può inse-
gnare a' professori e che realmente ha loro insegnato col publi-
care i suoi scientifici volumi, la cui dottrina io riverisco per una
delle supreme di questo secolo.
E per fin della lettera riverisco anco l'autore con baciargli
affettuosamente le mani.
Di Frascati, 23 di giugno 1646.
373
XCVIII
A MONSIGNOR DON SlMON CaRRAFA,
GIÀ ARCIVESCOVO DI MATERA ED ORA DI MESSINA, A NAPOLI
Congratulazioni per la promozione.
Di Roma, ii gennaro i6[47].
XCIX
Al signor Giovan Romano Ricci, a Matera
Lo sconsiglia dal muover lite in Roma per far revocare la vendita
di una casa.
Roma, primo d'aprile 1647.
C
Al signor Girolamo d'Afflitti, a Matera
Accetta, ringraziando, i 150 ducati, che l'amico gli anticipa per conto
di un debitore.
Di Roma, primo d'ottobre 1647.
CI
Al signor Nunzio Paulicelli, a Matera
Non può raccomandare l'amico presso il generalato
dell'ordine agostiniano, non essendo più generale il padre Ghetti.
Di Roma [1647?].
CI!
Al principe di Gallicano
Non ha ricevuta una lettera, alla quale si accenna in altre posteriori.
[Di Roma, 1648?].
374 TOMMASO STIGLIANI
CHI
Al medesimo
Loda il Setaccio, pieno di cose astrologiche.
Ma lo stampatore lo ha assassinato.
[Di Roma, 1648?].
CIV
Al medesimo
Descrive facetamente la miseria in cui egli versa.
Io son costretto di rappresentare a V. E. una imbasciata
d'un mio compagno, il quale in altri tempi solea venire alcune
rare volte a visitarmi, ma in quest'anno s'è voluto tanto addo-
mesticar con me, che per forza è diventato mio camerata, ed
ogni di si trova meco a pranzo, e troverebbesi anco a cena
s'io non mangiassi una sol volta al giorno, lamentandosi inoltre
che '1 mio vivere gli paia troppo frugale. Egli è importuno a
segno che può più tosto dirsi indiscreto ed impertinente. Ma,
quel eh 'è peggio, dubito ch'egli sia stregone, perché spesso si
tramuta di maschio in femmina, e conseguentemente di tristo
in peggiore. La pratica sua non è veramente molto onorevole,
essendo egli avuto comunemente in dispregio, e quasi da ognuno;
si che, se si sapesse ch'io vi bazzico, resterei mezzo svergo-
gnato. Ma io uso in ciò gran cautela, né voglio ch'egli mai
s'accompagni con me in pubblico, ma ogni volta ch'esco di
casa lo serro dentro a chiave, benché contra sua voglia egli
vi stia, anzi resti con gran rabbia a rosicar quasi le serrature.
Di pili mi minaccia ogni giorno insino della vita, s'io non farò
ottenergli da V. E. la sua domanda. Onde ancor io la sup-
plico strettamente ad esaudirlo, accioché egli non mi facesse
qualche male. Perché, non possendo io per la mia vecchiezza
far più questioni, ed essendo egli uno schermidore leggeris-
simo (il qual ha, ogni volta che voglia, una stoccata franca
LETTERE 375
nella gola) temo eh 'un giorno mi scanni, ovvero non m'affoghi
una notte nel mio letto, il quale egli s'ha ancora accomunato
con me, non bastandogli d'aversi accomunato la mensa. Egli
si tiene da me mal soddisfatto non solo per lo mangiare ma
del dormire. Poiché, non avendo il buon Sciapello da sei anni
in qua voluto farmi rifare i materazzi, me gli ha lasciati pietri-
ficare, benché, vaglia la verità, il rifargli non avrebbe avuto
luogo, essendo essi pieni di lana di capra. Ma questo è nulla
a rispetto delle lenzuola. Egli, già sono altrettanti anni, me ne
dette tre paia per lo mio letto e due per l'altro, accioché io
me le facessi lavare a mie spese, come ho poi fatto, ed egli
guadagnasse la spesa mettendola a conto di V. E. Le tre paia
mie erano insino allora vecchie e trasparenti; e non avendo-
mele egli voluto mai cambiare, io son venuto guastandone al-
cune per conciarne alcune altre, si che finalmente esse si son
tutte ridotte ad un solo paio, ma stracciate più che la spoglia
d'un fico brugiotto; onde il mio detto ospite borbotta, perché
dorme con me fra due cenci. So che V. E. già vorrebbe inten-
dere chi sia costui, e come si chiami, e qual grazia da lei
pretenda. Le dirò il tutto. Egli non è persona vera ma una
fantasima, se bene par ch'abbia corpo. Si nomina Bisogno,
e qualvolta s'infemminisce: insieme col mutar sesso muta nome,
e chiamasi Necessità. Quel ch'egli da V. E. domanda è una
grazia sola, ma esposta differentemente e variata di due condi-
zioni, accioché, se non si può concedere in un modo, si conceda
in un altro. La qual grazia, se ben si chiede da lui, non è per
lui ma per me; si che, quantunque paia ch'io sia ambasciador
suo, la verità si è ch'egli è ambasciador mio, ma per mio istesso
mezzo, che cosi ha voluto che si faccia. Non isdegni dunque
V. E. di ascoltarmi, ma con quella solita flemma generosa che
è proprio di lei. Perché, se bene il proemio è stato lungo, il
resto non sarà tale né si stenderà a proporzione di quello...
\continua domandando al principe o d' elevargli la pensione men-
sile da dieci a dodici ducati, o di dargliene soltaìito cinque, ma
permettendo che egli si ritiri a Materà].
[Di Roma, tra il luglio e l'agosto 1648].
376 TOMMASO STIGLIANI
cv
Al medesimo
Riceve da lui una polizza di sessanta scudi e lo ringrazia. Ma il Ron-
chino, amministratore del Gallicano a Roma, è un gran ladro: una volta
gli ha date in pagamento doppie che calavano sette giuli l'una.
[Di Roma, settembre 1648].
evi
Al medesimo
Invia le Rime di monsignor Ciampoli, pregando il principe di dirgli bre-
vemente se gli piacciono o no. Non ardisce inviare alcune sue poesie
sulla prigionia del Gallicano. Accusa di nuovo ricezione dei sessanta
scudi.
[Di Roma, settembre od ottobre 1648].
CVII
Al medesimo
Invia tre canzonette per musica, e un trattatello in versi suW Orlando
furioso, di cui desidera un breve giudizio.
[Di Roma, tra il settembre e il decembre 1648].
CVIII
Al medesimo
Gode che il Gallicano s'affligga assai poco della sua prigionia a Napoli ;
al qual contento s'aggiunge l'altro delle lodi date dal suo protettore ai
componimenti acclusi nella lettera precedente.
[Di Roma, tra il settembre e il decembre 1648].
LETTERE 377
CIX
Al medesimo
Loda il primo capitolo della Nuova A rcadia del Gallicano e la prosa re-
lativa, che lo precede. Imiterà, nello scrivergli, lo stile del Sannazaro;
lo prega di porre nelle sopraccarte alle lettere « Sempronio Vecchietti >
invece che < Tommaso Stigliani »; e invia una canzone sopra la ragion
di Stato, dedicata a Raffaello Torre.
Di Roma, [primi di] dicembre 1648.
ex
Al medesimo
Ancora del primo capitolo e della prima prosa della Nuova Arcadia.
È inutile affrancar le lettere, perché quel ladro del mastro di posta
cancella le parole « franco di porto » e se lo fa pagare egualmente.
Circa il conto della pensione mensile pattuita con esso Stigliani, egli è
creditore del Gallicano in ducati 95, di cui ha grandissimo bisogno.
[Di Roma, decembre 1648].
CXI
Al medesimo
La terza prosa e i terzi versi della Nuova Arcadia sono migliori dei primi
e dei secondi. Ancora del conto della pensione.
Di Roma, 19 dicembre 1648.
CXII
Al medesimo
Bellissima la quarta prosa e il quarto capitolo della Nuova Arcadia. Sol-
tanto non gli piace che Fileno sia allegoria di esso Stigliani. Ciò non
pertanto, è prontissimo a scrivere per l'opera la « dichiarazione delle
allegorie»: semplicemente bramerebbe di non firmarla.
Di Roma, 26 dicembre [1648].
378 TOMMASO STIGLIANI
CXIII
Al medesimo
Attende la quinta prosa e i quinti versi della Nuova Arcadia. Ringrazia
del pagamento della pensione fatto per mezzo del signor Luparducci.
Prega il Gallicano di compatire una sua canzone in lode del cardinale
di Lugo, e ne acclude un'altra indirizzata a monsignor Vulpio.
[Di Roma, tra il 28 e il 31 decembre 1648].
CXIV
Al medesimo
Le negoziazioni col duca di Bracciano sono a buon porto. Gode che il
Gallicano vada quasi d'accordo con lui circa il concatenamento delle
favole della Nuova Arcadia. La quinta prosa gli è parsa «alquanto
seccorella». L'egloga gli piace, ma non vorrebbe che nell'opera ne fos-
sero altre oltre le due composte finora. Invia una poesia.
[Di Roma], 9 gennaio 1649.
cxv
Al medesimo
La sesta prosa ed egloga della Nuova A rcadia gli piacciono per la forma
ma non per l'argomento. Riceve un componimento del Prina. Con-
tento che il Gallicano abbia lodata la canzone al cardinal di Lugo, ne
manda un'altra in lode del pittore Vet.
[Di Roma, poco dopo il 16 gennaio 1649].
CXVI
Al medesimo
Ha ricevuto il Discorso politico del Gallicano, il cui difetto è di essere
troppo buono. Non intende perché, « nell'esaminarsi le forze e le vo-
lontà de' signori e' hanno i loro Stati in Abruzzo, sì sia taciuto del
Guasto >. Manderà versi pel prossimo procaccio.
Di Roma, [poco dopo il 5] febbraio 1649.
379
CXVII
Al medesimo
Ancora del Discorso politico. Si sta a momenti per stipulare dal duca
di Bracciano il contratto di vendita del palazzo a Campo dei Fiori per
50000 scudi. Prega il Gallicano di raccomandarlo al barone del Vaglio,
acciò lo aiuti a riscuotere gli arretrati delle rendite del beneficio sito
in quella terra.
Di Roma, 26 febbraio 1649.
CXVIII
Al medesimo
Ancora delle negoziazioni col duca di Bracciano.
[Di Roma, fine del febbraio 1649].
CXIX
Al signor dottor Giovan Battista di Luca, a Frascati
Dedica del Trattato della nobiltà.
Di Roma, 7 di marzo 1649.
cxx
Al principe di Gallicano
È suo creditore in ducati 41, che desidererebbe di riscuotere.
[Di Roma, aprile 1649].
CXXI
Al medesimo
Manifesta molta allegrezza
per la notizia della liberazione del suo protettore.
[Di Roma, 1649].
380 TOMMASO STIGLIANI
CXXII
Al signor Giovanni Angelo Maccafani, a Pereto
Della peste romana del 1649 e della ristampa del Mondo nuovo.
Da un prete paesano di V. S., il quale ora è qui presente
al mio scrivere, io ho ricevuto la cara di lei, a cui non ho che
rispondere fuor che ringraziarla, come fo e grandemente, della
affettuosa memoria che tiene di me. Della quale oltracciò Ella è
ricambiata, ma vantaggiosamente, non contentandomi io di solo
riamar l'amico, ma sempre pretendendo di soprafarlo in amore;
il che al soprafatto non credo sia incarico, ma più tosto onore e
gloria, essendo indizio in lui di maggioranza di merito. Ma di-
scendiamo a soddisfare alle due dimande ch'Ella m'ha fatte
dopo i compimenti.
Dico, quanto alla prima, che '1 caldo in Roma è crudele e che
la mortalità dura tuttavia, anzi cresce, e massimamente negli
spedali. Ben dicono i medici che essa comincia a mancare, e
forse il lor detto è anco vero; ma intanto non è bugia quel che
all'incontro dico io. Perché, se bene adesso muor manco gente,
ciò avvien perché manco ve n'è; né maraviglia dee parere
che '1 falcione tronchi ora minor numero di spiche, quando quasi
tutto il campo s'è ridutto a stoppia. Chi sarà vivo questo ottobre
prossimo è un valentuomo, e se dopo l'anno maladetto potremo
veder l'anno santo, avremo non picciola ventura. Al qual prezioso
guadagno spirituale io esorto V. S. a serbar la sua vita in cotesto
si sincero paese e sano, ove al presente si trova, e non venga
per ancora a Roma, come par che nella sua lettera accenni di
voler fare; che, se bene il pericolo è cosa non certa, certa cosa
è che v'è pericolo.
Per conto della sua seconda domanda, rispondo ch'io non
ho ancora cominciato a ristampare il Mondo nuovo, perché il
Manelfi, con chi già m'era accordato, è morto repentinamente
in questo comune influsso. Cerco io però di rattaccar la prattica
con suo figlio, il quale non è men galantuomo che '1 padre e
LETTERE 381
seguita ancor egli il paterno esercizio del torcolo. Nel qua!
volume si son da me fatti finalmente tanti miglioramenti, che
non n'è rimaso privo foglio alcuno né facciata né forse stanza.
Il povero libro naviga in questo tempo (dico finch'io son vivo)
colle vele basse, perché il rabbioso vento dell'invidia degli emoli
lo tien combattuto non poco. Ma con tutto ciò, essi non possono
godere appieno, turbandoli assai il sapere che ciò non è per
durare in lungo, mentre veggono che il mondo ha cominciato
a disingannarsi e che molti lettori al loro mal dire rispondono
col romitello del Boccaccio: — Oh! son si fatte le male cose? —
Addunque possiamo ragionevolmente aspettare il bene, mentre
del male se n'è avuto a dovizia. Col qual fine a V. S. bacio
le mani.
Di Roma, io d'agosto 1649.
CXXIII
Al signor Francesco Franchi, al Corvaro
Si scusa di non avergli ancora potuto rendere un servigio,
e lo ringrazia del dono d'una lepre.
Di Roma, 25 decembre 1649.
CXXIV
Al signor principe di Castellaneta, a Napoli
E pieno d'acciacchi e malanni, il peggiore dei quali è l'esser prossimo
ai settantotto anni.
L'avermi il signor Caruso, coll'occasion della sua venuta
a Roma, arrecato il prezioso favor del saluto di V. E. ha in
me non già ravvivata (che ravvivar non si può una cosa che
non è mai morta), ma certo stuzzicata la taciturna ma divota
ricordanza ch'io serbo ognora del valor di lei e della sua gen-
tilezza e degli altri suoi rarissimi pregi. Si che io non mi son
potuto contenere che, dal solito mio riverir V. E. col silenzio,
non sia passato a ringraziarla colle parole, si come ora faccio
382 TOMMASO STIGLIANI
e cordialmente. Poiché esso suo saluto ha fatto ufficio di salute
apunto sopra le varie indisposizioni ch'io patisco, e tutte crudeli,
secondo che il signore Caruso, eh 'a lei è lator della presente,
testificherà in voce; il quale, coli 'occasione del visitarmi, m'ha
spesso udito gridare, anzi quotidianamente. Ma la piggiore in-
fermità ch'io abbia, e che maggiormente accresce l'altre e di-
strugge me, si è una che si chiama « settantasette » e che l'anno
che verrà si chiamerà « settantotto », purch'io non muti mondo
avanti che ella muti nome. Comunque però sia per succedermi,
s'assicuri l'È. V. che, finché sarò lasciato in questa vita, le
viverò sempre parzialissimo servo ed avido de' suoi comanda-
menti e che, quando sarò salito all'altra. Ella avrà in paradiso
un'anima obbligata, che sempre pregherà il Signor de' signori
a far si che noi ci abbiamo là a rivedere, ma di qui a cento
anni.
E fratanto le fo affettuosa riverenza.
Di Roma, 20 aprile 1650,
CXXV
Al principe di Gallicano
Dedica delle Lettere.
In Roma, primo d'ottobre 1650.
NOTA
I
Lettere e dedicatorie di Giambattista Marino (*)
Tante e tante volte, fin dal suo soggiorno a Parigi, Giambat-
tista Marino aveva annunziato come d'imminente pubblicazione
un volume di Lettere gravi, piacevoli e facete {^), che, dopo la sua
morte, gli amici erano sicuri di trovarne fra le sue carte, già ap-
parecchiato per la stampa, il ms. Ma, sia che codesta raccolta fosse
stata compresa tra quei componimenti che il poeta napoletano
dal letto di morte volle dannare inesoràbilmente al rogo, sia (cosa
forse più probabile) che egli non l'avesse messa insieme se non con
la fervida immaginazione, certo è che i ricercatori provarono una
delusione (2). Sicché non poca fatica dovè durare il libraio Giacomo
Scaglia (amico e corrispondente del M.) per procurarsi da diverse
(*) Le lettere del M. erano state raccolte per gli Scrittori dal prof. Angelo Bor-
zelli, ben noto nel mondo degli studi per parecchi lavori sul M., tra cui una larga
biografia, premiata dall'Accademia pontaniana di Napoli. Senonché, mentre egli si
accingeva a ordinarle, lavori più urgenti lo assorbirono in tal modo, che fu costretto
ad affidare a me la prosecuzione del lavoro. Cosicché l'ordinamento dell'epistolario
(del quale assumo io solo la responsabilità) e la cura della stampa sono opera mia.
E poiché le lettere del M. erano troppe per un sol volume degli Scrittori e troppo
poche per due, ho creduto che utile appendice a cosi bella serie di documenti della
vita letteraria nef primi decenni del Seicento fossero il carteggio del più arrab-
biato marinista e le lettere di chi da se stesso si proclamò campione dell'antima-
rinismo (F. N.).
(i) Si veda passim, n^W Epistolario, nonché la lett. del Claretti in questo voi.,
p. 99.
(2) Vita del cav. M. descritta dal signor G. B. Baiacca (in Venezia, mdcxxv,
appresso Giacomo Sarzina), p. 59.
G. B. Marino, C. Achillini e G. Preti, Lettere -n. 25
386 NOTA
parti quel primo gruzzolo di novantasei lettere, che egli raccolse
e pubblicò nel 1627(1).
Fino a quell'anno correvano stampate, oltre le quattordici de-
dicatorie premesse dal M. a diverse opere (numeri xviii, xix,
XLVII, XCIX, CHI, CIV, CV, evi, CXIX, CXXIX, CXLI, CXLII, CXLIX,
ce della nostra edizione), le seguenti lettere:
15 e 16) quelle all'Achillini e al Ciotti (cli e clii), pubblicate
dal M. stesso a principio della Sampogìia (1620);
17) la celebre lettera allo Scoto (cxxiv), pubblicata per la prima
volta dal Sarzina (pseudonimo dello Scaglia) nella sua ediz. della
Sferza (1625) (2), e poi tante volte riprodotta, anche nelle antologie
per le scuole (3);
18-20) una a Giulio Sforza e due allo Scaglia (clxx, clxxix,
ecvii), inserite a pp. 64-70, 73-7, 77-9 della Vita del M. del
Baiacca (1625);
21) l'altra al Bruni (cexLix), premessa a La ghirlanda del
medesimo Bruni (1625) (4);
22-3) le lettere xv e Lxvi, pubblicate per la prima volta a Parigi
nel 1626 (5);
(i) Lettere del cav. M.kkiììo gravi, argute e facete, con alcune poesie dell' istesso,
all'illustrissimo signor Bartucci Valiero fu dell' illustrissimo ed eccellentissimo signor
Silvestro (in Venezia, mdcxxvii, appresso Francesco Babà, con licenzia de' superiori
e privilegio, pp. 350 -[- 14 innumer. innanzi). Precedono la dedica firmata da Giacomo
Scaglia, un breve avviso « al benigno lettore », la « tavola dei nomi dei personaggi
a' quali sono dirette le lettere » e la « tavola delle poesie ». Seguono, da p. 299 in poi,
una lett. del Preti all'Achillini con la risposta di quest'ultimo, due lettere di Giovan
Francesco Busenelli allo Scaglia e al M., e, dopo 4 pp. in bianco, 10 poesie del M.
(2) La sferza, invettiva del cav. M. a quattro ministri dell'iniquità, con una
lèttera faceta del medesimo, aggiuntovi un Discorso in difesa dell'a Adone » (Venezia,
Sarzina, 1625), pp. 113-30. La lettera ha questo titolo: «Copia d'una lettera faceta
scritta dal cav. M. ad un cavaliere piamontese nel suo arrivo a Parigi, avutasi dalla
libreria del signor Giulio Strozzi ».
(3) Si veda p. e. nel Manuale del D'Ancona e Bacci, mi, 387.
(4) Si veda sopra, p. 74.
(5) Il padre Naso con le due prigionie di Napoli e Torino (Parigi, 1626, per
gli eredi di Abramo Pacardo). Cosi almeno il Graesse cita questo opuscolo, che né
il Borzelli né io siamo riusciti a vedere. Che il Graesse abbia equivocato con l'opu-
scolo che reca il medesimo titolo complessivo, e la data: «in Parigi, appresso gli
eredi di Abram Pacardo, nella strada di San Giacomo, all'insegna delle spiche ma-
ture, MDCXLVi, con privilegio del re »? — Nel quale ultimo, la lett. xv si trova a
pp. 33-56, col titolo: Del camerone, prigione orridissima in Napoli, ove fu carcerato
il cavalier Marino; e la lxvi a pp. .'S9-103, col titolo: Prigionia del cavalier Marino
I. GIAMBATTISTA MARINO 387
24) il memoriale al duca di Savoia intorno all'attentato del
Murtola (lii), che, diffuso antecedentemente in molte copie mss.,
fu posto a stampa per la prima volta (se pure non si tratti già di
ristampa) nel 1627 ('\
Con la raccolta dello Scaglia giungiamo a centotto lettere. In
essa infatti vengono date nel seguente ordine (o, meglio, disordine)
queste: lii, xli, l, xlix, cxcix, xx, lix, lxxiv, lxxvii, lxxv,
CXII, CXIII, CLIX, CL, CXLVIII, XXXV, XCII, CCXXXI, CCXLIX, CCXVI,
CCIV, CCXLIV, CCII, CLXV, III, I, II, VII, Vili, V, IV, X, IX, XII, XI,
XIII, VI, CLII, LVI, CLXVII, CCXXVIII, CCXXXII, CCXVII, CCXXIV,
LXXVI, CCXXV, CCXXVI, CCXXVIl, CCXXXV, CXVI, CLXIV, CXCVII,
CCIX, CCXXX, CCXLVI, CXVII, CXXXVI, CCXXXVI, CCXXXVII, CCXXXIX,
CCXLl, CCXLIII, CCXLV, CCXLVII. CCXLII, CCXIV, CCXL, CCXLVIII,
CXCVIII, CCXXXVIII, CXCVI, CCXV, CXXII, CCV, CXXXI, CLXXXV,
XXXIV, LX, CLXXxiii, CLXxviii, cxviii, CLXX, cxxiv, cxxiii, la let-
tera al padre Naso, xxxvii, le lettere del pupolo e della pupola,
CIV, XVIII, XIX, XCIX, CXXIX, CXIX, LIV, XVII, CLXIX, LXVII, CXLI.
Da quest'elenco può scorgersi che lo Scaglia riprodusse soltanto
dodici delle ventiquattro lettere e dedicatorie precedentemente
pubblicate. Inoltre la lettera clii non fu data da lui per intero; si
bene ne soppresse tutto il primo capoverso, nonché le parole « que-
sto disordine mi ha fatto mutar deliberazione » e il brano « la qual
sarà più dilettevole... quando egli ebbe gli stimmati » del secondo.
Al contrario, nella lettera ccxlix il testo dello Scaglia è più pieno
di quello già dato dal Bruni, il quale, forse per riguardo verso
il Santo ufficio, soppresse, nel secondo capoverso (pp. 75-6 di
questo voi.), il brano « parendomi che il trovarsi in mano del-
l'illustrissimo signor cardinal Pio... considererà la sua innocenza».
La centesimanona lettera del M. in ordine di pubblicazione è
quella inserita nel 1628 a principio ééìV Erocallia del Manso, e
non più riprodotta (ccl) (2).
in Torino, al conte Lodovico d'A^lié. L'una e l'altra furono ripubblicate integral-
mente dal BoRZELLi, Del cav. G.B. M. (Napoli, Priore, 1898), pp. 216-224 e 254-264.
Del Camerone una copia ms. del sec. xvili, la quale offre moltissime varianti dal
lesto a stampa, si trova nella bibl. della Soc. nap. di storia patria (cod. segn. xxvi,
d, 4, pp. 2-10).
(i) Ragguaglio del cav. M. all' A. S. di Savoia degli affari suoi e delle neini-
cizie private col Murtola (Parigi, 1627). Per la diffusione che il M. dette a questa
sua autoapologia si veda, oltre la lett. al Sanvitali (i, 87), anclie nel Carteggio del-
l'Achillliii (11, 123).
(2) Si veda sopra, p. 76.
3S8 NOTA
Lo stesso anno 1628 veniva pubblicata, anche a Venezia, a spese
del medesimo Scaglia e forse a cura di Cristoforo Tomasini ('), una
nuova raccolta di Lettere del cavalier ]\IarÌ7to, gravi, argute e
facete, no?t più stampate, con alcune poesie dell' istesso . « Non più
stampate » non è un'esagerazione, giacché, tranne quattro, le cento
lettere contenute in questo volumetto sono effettivamente inedite.
Come già nella precedente serie dello Scaglia, esse sono date in un
disordine da far rabbrividire. « Avverrà forse — prevede lo stesso
editore — ch'altri non apieno informato, leggendo, o mi riprenda o
si maravigli che... non si sia fatta distinzione di persone intorno alla
precedenza, né osservazione di tempi intorno all'ordine. Ma ces-
seranno e la maraviglia e le querele, se s'avrà in considerazione
che sono state stampate a spezzoni, e non come s'è voluto, ma
come s'è possuto; onde il desiderio di raccórle e di publicarle
ha cagionato che, pensando più volte d'aver finito, mi sia conve-
nuto continuare e fare nuova aggiunta, ed in conseguenza trascu-
rare ogni ordine ». Comunque, l'elenco delle lettere e dedicatorie
contenute in quest'altra raccolta è il seguente: civ, cv, evi, li,
LXVIII, LXXI, CCXVni, LUI, LVII, LVIII, LXXXIV, LXXXV, CVIII, CXIV,
CXXX, CLXVI, CLVII, CLVI, CLXXXII, CXCV, CCX, CCVI, CCI, CCXXXIV,
CLX, CLXI, CLXII, CLXIII, CLXXXVII, CLXXXVIIl, CCXIX, CCXX, CCXXI,
LV, CXV, CXXXIV, CXLIII, CLIII, CXC, CI.V, CLVIII, CLXXVI, CLXXIV,
CLXXII, CXLIV, CLXXVII, XXI, XL, XXII, XXIII, XXIV, XXV, XXVII,
XXVIII, XXXII, XXXIII, XXX, XXXI, XXXVI, XXXVIII, XXXIX, XXVI,
XXIX, XLVIII, LXir, LXXVIII, LXXXII, covili, CCXIII, CCXI, XLVI,
XLII, LXV, LXIII, LXXIX, LXXII, LXXX, LXXXI, LXI, LXXIII, LXXXVI,
LXXXVII, LXXXVIII, LXXXIX, XC, XCI, XCIII, XCIV, XCV, XCVI, XCVII,
xcviii, e, CI, cu, cvii, cix, CXI, ex, XLVii, e una « lettera amo-
rosa» in versi che abbiamo omessa.
Di codesta seconda raccolta (ci si perdoni la non inutile digres-
sione) abbiamo innanzi un esemplare prezioso, perché appartenuto
(i) Dico questo, perché, se il volumetto (di pp. 286-|-i6 innumer. innanzi) reca la
data «in Venezia, mdcxxviii, presso Giacomo Sarzina >>, che, come s'è detto, era
lo jiseudonimo dello Scaglia, la dedica, per altro, «all'illustrissimo signor conte
G. B. Ganibara », ecc., è firmata dal Tomasini. Comunque, oltre la dedica, precedono
l'avviso de «lo stampatore a chi legge», che riferisco parzialmente nel testo, la
solita tavola dei nomi dei corrispondenti, nonché quella «dei pittori che hanno favo-
rito il cav. M. nella Galena», e un non bel ritratto del M. Ogni lettera è preceduta
da un sommario abbastanza lungo. Mancano le poesie annunziate.
I. GIAMBATTISTA MARINO 389
nientemeno a Tommaso Stigliani (0, il quale, com'era naturale,
v'appose nei margini alcune postille (fin qui quasi tutte inedite (2)),
ispirate in generale al livore che egli nutriva contro il IM., ma
che talvolta recano qualche giovamento all'intelligenza del testo.
Eccone le principali :
Lett. XLVi, sotto l'intestazione « AI sig. N. N. »: ^ & Al sig. Pietro
Ettorre giovinetto » (errata è dunque la congettura, da noi fatta, che questa
lettera fosse diretta al Barbazza).
Lett. LI, accanto alle parole « per aver perduta la razione è diventato
veramente irrazionale»: — « 'Razione' per 'parte cortegiana': parola na-
politana ». — Ivi: « io era in carozza col duca »: — « Il duca non mena
in carrozza se non il suo mastro di cammera, e, se v'è altri, son principi ».
Lett. LVii : « il libro [l'Anversa del Sanvitali] si è perduto »: — « E per-
duto fu il tempo in farlo » .
Lett. Lxviii: « nel mio poema della Cuccagna »: — « Questo poema fu
fatto contra Tiberio Bucca ».
Lett. Lxxi: «l'intercessione dell'ambasciador di Francia e d'Inghil-
terra»: — « Fu solo l'ambasciador di Inghilterra, che lo favori col mo-
strar questa fede del Manso ».
Lett. Lxxxiv: « Piacemi che... Stigliani si sia compiacciuto di seguitar
la maniera da me tenuta nel Panegirico »: — « Questa testura di sesta rima
non è introdotta dal M., ma dall'autor della Leandra ».
Lett. ci: «Mi rido... delle ridicole malignità di cotesto invidiosetto »:
— « Il Testi ».
Lett. cviii: « In Bologna un certo parmigiano... »: — « Ferrante Carli».
Lett. cix: «Circa il verso notato dal genovese nelle mie rime...»:
— « Il genovese son io, e la scusa e la correzzione sono false, essendo
l'istesso errore in altri componimenti del medesimo autore».
Lett. ex: « \JEssamina del finto conte dell'Arca... »: — «Ferrante
Carli ».
Lett. cxi : « Che le... Dicerie non piacciano a quel tisicuzzo... »:
— « Questo son io ».
Lett. cxiv (postilla relativa a tutta la lettera): — « Se, con averlo accre-
sciuto [l'Adone] a dodici canti, dice che è più l'aggiunta che l'opera, che
sarà l'averlo dapoi riaccresciuto a canti venti?».
Lett. CLVi: «servo ad uno de' primi re del mondo [Luigi XIII] »:
— « Sfionda, che il servizio del re non fu mai vero ».
Lett. CLVii: « Non parlo del Materiale... »: — « Questo son io ».
(i) È posseduto dalla V. E. di Roma (voi. segn. 71, 3 A, 33), cui pervenne «ear
bibl. maiori coli. rom. Societ. lesu ».
(2) Due sole, a quanto io sappia, furono pubblicate da Mario Menghini, T. Slt-
' gliani (Genova, 1890), pp. 26 n, 44 n.
390 NOTA
Lett. CLx (postille relative a tutta la lettera): — « Biasima il Mondo
nuovo per gabbare il mondo vecchio». «Si vanta di aver composte le
Smorfie y>. «Dice ch'io in un foglio abbia fatto 500 errori in grammatica:
grande iperbole, anzi iperbolissima » .
Lett. CLXvi: « Quanto a cotesti stracciafogli.. . » : — « Cioè io ed il Testi » .
Lett. cxc (postilla relativa all'ultimo capoverso): — « Si protesta che,
se il Ciotti seguita a stampare il Mondo nuovo, non gli vuol dare le sue
[opere] a stampare».
Lett. CXCV : « Quanto alla mutazione di servitù... »: — « Finge d'essere
invitato al servigio di Parma: il che è vanità e bugia espressa, mentre il
duca Ranuccio l'odiava a morte e fece processarlo all'Inquisizione ». —
Ivi: «determinandomi di passare a Roma... »: — «Vuol venire a Roma
per assolversi del processo dell'Inquisizione». — Ivi: «Di questa facenda
si sarà.., cicalato per Roma»: — « Suspica che a Roma si sappia ch'egli
viene per assolversi dalla Inquisizione ». — Ivi: « Il re mi ha concesso...
che la mia pensione sia qui pagata al mio procuratore ». — « Sfionda,
perché mai non ebbe pensione dal re né da nessuno ».
Lett. cci (postilla relativa a tutta la lettera): — « Volendo difendere che
V Adone sia non osceno ma tenero, arguisce che non voglia emendarlo».
Lett. ccxxxiv: « Il ...viceré è quasi ogni giorno meco... »: — « Sfionda,
perché il viceré non va a casa di nessuno ». — ^ Ivi : « La città... tratta di
voler farmi una statua »: — « Sfionda, perché a' vivi non si può fare
statua publica ».
Ripigliando la storia esterna dell'epistolario del M., una terza
raccolta di lettere vide la luce nel 1629 a Torino (i). Si badi, per
altro, che per circa due terzi si tratta di una materiale e bruttis-
sima riproduzione della seconda raccolta dello Scaglia, della quale
l'editore torinese si appropriò tutto: frontespizio, prefazione, som-
marietti preposti alle lettere (date naturalmente nel medesimo
disordine), ecc.; ponendovi di suo soltanto una diversa dedica,
nonché molti e grossolani errori tipografici. Senonché egli ebbe
la fortuna di ottenere da don Lorenzo Scoto, uno dei più intimi
amici del M., un bel gruzzolo di trenta lettere a lui dirette, tutte
inedite (cxxi, cxxvi, cxxv, cxx\)n, cxxviii, cxxxii, cxxxm,
CXXXV, CXLV, CXLVI, CXLVII, CLIV, CLXVllI, CLXXI, CLXXIU,
CLXXV, CLXXX, CLXXXI, CLXXXIV, CXXXVI, CXXXIX, CXCII, CXCIIl,
cxciv, cxci, ceni, ccxii, ccxxii, ccxxix, ccxxiii); e queste pose
in calce al suo volumetto, rispettando abbastanza (come si può
(1) Lett. del cav. M., ecc. (in Torino, appresso i Cavalleris, mdcxxix, pp. 317).
Precede la dedica, firmata dagli stampatori, ad «Onorato Claretto, conseglier di
Stato e primo secretarlo del serenissimo prencipe di Piemonte».
1. GIAMBATTISTA MARINO 39I
scorgere dall'elenco che ne abbiamo dato) l'ordine cronologico,
ma sopprimendo anche lui, barbaramente, in tutte la data cronica.
Siamo già, se non erriamo nel computo, a dugentotrentacinque
lettere. Una nuova raccolta più voluminosa delle precedenti venne
pubblicata, in corretta e anche leggiadra veste tipografica, a Ve-
nezia, nel 1673 (1). L'anonimo raccoglitore annunzia d'avere pel
primo tratte dalle varie opere del M. tutte le dedicatorie, d'avere
«ancora diligentemente raccolte tutte le lettere che del M. anda-
vano sparse », e d'avere infine « anco aggiunte alcune, che veni-
vano come tesori, per essere state scritte di propria mano del-
l'autore, conservate dal signor Michelangelo Torcigliani ». La prima
asserzione, per quanto un po' esagerata nella forma, risponde a
verità: che anzi in codesta raccolta è data anche la dedica « Al suo
bel sole » premessa ai Sospiri d'Ergasto, che noi abbiamo creduto
inutile di riprodurre. La seconda è falsa, giacché, in sostanza, il
nuovo editore non fece altro che fondere insieme, imbrogliandole
peggio, le lettere già apparse nelle due raccolte dello Scaglia,
omettendo, tra le lettere pubblicate prima del 1627, quelle che
lo Scaglia aveva omesse, e tutte le lettere venute in luce dopo
il 1628, vale a dire le trenta dirette allo Scoto, che, come s'è
accennato, erano state inserite nell'edizione torinese del 1629.
Se non totalmente falsa, di una amplificazione che confina assai
con la bugia è la terza asserzione; giacché il contributo inedito,
che sarebbe stato fornito dal Torcigliani, si riduce in fondo a
una sola lettera: quella al Buonalingua (ccxxxiu); con la quale
il numero complessivo di lettere del M. pubblicate nel corso del
sec. xvn giunge a dugentotrentasei.
Non ci resta dunque se non a rendere conto di altre sole quat-
tordici lettere, le quali sono state pubblicate nel seguente ordine:
237-8) due (xLiii-iv), nel 1773, da mons. Giovanni Bottari (2);
(i) Leti, del cav. G. B. M. ^ravi, argute, familiari, facete e piacevoli, dedica-
torie, aggiuntevi alcune poesie che nell'altre sue rime non sono stampate, consa-
crate all'illustrissimo signor marchese Guido Rangoni, ecc. (in Venezia, mdci.xxiii,
per gli eredi di Fr. Babà, pp. 574-I-12 innumer. a princ. e 2 in fine). Precedono la
dedica, un avviso «a chi legge» e il ritratto tradizionale del M. Seguono le poesie
e la tavola dei corrispondenti. Le lettere sono precedute da sommarietti.
(2) Raccolta di lettere sulla pittura, scultura ed architettura, vii (in Roma,
MDCCLXXlli, nella stamperia di Marco Pagliarini), 14-6. Si veda anche la seconda
edizione, «continuata fino ai nostri giorni da Stefano Ticozzi », vii (Milano, per
Giovanni Silvestri, mdcccxxii), 23-7.
392 NOTA
239) una (lxxxiii), nel 1844, dal Gualandi (i);
240) una (XLV), nel 1890, dal Bertolotti (2);
241-4) quattro (cxxxvii-cxl), nel 1893, da Mario Menghini (3);
245-7) tre (LXiv, LXix, lxx), nel 1S94, dal Rossi M;
248-9) due (xiv, xvi), nel 1S9S, dal Borzelli (5);
250) una (cxx) vede la luce per la prima volta nella presente
edizione (6).
A queste avremmo potuto aggiungere altre due, finora inedite,
dirette all'Achillini, se avessimo avuto notizia in tempo utile di
un codice dell'Universitaria di Bologna, di cui appresso faremo pa-
rola. Abbiamo riparato all'involontaria omissione inserendole nel
Carteggio dell'Achillini.
Dei tre componimenti raccolti nella prima parte dell'appendice
non occorre qui far parola, avendo noi avuta precedentemente
occasione di discorrerne: circa le lettere contenute nella seconda
parte, basterà avvertire che la i fu pubblicata dal M. stesso a
principio della Sampogna; la 11 è inedita e si conserva autografa
(i) Nuova raccolta di lettere sulla pittura, scultura ed architettura, scritte dai
più celebri personaggi dei secoli xv a xix, con note ed illustrazioni di Michelangelo
Gualandi, in aggiunta a quelle date in luce da nions. Bottari e dal Ticozzi, il
(Bologna, 1844), 34-8. Indarno il mio amico ing. Amilcare Ramazzini, primo archivista
nell'Archivio di Stato di Modena, ha tentato di penetrare nell'archivio di casa Fon-
tanelli, in cui passò la parte migliore di quello della famiglia Coccapani, per rin-
venire e collazionare, per me, la lettera sull'autografo.
(2) A. BERTOLom, Lettera di G. B. M. al sig. serenissimo sig. duca di Man-
tova, offrendogli una canzonetta, i8 giugno 1607, in // bibliofilo, xi (1890), 72.
L'autogr. di questa lettera si conserva nell'Archivio di Stato di Mantova. Su di esso
ha voluto, cortesemente, collazionarla per me Alessandro Luzio, cui porgo i più vivi
ringraziamenti.
{3) Per nozze Benzoni-Martini {\%<j-^. Gli autografi nella Comunale di Ferrara,
cod. 361. Ringrazio l'amico prof. Dante Olivieri, il quale mercé una dilìgentissima
collazione mi ha dato agio di correggere non pochi errori.
(4) Vittorio Rossi, Tre lettere di G. B. Marino. — Per nozze Papa-Berlini
(Bergamo, Istituto d'arti grafiche, 1894). Anche queste lettere si conservano autografe
nell'Archivio di Stato di Mantova, ed esse pure sono state collazionate dal Luzio.
(5) // cav. M., pp. 214-5, 234. Apografi della prima si trovano nel cod. 224 della
Palatina di Firenze e nel cod. xiii, AA, 76 della Nazionale di Napoli. La seconda
esiste autografa nell'Archivio di Stato di Modena, Cancelleria ducale. Letterati.
L'una è stata collazionata da me sull'apografo napoletano; l'altra sull'autografo mo-
denese dal Ramazzini, che cordialmente ringrazio.
(6) Se ne conserva l'autografo nell'Archivio di Stato di Mantova, donde me
ne ha favorita copia A. Luzio, il quale mi assicura di non avere rinvenuto in quel-
l'archivio nessun'allra lettera del M.
I. GIAMBATTISTA MARINO 393
neir Archivio di Stato di Torino (0; la lu e la vi furono inserite
nella prima raccolta dello Scaglia; la iv fu stampata dal Bruni
stesso a principio della Ghirlanda; la v si trova nella Vita del M.
del Baiacca.
II
Dalla precedente esposizione risulta che nessuna difficoltà spe-
ciale dovevamo superare circa i testi da seguire nella presente
edizione dell'epistolario mariniano. Abbiamo tenuti presenti gli
autografi per le poche lettere di cui essi esistano ancora, le edi-
zioni originali delle opere del M. per quelle in esse pubblicate
per la prima volta: pel resto ci siamo affidati, a seconda dei
casi, alle raccolte dello Scaglia, del Cavaleris, e via discorrendo,
limitandoci semplicemente a correggere qualche evidente errore
tipografico e ad ammodernare grafia e punteggiatura.
La vera e sola difficoltà che ci si sia presentata è stata quella
dell'ordinamento. Di certo, non potevamo imitare i precedenti
editori nel loro spaventevole confusionismo. Bisognava dunque
disporre le dugentocinquanta lettere da noi raccolte in ordine cro-
nologico; e, poiché quasi tutte mancavano di data cronica, supplirla.
In qual modo? Anzitutto, col metodo comparativo, ossia mettendo
a confronto l'una lettera con l'altra, e desumendo dal loro rispettivo
contenuto quale dovesse precedere e quale venir dopo. Indi, con
l'avvalerci, per taluna di esse, degli accenni a qualche fatto di
cui fosse nota la data precisa o almeno assai probabile, per
istabilire, con relativa sicurezza, l'anno in cui fu scritta, e tal-
volta (purtroppo assai raramente) anche il mese e il giorno. La cosa
non era facile, specialmente pel M., il quale, oltre a parlare quasi
sempre di sé, e solo di rado e con vaghe allusioni, dì avvenimenti
pubblici, non aveva scrupolo di sorta a dire ai suoi amici, o per
vanteria o anche pel semplice gusto di dirle, un mondo di bugie,
che è facile immaginare quale elemento turbative sieno venute ad
arrecare nel nostro ingrato lavoro. E quante volte, dopo aver cre-
duto di trovare il filo conduttore per datare un gruppo di lettere,
(i) Ringrazio il soprintendente, conte Giovanni Sforza, il quale, oltre a inviarmi
copia di questa lettera, ha compiuta una minuziosa indagine nel prezioso Archivio,
da lui diretto, per rinvenire lettere o memoriali del M. Ma purtroppo la ricerca ha
dato risultato negativo.
394 NOTA
ci è balzata innanzi una circostanza, a cui a principio non ave-
vamo posto mente, la quale ci ha costretti a rifar tutto daccapo!
Pure, dopo aver mutato e rimutato, siamo giunti a un ordinamento,
che, almeno nelle linee generali, ci soddisfa. Di certo, non por-
remmo per esso le mani sul fuoco. La datazione congetturale di
un epistolario è come la restituzione di un testo mutilo: una volta
su dieci la scoperta del testo integro dà al restitutore la soddis-
fazione di vedere confermate le sue congetture. Non proveremmo
quindi nessuna sorpresa se, venendo fuori un giorno gli autografi
del M., che abbiamo indarno ricercati, risultasse da essi che una
lettera da noi assegnata, p. e., al 1619 sia invece del 1617 o del
162 1. Tuttavia ci lusinghiamo che errori gravi (come l'avere anti-
cipata o posticipata di dieci o quindici anni una lettera) nel nostro
ordinamento, fatto in base agli ultimi studi sulla vita del M., non
sieno incorsi. Rendere particolareggiato conto di tutta la serie di
induzioni e deduzioni, che ci hanno persuasi ad assegnare a questa
o a quella lettera questa o quella data, non è possibile: occor-
rerebbe fare l'analisi minuta di almeno dugento lettere, ossia
esibire, a dir poco, trenta o quaranta pagine di prosa tutt'altro
che divertente. Riassumeremo quindi, il più brevemente possibile,
il risultato delle nostre indagini.
La vita del M. può dividersi in sei periodi: nel primo, che va
fino al 1598, egli dimorò a Napoli; nel secondo, che giunge fino
ai principi del 1610, menò vita randagia tra Roma, Firenze, Ve-
nezia, Ravenna, Bologna, Torino e forse qualche altra città d' Italia;
nel terzo, dal 1610 ai principi del 16 15, ebbe stabile dimora alla corte
di Carlo Emanuele primo di Savoia; nel quarto, dal 1615 all'aprile
1623, menò vita fastosa a Parigi, presso quella di Luigi decimoterzo;
nel quinto (maggio 1623-maggio 1624) sua stanza fu Roma; nel
sesto tornò, dopo tanto peregrinare, nella sua città nativa, ove
mori il 25 marzo 1625 (').
Che le lettere i-xiii appartengano al primo periodo, si scorge
a colpo d'occhio. Chi le scrisse non era già il poeta di fama ormai
indiscussa, e accarezzato, vezzeggiato, colmato d'onori e di ric-
chezze; ma ancora il giovane principiante, che cerca entrar nel
mondo letterario pubblicando scritti altrui, e che purtroppo ha
bisogno di chi gli presti pochi ducati per tirare innanzi alla
(i) Riassumo dalla cit. biografia del Borzelli.
I. GIAMBATTISTA MARINO 395
men peggio la vita. D'altronde, in quasi tutte si parla del
Tasso come di persona ancora vivente: dunque sono anteriori
al 1595. Noi abbiamo creduto opportuno distribuirle fra il 1593
e il 1594-
Assai meno sicuro ci è riuscito l'ordinamento e la datazione
delle lettere che, a nostro vedere, sono da assegnare al secondo
periodo (xvi-lx). Anzitutto, mancano spesso i dati di fatto per
assodare se la dimora del M. in una città sia anteriore o posteriore
a quella in un'altra. Di più, è certo che egli si fermò in una me-
desima città due, tre, quattro volte: e in tal caso come regolarsi? —
Comunque, abbiamo creduto assegnare la lettera xvii alla fine del
1601, perché scritta da Firenze mentre fi M. si recava a Venezia,
ove sappiamo che egli giunse ai principi del 1602; e conseguente-
mente al 1602 la XX, che è datata per l'appunto da Venezia. —
Che le lettere xxi-xxxiii, le quali hanno tra loro stretto vincolo di
connessione, sieno state scritte in un medesimo periodo di tempo,
risulta chiaro: le abbiamo poste perciò tutte nel 1604, giacché pare
che in quell'anno il M. non si sia mai mosso da Roma. — Cono-
sciamo che la prima gita del M. a Ravenna risale al 1605: da ciò la
data quasi certa delle lettere xxxiv-v. — Ma eccolo nell'aprile del
1605 di nuovo a Roma, ove scrive \\ Panegirico di Leone XI, eletto
papa e morto per l'appunto in quel mese: donde si giustifica la
data da noi assegnata alla lettera xxxvi. — Sarà parimente del
1605 la xxxvii? — Chi sa? Certo è .che nel 1606 il poeta ritor-
nava a Ravenna, e certo è ancora che le lett. xxxviii-xl furono
scritte a ^ breve distanza l'una dall'altra: è legittimo quindi con-
getturare che appartengano al 1606. — Se nella lett. xli il M. non
dice bugia annunziando un suo prossimo viaggio a Bologna, è
probabile che codesta lettera sia di poco anteriore alla xlii, scritta
per l'appunto da Bologna, ove il poeta si recò, sembra, nel 1607. —
Assai dubbia è la data delle lettere xliii-iv, scritte a ogni modo
a non molta distanza tra loro: forse avremmo fatto meglio a
ritardarle fino al 1609, perché un accenno al «quadro del Car-
raccio » è nella lett. lix, che abbiamo assegnata per l'appunto a
quest'anno. — La stretta connessione tra la lett. xlv (datata) e
la XLVi (non datata) ci ha permesso di collocare al debito posto
quest'ultima. Lo stesso si dica della lettera xlviii rispetto alla
XLVii. — Giungiamo per tal modo alla prima gita del M. a Torino
(avanti che vi si fissasse stabilmente) e alle sue fiere contese col
Murtola, e cioè alla fine del 1608 e ai principi del 1609: agevole
396 NOTA
riesce quindi la datazione delle lett. xlix-liv. Il M. prese l'abito
di San Maurizio l'it gennaio 1609 (si veda i, 67): dunque la let-
tera L, scritta la vigilia di tale avvenimento (p. 63), è del io. L'at-
tentato del Murtola ebbe luogo il 1° febbraio (p. 66): dunque la
lett. LI è, al massimo, di sette giorni dopo (« domenica passata »
dice il M., narrando il fatto). E a questa posteriori di pochi giorni
sono evidentemente le lett. lii-iv. — Abbiamo poi assegnato al
terzo o quarto soggiorno ravennate del M., e cioè al 1609, le
lett. LV-LX, le quali sono certamente posteriori al suo primo
viaggio a Torino e all'attentato del Murtola. Si tenga infatti pre-
sente che nella LVi (p. 91) si parla di «tornare» a Torino, che
nella lviii (strettamente connessa con la lvii) si accenna all'auto-
difesa contro il Murtola (ossia alla lett. lii), che nella lx il M.
dice di dover partire fra due o tre giorni per Torino, «richia-
mato da quel serenissimo», ecc. ecc.
Il M. dunque si è fissato stabilmente a Torino. Saranno dei
primi tempi della sua seconda dimora alla corte del duca di Sa-
voia le lett. LXi-iii? È probabile. — Certo è che egli entrò in car-
cere nell'aprile del r6ii: dunque la lett. lxv, scritta dopo «nove
mesi» di prigionia (p. 103), è del gennaio 1612. E parimente del
1612 sono le seguenti lettere fino alla lxxvii, scritte o dal car-
cere o poco dopo di esserne stato liberato. — Verso quel tempo
il M., ricuperate le sue carte, cominciò a preparare la Galeria; e
ciò ci ha permesso di datare la lett. lxxix (e con essa la lxxviii,
che deve precederla di poco), e cosi via via le altre lettere che
seguono, fino alla xcviir, le quali tutte dipendono l'una dall'altra,
e che perciò abbiamo poste fra il 1613 e il 1614. — Dalla e alla cu
il M. si lagna degli errori tipografici della terza parte delle Rune,
di fresco stampata, e accenna alla polemica con Ferrante Carli:
siamo dunque ancora al 1614. — Agli argomenti anzidetti si ag-
giunge nelle lett. cvii-cxiii anche l'annunzio dell'invio delle Dice-
rie sacre a parecchi amici: anche per queste, conseguentemente, la
data del 1614 è sicura. — Finalmente il M. si risolve a partire per
la Francia, e di ciò scrive a qualche amico, dicendo prossimo il
viaggio: er^o, le lett. cxiv-cxvi e cxviii sono della fine del 1614
o dei principi del 1615. E assai probabilmente in questo torno di
tempo deve cadere la lett. cxvii (se a essa vuol implicitamente
accennare, come è verisimile, una lettera di Tommaso Stigliani
del 16 16, di cui appresso discorreremo): tranne che i primi editori
(il che può anche essere) non abbiano sbagliata la data topica,
I. GIAMBATTISTA MARINO 397
scrivendo «Di Torino» anziché «Di Parigi»; nel qual caso biso-
gnerebbe ritardarla di un anno o due.
La lett. cxxi è datata da Lione: dunque è poco posteriore alla
cxx, di cui conosciamo la data (15 maggio 16:5). — Le lett. cxxii-
cxxvi furono scritte indubbiamente nei primi tempi del soggiorno
parigino: perciò le abbiamo assegnate al 1615. Anteriore di certo
agli Epitalami è la lett. cxxvii (in cui il M. dice di voler fare
« un epitalamio sopra queste nozze »), e con essa forse la cxxviii:
siamo perciò ancora al 1615 o ai principi del 1616. Posteriore in-
vece agli Epitalavii, e cioè al 1° aprile 1616, è la cxxx. — Nessun
elemento avevamo per datare la lett. cxxxi. — Per la cxxxiii (e
con essa la cxxxii, che dovè precederla di non molto) ci è stato
utile l'accenno alle prime trattative fatte col Luines per ottenere
dalla cassetta reale la sovvenzione di mille scudi per la stampa
^€A'' Adone : la lettera è, quindi, quasi certamente anteriore a quelle
dirette al Magnanini (cxxxvii sgg.), tutte datate, dalle quali pare
che nel mezzo del 1619 siffatte trattative erano assai inoltrate, anzi
quasi per essere rotte. — La Galeria fu pubblicata nel novem-
bre 1619: dunque il ms. dovè esserne inviato dal M. al Ciotti almeno
sei o sette mesi prima: da ciò la data delle lett. cxxxiv-v. — La
famosa lettera dello Stigliani al M. reca la data del 2 giugno 1619:
tutt'al più posteriore di qualche mese può essere la secca risposta
del poeta napoletano (cxxxvi). — Cosi del pari non troppo tempo
dovè scorrere tra la pubblicazione della Galeria e le lettere cxliii-
CXLVi, che abbiamo, per tal ragione, poste tra la fine del 1619 e
i principi del 1620. — Per converso, di poco anteriore alla pubbli-
cazione della Sampogna, e quindi ai principi del 1620, è la lett,
CXLVII. — Per le lettere cxlviii-clii, premesse alla prima ediz.
della Sampogna non occorrono spiegazioni : sono dei primi del
1620; e nessuno potrà dubitare che le lett. cliii-v, le quali accom-
pagnano la spedizione ad alcuni amici dei primi esemplari di
questa nuova opera, siano poco posteriori alla pubblicazione di
essa. — Assai incerta si presentava la cronologia delle lett. clvi-
CLXi, CLXiv, CLXVi-ix. Che siano state scritte a breve distanza
l'una dall'altra e che sieno tutte posteriori alla pubblicazione della
Sampogìia, è evidente; che sieno anche anteriori all'inizio della
stampa di^iV Adone (e quindi alla metà circa del 1621), è anche
fuor di dubbio: le abbiamo dunque collocate tra il 1620 e i principi
del 1621, ponendo innanzi quelle in cui si dice che V Adone uscirà
«per questo verno » (le quali possono essere dell'autunno 1620),
39^ NOTA
poi quelle in cui il M. si duole di incagli che gli vietano d'inco-
minciare l'impressione (scritte forse quando il «verno» era già
sopraggiunto, e non s'era incominciato nulla), e finalmente le altre
in cui dà notizia che siffatti incagli sono stati superati (probabil-
mente dei primi mesi del 1621^ Quanto alle lettere clxii-iii e
CLXV, in cui non si parla né di Sanipogtia né di Adone, è chiaro
che le due prime furono scritte poco dopo (e la clxii forse con-
temporaneamente) la CLXi, con cui si connettono, e che la clxv
fu a dirittura inclusa nella clxiv (il «nepote», di cui si parla in
questa, è per l'appunto Francesco Chiara). — Una questione inso-
lubile ci si è presentata per la datazione della lettera clxxi, la
quale è in istretta connessione con la clxviii, e che, da un canto,
le sembrerebbe anteriore, dall'altro, posteriore. Anteriore, perché
nella clxxi il M. crede ancora prossima la venuta del cardinal
Maurizio di Savoia a Parigi, laddove nella clxviii è già informato
che il prelato non verrà più: posteriore, perché nella clxviii egli
chiede allo Scoto per la prima volta i quadri del Brandin, lad-
dove nella clxxi accusa ricezione d'una lettera in cui l'amico
gli promette che lo « avviserà del séguito circa i quadri del
Brandino». Forse i primi editori hanno dovuto fare qualche con-
fusione, e fondere, o nella clxviii o nella clxxi, due lettere in
una. — Si comincia finalmente, come abbiamo detto, verso la
metà del 1621 la stampa deW Adone, la quale, a causa di parec-
chie interruzioni, dura circa due anni. Del successivo progresso
del lavoro discorrono per l'appunto le lettere clxxii-v e clxxviii,
le quali, quindi, debbono essere del 1621. Circa le altre due tra
queste intercalate, nella clxxvi il M. accusa ricezione di un
quadro del Palma, chiesto con la clxxii; perciò dovè scriverla
nel medesimo anno 162 1: la data della seconda ediz. della Ga-
leria (anche 1621) ci permette poi di fissare con sicurezza quella
della lett. clxxvii. — Quand'erano già tirati ottanta fogli del-
V Adone, il M. fu assalito da una grave malattia, che lo tenne
inchiodato a letto un periodo di tempo, che egli fa variamente
ascendere a un mese e mezzo, due mesi e tre mesi. Parecchie
circostanze, che sarebbe troppo lungo esporre, c'inducono a con-
getturare che tale malanno lo incolse nell'estate del 1622, e proba-
bilmente dopo il 4 giugno di quell'anno (data sicura della lettera
CLXXix, nella quale il M. non accenna affatto alla sua infermità).
Conseguenza: le parecchie lettere in cui egli discorre del pericolo su-
perato (cLXXx-iii, CLXxxv, CLXXxvii), debbono csserc dell'autunno
I. GIAMBATTISTA MARINO 399
o tutt'al più dell'inverno 1622. — Ad assistere lo zio infermo
narra il Baiacca (') che venne a Parigi Francesco Chiara, il quale,
quando non vi fu più bisogno dell'opera sua, ritornò a Napoli:
dunque anche nell'autunno o inverno 1622 possono porsi le lett.
CLXXXiv e CLXXXVi, che a tale ritorno accennano. — Poiché dal
testo appare che la clxxxvii fu la prima lettera scritta dal M. allo
Scarnato, è chiaro che la clxxxviii dev'essere a quella posteriore
di poco. — Che la clxxxix sia del 1623, è detto dal M. stesso nel
corpo della lettera. — Abbiamo assegnato ai primi mesi del 1623
le lett. cxc-viii, perché in tutte si dice l'Adone quasi finito di
stampare (insieme con l'ultima, anzi, se ne spedisce in Italia un
esemplare incompleto"); ma noi stessi avremmo da opporre alle
nostre deduzioni altre ragioni, che indurrebbero, considerando la
questione da un diverso punto di vista, ad anticipare codeste let-
tere al 1622: prova (se altre mancassero) che la datazione conget-
turale di un epistolario è talvolta impresa disperata. — Assai più
sicure sono invece le date delle lett. cci-cciii, in cui il M. an-
nunzia la sua imminente partenza per l' Italia (aprile 1623).
Verso il maggio 1623 il M. giunge a Roma, dove scrive,
forse un po' più tardi, la lett. cciv. — Frattanto, l'S luglio, muore
Gregorio XV, cui succede, il 6 agosto. Urbano Vili: donde le date
delle lett. ccv-vi, appartenenti al periodo di « sedia vacante », e
delle lett. ccviii e ccxi, scritte l'una poco dopo l'elezione e l'altra
il giorno stesso dell'incoronazione del nuovo papa. — Che la ccix
sia anteriore al 12 sett. 1623, risulta dall'attestato che a essa*
segue. — Per le altre lettere dell'ultimo soggiorno del M. a Roma
(ccx, ccxii-xxiii) non occorrono minute spiegazioni, giacché non
può cader dubbio che risalgano al 1623 o al 1624.
Né dubbia è la data delle restanti lettere, dalla ccxxiv in poi,
scritte tutte da Napoli. Infatti esse (parliamo sempre di quelle prive
di data) potrebbero essere o della gioventù del poeta (1593 sgg.)
o del periodo maggio 1624-marzo 1625. Un esame, anche superfi-
cialissimo, del loro contenuto fa escludere recisamente la prima
ipotesi : dunque non resta se non la seconda. — Avvertiamo sol-
tanto che alla lett. ccxlvi abbiamo assegnata la data dell' 8
ottobre 1624, perché con tale data per l'appunto essa vien citata
dal Baiacca(2), il quale ne trascrive un brevissimo brano.
(i) Op. cit., p. 53.
(2) Op. cit., p. 51
II
CARTEGGIO DI CLAUDIO ACHILLINI
I
Non crediamo che il lettore esiga da noi la minuta esposizione
delle ragioni, assai ovvie, che ci hanno indotti a dare dell'A.
(e cosi pure dello Stigliani) il testo integro non di tutte le lettere
da lui scritte o a lui dirette, che eravamo riusciti a mettere in-
sieme, si bene di quelle soltanto che offrissero un qualche inte-
resse storico, letterario, autobiografico e anche di curiosità; limi-
tandoci per le altre a inserirle nella raccolta con la sola indica-
zione sommaria del loro contenuto. Possiamo dunque, senz'altro
preambolo, passare alla bibliografia del carteggio dell'A., il quale
viene, quasi di per sé, a dividersi in tre gruppi:
a) lettere pubblicate durante la vita dell'A.;
b) lettere pubblicate dopo la morte di lui;
e) lettere che appariscono per la prima volta nella presente
edizione.
Appartengono al primo gruppo dodici lettere:
i) Lett. XL, inserita in Prose del sig. Alessandro Guarini
gentiluomo ferrarese, accademico intrepido, dedicate al serenis-
simo signor di Mantova e di Monferrato (in Ferrara, per Vittorio
Baldini stampator camerale, 1611, con lic. de' sup.). — Non più
ristampata.
2) Lett. XXXI, inserita nel primo volume delle Lettere di Ce-
sare Rinaldi (1617).
3) Lett. LXiv, inserita da G. B. Marino a principio della Sam-
pogna (1620). — Ripubbl., oltre che in tutte le ristampe della Sam-
pogna, e nell'ediz. delle Lettere del M. del 1673, anche nelle varie
edizz. delle Rime e prose dell'A., di cui appresso faremo parola.
4-5) Lett. cvi-vii, inserite nella Vita del Marino del Baiacca
(1625). — Ristamp. nelle edizz. delle Lettere é^\ M. del 1627 e 1673,
nonché in tutte quelle delle Rime e prose dell'A.
II. CLAUDIO ACHILLINl 4OI
6) Lett. cxiv, inserita a principio del volumetto citato a p. i8i. —
Non più ripubblicata.
7) Lett. cxv, pubbl. in opuscolo dal titolo: Al re cristianis-
simo, il gran Luigi il vittorioso, il giusto, panegirico con sonetto
(Bologna, per gli eredi Cochi, 1629). — Ripubbl. (se l'A. nella let-
tera cxviii non fa una rodomontata), nello stesso anno 1629, altre
ventidue volte in diverse città d' Italia, e poi nelle varie edizz.
delle Rime e prose.
8-9) Lett. cxxviii e cxxix, pubbl. in opuscolo intitolato: Due
lettere, l'una del Mascardi all' A., l'altra dell' A. al Mascardi so-
pra le presenti calamita (in Bologna, per Fr. Catanio, 1630). — Ri-
stamp., anche in opuscolo, con la data « in Firenze, per il Nardi,
1631 », e nelle varie edizz. delle Rime e prose. Ne esiste una ver-
sione latina: C. A. ad Augustinum, Mascarduni epistola, responsum.
Paulus Mancinus in latinum vertebat (Bononiae, apud Clementem
Ferronium, 1631) (i).
lo-ii) Lett. cxxxvi e cxl, inserite nella prima ediz. delle Rime
dell'A. (Bologna, presso Clemente Ferroni, 1632) — Ristamp. in
quasi tutte le edizz. delle sole Rime e delle Rime e prose.
12) Lett. CXLVII, pubblicata in opuscolo dal titolo: Lettera al
cav.fra Ottavio Piccolomini d' Aragona espugnatore del re di Svezia
(in Modena, pres.so Giuliano Cassiani, 1633). Ristamp. nelle Let-
tere memorabili del Giustiniani (ediz. di Roma, 1669: nelle altre
edizz. manca), 11, 162.
Dopo la morte dell'A. venne pubblicato a Venezia, nel 1650,
per i Giunti e il Babà, un volumetto dal titolo: Rime e prose di
C. A., in questa nuova impressione accresciute di molti sonetti e
altre composizioni non più. stampate, con aggiunta di diverse bellis-
sime lettere di proposta e risposta del medesimo autore. E incre-
dibile quanta fortuna avesse questo libriccino. Il Fantuzzi ne cita
sei ristampe: Venezia, Babà, 1651 (2); ivi, Giacomo Bartoli, 1656;
ivi, Zaccaria Conzatti, 1662 (che è la più completa); ivi, Nicolò Pez-
zana, 1673; ivi, Iseppo Prosdocimo, 1677; ivi. Benedetto Milocho,
1680. Noi siamo riusciti a vederle quasi tutte; anzi ne abbiamo
(i) È noto che al curioso ragionamento fatto dalI'A. nella sua risposta al Ma-
scardi s'ispirò il Manzoni nella famosa dissertazione di don Ferrante si:lla peste.
(2) In questa ediz. precede una lett. di G. B. Manzini al Babà, entusiastica
per l'A. Avrebbe dovuto sapere il povero Manzini ciò che di lui scriveva l'A. nella
lett. C !
G. B. Marino, C. Aciiillini e G. Preti, Lettere -w. 26
402 NOTA/
rinvenuta nella Brancacciana di Napoli una settima: Venezia, Abon- '
dio Menefoglio, 1666. Per altro, solo per poche lettere siamo stati
costretti a prendere a fondamento questi testi a stampa, giacché
per quasi tutte ci siamo avvalsi degli autografi o apografi di cui
appresso faremo parola, e di cui, indubbiamente, dovettero anche
servirsi, a dir vero con soverchia libertà e non senza mutilazioni
e cangiamenti, gli anonimi curatori delle edizioni innanzi menzio-
nate. Mercé tutte queste ristampe il numero delle lettere dell'A.
o all'A. giunge complessivamente a cinquantotto. In esse infatti
vennero inserite (al solito, disordinatissimamente e spesso soppri-
mendo la data cronica), oltre che le lett. cxxxvi, cxl, cxxviii,
cxxix, cxv, LXiv, evi e cvii, già pubblicate, anche queste altre:
CLVIII, CLX, CLXI, CLXII, CLXIII, CLXVI, CLXIV, LXXXV, LXXXVI,
LXXXVII, XCVI, XLI, CXXXVII, CXXXVIII, CXXVII, CIX, ex, LV, XXVII,
CLix, etxxi, CLxx, cxxi, exxii, exLvi, xeviii, cu, lxiii, xxxiii,
CLVii, LXii, Lvni, exxvi, eLiii, clxvii, eLxviii, clxxiii, cxli,
exLii, cxLiii, cxLiv, eLv, CLVi, exxx, exxxi, clxxiv.
Appartengono ancora al secondo gruppo:
59-60) due lettere, sciocchissime (exxv e exxxix), le quali
vedevano la luce fra altre Lettere diverse, in cìnquantadtce capi,
che il vanitosissimo Giovan Francesco Loredano faceva pubblicare
da Enrico Giblet nel 1654 (Venezia, Guerigli);
61) un'altra (xcv), pubblicata da Antonio Bulifon nella sua rac-
colta di Lettere memorabili, iv (Napoli, 1698), 49;
62-3) due altre (xix e ei). infine, riferite quasi per 'ntero dal
Fantuzzi nei suoi Scrittori bolognesi (i, 57, n. 7; 58, n. io).
Ed eccoci alle lettere fin qui inedite, le quali sono ben cento-
undici. Di queste, due (v e vi) sono autografe a ce. 148-9 del
cod. 909 dell' Universitaria di Bologna, ossia nel primo voi. delle
Lettere scritte al card. Serafino Razzali Olivieri; una terza (xxv),
anche autografa, si conserva nella Comunale di Ferrara {Autografi,,
n. 13) ('): le altre tutte, o autografe o in minuta o in copia, formano
gran parte del cod. 2232 dell'Universitaria di Bologna (2), prove-
(1) Ringrazio l'amico Dante Olivieri, che l'ha ritrovata e me ne ha favorita
copia.
(2) Vadano i miei ringraziamenti più sinceri all'illustre Olindo Guerrlni e al
prof. Ludovico Frati, i quali, oltre a fare per me una diligenlissima indagine nella
biblioteca da loro amministrata, mi hanno cortesemente concessi in prestito i codici
di cui ho avuto bisogno.
II. CLAUDIO ACHILLINI 403
niente dalla biblioteca del monastero di San Salvatore, ove lo
aveva già studiato il diligentissimo Fantuzzi.
È un grosso volume miscellaneo, di cui ometteremo la descri-
zione minuta, la quale allungherebbe di molto questa già troppo
lunga nota. Diremo soltanto che a e. 280 è un «bottello», su cui
è scritto: « Notizie della vita ed opere del signor C. A. Molte sue
com.posizioni latine e italiane. Molte lettere a lui scritte da diversi
prencipi, vescovi, cardinali e letterati. Ventitré lettere del card.
Lodovisio scritte al medesimo». E seguono, fino a e. 675, in un
grande confusionismo, frammischiate a notizie biografiche, scritti,
appunti e poesie dell'A., nonché a lettere e carte varie del Preti,
le lettere seguenti, di cui, come .si può scorgere, taluna è in due
e perfino tre copie: cvii (copia), cliv (aut.), lv (a.), lxxi (c), cvii
(e), XXX (e), LXIV (e), XIV (e), XV (e), CLIII (c), CLII (c), CXI (c),
LXXXIX (e), xc (e), xci (e), civ (e), CXII (e), CXXIV (e), CXXIII
(e), CXLVIII (e), CXLIX (e), XLl (c), LXXXV (c), LXXXVII (c),
XIX (e), XX (e. mutila), CLXXiv (e), lxxv (a.), lxxvi (a.), iii
(a.), cxviii (a.), LXIV (e), xxvii (e), xeni (e), xciv (e), clv (c),
CLXxii (e), CI (e), CXI (a.), i (a.), cxxxv (a.), cxvi (e), viii (e),
XXIX (e), IX (e), xiii (e), xxvii (e), xxviii (e), II (e), xiv (e),
XV (e), XVI (e), LXXXIV (e), CXIII (e), XVII (e), XVin (e), XIX (e),
XX (e), XXI (e), XXII (e), XXIII (e), XXIV (e), cu (e), xxvi (e),
XI (e), XII (e), X (e), LXI (e), VII (e), XXXII (e), XCIX (e), XXXIII
(e), LXii (e), XLV (e), XLi (e), XXXIX (c), IV (firma aut.), cxvii
(minuta aut.), 11 (a.), lxviii (m. a.), cxxii (f. a.), lxxviii (e),
LXXIX (e), LXXX (e), LXXXI (c), LXXXII (c), LXXXIII (c), LXXVI (c.)
LXXVIl (c), LXXV (c), LXXVIII (c), LXXIX (c), LXXX (c), LXXXI (c),
LXXXII (c), LXXXIV (c), Lvi (a.), XIV (c), XV (e), XXI (e), poscritta
della LXXXI (a.), lviii (e), cviii (a.), evi (a.), liv (a.), lx (a.),
Lxxxviii (a.), Lxxii (a.), lxx (a.), lxvii (a.), lxvi (a.), xliv (a.),
xxxiv (a.), Lxv (a.), li (a.), l (a.), lii (a.), lui (a.), xxxvi (a.),
xxxvii (a.) XLix (a.), xxxviii (a.), lvii (a.), lix (a.), xxxv (a.),
XLiii (a.), XLViii (a.), cxx (f. a.), cxlv (f. e poscritta a.), cxxxiii
(f. a.), xcvii (a.), CHI (f. a.), xlvi (f. a), xlvii (f. a.), xcii (f. a.),
CL (a.), cxxxii (f. a.), lxxiii (a.), lxxxvi (a.), cxxxiv (f. a.), clv
(f. e p. s. a.), CLXV (a.), cxxxi (a.), lxxiv (a.), lxix (a.), clxix
(a.), e (e). — Al quale elenco è da aggiungere la tett. cxix (di
cui, quantunque non firmata, perché in minuta, è indubbia l'auto-
grafia), la quale per un errore di rilegatura, anziché trovarsi tra
le carte dell'A., è confusa tra carte varie, in altra parte del me-
404 NOTA
desimo volume, e cioè al fol. 262. — Al contrario, non abbiamo
voluto comprendere nella nostra raccolta alcune lettere scritte cer-
tamente dall'A. per conto altrui (e specialmente per mons. Fachi-
netti); e altre, le quali, più che lettere, sono, come si desume anche
dai titoli che recano («Buone feste», «Ragguaglio di morte» e
simili), modelli di lettere, di cui egli si soleva servire in occasione
di augùri, condoglianze, ecc., riempiendo i bianchi a seconda delle
circostanze.
Poniamo termine a questa rassegna, avvertendo che l'Universi-
taria di Bologna possiede ancora un secondo codice (n. 2349) di
scritti achilliniani, tra i quali ai ff. 67-72 sono trascritte pure undici
lettere, tutte, per altro, contenute nel voi. miscellaneo precedente-
mente descritto, e cioè: xxix, lxxxix, xc, xci, civ, cv, cxii, cxxiii
cxxiv, cxLViii e CXLIX. Ciò non ostante, ci è stato utile consultarlo,
perché da esso abbiamo potuto ricavare la data della lett. cxLviii,
la quale nel cod. 2232 mancava.
Circa la lettera del Preti che abbiamo aggiunta in appendice,
e che fu già pubblicata nel corso del secolo xvii tra le sue Rime,
essa esiste autografa ai fogli 565-76 del cit. cod. 2232 dell'Univer-
sitaria di Bologna.
II
Perchè riesca più perspicua l'esposizione dei criteri che ci
hanno guidati nell'ordinamento del carteggio dell'A., crediamo
non inutile premettere le date dei principali avvenimenti della
vita di lui.
Nacque a Bologna il iS sett. 1574; — si laureò in utroque il 16
dee. 1594; — ebbe nel 1598 la cattedra d'istituzioni di diritto ci-
vile nell'università di Bologna; — diventato favorito di mons. (poi
cardinale) Serafino Olivieri Razzali, si recò con lui, nel 1602, a
Roma, ove pare che stette (non sappiamo se continuatamente o
a intervalli) fino al 1606; — nel 1607 e 1608 certamente leggeva
nello Studio di Bologna; — nel giugno 1609 fu nominato professore
di diritto civile a Ferrara; — tra il 1610 e il 1616 fu segretario di
mons. de' Massimi, vicelegato pontificio in Piemonte, recandosi
per altro spesse volte a Ferrara a riprendere le lezioni ; — la me-
desima carica di segretario ebbe nel 1616 presso monsignor (poi
cardinale) Alessandro Ludovisi, che nel febb. 1621 divenne papa
11. CLAUDIO ACHILLINI 405
Gregorio XV; — nel 1621 era certamente a Roma, donde parti im-
provvisamente, forse disgustato per non avere ottenuti dal nuovo
pontefice i favori che si aspettava; — il suo antico desiderio di
essere richiamato all'università di Bologna non ebbe effetto se non
nel 1624; — dal 27 ott. 1626 al 18 nov. 1636 fu professore nell'uni-
versità di Parma; — nel 1636 ritornò a Bologna, ove mori il 3 ot-
tobre 1640 (i).
Posto ciò, la data della lett. u ci è fornita da quella della morte
di Leone XI: le parole « communemente si spera l'essaltazione di
Saulo», e cioè di « Paolo», ci hanno fatto congetturare che l'A.
volesse alludere alla probabile elezione del card. Camillo Borghese,
che, diventato effettivamente papa, assunse il nome per l'appunto
di Paolo V. — Ulisse Aldrovandi mori nel maggio 1605 (2): da
ciò la data della lett. iv, scritta probabilmente da Roma (e cer-
tamente non da Bologna, ove risiedeva il Lamberti) nel 1606. —
La prima ediz. dello Siato rustico dell'Imperiali è del 1607
(Genova, Pavoni) (3): perciò in quest'anno abbiamo collocata la
lett. VII. — La data delle lett. viii-x ci è stata fornita da quella
delle nozze di Cosimo II de' Medici (4). — Probabilmente contempo-
ranea alla X è rxi,sia perché nel cod. vengono una dopo l'altra, sia
perché in questa si parla del Cavalli, mittente di quella. Nessun
dubbio che la xii segua di poco l'xi, cui risponde. — La data della
xm è fornita da quella della nomina del Tonti a cardinale (5). —
Sicure sono le date delle lettere xiv-vi, giacché sappiamo che l'at-
tentato del Murtola contro il Marino avvenne il 1° febbr. 1609 (6). —
Che le lett. xvii-viii debbano.precedere di poco la xix e che quelle
che seguono, dalla xx alla xxiv, sieno state scritte non molto
dopo, è ovvio. — Il fatto stesso che l'A. domandi di essere confer-
mato nella cattedra ferrarese per un triennio induce a congetturare
che nella prima nomina egli non l'ottenesse se non per un anno:
donde la probabile data della lettera xxv, per la quale d'altronde
il prof. Dante Olivieri, che ce ne ha favorita copia, ci scrive che
(1) Riassumo dal Fantux.zi, op. cit., sub Achillini.
(2) Fantuzzi, op. cit., sub Aldrovandi.
(3) Io non sono riuscito a vederla, ma cito dal Belloni, // Seicento, p. 484,
11. 36.
(4) Muratori, Annali, ad a. 1608.
(5) Du Masi.atrie, Tris, ae chronol., col. 1226.
(6) Si veda più avanti, p. 396
4o6 NOTA
«è assegnata al 1610 circa». — Nessun elemento poteva aiutarci
a datare la lett. xxvi: il giorno della morte di G. B. Guarini
abbiamo preso invece a fondamento della datazione delle lett.
xxvii-viii. — Gaspare Ercolani fu discepolo dell'A. a Ferrara, e
nel 1617 era certamente a Roma (si veda più oltre la lett. lvi):
potrà quindi essere del 161 5 la lett. xxx? Forse. — La lett. xxxii
fu scritta indubbiamente nel periodo culminante della guerra di
Carlo Emanuele I contro Spagna: l'abbiamo quindi assegnata al
1616; anno in cui l'A. dovè trovarsi a Torino al séguito o del
Massimi o del Ludovìsi. .Si badi che la Turca (per la quale l'A.
scrisse anche un « cartello di giostra ») non è una dama torinese,
come ci assicurano il conte Sforza e il barone Manno, che, assai
cortesemente, hanno voluto fare per noi accurate indagini : forse
apparteneva alla nota famiglia ferrarese di tal cognome. — Non
avremmo fatto male ad aggiungere un punto interrogativo accanto
alla data della lett. xxxix, scritta per altro dall'A. subito dopo
l'arrivo a Ferrara in séguito a una delle sue peregrinazioni piemon-
tesi, e quindi non posteriore al 161 7. — Una distrazione (che il let-
tore vorrà perdonarci) non ci ha fatto por mente alla data di stampa
delle Lettere di A. Guarini, e quindi collocare la lett. xl tra il
1610 e il 1616, fondandoci sull'allusione alla passeggiata in car-
rozza fatta dal Guarini insieme con l'A., il card. Pio e «mons.
Massimi vicelegato», e attribuendo per conseguenza la lettera
al periodo in cui il nostro autore era al séguito del Massimi.
Senza dubbio, essa è di quel tempo, ma con maggiore precisione
avremmo dovuto asserirla non posteriore al 1611. — La sola col-
locazione nel cod. della lett. xlii ci ha indotto ad assegnarle la data
dei principi del 1617. — La xlv è in troppo stretta connessione
con la XLiv perché non le sia di poco posteriore. — La lviii nelle
edizioni a stampa, nelle quali manca l'ultimo periodo, è attribuita
all' A., leggendosi in esse, invece che «il signor Achillini e io»,
«il signor Preti e io», anzi in alcune «il signor *** e io»,
e sostituendosi negli altri passi, sempre, ad « Achillini », « Preti ».
Abbiamo preferito attenerci all'apografo. Circa la data, la lettera
fu scritta indubbiamente prima che si conchiudesse la pace tra
Venezia e l'Austria, e cioè prima del 1618. D'altra parte, dal testo
appar chiaro che, mentre il Preti scriveva, l'A. doveva trovarsi
a Roma. Ora dalle lettere del card. Ludovisi si desume che il
Nostro si recò a Roma nel 161 7; e che vi si sia dovuto recare dopo
il 26 aprile 161 7 è anche certo, altrimenti il Preti non gli avrebbe
II. CLAUDIO ACHILLINI 407
scritta la lett. lvi: da ciò la conseguenza che la lettera in questione
sia della metà circa di quell'anno. — Per la data della lett. LXi
ci ha soccorso quella della pubblicazione delle Lagrime della Ver-
dine del Campeggi ('); per quella della lett. lxii le parole «già
l'anno vigesimoquinto del mio dottorato s'avicina», ossia l'anno
vigesimoquinto dopo il i6 dee. 1594; per quella della lxiii le se-
guenti annotazioni che si trovano nella Serie dei legati, governa-
tori ecc. dal 132'/ al iS^g, conservata nell'Archivio di Stato di
Bologna (2): «Capponi Luigi, fiorentino, cardinale, legato per breve
di Paolo V delli 2 settembre 1614: arrivò li 17 detto e parti li
15 die. 1619. Savelli Giulio, romano, cardinale, vescovo d'Ancona,
legato per breve di Paolo V delli 2 decembre 1619: arrivò li 19
detto e parti li 30 gennaio 1621 ». — Per la lett. lxiv non occor-
rono spiegazioni : la connessione tra la lxviii e la Lxvii ci sembra
assai probabile; come certamente connesse tra loro sono la lxxvi e
la Lxxvii. — Il testo parla troppo eloquentemente nelle lett. lxxviii-
Lxxxiii perché vi sia bisogno di comento. — Assai incerta è la
lettura del cognome del mittente della lett. lxxxiv: le sole lettere
di cui siamo sicuri sono le prime tre (« Mor »). Ma di un Girolamo
Morini o di altro cognome affine abbiamo fatto invano ricerca.
Circa la data, è assai probabile che la lettera fu scritta poco dopo
l'improvvisa partenza dell'A. da Roma nel 1621: come probabile è
anche che « il signor *** » sia il Preti. — In evidente connessione
stanno le lett. lxxxvi-vii con la lxxxv. — La data dell'arrivo del
Marino a Roma e quella della pubblicazione dell' Adone hanno
resa agevole la datazione delle lett. xciii-iv, scritte certamente
dalla campagna, e perciò dalla valle al Sasso, cosi cara all' A. — Per
la xcviii non avevamo altro elemento che la data della morte del
Cesarini (3); e per la xcix e e la circostanza che l'A. lasciò nel
1624 definitivamente la cattedra ferrarese. — Al 1624 abbiamo asse-
gnate in forma dubitativa le lett. ci-ii, le quali potrebbero anche
essere di data anteriore, giacché l'A. cominciò ad agitarsi per
la cattedra bolognese fin dal 1617. Senonché per la ci abbiamo
(i) Si veda Fantuz/.i, stib Campeggi Ridolfo.
(2) Ringrazio vivamente il soprintendente cav. Giovanni Livi, il quale, con la
sua abituale cortesia, mi ha fornita questa e le altre notizie relative ad arrivi e par-
tenze di legali pontifici a Bologna, assicurandomi in pari tempo che nessuna lettera
dell'A. si conserva in quell'Archivio.
(3) Bki.i.oni, op. cit., p. 50.
4o8 NOTA
un elemento di maggiore certezza nell'espressione: «Son quin-
deci anni [dal 1609] che io leggo nella prima cattedra dello Studio
di Ferrara ». — Antonio Barberini fu nominato cardinale nell'otto-
bre 1624 (i): donde la data della lett. civ. — La cvii, responsiva
alla evi, deve seguirla di poco. — Il Preti mori nel 1626 (2): la
lett. cviii, scritta in un anno di giubileo, non può essere quindi
se non del 1600 o 1625. Ma nel 1600 il Preti era ancora un fan-
ciullo: dunque la data del 1625 è sicura. — Sola circostanza cui po-
tevamo riferirci per datare le lett. ex (e, con questa, della eix, se in
ambedue si presenta e raccomanda lo stesso personaggio) e cxi, era
l'epoca della morte del Preti. — Se la grazia chiesta nella exvii
è efifattivamsnte quella da noi congetturata-, è chiaro che questa
lettera deve precedere di poco la exviii, la quale a sua volta non
può essere se non del 1629. — Il card, di Montalto (cioè Andrea
Peretti) mori il 3 ag. 1629 (^): da ciò la data della lett. exix. —
L'accenno al famoso assedio di Casale ci permette di assegnare
la lett. exxii (e quindi anche la exxi, che ha con essa stretto
vincolo di connessione) al 1629. — Nessun elemento avevamo per
la datazione delle lett. exxiii-exxvii, non essendo riusciti a trovare,
per la exxiv, l'epoca precisa della morte del Sagramosio. — La data
della cxxx ci è fornita dalla exxxi. — La exxxvi fu scritta certa-
mente dopo la venuta di Luigi XIII a Susa (1629), alla quale si
accenna nella canzone, e prima della pubblicazione delle Rime
dell'Achillini (1632), in cui questa, con la dedica, fu inserita. — Im-
possibile, per mancanza di elementi, datare le lettere cxxxvii-ix.^
Le date delle lettere cxui-exLiit ci sono fornite da quella della
pubblicaz. éoiV Istoria del Bentivoglio e anche da quella della lett.
exLiv. — Monsignor Ciampoli fu allontanato dalla corte romana
nel 1632 (4): donde la data della lettera exLvi. — Nella lett. exLviii
l'A. dice esplicitamente d'avere scritta contemporaneamente la
cxLix. — Per la en il Livi ci scrive: « Il catalogo succitato non
fa alcuna menzione del Furieti (Lanfranco). Lo troviamo per altro
vicelegato del card. Antonio Santacroce, il quale, nominato per
breve di Urbano Vili del 24 giugno 1631, fu qua sino al 3 mag-
gio 1634; ma il Furieti era stato richiamato a Roma nel 1633
(i) Du Masi.atrib, op. cit., col. 1227.
(2) FANTUzzr, op. cit., sub Preti; e Belluni, op. cit., p. 38.
(3) Du MASi.ATRtiì, op. cit., col. 1224.
(4) Belloni, op. cit., p. 56.
II. CLAUDIO ACHILLINI 409
(cfr. Muzzi, Annali della citta di ^c/co-wa, ' Bologna, 1884, vn,
995-400, 414-15) ». Posteriore dunque al 1633 è la lettera, e scritta,
d'altra parte, come si desume dal testo, l'anno appresso la par-
tenza del F., e dalla villa del Sasso, ove l'A. si soleva recare nel
maggio: da tutto ciò, la probabile data del maggio 1634. — Ci man-
cava ogni elemento per la datazione delle lett. clii-iii : la seconda
delle quali fu scritta certamente ad anno scolastico già inoltrato. —
Perla clvi, responsiva alla clv, non occorrono spiegazioni. — Per
la data delle lett. clvii e CLix ci siamo attenuti alla nomina del
cardinale Sacchetti a legato (aprile 1637, giusta il menzionato cata-
logo dell'Archivio bolognese) e alla nascita di Luigi XIV: la clix,
per altro, potrebbe essere anche del 1639 (si veda infatti lett. clxv).
Né deve far maraviglia il ritardo con cui rispose il Richelieu (let-
tera CLXXi), forse a ciò spinto dal Mazzarini (si veda lett. clxx),
al quale, probabilmente, i'A. dovette scrivere una lettera, ora
smarrita, per implorare appunto la risposta che tardava tanto a
venire. — Abbiamo assegnate al 1640 circa le lettere CLXVii-viii,
semplicemente perché abbiamo avuta l'impressione (la quale, natu-
ralmente, come tutte le impressioni non fondate sui documenti,
potrebbe essere del tutto erronea) che appartengano agli ultimi
anni dell'A. — La «nuova edizione» delle Rime àX Urbano Vili
è del 1640: donde la data delle lett. CLXXii-iii. — E finalmente
che la lett. clxxiv sia degli ultimi giorni dell'A., è detto espli-
citamente in tutte le edizz. delle Rime e prose.
Ili
LETTERE DI TOMMASO STIGLIANI
1
Pochissima, anzi nessuna fortuna ebbe nel sec. xvii, e quasi
sconosciuto fuori del mondo erudito è oggidì un volumetto, orri-
bilmente stampato, di Lettere, che Tommaso Stigliani raccolse e
pubblicò egli stesso pochi mesi prima di morire (i). Eppure quanto
codeste lettere sono più interessanti e divertenti di quelle, talvolta
insipide, spesso noiose e, ciò non ostante, tanto fortunate di Clau-
dio Achillini ! Ma lo S. esibiva lettere per davvero, l' Achillini assai
spesso meri pezzi rettorìci ; e allora era la rettorica che faceva fu-
rore. — Comunque, codesto non è affar nostro, che dobbiamo limi-
tarci ad informare il lettore che nel volumetto avanti citato è
inserita, insieme con lettere scritte dallo S. per altri, con una
prefazione alla sua Grammatica e con un « cartello di giostra »
(componimenti di cui non abbiamo tenuto conto), la maggior parte
delle lettere comprese nella nostra raccolta, e cioè: cxxv, xlviii,
XLV, XLVII, XCII, XXXI, XCI, LXXXIV, CI, XXXIV, LXIV, LXXXII, LVI,
XIX, LXXII, LXXV, LXVI, XXI, LXXXIX, L. XXV, LXXXVIII, XXII, XC,
XXIII, LV, XLVI, XLIV, XVIII, LVII, XXXIX, XCVIII, XLIII, LIV, LIX,
LX, XCIX, LXXXVII, LXXVII, LXXVIII, XCIII, XCIV, LVIII, CXXII, XV, li,
CXXIII, XVI, LXV, XCVI, XCVII, XXXVIII, CXIX, LXXIV, LXXIX, LXXII,
LXXIII, XXXVI, XXXVII, XL, XCV, LXXXVI, LXX, XXVII, VI, CXXIV, XXIV,
XXIII, XLVII, LXIII, C, LXXXIII, XXVIII, LI, XLIX, LXXX, XVII, XXIX,
XXX, XXXII, Lll, XLII, LXXV, XXVI, LXXI, LXVII, LXXXI, XXXV, V,
XX, LXXXV, XXXV.
(i) Lettere del cavaliere fra Tomaso Stigliani (in Roma, Manelfi, 1651, pp. 346
in-24). Se ne hanno anche esemplari con la data « in Roma, per Angelo Bernabò,
1664, ad instanza di Gregorio e Giovanni Andreoli»: ma si tratta di ristampa del
solo frontespizio e della dedica; la quale ultima, invece di essere indirizzata al prin-
cipe di Gallicano e firmata dallo S., è indirizzata a Giovan Battista Cerioli e fir-
mata da Giovanni Andreoli.
III. TOMMASO STIGLIANI 4II
A queste novantadue lettere abbiamo potuto aggiungere altre
trentasette, di cui diamo l'elenco secondo l'ordine in cui vennero
pubblicate:
93) Lett. I, pubbl. naturalmente dallo S. stesso nel 1600.
94) Lett. Ili, pubbl. nel 1601.
95-102) Lett. vii-xiv, pubbl. nel 1605.
103) Lett. XXXIII, pubbl. in fine della prima ediz. del Mondo
nuovo (Piacenza, Bazacchi, 1617).
104) Lett. LUI, pubbl. in fine di€[V Occhiale, opera defensiva del
cav. fra T. S., ecc. (in Venezia, 1627, appresso Pietro Carampelli).
105) Lett. IV, non pubblicata, ma semplicemente citata come
inedita dal Tiraboschi (i).
106) Lett. LXix, pubbl. nel 1887 dal Gattini (2), di su l'auto-
grafo da lui posseduto.
107-125) Lett. cii-cxviii e cxx-xxi, pubbl. nel 1890 dal Men-
ghini (3), di su gli autografi conservati nella Casanatense di Roma,
II
L'ordinamento delle lettere dello S., tranne per qualche punto
assai dubbio, ci è costato relativamente poca fatica, poiché, per
fortuna, l'autore, nel pubblicarle, quantunque le disponesse disor-
dinatissimamente, ebbe tuttavia la buona idea dì non sopprimere,
nella maggior parte di esse, le date. E brevissimo sarebbe stavolta
l'adempimento del nostro compito, se non dovessimo dedicare
qualche parola di più intorno alle lett. xxix, xxx e xxxii e alle
lettere xlvii, lvi e lvii.
Circa le prime tre, esse, a dir vero, nell'edizione originale sono
indirizzate « Al signore N., a Parigi », e recano rispettivamente la
data del 9 aprile 1612, del 15 giugno 1612 e del 29 sett. 1613.
Ora, che codesto « signore N. » sia proprio il Marino, a noi sembra
indiscutibile. Si tratta d'un signore che aveva chiesto allo S. il
ritratto; — d'un signore che faceva raccolta di quadri; — d'un
(i) St. d. lett. ital., ediz. Napoli, Muccis, 1784, vili, 286.
(2) Conte Giuseppe Gattini, Storia della cillà di Malera (Napoli, Pellegrino,
1887), p. 427-
(3) Mario Menghtni, T. S., contributo alla storia letteraria del sec. XVII
(Genova, 1890), pp. 161-82.
412 NOTA
signore che aveva avuti rapporti con la corte di Mantova e quella
di Torino; — d'un signore dalla « fisonomia turchesca », dalla « car-
nagione ebraica», dai «mostacci grandi», dalla «faccia furba»,
dagli « occhi gatteschi e sfavillanti »; — d'un signore che si vantava
d'aver avuto gran successo a Parigi; — d'un signore che soleva
profondere nelle sue lettere allo S. espressioni di sviscerata amici-
zia, laddove in cuor suo non lo poteva soffrire; — d'un signore che
aveva comune con lo S. l'amicizia per monsieur d' Urfé; — d'un
signore, infine, le cui scritture composte « da un tempo in qua,
dopo la stampa delle prime Rime, son tutte quante fior di perfe-
zione... mercé dello stil metaforuto..., dal quale è affatto sbandito
tutto ciò che non fa stordire di maraviglia, strabiliare e cader
morto », e cosi continuando nell'astiosa caricatura che lo S. fa del
marinismo. — Ora chi non riconosce a colpo d'occhio, in tanta
folla di particolari, Giambattista Marino? Allo S. egli aveva per
l'appunto chiesto il ritratto ('); — egli da lungo tempo raccoglieva
da ogni parte quadri per la Galeria (2); — dei suoi rapporti con la
corte di Mantova testimoniano le lett. xlv, lxiv, lxix, cxx, e del
suo lungo soggiorno a Torino circa una quarta parte del suo epi-
stolario; — occhi vivi, lunghi baffi, faccia furba e gli altri connotati
additati dallo S. sono proprio quelli caratteristici del M.; — piene
di vanterie di enorme successo sono le sue lettere scritte da Pa-
rigi; — si legga la lett. xeni al Benamati e si scorga quanto lo
S. (il quale, d'altronde, ripagava il suo avversario di egual moneta)
indovinasse giusto nel non credere alle proteste d'amicizia del
M.; — amico del M. era appunto il D'Urfé, il quale tentò anche,
ma invano, di farlo rappattumare con lo S. dopo la pubblicazione
del Moìido nuovo (3) — e, finalmente, in perfetto riscontro con
l'accenno non malevolo alle prime Rime, e con la fiera satira dello
« stil metaforuto » (del quale il M. fa l'apologia nella lett. cxvii,
diretta proprio allo S.) si trova il fatto che nella sua campagna
antimarinista lo S. lasciò ',in pace le prime Rime, delle quali dice
esplicitamente altrove, come implicitamente qui, nella lett. xxxii,
che gli piacevano « in gran parte » (4). Posto ciò, è chiaro che la
i) Epistolario, lett. lvi.
(2) Ivi, passim.
(3) Si veda la lett. cxxxvi del M. e la lett. xxxix dello S.
(4) Menghini, op. cit., p. 25 n.
III. TOMMASO STIGLIANI 413
data assegnata dal medesimo S. alle tre lettere sia errata. Il M.
non parti per Parigi se non nel 1615: dunque, al più presto, le
prime due sono del 1615, e l'altra, scritta evidentemente un anno
dopo, del 1616.
Senonché ci sopraggiunge ora un altro dubbio. Queste tre let-
tere furono inviate effettivamente al M. nel tempo da noi
congetturato; o lo S. le foggiò per semplice esercitazione letteraria
e a sfogo del suo livore, p. e., quando, morto già da venticin-
que anni il suo avversario, ma non per questo cessata la guerra
atroce fatta dai marinisti al campione dell'antimarinismo, quest'ul-
timo preparava per la stampa le sue lettere? L'ipotesi, la quale
verrebbe a spiegare in modo abbastanza verisimile l'errore di data
già rilevato, sarebbe confortata da due circostanze: a) che nell'epi-
stolario del Marino si trova, si, come abbiamo detto, una lettera,
che lo S. quasi certamente dovette aver presente nello scrivere
la xxxn; ma nessuna che accenni a ricezione di una qualsiasi delle
tre lettere in questione; b) che sembra un po' forte che lo S., prima
ancora della pubblicazione del Mondo nuovo e della conseguente
rottura col Marino, egli che poi cercò in tutti i modi di rappattu-
marsi con lui, gli scrivesse e inviasse effettivamente si fatte lettere,
la cui insolente provocazione è assai mal dissimulata sotto lo
scherzo; e che il Marino, cosi accanito difensore della propria
fama letteraria, se le ricevesse con cristiana rassegnazione, senza
nemmeno dolersene col Sanvitali, col Benamati, col Ciotti o qual-
che altro dei suoi corrispondenti. Comunque, certa cosa è che, se
tali lettere furono inviate, la loro data non può essere se non
quella da noi precedentemente stabilita.
Prima di discorrere delle lettere xlvii, lvi e lvii, è oppor-
tuno premettere che abbiamo ritenute la xli, la XLii e la xliii
anteriori al 1620, perché datate tutte da Parma, città che lo S.
abbandonò definitivamente verso quel tempo, per stabilirsi a
Roma; — e che, al contrario, dei primi tempi della sua dimora
nell' Urbe debbono essere la xlv (nella quale alle parole « io non
manco col mio N. » abbiamo sostituito « io non manco col mio
Carlo», nome per l'appunto del figliuolo dello S.) e la xlvi.
Per la datazione delle altre tre lettere avanti accennate noi ave-
vamo ragionato cosi: — In tutte tre le lettere si tratta d'una pen-
sione in Ispagna di 40 ducati, concessa allo S. da un papa di cui
non si fa il nome. La prima si dice scritta due anni dopo la con-
cessione della pensione; la seconda, otto; nella terza lo S. si
414 NOTA
duole di aver perduta codesta benedetta pensione, per l'esazione
della quale aveva dovuto tanto litigare. Di quest'ultima lettera
conosciamo la data, conservataci dallo stesso S.: 15 agosto 1626:
dunque la seconda, al più tardi, può essere del medesimo anno
1626; il che obbliga a fissare la data della concessione della pen-
sione, al più tardi, al 161 8 (otto anni prima) e quella della prima
lettera al 1620 (due anni dopo la concessione). — Il ragionamento
non fa una grinza: eppure, è totalmente sbagliato, e noi (bisogna
pur confessare allegramente ì propri errori) abbiamo presa una
solenne cantonata. Giacché, rileggendo ora con maggiore calma
il testo delle lettere, ci accorgiamo che il « Nostro Signore», che
concesse la pensione, per ristorare lo S. «in parte del danno...
in non aver mai tirato la provision che gli fu promessa quando
da principio eìitrò nel servizio del sig. N., per mezo della nego-
ziazione di Sua Santità istessa, ch'allora era cardinale », era ancora
vivo quando lo S. si doleva dell'abolizione della pensione stessa
(1626). Dunque non può essere né Paolo V, né Gregorio XV; si
bene Urbano Vili. Ma allora, al più presto, la pensione fu con-
cessa alla fine del 1623: dunque la lett. XLVii è del 1625 e la lvi
è del 1631. — Secondo ragionamento che filerebbe come un olio,
senza quella benedetta lettera lvii, della quale, ripetiamo ancora
una volta, lo S. stesso fissa la data al 1626, e che fu scritta quando
la pensione era già abolita. E si badi che non se ne può neanche
supporre errata la data, e posticiparla al 1631 o 1632. In essa infatti
lo S. si duole anche d'aver perduta, per la morte di Virginio Ce-
sarini, un'altra pensione che gli veniva corrisposta dal nobile lette-
rato romano. Ora, che egli se ne dolesse due anni dopo la morte
del suo mecenate (1624), è plausibile; ma che si ricordasse di fare
le sue lagnanze ben otto anni dopo, ci sembra fuori d'ogni veri-
simiglianza. Dunque si tratta d'un laberinto senza via d'uscita,
tranne che... Ma, anziché proporre un'altra ipotesi, che una terza
lettura del testo potrebbe mostrare infondata, preferiamo lasciare
la soluzione della questione all'acume del prudente lettore.
Circa le restanti lettere, non anteriore di certo al 1620 può es-
sere la XLViii, datata da Roma. — Anteriore invece al 1624 (anno
in cui mori, come abbiamo detto più volte, il Cesarini) è la l. —
Per la datazione della li siamo ricorsi all'Ughelli, il quale (0 pone
(i) Italia sacra, ediz. di Venezia, 1717, 1, 570.
III. TOMMASO STIGLIANI 415
la nomina di monsignor (poi cardinale, come preconizzava lo S.)
Giovanni Altieri al vescovato di Camerino al 26 febbraio 1624. —
Che il « dottor Graziano », di cui nella lettera lii, sia l'Achillini, non
può cadere in dubbio. Lo S. dice che è uno dei due a cui il Marino
scrisse la lettera premessa alla Sanipogna: ora il Preti, a quel che
sappiamo, non insegnava diritto in nessuna università; dunque si
tratta dell'Achillini (O. Si badi, a tal proposito, che nell'edizione
originale la lett. ha la data del 16 15 (anzi, per riprodurre esat-
tamente l'errata grafia, «11615»); ma che si tratti di errore tipografico
appare evidente, sol che si pensi che la lettera dello S. al INlarino, di
cui in essa si discorre, è del 1619. Perciò l'abbiamo assegnata al
1625. — Che il «signor L. » e il « signor B.», nominati nella lett. lxv,
sieno il Loredano e il Busenelli, è congettura del Menghini (2), che
noi troviamo assai verisimile. — La data della lett. lxvi ci è for-
nita chiaramente dalla xvii. — Mancava ogni elemento per la data-
zione della lett. lxxxvi. — La data della lxxxiv ci è fornita dalla
Lxxxiii. — L'Orsini fu nominato cardinale nel dee. del 1641 (3):
donde la data della lett. xc. — Monsignor Carrafa fu nominato
arcivescovo di Matera nel 1638 (si veda lett. lxxxiii) e cessò dal-
l'ufficio nel 1647. D'altra parte, lo S. nel dee. 1641 era ancora a
Matera (si veda lett. xc): dunque la lett. xci, datata da Roma, è
compresa tra il 1642 e il 1647. — Il D'Afflitti era una specie di
procuratore che lo S. aveva a Matera per l'esazione delle rendite
dei suoi benefici, tra cui quello del Vaglio: da ciò la congettura
che la lett. xcii sia stata scritta nello stesso periodo della prece-
dente. — Per la datazione della lett. xcviii siamo utilmente ricorsi
all'opera del Gattini (4). — Non siamo riusciti a pescare una storia
dell'ordine agostiniano: donde la necessità di lasciare dubbia la
data della lett. ci. — Per le lett. cii-cxviii e cxx-i, rilegate nel
codice della Casanatense e pubblicate dal Menghini in ordine to-
talmente diverso da quello da noi adottato, siamo ricorsi al me-
todo comparativo. Tranne che per le prime due, per le quali ab-
biamo qualche dubbio, della datazione delle altre siamo sicuri.
Né crediamo che sieno necessarie spiegazioni, che la successione
(1) Cfr. d'altronde Menghini, op. cit., p. 73.
(2) Op. cit., p. 140.
(3) Du Maslatrie, op. cit., col. 1229.
{4) Op. cit., p. 250.
41 6 NOTA
cronologica di codeste lettere (di alcune delle quali abbiamo dallo
S. stesso o la data intera o una parte di essa), è cosi evidente, che
il lettore potrà scorgerla, senza ricorrere al testo integro, anche
mercé i semplici sommari da noi riferiti. Basterà dunque avvertire
che le lett. cxiii, cxv, cxvi, rispondono rispettivamente a lettere
del 25 dee. 1648, 16 genn. e 5 febbr. 1649: donde la possibilità
di fissare per esse, con relativa precisione, anche il giorno in cui
vennero scritte.
Fausto Nicolini.
INDICE DEI NOMI
Abati (Ercole), i, 134.
Accarisio (Giacomo), 11, 215-8.
Accio — vedi Plauto.
Accursio, li, 144.
Aceste, i, 167.
Achillini (Alessandro), n, 218.
— (Claudio), I, 64, 89, 95, 248-65,
285, 291; II, 97, 306, 314-7, 344.
Adamanto (Alberto), i, 155.
Adamo (Antonio d'), 11, 5^3.
Adorni (Ferdinando), 11, 108.
Afeltro (Orazio d'), i, 6, 9, 13.
Afflitti (Girolamo d'), 11, 373-
— (Marcello d'), 11, 360.
Affricano (giureconsulto), 11, 145.
Agilulfi, I, 164.
Aglié (conte Ludovico d'), i, 72,
105-16, 201, 204, 240, 242, 251,
269, 301, 316; II, 42, 70, 172.
Agostino (sant'), 11, 186, 361.
Agostino viniziano, 11, 3, 59.
Agrippa (Rodolfo), i, 162
Alamanni, 11, 17.
Alba (duca d'), n, 35, 45, 60, 64.
Albergati-Ludovisi (Lavinia), 11, 131.
Alberti (Filippo), I, 252.
Alberto magno, 11, 86.
Alcalà (duca d'), 11, 107, 326.
Alciato (Andrea), 11, 144.
Alcibiade, 1, 154.
Alcide, II, 185.
Aldegrave, i, 235.
Aldobrandini (card. Cinzio), 11, 116,
252-3, 258, 260.
— (card. Ippolito), 11, 356.
— (card. Pietro), i, 36-8, 40, 48, 53,
68, 70, loi, 105, 119, 121, 134; II,
74, 116, 163.
— (card. Silvestro), i, 70, 95; 11,
122-3.
— (principe), 11, 167-S.
Aldrovandi (Ulisse), 11, 117, 358.
Aleandri (Giacomo), i, 291; 11, 47,
62, 69, 181-4, 328, 330, 343.
Alessandro magno, i, 62, 157, 161,
215; II, 86, 185, 225.
Algarotti seniore (medico), 11, 372.
— iuniore (ciarlatano), 11, 372.
Alonzo (don), 11, 49.
Altieri (mons. Giovanni), 11, 314.
Alunno, i, 24.
Amadis de Gaula, 11, 346.
Ambrogio (sant'), i, 154.
Ammiano Marcellino, 11, 244-5, 247-8.
Anacreonte, 11, 201.
Ancra (Teresa Galigai, detta la ma-
rescialla d'), i, 184-8.
Ancre (Concino Concini, maresciallo
d'), I, 206-16.
Ancroia (1'), 11, 52.
Andrea... (signor), i, 224.
Andreozzi, i, 275.
G. B. Marino, C. Achillini e G. Preti, Lettere- 11.
27
4i8
INDICE DEI NOMI
Angelico (Alessandro), n, 320.
Angoscioli (Lucrezia), 11, 263, 265.
Annibale, i, 154.
Anonimi vari, i, 50-2, 55, 100-5,
278; II, 24, 32, 70, 113-5, 118-9,
126-7, 142, 146,148-9, 170-1,173-4,
189-90, 193, 223-4, 235-8, 241, 340.
Ansi (marchese d'), 11, 44, 46, 48.
Antigono di Macedonia, i, 159.
Antinori (monsignor Fabrizio), 11,
332, 337-
Antonino pio, 11, 17.
Apelle, I, 62.
Apuleio, II, 109, 361.
Aragona (Alfonso d'), i, 157, 214.
Arca (conte dell') — vedi Carli Fer-
rante.
Aretino (giureconsulto), 11, 144.
— (Pietro), I, 77; II, 17.
Ariosto (Ludovico), i, in; 11, 16,
201, 258, 279, 281-2, 2S5, 376.
Aristide, i, 57.
Aristobolo, i, 215.
Aristosseno, i, 168.
Aristotele, i, 151, 155, 233, 257; 11,
54, 56-7, 68, 118, 136-8, 140, 143,
269, 295.
Armi (Francesco dell'), i, 55.
Arò (conte d'), i, 71.
Arpino (cavalier), i, 39-43, 50; 11,
106.
Aspromonte (Vincenzo barone di),
II, 172.
Attalo, I, 57.
Attendolo (Giovan Battista), i, 252.
Augusto, i, 62, 156, 185; II, 169.
Aurelio (Marco), i, 185.
Aurelio Vittore, 11, 245.
Austria (Maria Maddalena d'), 11,
119-20.
Avendagno, i, 46, 118.
Babà (Francesco), 11, 331.
Badoaro, n, 11.
Baglione (pittore), 11, 106.
Bagnarta, 11, 32.
Bagnoli (Giulio Cesare), i, 252.
Baiacca (Giovan Battista^, 11, 70,
105, 317-8.
Baldassarre, i, 155.
Baldi (Bernardino), i, 252; 11, 73.
Baldo, II, 143.
Balducci (Francesco), II, 3 17-8, 32 1-3,
325, 338-9-
Balestrieri (Alberto), 11, 370.
Bandinello (Baccio), i, 51.
Barbazza (Andrea), i, 54, 64-6, 88-9,
94-5, 125-6, 128-9, 175-7, 276-7;
II, 50-1, 104.
Barberini (card. Antonio); 11, 175,
210, 320.
— (card. Francesco), 11, 171.
Bargeia (vicario), i, 112.
Barocci (Federigo), i, 56.
Baronio (cardinale), 11, 116.
Baronis (signori), i, 288, 319.
Bartolo da Sassoferrato, 11, 143-4.
Bartolomeo da Bergamo, i, 50.
Bartolotti, i, 313.
Bascapè (Francesco), 11, 314-7.
Bembo (Pietro), i, 21, 116; 11, jt,,
285, 287, 346.
Benamati (Guido Ubaldo), i, 123-4,
137-46, 162-5, 171, 173-5, 180.
Benedetti (Giulio Cesare), 11, 366-72.
Benigni (Domenico), 11, 107.
Bentivoglio (Giovanni), 11, 218.
— (Guido), I, 2i5, 304; II, 99, 215-8,
224-6.
Berni o Bernia (Francesco), i, 19,
191, 194.
Berò (Vincenzo), II, 25.
Berria, i, 315.
Berti (padre), i, 279-S3, 296, 299.
Bethune (signor di), 11, 158, 147.
Bevilacqua (cardinal), i, 95.
Biante, 11, 103.
Bidelli (libraio), i, 268; 11, 329.
INDICE DEI NOMI
419
Bignami (Vincenzo), 11, 203, 218.
Bione, I, 152.
Bitonto (monsignor di), 11, 359.
Bluimil, I, 225.
Boccaccio (Giovanni), i, 202, 269,
272, 312; II, 283, 285, 287, 381.
Boccalini (Ridolfo), 11, 107.
Bologna (collegio dei legisti di), 11,
154-5-
Bolognetti (cardinal), 11, 144.
Bonarelli (Guidobaldo), I, 252; 11,
73-
Bonassone (Giulio), i, 235, 286, 303.
Bonifaccio (Gasparo), 11, 70, 105-8.
Borghese (card. Camillo) — vedi
Paolo V.
— (card. Scipione), ir, 131-2, 134,
146, 148, 320.
Borgnino, 11, 145.
Borzoni (Luciano), 11, 273-6, 303-5.
Boterò (Giovanni), i, 61, 251.
Bovino (duca di), i, 120.
Bovo, I, 253.
Bracciano (duca di), 11, 379.
Braccigliano (marchese di), i, 120.
Bracciolini, 11, 32.
Braida (Ettorre), i, 67-8, 80, 219; 11,
124, 307.
Brandin, i, 288-9, 293, 297, 308-9,
319; II, 5-6, 8, 40-1, 52.
Brivio (Girolamo), 11, 107.
Bronzino, I, 282.
Brugolo, I, 242.
Bruni (Antonio), 11, 25,32-6, 43-51,
56-8, 61-76, 104, 203.
— (Francesco), 11, 35-6.
Brussin, i, 252, 269.
Bruto, i, 261.
Budeo, II, 144.
Budery (Michele), 11, 222.
BugHone (Goffredo di), 11, 187.
Bularco, i, 57.
BuUegeo, 11, 198.
Buonalingua (Emilio), 11, 58-9.
Buonarroti (Michelangelo), 11, 92,
247.
— (Michelangelo il giovane), i, 313.
Buontempo Musico (Francesco), i,
288, 293.
Burchiello, 11, 294.
Bursato, 11, 143.
Busenelli (Giovan Francesco), 11,
34, 100, 108, 195-6, 212-4, 331-
Cacastratti (Trastullo), 11, 86.
Gaetano (abate), 11, 38.
— (monsignor Antonio), i, 252.
Cagnani, i, 126, 129.
Caissotti (Carlo Antonio), 11, 99.
Calestani (Parmenio), 11, 259.
Caligola, I, 154; II, 246.
Calvi (procurator), 11, 215.
Calvo, I, 261.
Camola (Giacomo), 11, 108.
Campanile (monsignor), 11, 47.
Campeggi (Ridolfo), i, 65, 89, 95,
251; II, 123, 153-4, 277.
Campelli o Camprelli (Bernardino),
I, 305; II, 12, 26-7.
Canale, 11, 59.
Candaule, i, 57.
Candido (monsignor), 11, 107.
Cangiaso (Emanuele), 11, 27.
Cannoniero (Piero Andrea), 11, 265.
Capaccio (Giulio Cesare), i, 205.
Capece (Francesco), 11, 39.
Caporali, i, 191.
Capponi, I, 251, 277.
— (cardinal), 11, 155-7.
Capua (di) — vedi Conca.
Caracci (Lodovico), i, 55-7, 95, 235.
Carafa o Carrafa (fra Giulio), i, 7-8.
— (Pier Luigi), 11, 174.
— (monsignor Simone), 11, 356-7,
359, Z73-
— (Tiberio), 11, 351.
— di Maddaloni (duca), 11, 32.
Caravaggio, i, 282.
420
INDICE DEI NOMI
Carli (Ferrante), I, 162, 174-5, 177;
II, 299.
Carlo V d'Austria, n, 342.
Carlo IX di Francia, 11, 17.
Carmignano (Antonio), 11, 38.
Caro (Annibal), i, jy, 11, 299-300.
Caruso, 11, 3S1-2.
Casa (mons. Giovanni della), n, 346.
Casoni (Guido), i, 252; 11, 11.
Cassiodoro, 11, 244, 247.
Castaldi (Pietro Antonio), 11, 252.
Castalun, i, 202.
Castel di Sangro (duchessa di), l, 14.
Castellaneta (principe di), 11, 381-2.
Castello (Bernardo), i, 35-45, 48-50,
52-4, 58-9, 63-4, 97-8, 123, 129-33;
II, 27, 31-2.
— (Giacomo Antonio), i, 97.
Castelvetro (Lodovico), i, jy, 11, 55,
285, 300.
Castiglia (connestabile di), i, loi.
Castrense (giureconsulto), 11, 144.
Cataneo o Cattaneo (Lorenzo), i, 90;
II, 229.
Catani (Lorenzo), 11, 31.
Catone, i, 154.
Catullo, I, 256; II, 307.
Catulo, II, 246.
Cavalca (Camillo o Domenico: il
M. lo chiama in ambo i modi),
I, 145, 206.
— (Domenico: lo scrittore), 11, 283.
— (Giacomo), i, 139, 145, 163, 206,
271, 273, 287.
Cavaleris (Giovan Battista de) i, 2S6.
— (librai), I, 205.
Cavalli (Vincenzo), 11, 120.
Gavazza, i, 117.
Cebà (Innocenzo), 11, 275, 303.
Cedreno, 11, 202.
Cella (Scipione della), i, 35, 40-1,
43, 252.
Cenci (Cristoforo), 11, 211.
Centurioni (Luigi), i, 229-31.
Cerati, i, 88.
Cercenasco (monsignor di), 11, 31,
42, 52.
Cerefane, 11, 75.
Cerrini (famiglia), i, 30.
— (Sallustia), I, 30.
Cesare, i, 156, 161; 11, 16, 185.
— ... (don), I, 319.
Cesarini (Virginio), 11, 166-7, 171-2,
264, 305, 314. 320.
Cesario, i, 206.
Ceva (monsignor), 11, 240-1.
Chiabrera (Gabriello), i, 35-6, 61,
252.
Chiara o Chiaro (Cesare), i, 318.
— (Francesco), i, 284, 313, 318.
Chigi (Fabio), 11, 210.
Ciampoli (monsignor), 11, 107, 219,
376.
Cicerone, i, 151, 156, 261, 263; 11,
137-9-
Cimabue, i, 51.
Cinna, I, 245.
Ciotti (Giovan Battista), i, 34, 71,
89-90, 174-5, 178, 182-3, 206, 219-
21, 228, 233-8, 242, 265-71, 275,
279-80, 295-6, 298-9, 301-4; II, 3-4,
39, 327-8, 331-
Ciro, I, 187; II, 225.
Cittadini (Celso), 11, 285, 287.
Claretti (Onorato), i, 201-2, 205, 255,
288, 301, 306; II, 99.
Claudiano, i, 259; 11, 16, 71, 75,
301.
Claudino, 11, 117.
Claudio, II, 248.
Claudione, i, 195.
Clemente V (papa), il, 362.
Clemente Vili (papa), i, yj, 119.
Coccapani (conte Guido), i, 58,
105, I33-4-
Collini (padre), 11, 34.
Colombo (Cristoforo), i, 232; 11, 88,
294.
INDICE DEI NOMI
421
Colonna (cardinal Ascanio), 11, 254.
— (Carlo), II, 49, 105.
— (Sciarra), i, 17.
Commentario sopra la corona del
dito della Madonna, 11, 30.
Conca (principe di), i, 17-26.
Connano, 11, 144.
Consales, II, 45.
Contarini (Angelo), i, 303, 305, 314;
II, 3, 25, 29
— (Domenico), i, 89.
— (Giorgio), I, 268.
Conti (Appio), II, 364-6.
— (Lottano), lì, 264-5, 296, 307-8.
Conturso (padre provinciale), 11,341.
Coppetta Beccuti (Francesco), 11,
339-
Coppini (Aquilino), 11, 273.
Coralbo (autor del), 11, 345.
Corigliano (marchese di), 11, 35.
Cornelio Nepote, 11, 27.
Correggio, I, 164.
Costanzo (Angelo di), 11, 343, 348.
Costo (Tommaso), 11, 299.
Covarruvia, 11, 144.
Crarnpone (Ruberto), 11, 12,.
Crema (vescovo di), 11, 160.
Cremona (capitano), li, 259.
— (cardinal di) — vedi Scaglia.
Cremonino, il, 11.
Crescenzio (cardinal), 11, 106.
— (Francesco), 11, 106.
— (Gregorio), i, 30.
— (Melchiorre), i, 28-32, 35, 183,
290-1.
— (Ottaviano), i, 30.
— (signori) I, 118.
Croce, I, 288.
Grotti, I, 238, 300.
Crusca (accademia della), lì, 276-88.
Cuiacio (Giacomo), 11, 144.
Cuogliero (Quirino), 11, 117.
Curione (Caio), 11, 187.
Curzio (Quinto), li, 225, 290.
Damiano, 11, 85.
Daniele, i, 105.
Dante, i, 4, 16, 36, m, 171, 181,
256; II, 277, 281-5, 360-4-
Dante da Maiano, 11, 279.
Davila (Enrico Caterino), 11, 254-60.
Delminio (Giulio Camillo), 11, 17.
Demade, i, 261.
Demetrio falereo, 11, 138.
Demetrio Poliorcete, i, 159.
Demissiano, I, 118, 129, 176.
Democrito, 11, 199.
Demostene, i, 214, 261, 263.
Dempstero (Tommaso), 11, 168.
Deuchino (libraio), 11, 329.
Didimo, I, 261.
Diemo (Vitale), 11, 259, 370.
Diocleziano, 11, 244.
Diodato, I, 24.
Dione Cassio, 11, 201-2.
Dionigi di Alicarnasso, 11, 202.
Dionigi di Siracusa, i, 159.
Dioscoride, 11, 371.
Dolci, I, 251.
Domenichino, 11, 359.
Dominici, i, 301.
Domiziano, i, 159; il, 16.
Donatello, i, 50.
Donati (Forese), 11, 363.
Donello (giureconsulto), 11, 144.
Doni, I, Ito; 11, 294-5.
Donzella (autore della), 11, 345.
Doria (Andrea), i, 148.
— (cardinal) i, 146-62, 165.
— (Carlo), I, 149.
— (famiglia), i, 148, 162.
— (Giacomo), i, 49.
— (Giovanni Andrea), i, 148.
— (Giovanni Carlo), i, 229-30, 237.
Drusiano, i, 253.
Duareno, 11, 144.
Dura (Alberto), i, 235, 318.
422
INDICE DEI NOMI
Elia, I, 158, 215.
Eliano, n, 20.
Eliodoro, I, 259.
Elio Lampridio, i, 149.
Elogi de' pittori moderni, i, 135.
Emilio..., Il, 46.
Enea, i, 156, 166.
Ennio, i, 256, 261.
Enrico III di Francia, 11, 17.
— IV di Francia, i, 17; 11, 17.
Epaminonda, i, 214; 11, 99.
Epistole scritte ad Aristotele (au-
tore delle), II, 290.
Epitome dell' Ortelio (autore dell'),
li, 290.
Eraclito, 11, 199.
Erasmo, 11, 316.
Ercolani (Gasparo), 11, 129, 149-50,
181.
Eremita (Giovanni Stefano), 11, 2S5.
Erode, i, 155.
Erodoto, li, 198.
Erostrato, i, 262.
Eschine, i, 261.
Esopo, II, 351.
Este (Alfonso d'), i, 104, 116.
— (cardinal d'), i, 27, 146; 11, 2>2>ì
35> 270.
— (casa d'), 11, 16.
— (Francesco d') 11, 193.
Ettori (Pietro), 11, 59.
Eunomio, i, 168; 11, 201.
Euripide, i, 261; 11, 53.
Evagrio, 11, 202.
Ezechiello, i, 231.
Fabi (famiglia), 11, %■].
Fabro (Giovanni), 11, 166-7.
Facciotti, II, 304.
Fachineo, 11, 144.
Fachinetti (conte Alessandro), 11, 232.
— (mons. Cesare), 11, 226-33.
— (Giovanna), 11, 232.
— (conte Innocenzio), il, 326.
Fachinetti (Ludovico), 11, 231.
— (marchesa), 11, 232.
Falconio (Enrico), i, 118, 190-6;
II, 47, 69, 105.
Fama {La), i, 49.
Famiano (padre), 11, 150, 218.
Farnese (Alessandro), 11, 150, 225.
— (don Giovanni), 11, 217.
— (card. Odoardo), 11, 243, 246, 254,
264, 364-6.
— (duca Odoardo), 11, 181, 215-6,
228.
— (duca Ranuccio), 11, 146-7, 173,
252, 254-60, 264, 3x0-1, 365-6.
Felice... (don), 11, 31.
Feliciani (Porfirio), i, 252.
Felino, II, 144.
Ferrara (magistrato de' Savi di), 11,
124-7, 148-
Ferrari (Pier Antonio), i, 15.
Ferratini, 11, 133.
Festo, II, 361.
fiammingo (il pittore), i, 295, 298;
II, 44.
Fieschi, II, 115-6.
Figino, I, 63.
Filinghieri (Vincenzo), i, 5, 13.
Filippo il bello di Francia, 11, 362.
— II di Spagna, i, 104.
— Ili di Spagna, i, 149.
— IV di Spagna, 11, 189-90, 323-5.
Filonardi (monsignor), 11, 43, 46, 49,
61, 64.
Filostrato, i, 161; 11, 20.
Finzoni (Ferraro), i, 234.
Flavio (commediante), i, 195.
Flores, i, 73.
Fontanella (Giuseppe), i, 134.
Forteguerra, i, 251.
Fortini (padre), 11, 178-80.
Fortunato, i, 47.
Fozio, II, 201.
Fracastoro, 11, 135.
Francesco I di Francia, 11, 17.
INDICE DEI NOMI
423
Franchi (Francesco), 11, 381.
Francia (ambasciatore di) a Roma,
II, 190.
— (ambasciatore di) a Torino, i,
178.
Franco (pittore), i, 77, 286, 303, 11,3.
Frangipane, 11, 190.
Fresia, i, 238-9, 242, 269-70.
Fulminetto (il), i, 304.
Fulvio, II, 22.
Furieti (monsignor), 11, 222-3.
Gabbaleoni, i, 309.
Gaggi, II, 178.
Galeno, 11, 197, 206, 367-8.
Gallicano (principe di), 11, 359, 365,
373-9, 382.
Gallo (imperatore), 11, 202.
Gallo Asinio, i, 261.
Gallucci, I, 97.
Gandulfi (Antonio), 11, 99.
Garbeza, 11, 46.
Gaufridio (Giacomo), 11, 195, 232.
Gellio (Aulo), II, 290.
Genserico, 11, 346.
Gentiloni (Lucilio), i, 134, 203, 205.
Gessi (mons., poi card.), li, 72, 215.
Ghetti (padre), 11, 2,72,.
Ghini (Ghino), 11, 210, 233-5.
Ghisi (Ortensio), 11, 263.
Gian Bernardo..., i, 24.
Gianfattori (Carlo) — vedi Carli Fer-
rante.
Gian Giacomo..., 11, 352.
Giapponi (Pietro), 11, 270.
Giavardi (Gioseppe), 11, 255-7, 259.
Giobbe, I, 106.
Gioia (conte di), i, 289.
Gioiosa (cardinal), i, 58.
Giolito, I, 265, 272, 312.
Giona, i, 105.
Giordano Orsini (Paolo), 11, 363-4.
Giorgi (Francesco), 11, 304.
Giorgio (Marino), 11, 159.
Giorgio... (servitore del Marino),
I, 299.
Giotto, I, 51.
Giovan Antonio..., i, 9.
Giovan Battista... (fra), 11, 238.
Giovan Maria... (carceriere), i, 19.
Girolamo (san), 11, 202.
Giulio II (papa), 11, 247.
Giunti (librai), i, 265, 296, 302; 11,
46, 100, 328.
Giuseppe, i, 105.
Giustiniani (Orsatto), i, 252.
Giusto (monsignor), i, 41, 44-
Gonzaga (cardinal), i, loi, 120-2,
129.
— (duca Ferdinando), i, 187-8 277;
II, 266.
— (duca Francesco) i, 57-8, 99-101,
125-6, 128.
— di Guastalla (Ferrante), 11, 251,
253, 258.
— di Molfetta (Ferrante), 11, 251.
Gorgia, II, 140.
Grandi (Ascanio), 11, 359.
Graziano (dottor) — vedi Achillini.
Gregorio magno (san), i, 115, 154;
n, 107.
Gregorio XV (papa), 11, 26, 131 -2,
146-8, 150, 152, 158-63, 203.
Grilli (Niccolò), 11, 357.
Grillo (abate Angelo), i, 178-9, 182,
252, 291; II, 32.
Grini (padre Domenico), 11, 150-2.
Gualanti, 11, 247.
Gualdi (Francesco), 11, 58.
Gualenghi (marchese), 11, 126.
Gualterotti (Francesco Maria), i,
141, 144, 146, 313-
— (Raffaele), i, 313.
Guarini (Alessandro), 11, 134-42.
— (Giovan Battista), i, 27, 61, 73,
117, 128, 179, 252; II, 72, 106, 127-8.
Guerrieri, i, 165.
Guido giudice messinese, 11, 279.
424
INDICE DEI NOMI
Guinigi (Giovanni), i, 268, 274, 286,
302, 308-9, 311, 316, 318-9; II, 3,
5, 7-8, 14, 24-
Guiotti (padre Giovan Francesco),
II, 34, 46.
Guisa (duca di), i, 204; 11, 24.
Guittone d'Arezzo, i, 181; 11, 279.
Gussoni (Andrea), 11, 253.
Gustavo Adolfo di Svezia, 11, 220.
lefte, I, 229.
Imperiali (Giovaa Vincenzo), i, 35-
45; II, ii8-9-
Infarinato delia Crusca, i, 73, 192.
Infuriati (accademia degli), 11, 44,
46, 48.
Innominati (accademia degli), 11,
260-3.
Insensati (accademia degli), 11, 319-
20.
Ippocrate, 11, 144, 209, 367-8.
Ippolito, II, 25.
Isaia, II, 161.
Ischia (Tommaso d'), 11, 66.
Isidoro di Siviglia (sant'), 11, 161.
Isocrate, i, 245.
Laderchi, 11, 144.
Lamberti (Antonio), 11, 117, 161-4,
177-9. 193-4, 229, 243-8.
Lamberto... (corriere), i, 182.
Lampognani (Pier Giorgio), II, 31 1-3.
Landino (Cristoforo), 11, 362-3.
Lanfranco, 11, 106.
Lanzo (marchese di), i, 196.
Larzio (Licinio), i, 261.
Latino (re), i, 148.
Lauro (monsignor Giovan Battista),
II, 30, 107.
Leandro, i, 293.
Lentuli (famiglia dei), 11, 87.
Leone X (papa), i, 157.
— XI (papa), I, 49; II, 115-6.
Leti (cardinal), 11, 134.
Leto (Pomponio), 11, 220.
Licurgo, II, 20.
Lionello, i, 274.
Lipsio (Giusto), I, 181, 290, 315;
II, 245-6.
Litigato, II, 70.
Livio (Tito), I, 261; II, 201, 225, 245.
Loredano (Giovan Francesco), 11,
195, 215, 331.
Lorenzo..., i, 133.
Lot, I, 155.
Luca (Giovan Battista di), 11, 379.
Lucano, i, 259; 11, 16,
Luciano, i, 161; 11, 109.
Lucietta... (meretrice), 11, 256, 258.
Lucilio (poeta), i, 261.
Lucilio... (signor), i, 59.
Lucrezio, 11, 109.
Ludovichi (signori), 11, 5.
Ludovisi (Alessandro) — vedi Gre-
gorio XV.
— (monsignor, poi cardinale Ludo-
vico), II, 9, 10,50, 159-63, 167, 169.
— (Orazio), II, 131.
Lugo (cardinal di), 11, 27^-
Luigi XIII di Francia, i, 184, 186,
216-7, 221, 225, 228, 276, 299,
304, 308, 319; II, 7, 9-22, 24, 43,
158, 177, 184-93, 227-8.
Luigi... (conte), i, 164.
Luines (connestabile di), i, 219,
225-7, 240.
Lumaga, i, 310.
Lumaghi (signori), i, 288, 319.
MaccaneUi (monsignor), 11, 39, 17S.
Maccafani (Giovan Angelo), 11, 380.
Maddaloni (duca di) — vedi Carafa.
Magagnati, i, 179.
Maggi (Silvio), II, 339-40.
Magini, II, 121.
Magnani (Pietro), i, 222; 11, 289,
305-10, 336, 365.
Magnanini (Ottavio Santi), i, 221-8,
269, 284; II, 288-91, 300.
INDICE DEI NOMI
425
Magnesio (abate). 11, 49, 61.
Magno (Celio), i, 252, 315; 11, 11, 26.
Maia Materdona (Francesco), 11,
108.
Malacreta, i, 74.
Malombra, i, 90, 237-S; 11, 327.
Malossi, I, 136-40; II, 255, 259.
Malvezzi (Pirro), 11, 174.
— (Virgilio), II, 193-4.
Mancini (Lorenzo), 11, 239.
— (Paolo), I, 118; II, 105.
Manelfi (stampatore), 11, 380.
Manlio (Fortuniano), 11, 310 -i.
Manso — vedi Villa.
Mantova (duca di) — vedi Gonzaga
(Ferdinando e Francesco).
Manuzio (famiglia), i, 265.
Manzini (Giovan Battista), 11, 173,
339-
Marcantonio... (pittore), i, 235, 286.
Marcellino (fra) 11, 357.
Marcello (Marco), r, 184.
— ... (signor), I, 46.
Marciano (consiglier), i, 317-8; 11,
36, 38-
Mariani (Benedetto), i, 54.
Marini (signor), i, 183.
Marino (cavalier) seniore, 11, 294-5.
— (Giambattista), 11, 121-4, 157-8,
168-70, 172, 175-8, 181-4, 266-72,
275, 288-304, 306, 314-8, 321-3,
327-31. 336, 340, 342, 345-
— (Stefano), 11, 108.
Mario (Caio), i, 156.
Marliani (conte Luigi), i, 132, 139,
144-5, 203.
Martinelli (Francesco), i, 270, 275.
Marziale, 11, 109.
Mascardi (Agostino), xi, 107, 196-
210, 328.
Masetto di Lamporecchio, i, 107.
Massi (abate), 11, 46.
Massimi (monsignor de'), 11, 134-5,
209, 211.
Massimiliano (conte), i, 59, 105.
Massimino il giovane, i, 159.
Massini, 11, 144.
Matera (comunità di), 11, 326.
Materiale — vedi Stigliani.
Mazarini (Giulio), i, 252; 11, 239-40.
Mazzei (Decio), 11, 108.
Mecenate, i:, 16, 169, 200.
Medici (Cosimo II da'), 11, 119-20.
— (don Lorenzo de'), 11, 210.
— (Maria de'), i, 202, 205, 304; 11,
16-22.
Meietti, II, 31.
Meinier (Dionigi o Luigi: il M. lo
chiama in ambo i modi), i, 238-9.
Melantone (Filippo), i, 50.
Melchiori (Tommaso), i, 32-4.
Mellini (cardinal), 11, 46.
Menini, i, 179.
Menochio, 11, 144.
Merlini (dottor, poi monsignor), 11,
133-4, 142-5, 160.
Michelburg (Alberto duca di), 11,
221.
Mitridate, 11, 206.
Molini (Domenico), 11, 326-30.
Monaca (Carlo della), 11, 357-8.
Mondolfese (fra Agostino), i, 95-7.
Montalbano, 11, 64.
Montalto (cardinal di), 11, 193.
Monte (Girolamo del), 11, 36.
Monterey (conte di), 11, 323.
Montescaglioso (baronessa di), 11,
352-6.
Montuè, II, 31.
Moran (monsignor), i, 225-6.
Morazzone, I, 189, 266, 310.
Morbido, 11, 120.
Moretta (conte di), 11, 31, 41, 52,
299.
Morini (?) (Girolamo), 11, 164.
Mosé, I, 158.
Muratore, 11, 117.
Murtola (Gasparo), i, 65-87, 90, 94,
268; II, 121-4, 291, 299.
426
INDICE DEI NOMI
Musico — vedi Buontempi Musico.
Mustafà, II, 360.
Muti (Onofrio), i, 145, 204, 2S9.
— (cavalier: figlio del precedente),
I, 289, 316; II, 5.
Muzio (cavalier), i, 9, io, 51.
Nabucodònosor, 11, 86.
Nasi (famiglia), 11, 87.
Navarra — vedi Enrico IV.
Nazianzeno (san Gregorio), 11, 201.
Nemours (duca di), i, 64, 89, 196.
Nerone,!, 154, 159; 11, 16, 200,244-7.
Nisseno (san Gregorio), 11, 202.
Noci (Carlo), i, 14.
Noè, I, 105, 155.
Nonio Marcello, 11, 361.
Nonno, i, 292; 11, 75.
Nores, 11, 260.
Nori, I, 313.
Numa Pompilio, i, 185.
Olanda (Luca d'), i, 235.
Olivares (conte-duca d'), 11, 323-4.
Omero, l, 259, 263; 11, 20, 69, 200,
295, 329-
Onorio (imperatore), n, 16.
— Ili (papa), I, 30.
Oppiano (non Appiano, come s'è
stampato per errore), n, 17.
Orazio, I, 150, 245, 261-3; "> 16, 141,
343. 349-
Orazio Coclite, i, 30
Orfé — vedi Urfè.
Orfeo, X, III.
Orsini (Giovanni Antonio), 11, 58,
264, 273,' 321, 325-6, SZ7-
— (cardinal Virginio), 11, 359-63.
— (duca Virginio), 11, 253.
Orsino (signor), i, 303.
Ovidio, i, 256; II, 54-5, 90, 262, 361.
Oziosi (accademia degli), 11, 44, 46,
48, 52, 60.
Pacard o Paccardo (Abramo), i, 311;
II, 12-3.
Pacuvio, I, 261.
Padova (riformatori dello studio di),
II, 28, 241.
Pallavicino (Isabella), 11, 251-2.
— (Oberto), 11, 288.
— (Orazio), II, 254.
Palma (Iacopo), i, 56, 91, 179, 182,
237, 267, 270, 275, 280, 298-9,301,
303-
Palombini (Gian Paolo), 11, 335-7.
Panciroli o Panziroli (Giovan Gia-
como), ], 118, 128, 133.
Pandulfus, 11, 128.
Panziroli o Panzirolo — vedi Pan-
ciroli.
Paoli (Pier Francesco), i, 252; 11,
108, 211.
Paolo... (conte), i, 134.
— (giureconsulto), 11, 145.
— (san), I, 106.
— diacono, 11, 202.
— V (papa), I, 119, 166; II, 116,
125-6, 159.
Paolo Emilio... (signor), i, 224, 228.
Paoluzzi (Numidio), i, 234, 275.
Papiniano, 11, 145.
Parchi (Giovan Battista), i, 189, 2x7,
314-5; II, 25-6.
Parco, II, 97.
Parmigiano (il), i, 164; 11, 3.
Pasquali (monsignor), i, 129, 176.
— (Scipione), i, 252.
Passalacqua (fra Muzio), 11, 351.
Passano (conte di), i, 74.
Passignano, i, 43.
Pastrana, 11, 107.
Patavino, i, 306.
Paulicelli (Nunzio), 11, 373.
Pausania, i, 161.
Pavoni (stampatore), 11, 304, 329.
Pellegrino (Camillo), i, 15-7, 252.
Penna (dottor), 11, 296.
INDICE DEI NOMI
427
Pepoli (conte Alessandro), i, 66,
^^9, 95-
— (conte Ercole), i, 64, 134.
— (Guido), I, 277.
Pera, i, 17.
Peretta (signora), i, 11.
Peretti (principe), i, 128.
Perez (Antonio), i, 104.
— (Diego), II, 333.
Perona (cardinal di), i, 252; 11, 17.
Pesaro (ambasciator), i, 309, 313,
316.
Pesie nianufacta (opuscolo intito-
lato: De), II, 208.
Petracci, i, 179, 234, 236, 275.
Petrarca (Francesco), i, 26, 181, 256;
II, 277, 283, 285, 295, 342, 346.
Petris (Francesco de), 11, 39.
Petronio Arbitro, 11, 198.
Petruccio, 11, 59.
Piacenza (monsignor di), 11, 219.
Piamonte o Piemonte (principe di) —
vedi Savoia (Vittorio Amedeo I).
— (madama di) — vedi Savoia (ma-
dama).
Piccinelli, II, 362.
Piccolomini d'Aragona (Ottavio), 11,
220-1.
Piezesk (de), 11, 222.
Pignatelli (Ascanio), i, 6, 7, 9, 11,
14, 252.-
— (cardinal), 11, 320.
Pilato, I, 262.
Pio (cardinal), 11, 50, (>•], 145, 148,
150.
Pio II (papa), I, 217.
Pisoni (Francesco), 11, 87.
Pitagora, i, 214; 11, 361.
Platone, i, 76, loi, 147, 155, 158-60,
209; II, 67, 70, 138-9, 20I.
Plauto, I, 261.
Plimarse (Davitte), 11, 311-2.
Plinio, I, 161; II, 246, 248, 290.
Plutarco, I, 155; II, 246.
Poggi (fra Iacinto), 11, 326.
Polenione, i, 155.
Poli (duca di) — vedi Conti (Lot-
tano).
Pomarancia (pittore), 11, 106.
Pompeo, I, 184; II, 86.
— (messer: pittore), i, 189.
Pontano (Giovanni), i, 155.
Portes (Filippo di), i, 252; 11, 17.
Pozzo (conte Alfonso), i, 124, 135.
Preti (Girolamo), i, 249, 251, 277;
", 23-4, 45, 47, 50, 52-8, 61, 63,
69, 70, 97, 99, 116, 149-52, 162-4,
168-9, 175-81, 243-8, 317.
Prina, 11, 378.
Priuli o Priulli (Girolamo), i, 217,
305, 313-4, 316; II, 25, 29.
Procaccino, i, 165.
Procopio, II, 202, 246.
Provana, 11, 31.
Pulci (Luigi), II, 283.
Purbis (pittore), i, 293, 308-9, 313.
Puteano, 11, 198.
Quattromani (Sertorio), i, 5, 6, 8.
Querenghi (monsignor Antonio), i,
105, 252; IX, 62, 107.
— (Flavio), II, 255-7, 259.
Quintiliano, i, 263; 11, 137, 139.
Quirini, i, 126.
Rabbia (Raffaele), i, 57, 95, 162, 176.
Rada (Emanuele), i, 89.
Raderò, 11, 198.
Raffaello, i, 286; 11, 3, 27, 32.
Rambougliet (marchese di), i, i86,
204.
Ranini (Giulio Cesare), 11, 259.
Razzali-Olivieri (cardinal Serafino),
II, 117-8.
Regni (Bernardino), 11, 359.
Reni (Guido), i, 266.
Riccardi (Morello de'), 11, 222.
Ricci (Giovan Romano de'), 11, 373.
428
INDICE DEI NOMI
Richelieu (cardinal di), ii, i86, 191-3,
222, 227-8, 239-40.
Rinaldi (Cesare), i, 57, 95, 277; II,
129.
— (...) I, 181; II, 306.
•^ Rinocini o Rinuccini (Ottavio), i,
252, 313; ", 119-
Rivolte di Parnaso (autore delle),
II, 318.
Rocca, I, 42-3, 49.
Rocco (Girolamo), 11, 107.
Rodrigo..., II, 341-51.
Rolando, 11, 143.
Roma (conservatori di), 11, 25.
Romano (Giulio), i, 136, 286.
Romolo... (signor), 11, 218.
Ronchino, 11, 2>72>-
Rondinelli (Simon Carlo), i, 46,
312-3.
Ronsard o Ronzardo, 11, 17.
Rosa (Scipione), i, 181; 11, 263, 291.
Rossino, II, 59.
Rosso, II, 3.
Rota (Giovan Battista), 11, 273.
— (Martino), i, 286; 11, 3.
Rovere (Costantino), 11, 275.
— (Francesco Maria II Feltrio della)
II, 74, 104.
Rovigliasco (conte di), i, 59, 63, 289.
Rucellai (monsignor), 11, 158.
Ruginini, i, 95.
Ruini, II, 143.
Sacchetti (cardinal), n, 226.
Sacramoso o Sagramosio, i, 163;
", 195-
Sallustio, I, 261.
Salomone, i, 156; 11, 366.
Salviani o Salviano (Gasparo), i, 27,
117-8, 290-1; II, 45, 47, 49, 62,
64, 66.
— (Orazio), I, 14.
' Salvucci (Marco Antonio), 11, 263,
320.
Salzilli (Giovanni), 11, 364.
Sampieri (abate), 11, 181.
San Cesareo (cardinal di) — vedi Al-
dobrandini (Silvestro).
San Gemini (duca di) — vedi Orsini
(Giovan Vincenzo).
San Giorgio (cardinal di) — vedi
Aldobrandini (Cinzio).
— (Guido), I, 204.
Sannazaro (Iacopo), i, 247; 11, 35,
357, in-
San Secondo (conte di), i, 137-40.
Santa Cecilia (cardinal di), 11, 332.
Santafede (pittore), 11, 266, 268.
Sant'Agata (marchese di), i, 120.
Santi, I, 126, 129.
Sanvitali (conte Fortuniano di), l,
66-9, 87-8, 92-4, 124, 134-6, 171-2,
177-8, 216, 271-4, 284-7, 312; II,
9-10, 23, 26-7, 29, 47, 60-1, 109.
Sardanapalo, i, 154.
Sarto (Andrea del), i, 280.
Savelli (cardinal), 11, 157.
— (principe), 11, 108.
Savoia (Carlo Emanuele I di), i, 59,
68-87, 90, 93-4, 96, 99-122, 125,
128, 130, 136, 164, 166-8, 204; II,
24, 40, 42, 61, 122, 129-32, 147-8.
— (Filiberto di), 11, 68.
— (cardinal Maurizio), i, 125, 168-9,
179, 217-8, 221, 240, 269, 288, 294,
309; II, 23, 26, 30-3, 70-1, 107,
122, 163, 172, 307.
— (Tommaso di), i, 218, 240-8, 269,
299, 300, 309-10; II, 24, 42-3, 99.
— (Vittorio Amedeo I di), l, 59-63,
84, 99, 126, 170, 221, 273.
— (madama), i, 269.
Scaglia (cardinale), 11, 45-6,48,62-6,
69, 168.
— (Giacomo), i, 189, 283-4, 287,
305-6, 318; II, 11-4, 26, 28-9, 33-4,
46, 70, 100, 108.
Scaligero (Giulio Cesare), 11, 198.
INDICE DEI NOMI
429
Scaiamelli, i, 182.
Scarnafiso, 11, 31, 41.
Scarnato (Bartolomeo), i, 316-9; 11,
36-40.
Scarron, i, 225-6.
Scevola (giureconsulto), 11, 145.
Schiatti (Gian Giacomo), i, 140.
Schidoni (pittore), i, 88, 135, 137-40,
143-5, 163-5.
Schombert (maresciallo) i, 319.
Scipione Nasica, 11, 86.
Scoppa, I, 24.
Scorza (Sinibaldo), i, 307-9, 311,
313-4, 316, 319; II, 5-6, 8, 31, 40-1.
Scoto (Lorenzo), i, 179, 183, 18S-9,
196-206, 217-21, 228,238-42, 269-70,
273, 288, 293-4, 296-7, 299-301,
306-11, 3^3-^, 319-20; II, 4-9, 24,
30-1, 40-3, 51-2, 109.
Scotti (Galeazzo), 11, 259.
Scotto (Francesco), 11, 65-6.
scozzese (lo), 11, 161.
Scrignuto (lo), i, 68.
Secchi (Livio), i, 224-5, 227.
— (monsignor), i, 252.
Sementi (pittore), 11, 62, 107.
Seneca, i, 152; 11, 194, 201, 245-6.
Senofonte, 11, 138-9, 225, 317.
Serafini, 11, 133.
Serano, i, 165.
Serse, i, 215.
Sessa (Giovan Bernardino), 11, 120.
Severo, i, 149.
Sforza (conte Alessandro), 11, 259, 264.
— (Antonio), 11, 66, 107-8.
— (Muzio), II, 254.
Sigiberto, 11, 202.
Sigonio (Carlo), i, 179, 238.
Silio Italico, II, 16.
Silva (Diego de), 11, 335.
Simonetta, 11, 257.
Sincero — vedi Sannazaro.
Sissa, I, 181; li, 109, 306.
Smeraldi (Lorenzo), 11, 291.
Socino, II, 144.
Socrate, 1, 154; 11, 91.
Somma (Agazio di), 11, 48, 50, 52-3,
55-7-
Spada (cardinal), 11, 204-5, 210.
— (signor), I, 272-3, 286.
Spanochi o Spannochi, 11, 144, 159.
Speusippo, I, 62.
Spinola (cardinal), 11, 124, 126.
— (Giovan Francesco), 11, 307.
Squillace (principe di), 11, 333-5.
Stazio, I, 258; II, 16, 40, 109.
Stelluti (Francesco), i, 47; 11, 273.
Stigliani (Carlo), 11, 310, 356.
— (Tommaso), I, 34-5, 46-7, 6S, 87,
90-2, 124, 127, 135, 139-42, 163-5,
171, 178-82, 222, 241, 251, 253-4,
261, 263-4, 273, 278, 285, 295, 301,
305; II, 4, 24, 90, 181-4.
Strozzi (Giovan Battista,), i, 252,
313 (?)•
— (Giulio), I, 40, 118, 196, 291-3,
296, 304-5, 313 (?).
Stuppino (frate), i, 107.
Summo, I, 74.
Svetonio, 11, 244-5.
Tacito, I, 147; II, 361.
Tagliaferri (Alessandro), 11, 256-7,
259-
Talete cretese, 11, 200.
Tancredi (dottor Latino), 11, 359, 372.
— (signor), II, 59.
Tansillo (Giacopo) 11, 342.
— (Luigi), II, 342-3, 348.
Tarquinio (coppiere), i, 24.
Tasso (Torquato), i, 6, 9, 11-3, 61,
73, 104, 116, 130, 178, 180, 254,
258-9. 292, 296, 311; li, 16, 54, 73,
281-3, 307, 342.
Tassoni (Alessandro), 11, 107.
Taverna (Brunoro), 11, 203.
Tempesta, i, 235, 266-7, 3^^-
Teodoli (Giuseppe), 11, 107.
430
INDICE DEI NOMI
Teofrasto, i, 261; 11, 138.
[Tesauro (?)] (Emanuele), i, 115,
301; II, 31-
— (Lodovico), I, 162, 165, 172, 177,
183, 189, 201-2, 238-40, 242, 251,
269-70, 289, 294, 297, 301, 316; II, 31 .
Testi (Fulvio), i, 285; 11, 148-9.
Timomaco, 11, 75.
Tiraquello, n, 144.
Tito, I, 29, 186; II, 202, 245.
— (Sante di), i, 2S6.
Tobia, II, 109.
Tolomei, 11, 17.
Tomasoni (Gian Francesco), i, 47.
Tommaso d'Aquino (san), i, 150;
II, 207.
Tonti (cardin. Michelangelo), 11, 120.
Torelli (Pomponio), i, 252, 279; 11,
261, 291.
Torquato... (signor), i, 59.
Torre (marchese della), 11, 251.
— (Raffaello), 11, 377.
Torres (Gasparo), 11, 175.
Traiano, i, 115; 11, 202, 247.
Trevisano o Trivisano (Francesco),
i, 182-3.
— (Marco), i, 178.
Trissino (Gian Giorgio), i, 259.
Trombetta, i, 136.
Turca (famiglia), 11, 294.
— (Livia), II, 129-30.
Tuttavilla (Vincenzo), i, 15.
Ubaldini (monsignor), i, 188-9, 206,
252; II, 97.
Ulpiano, I, 149; II, 145.
Umoristi (accademia degli), i, 251;
II, 105, 295.
Unghero (Ferrante), 11, 314.
Urbano Vili (papa), 11, 27, 30, 32,
42, 170-1, 174, 205, 228, 231, 240-1.
Urbano da Messina (frate), 11, 238.
Urfè (marchese d'), i, 252; 11, 270,
288, 291.
Vaglio (barone del), 11, 379.
Vago (Pierino del), i, 52.
Valentino (Giulio Cesare), 11, 108.
Valeriano (Pierio), i, 156.
Valerio Massimo, i, 154.
Valesio, I, 251, 266.
Valgrisio, i, 265.
Valignani, i, 11.
Valle (Francesco della), 11, 32.
Vallesio (Giovan Battista), 11, io6.
Valletta (cardinal della), 11, ;ì^.
Vannelli, i, 318.
Vannetti, i, 181; 11, 109, 306.
Vanni, i, 295.
Varchi (Benedetto), 11, 284.
Vaugelà (monsignor di), i, 252.
Vellutelli, II, 363.
Veniero (Sebastiano), 11, 327.
Verrua (conte di), i, 242, 300; 11, 147.
Vet (pittore), 11, 378.
Vialardi, i, 44-5.
Vico (Enea), i, 271, 286.
— (Tadio), I, 189, 217, 239.
Viglioni, I, 309, 314.
Villa (marchese di), i, 3-15, 118-20,
122-3; II, 31, 70, 76-81, 150, 331.
Villafaletto, 11, 31.
Villifranchi, i, 143-4, 146, 163, 174.
Vinta (cavalier), 11, 120.
Viotti, II, 255, 303.
Visconte (Fabio), 11, 253.
Virgilio, I, li, 148, 256, 258; II, 16,
35, 54, ^77, 290, 295, 329, 360.
Virtuani, i, 180.
Visdomini (Eugenio), 11, 291.
Vitali (Giovan Battista), 1,90; 11, 299.
Volponi (casa), 11, 349.
Volusiano, 11, 202.
Vulpio (monsignor), 11, 378.
Zagarolo (duca di), 11, 58.
Zaparella, i, 59.
Zurlini (cavalier), i, 47,88,92-3, 135.
INDICE
CONTINUAZIONE DELLE LETTERE E DEDICATORIE
GIAMBATTISTA MARINO
cxc. Al signor Giovati Battista Ciotti — Accusa ricezione
di alcune stampe e si sfoga contro lo Stigliani . pag. 3
cxci. A don Lorenzo Scoto — Notizie di una nuova ma-
lattia, che gì' impedisce il ritorno in Italia . . » 4
cxcii. Al medesimo — Si lagna di non ricevere lettere . » 6
cxciii. Al medesimo — Intorno allo stesso argomento . ivi
cxciv. Al medesimo — Intorno allo stesso argomento . » 7
cxcv. Al signor conte Fortuniano San Vitali — Non è
affatto disposto a cangiar «servitù », per quanto
tra breve debba ritornare in Italia » 9
cxcvi. Al signor Giacomo Scaglia — Promette d'inviargli
subito l'Adone e gli comunica la morte dello stam-
patore Abramo Pacard, la quale per altro non ar-
recherà ostacoli alla prossima pubblicazione del
poema » 11
cxcvii. Al medesimo — Intorno allo stesso argomento . » 12
cxcviii. Al medesimo — Manda incompleto l'Adotie . . » 13
cxcix. Alla Maestà cristianissima di Lodovico decimo-
terzo, re di Francia e di Navarra — Abbozzo
della dedica che segue » 14
ce. Alla Maestà cristianissima di Maria de' Medici, reina
di Francia e di Navarra — Dedica dell'Adone . » 16
cci. Al signor conte Fortuniano San Vitali — Invia
l'Adone » 23
ccii. Al signor Girolamo Preti - Roma — Fra quattro
giorni partirà per l' Italia ;> ivi
432
ceni. A don Lorenzo Scoto — S' incammina verso l' Italia pag. 24
cciv. Al signor Antonio Bruni — Lo invita ad andar con
lui a pranzo presso i conservatori di Roma . . » 25
ccv. Al signor Giovan Battista Parchi — • Si lagna che
Vincenzo Berò non abbia consegnate due copie
deli' Adone al Friuli e al Contarini » ivi
ccvi. Al signor conte Fortuniano San Vitali — Si scusa
di scrivergli brevemente, a causa delle sue occu-
pazioni durante il conclave dopo la morte di
Gregorio XV, e lo ringrazia d'un sonetto . . » 26
ccvii. Al signor Giacomo Scaglia — Occupatissimo a causa
del conclave, non può inviare il Discorso sullo
scriver lascivo; e dichiara di ridersi deiri?^5fl-
ìnina scritta contro di lui dal Camprelli ...» ivi
ccviii. Al signor Bernardo Castello — Accusa ricezione
d'uno schizzo, attende un dipinto di Raffaello e
annunzia l'eiezione di Urbano ottavo .... » 27
ccix. Al signor Giacomo Scaglia — Gli concede il diritto
di ristampare e vendere egli solo V Adone . . » 28
ccx. Al signor conte Fortuniano San Vitali — Ringrazia
l'amico d'avergli inviato il ritratto, e si scusa di
mandargliene in contraccambio uno assai brutto » 29
ccxi. A monsignor Giovan Battista Lauro, cameriere se-
creto di Nostro Signore — Ringraziamenti e com-
plimenti » 30
ccxii. A don Lorenzo Scoto — Si lagna del silenzio del-
l'amico, discorre delle varie ristampe d^W Adone
e si ricorda a parecchi amici torinesi .... » ivi
ccxiii. Al signor Bernardo Castello — Dà conto della con-
valescenza di Urbano ottavo e del cardinal di
Savoia, e chiede un quadretto » 31
ccxiv. Al signor Antonio Bruni — Consiglia all'amico con-
valescente di guardarsi la salute, intermettendo
gli studi » 32
ccxv. Al signor Giacomo Scaglia — Si duole d'una ristampa
à€^V Adoìie fatta in Bologna, e ringrazia Giovan
Francesco Busenello della lettera scritta in sua
lode >^ Z2,
ccxvi. Al signor Antonio Bruni- Napoli — Consiglia al-
l'amico, convalescente in Napoli, il soggiorno di
Mergellina » 34
ccxvii. Al signor cardinal d' Este - Roma — Lo prega di
raccomandare al viceré di Napoli, duca d'Alba,
Francesco Bruni » 35
INDICE 433
ccxviii. Al signor Bartolomeo Scarnato — Ringrazia il con-
siglier Marciano, accenna a difficoltà nell'avere
certa dispensa, si duole d'un amico, e promette
un esemplare dell'Adone pag. 36
ccxix. Al medesimo — Ringrazia del dono di alcuni limoni,
e si scusa di non poter mandare un componimento
poetico a don Antonio Carmignano .... _» ;iy
ccxx. Al medesimo — Invia una copia del suo ritratto . » 39
ccxxi. Al medesimo — Si duole della perdita delle sue
lettere e promette d'occuparsi di un affare del-
l'amico » ivi
ccxxii. A don Lorenzo Scoto — Essendosi smarrita una balla
contenente pitture, desidera che il Brandin e lo
Scorza ridipingano per lui i quadri già fatti . » 40
ccxxiii. Al medesimo — Gode di esserenella buona grazia
del duca di Savoia e del principe Tommaso, e
discorre della Strage degli innocenti .... » 42
ccxxiv. Al signor Antonio Bruni - Roma — Si duole che non
possa riavere dalla dogana le balle dei suoi libri,
e narra delle liete accoglienze avute a Napoli dalle
accademie degli Oziosi e degli Infuriati e dal vi-
ceré, duca d'Alba » 43
ccxxv. Al medesimo — Intorno allo stesso argomento. Dà
inoltre istruzioni circa alcuni quadri e ossequia il
cardinale Scaglia » 45
ccxxvi. Al medesimo — Chiede consiglio come possa in-
viare alcune leccornie al cardinale Scaglia, e dà
altre notizie sulle dispute tra gì' Infuriati e gli
Oziosi » 47
ccxxvii. Al medesimo — Ancora non ha potuto ricuperare le
balle dei libri » 49
ccxxviii. Al signor cavalier Andrea Barbazza - Roma — De-
scrive entusiasticamente le bellezze di Posilipo, e
loda un poemetto di Antonio Bruni .... » 50
ccxxix. A don Lorenzo Scoto — Avendo ricuperata la balla
con le pitture, non ha più bisogno dei quadri del
Brandin » ^i
ccxxx. Al signor Gierolamo Preti — Si duole che egli abbia
polemizzato contro il Di Somma a proposito del-
V Adone » 52
ccxxxi. Al medesimo — Si duole che abbia trascinato anche
il Bruni nella polemica contro il Di Somma . . » 55
ccxxxii. Al signor Antonio Bruni - Roma — Si duole che egli
si sia alleato col Preti nella polemica contro il
Di Somma »
57
G. B. Marino, C. Achillini e G. Preti, Lettere -u.
434 INDICE
ccxxxiii. Al signor Emilio Buonalingua — Discorre di diversi
affari e invia riconoscenti saluti al Crescenzio . pag. 58
ccxxxiv. Al signor conte Fortuniano San Vitali — Narra
degli onori tributatigli a Napoli » 60
ccxxxv. Ad Antonio Bruni - Roma — Si lagna di non aver
lettere, e s'informa come debba inviare alcuni
libri a Roma » 61
ccxxxvi. Al medesimo — Si lagna della posta, dà istruzione
per l'invio d'un disegno del Barbazza, chiede
conto di alcuni sonetti e non sa come mandare
alcune leccornie al cardinale Scaglia .... » 62
ccxxxvn. Al medesimo — Ancora della spedizione dei libri
a Roma, dell' invio dei dolci al cardinale Scaglia
e della polemica a proposito dell'Adone ...» 63
ccxxxviii. Al medesimo — Si scusa di non mandare una poesia
di risposta, invia scatole pel procaccio e si scusa di
non poter rendere un servigio a Gaspare Salviani » 64
ccxxxix. Al medesimo — Annunzia d'aver inviati i dolci al
cardinale Scaglia -> 65
ccxL. Al signor cardinal Scaglia a Roma — Invia due
scatole di dolci » ivi
ccxLi. Al signor Antonio Bruni — Ancora delle scatole
inviate al cardinale Scaglia » 66
ccxLii. Al medesimo — Invia una scatola di dolci ...» ivi
ccxLiii. Al medesimo — Si dichiara pronto a sottomettersi
al giudizio che deW Ado7te darà il censore pon-
tificio, cardinal Pio » 67
ccxLiv. Al medesimo — Manda un sonetto » 68
CCXLV. Al medesimo — Complimenti » ivi
CCXLVi. Al medesimo — Loda versi, dà notizie della Sh-age
degl' innocenti e ringrazia il Bonifacio e il Liti-
gato dei sonetti scritti in sua difesa .... » 69
CCXLVii. Al medesimo — Complimenti » 71
ccxLViii. Al medesimo - Urbino — Si congratula con l'amico
della carica avuta di segretario del duca di Ur-
bino; ricorda il Baldi, il Guarini, il Bembo e il
Tasso, e parla della Filli di Sciro del Bonarelli » 72
ccxLix. Al medesimo — Lettera elogiativa premessa a
La ghirlanda, elogio del Bruni per l'Altezza
sereni.ssima di Francescomaria secondo F'eltrio
della Rovere, duca sesto d'Urbino (Roma, Zan-
netti, 1625) » 74
CCL. Al marchese di Villa — Lettera elogiativa preposta
aXV Erocallia overo dell' Amore e della Bellezza
del Manso (Venezia, Deuchino, 1628) .... » 76
INDICE 435
- APPENDICE
I
Componimenti burleschi del Marino in forma epistolare
I. Al padre Naso pag. 85
II. Il pupolo alla pupola » 93
III. La pupola al pupolo » 95
II
Alcune lettere al Marino o intorno al Marino
I. Girolamo Preti al cavalier Marino — Lodi . . . pag. 97
II. Onorato Claretti al cavalier Marino — Discorre di
una raccolta, della Strage degli innocenti e delle
Lettere » 99
III. Giovanni Francesco Busenelli al cavalier Marino —
Loda V Adone » 100
IV. Antonio Bruni al cavalier Andrea Barbazza — Mani-
festa il suo dolore per la morte del Marino . » 104
V. Giambattista Baiacca a Gasparo Bonifacio — De-
scrive le cerimonie funebri fatte dagli Umoristi
in onore del Marino » 105
VI. Giovanni Francesco Busenelli al signor Giacomo
Scaglia — Invia copia della lettera scritta in lode
dell'Adone » 108
II
CLAUDIO ACHILLINI
carteggio
I. Al signor... — Difficoltà che s'incontrano a Roma
per far fortuna pag. 113
II. Al signor Antonio Lamberti — Della morte di papa
Leone XI e della probabile elezione del cardinal
Camillo Borghese » 115
III. Al medesimo — Racconta che gli è riuscito di
sventare i mali uffici fatti a Roma contro di lui,
e dà notizie dell'interdetto contro Venezia . . » n6
436
IV. Al medesimo — Sulla stampa delle opere di Ulisse
Aldrovandi, fatta per ordine e a spese del « reg-
gimento > di Bologna pag. 117
V. Al cardinal Serafino Razzali Olivieri — Lo ringrazia
di avergli fatto ottenere dal « reggimento » di
Bologna la « grazia » di trecento ducati ...» ivi
VI. Al medesimo — Lo ringrazia di avergli affidato
l' incarico di riferire su d'un processo, non ostante
le malignità sparse sul suo conto, per l'«odio
antico » che gli portano a Bologna a causa della
cattedra da lui occupata » 118
VII. Al signor... — Intorno allo S^aio rustico di Giovan
Vincenzo Imperiali > ivi
vili. Al signor cavalier Rinocini [RinucciniJ, a Firenze —
Loda parecchi componimenti poetici del R. e di
altri, scritti in occasione di un lieto avvenimento
della casa de' Medici (probabilmente il matri-
monio di Cosimo II con Maria Maddalena d'Au-
stria), alla quale augura il più prospero avve-
nire » 119
IX. Al signor cavalier Vinta — Manda due sonetti in
occasione delle nozze di Cosimo II de' Medici . ■» 120
X. Del signor Vincenzo Cavalli — Desidera una com-
mendatizia per cavare dalle mani d'un tal Mor-
bido il sonetto « Ecco il padre de' boschi, alto
Apennino» e l'idillio di «Venere che cerca Adone»,
scritto in occasione delle nozze di Cosimo II de'
Medici » ivi
XI. Di Giovan Bernardino Sessa — Loda entusiastica-
mente alcune composizioni poetiche dell'Achillini > ivi
XII. A Giovan Bernardino Sessa — Ne loda i componi-
menti poetici e ringrazia della precedente lettera » ivi
XIII. Al cardinale Michelangelo Tonti — Congratulazioni
per la sua nomina a cardinale » ivi
XIV. A Giambattista Marino — Lieto che l'amico sia
scampato dall'attentato del Murtola, si congratula
con lui » 121
XV. Di Giambattista Marino — Risposta alla lettera
precedente » 122
XVI. A Giambattista Marino — Ancora dell'attentato del
Murtola -> 123
XVII. Al cardinale Spinola, legato in Ferrara — Lo rin-
grazia d'avergli promesso di fargli sapere a suo
tempo ciò che sarà risoluto circa la sua nomina
INDICE
437
XXXI.
XXXII,
125
126
alla cattedra vespertina di leggi nell'università di
Ferrara pag. 124
Al medesimo — Non appena riceverà la lettera del
magistrato de' Savi di Ferrara con cui gli si
offrirà la cattedra, risponderà accettando e pre-
gando di ottenergli l'approvazione da Roma
Del magistrato de' Savi di Ferrara — Nomina del
l'Achillini alla prima cattedra vespertina di leggi
nell'università di Ferrara
Al magistrato de' Savi di Ferrara — Ringraziament
per l'ottenuta cattedra
Al marchese Gualenghi — Lo ringrazia di essersi
adoperato a fargli conferire la cattedra a Ferrara
Al dottor... — Ringraziamenti per la medesima
ragione
Al cardinal [Spinola] — Speciali ringraziamenti per
la medesima ragione
Al medesimo — Il papa ha finalmente concesso che
egli possa partire per Ferrara, senza perdere il
diritto, nel caso di ritorno a Bologna, alla cattedra
quivi occupata
Al magistrato de' Savi di Ferrara — Domanda di
essere confermato nella cattedra per un triennio
Al signor... — Protesta ancora una volta di non
essere autore d'una scrittura legale, composta
contro di lui, nell'interesse del figlio; ma ciò non
toglie che il figlio abbia molta ragione nel volere
dal padre almeno gli alimenti
Del cavalier Battista Guarini — Ringrazia d'un
sonetto
Al cavalier Battista Guarini — • Risposta alla prece-
dente lettera
Ad Pandulfum, Ferrariam — De immani praesentis
aestatis ardore
A [Gaspare?] Ercolani — Etimologia del cognome
Ercolani
Di Cesare Rinaldi — Lodi
Alla signora marchesa Livia Turca — Le dedica due
sonetti in lode di Carlo Emanuele primo di Savoia
Alla signora Lavinia Albergati-Ludovisi — Congra-
tulazioni per la nomina a cardinale di monsignor
Alessandro Ludovisi (poi papa Gregorio XV) .
Del cardinal Alessandro Ludovisi, poi papa Grego-
rio XV — Ha avuta a Chiasso ottima accoglienza
127
128
129
ivi
131
438
dal duca di Savoia. Acclude copia d'una lettera
del cardinal Borghese, e autorizza l'Achillini, nel
caso che giunga un'altra lettera del Borghese, ad
aprirla pag. 131
XXXV. Del medesimo — Gli pare mille anni di sentire che
l'Achillini sia giunto a Ferrara e abbia riprese
le lezioni » 132
XXXVI. Del medesimo — Desidera che venga a raggiun-
gerlo, e gli comunica il contenuto d'una lettera
in cifra del cardinal Borghese, nella quale, tra
l'altro, gli si dice di servirsi pure dell'Achillini
durante la sua legazione, purché non lo conduca
in città ove si trovi il duca di Savoia coi suoi
ministri » ivi
xxxvn. Del medesimo — Discorre brevemente di affari
vari » ivi
xxxviii. Del medesimo — Non abbia alcuna preoccupazione
circa la sua cattedra di Ferrara: è meglio, per
altro, che egli non si trasferisca in Savoia . . » ivi
xxxix. Al signor dottore Merlini, a Roma — Gli augura
prospero avvenire, e discorre di sé e del suo
insegnamento universitario » 133
XL. Di Alessandro Guarini — Sull'uso della metafora » 134
XLi. Di monsignor Merlini a... — Discorrendo della ne-
cessità della filosofia nella giurisprudenza, adduce
l'esempio e invoca l'autorità dell'Achillini . . » 142
XLii. A un amico — Ringrazia del dono di un libro . » 146
XLin. Del cardinal Alessandro Ludovisi — Il cardinal
Borghese ha scritto a Ferrara perché la licenza
dell'Achillini sia prolungata fintanto che dura la
legazione del Ludovisi » ivi
XLiv. Del medesimo — Il cardinal Borghese ha riscritto,
comunicando che, in séguito alla sua istanza, il
magistrato de' Savi di Ferrara ha concesso che
la licenza dell'Achillini sia prolungata per tutta
la quaresima » ivi
XLV. Al cardinal Borghese — Lo ringrazia di essersi tanto
interessato per lui » ivi
XLVi. Del duca Ranuccio Farnese — Lo prega di passare
da lui nel recarsi a raggiungere il cardinale Lu-
dovisi » ivi
XLVli. Del medesimo — Intorno allo stesso argomento . » 147
XLViii. Del cardinal Alessandro Ludovisi — Dell'ottima
accoglienza ricevuta ad Asti. Alloggia nello stesso
INDICK 439
palazzo con monsignor di Bethune, col quale ha
discorso della sua missione in Piemonte . . . pag. 147
XLix. Del medesimo — Notizie varie della corte di Torino » ivi
!.. Del medesimo — Sta in buona salute. Ha restituito
un cavallo. Notizie della corte di Savoia ...» ivi
i.i. Del medesimo — Lo prega d'informarsi se è stata
recapitata una sua lettera al duca di Parma . » ivi
Lii. Del medesimo — Gli spagnuoli non vogliono sapere
di pace, a causa dei continui progressi fatti dal
duca di Savoia » 148
LUI. Del medesimo — Riferisce un brano d'una lettera
del cardinal Borghese, nella quale si annunzia che
a sua istanza il magistrato de' Savi di Ferrara ha
ancora prorogata la licenza alI'AchilIini ...» ivi
Liv. Del medesimo — Lo incarica di esprimere tutta la
sua gratitudine al cardinal Pio » ivi
LV. Al signor N. N., a Torino — Presenta e raccomanda
Fulvio Testi » ivi
Lvi. Di Girolamo Preti — Della reputazione che gode
l'Achillini in Roma » 149
LVii. Del cardinal Alessandro Ludovisi — Acclude una
lettera pel cardinal Pio, che l'Achillini ringrazierà
ancora lina volta a voce, e un'altra pel marchese
di Villa » 150
LViii. Di Girolamo Preti al padre Domenico Grini ge-
suita — Intorno ad alcune scritture politiche del
Grini » ivi
Lix. Del cardinal Alessandro Ludovisi — Notizie varie.
Gli augura prospero l'anno nuovo » 152
LX. Del medesimo — Lo aiuterà nel suo disegno di esser
chiamato alla cattedra di diritto civile nell'uni-
versità di Bologna con lo stesso stipendio che
gode a Ferrara; ma la cosa non è facile ...» ivi
LXi. Al conte Ridolfo Campeggi — Ne loda il poema:
Le lagrime della Vergine » 153
Lxii. Al collegio de' dottori leggisti di Bologna — Domanda
di far parte del collegio medesimo » 154
LXiii. Al cardinal Capponi — In occasione della sua par-
tenza da Bologna » 155
LXiv. Al cavalier Marino — Lodi. (Lettera premessa alla
Sampogna del Marino) » 157
Lxv. Del cardinal Alessandro Ludovisi — Prende atto
che l'Achillini promette di partire da Roma fra
quattro giorni, e non mancherà di raccomandarlo
44° INDICE
ai signori del « reggimento » di Bologna circa la
cattedra da lui desiderata pag. 158
Lxvi. Del medesimo — Troppi obblighi di gratitudine ha
verso l'Achillini, perché questi possa menoma-
mente dubitare che egli non faccia quanto è in
lui circa l'affare delVa cattedra bolognese ...» ivi
LXVii. Del medesimo — Ha fatto quel che poteva presso
il legato e i signori del « reggimento » di Bologna
circa l'affare della cattedra; ma non ha il coraggio
di scriverne direttamente al papa. Pensi piuttosto
l'Achillini, ora che si trova a Roma, a farsi
raccomandare a Paolo qunito da qualche perso-
naggio inliuente » 159
Lxviii. Al papa Paolo quinto — Supplica relativa alla cat-
tedra bolognese » ivi
Lxix. Di monsignor (poi cardinale) Ludovico Ludovisi —
Ringrazia degli augùri per capodanno, e comunica
d'aver ottenuto da papa Paolo quinto un « luogo
di consulta » » ivi
Lxx. Del cardinal Alessandro Ludovisi — Lo prega di
acconsentire che il signor Marino Giorgio, nobile
veneto, possa godere temporaneamente l'uso di
alcune camere presso il signor Spannochi . . •> ivi
Lxxi. Al papa Gregorio decimoquinto — Congratulazioni
per la sua elezione al pontificato >> ivi
Lxxii. Del cardinal Ludovico Ludovisi — Ringrazia, in
nome del papa, della precedente lettera ... > i6o
Lxxiii. Di monsignor Merlini — Può l'Achillini recarsi
liberamente a Roma » ivi
Lxxiv. Del vescovo di Crema — Vada presto a Roma a
baciare il piede al nuovo papa, giacché « beaii
primi » » ivi
Lxxv. Al signor Antonio Lamberti — Difende gli amba-
sciatori bolognesi a Roma dall'accusa di presen-
tarsi in pubblico in assetto non pari al loro grado > 161
Lxxvi. Al medesimo — ■ Stia tranquillo, che il papa e il
cardinal Ludovico Ludovisi hanno letta la sua
lettera » ivi
Lxxvii. Al medesimo — Intorno allo stesso argomento . . » ivi
Lxxviii. Al medesimo — D'un'accademia che si terrà, per
ordine di Gregorio decimoquinto, il giorno del
ferragosto, in Roma » ivi
Lxxix. Al medesimo — Ancora dell'accademia, indicando
se stesso col sopratinome di (la Rossa» ...» 162
INDICE 441
Lxxx. Al medesimo — Intorno allo stesso argomento . pag. 162
Lxxxi. Al medesimo — D'un'altra accademia tenutasi in
Roma » 163
Lxxxii. Al medesimo — È in procinto di partire da Roma » 164
Lxxxiii. Di Girolamo Preti — Si lagna dell'improvvisa par-
tenza dell'amico da Roma » ivi
Lxxxiv. Di Girolamo Morini (?) — Solo soggiorno adatto ai
meriti dell'Achillini è Roma » ivi
Lxxxv. Di Giovanni Fabro — Invia al poeta l'anello del-
l'accademia dei Lincei » ió6
Lxxxvi. Al signor Giovanni Fabro — Risposta alla lettera
precedente » ivi
Lxxxvii. Al signor don Virginio Cesarini — Ringraziamenti
per la nomina ad accademico linceo .... » 167
Lxxxviii. Del cardinal Ludovico Ludovisi — Ringrazia degli
augùri per capodanno. Scriverà a Ferrara circa
una tratta che interessa l'Achillini > ivi
Lxxxix. Al principe Aldobrandini — Congratulazioni per la
nascita di un figlio » ivi
xc. Del principe Aldobrandini — Risposta alla prece-
dente lettera > ivi
xci. Al principe Aldobrandini — Replica alla precedente
lettera » 168
xcii. Del cardinal di Cremona — Tratterà coi dovuti
riguardi Tommaso Dempstero, a lui presentato
per lettera dall' Achillini » ivi
xeni. Al signor Girolamo Preti — Dà il bene giunto al
Marino, arrivato a Roma da Parigi, e loda l'x'la'o»^ » ivi
xciv. A Giambattista Marino — Loda V Adoìte . . . > 169
xcv. A un amico — Oroscopo sulla salute del papa
Urbano ottavo » i/*'
xcvi. Al cardinale [Francesco] Barberini — Rallegramenti
per la sua nomina a .socio dei Lincei e a cardinale » 171
xcvii. Di Giambattista Marino — Include una lettera di
raccomandazione del cardinal di Savoia ... » 172
xcviii. A don Virginio Cesarini — Ringraziamenti ...» ivi
xcix. Al signor don Vincenzo barone di Aspromonte in
Sicilia — Ne loda le poesie, proclamandolo il
Petrarca della Sicilia, e invia un sonetto ...» ivi
e. A... — Intorno a una lettera adulatoria scritta da
Giambattista Manzini probabilmente al duca di
Parma » ^71
CI. A... — Domanda di ritornare alla cattedra di Bo-
logna col medesimo stipendio che percepisce in
quella di Ferrara » ivi
442 INDICE
CU. Al marchese Pirro Malvezzi — Lo ringrazia di
quanto ha fatto per lui intorno alla sua nomina
alla cattedra di diritto civile a Bologna . . pag. 174
CUI. Di monsignor Pier Luigi Carafa — Ringrazia dei
complimenti inviatigli dall'Achillitii in occasione
della sua nomina a vescovo e a nunzio apostolico » ivi
civ. Ad illustrissimum et reverendissimum principem
Antonium Barberinum, cardinalem et prius capu-
cinum — Congratulazioni pel cardinalato ... » 175
cv. Ad illustrern Gasparem de Torres — Ringrazia d'una
lettera laudativa » ivi
evi. Di Girolamo Preti — Annunzia la morte di Giam-
battista Marino » ivi
CVII. A Girolamo Preti — Risposta alla lettera precedente » 176
cviii. Di Girolamo Preti — Accusa ricezione di una lettera
speditagli dall'amico per mezzo del signor Gaggi,
e invita l'Achilliiii a venire a Roma in occasione
del giubileo » 178
Cix. Ad Antonio Lamberti ■ — Lodi di un predicatore,
probabilmente lo ste.sso padre Fortini di cui
nella lettera seguente » ivi
ex. A Girolamo Preti — Presenta e raccomanda il pre-
dicatore padre Fortini, di cui forse nella lettera
antecedente » 179
exi. Al medesimo — Lo invita con lui in campagna . » 180
cxii. Ad Hieronymum Pretum, amicorum caesarem —
Gli augura eccellente viaggio in Ispagna . . » 181
CXI II. Al duca di Parma — È prontissimo a scrivere un
parere intorno a una causa che .sta a cuore al duca » ivi
cxiv. Di Giacomo Aleandri — Invia il ms. della Difesa
dell' «. Adone-» del Marino per risposta all'* Oc-
chiale » del cavalier Stigliani (Venezia, Scaglia,
1629) » ivi
cxv. Al re cristianissimo, il gran Luigi, il vittorioso, il
giusto — Lo esorta, dopo la conquista della Roc-
cella e la liberazione di Casale, a tentare l' impresa
del Santo Sepolcro » 184
cxvi. A ... — Narra i guai avvenutigli a causa del sonetto
« Sudate, o fochi, a preparar metalli » ...» 189
ex VII. All'ambasciatore francese a Roma — Chiede che
venga esaudita la grazia (forse l'ottenere da Luigi
decimoterzo una risposta al sonetto « Sudate, o
fochi, a preparar metalli ») che gli chiederà per
lui, Achillini, il signor Frangipane » 190
INDICE 443
cxviii. Al cardinale di Richelieu — Chiede una riga di
risposta da Luigi decimoterzo al sonetto « Sudate,
o fochi, a preparar metalli » pag. 191
cxix. A... — Condoglianze per la morte del cardinal di
Montalto » 193
cxx. Del duca Francesco d' Este — Ringraziamenti per
un sonetto inviatogli dall' Achillini in occasione
della sua successione al ducato » ivi
cxxi. Al signor marchese Virgilio Malvezzi — Ne loda
un libro » ivi
cxxii. Al signor Antonio Lamberti — Loda il libro del
Malvezzi » 194
cxxiii. lacobo Gaufridio — Descrive la vita che mena nella
solitudine della sua villa al Sasso » 195
cxxiv. Al medesimo — Piange e invita l'amico a piangere
la morte del poeta A. Sagramosio » ivi
cxxv. Del signor Giovan Francesco Loredano — Com-
plimenti » ivi
cxxvi. Al signor Giovan Francesco Loredano — Risposta
alla lettera precedente » ivi
cxxvii. A Giovan Francesco Busenelli — Complimenti . » ivi
cxxviii. Di Agostino Mascardi — Intorno alla peste milanese
del 1629 » 196
cxxix. Ad Agostino Mascardi — Risposta alla lettera pre-
cedente » 203
cxxx. A monsignor Fabio Chigi, vicelegato di Ferrara —
Complimenti » 210
cxxxi. Di monsignor Fabio Chigi — Risposta alla lettera
precedente » ivi
cxxxii. Del cardinale Spada — Manifesta all'Achillini tutto
il suo affetto » ivi
cxxxiii. Del principe don Lorenzo de' Medici — Attende
con desiderio le Rime » ivi
cxxxiv. Del cardinal Antonio Barberini — Ringraziamenti » ivi
cxxxv. Al signor Paoli — Ne loda un idillio » 211
cxxx VI. A monsignor de' Massimi — Dedica della canzone
« nella quale va deplorando la poca sorte de' poeti
nella corte de' prencipi, e con destra occasione
loda quasi tutti i prencipi della cristianità» . . » ivi
cxxxvii. Di Giovan Francesco Busenelli — Invia un'ode lau-
dativa » 212
cxxxviii. A Giovan Francesco Busenelli — Risposta alla let-
tera precedente » 214
cxxxix. Di Giovan Francesco Loredano — Aiuterà in tutti
444 INDICE
i modi il signor Galvano, raccomandato dal-
l'Achillini piir. 215
CXL. Al serenissimo Odoardo Farnese, duca di Parma —
Dedica delle Rime > ivi
CXLI. Di Giacomo Accarisio — Invia la prima parte del-
Vlstoria di Fiandra del cardinal Bentivoglio . » ivi
CXLII. A Giacomo Accarisio — Risponde alla precedente
lettera, e attende l'Istoria del Bentivoglio . . » 216
cxLiii. Al medesimo — Lodi à&WIstoria del Bentivoglio » ivi
cxLiv. Al medesimo — Intorno allo stesso argomento . » 217
CXLV. Del cardinal Guido Bentivoglio — Ringrazia il poeta
d'avergli fatto conoscere cosi compito gentiluomo
come il signor Vincenzo Bignami > 218
CXLVI. A monsignor Ciampoli — Lo conforta pel suo allon-
tanamento dalla corte romana •> 219
cxLVii. Al cavaliere fra Ottavio Piccolomini d'Aragona —
Nel congratularsi con lui per la vittoria di Liitzen,
lo invita a conquistare Gerusalemme .... > 220
cxLViii. Ad dominum de Piezesk, consiliarium regis chri-
stianissimi — Ha edificata nella sua villa del Sasso
presso Bologna una torre, e domanda il permesso
al cardinale di Richelieu di apporvi un' iscrizione
in lode di lui ' 222
cxLix. Ad Michaelem Buderium [Budery] — Della morte
di un illustre « magnate » di Francia, ricordata
in un nobile epigramma d'un poeta francese . » ivi
CL. Di Morello de' Riccardi, d'Ortona — Invia un so-
netto elogiativo ivi
CLi. A monsignor Furieti, già vicelegato di Bologna —
Rimpianto per la partenza dell'amico . . . . > ivi
CLii. A . . . — Per ora ha la vena inaridita. Ma a maggio,
quando sarà libero dalle cure della cattedra,
invierà qualche componimento poetico ... » 223
CLiii. Al signor cardinale N. — Complimenti .... > 224
CLiv. A monsignor... — E pronto a rendergli servigio,
ma quando sarà im po' rinfrescata l'aria . . . > ivi
CLV. Del cardinale Guido Bentivoglio — Invia la seconda
parte della Istoria di Fiandra > ivi
CLVi. Al cardinal Guido Bentivoglio — Risposta alla pre-
cedente lettera > 225
CLVii. Al cardinal Sacchetti, legato di Bologna — Congra-
tulazioni per la sua nomina > 226
CLViii. Di monsignor Cesare Fachinetti — Gli raccomanda
un suo fratello > ivi
INDICE 445
CLix. Al cardinale di Richelieu — Invia un'ode per la
nascita di Luigi decimoquarto pag. 227
CLX. Di monsignor Cesare Fachinetti — (ili manifesta
caldamente la sua gratitudine ?> 228
CLXi. Dello stesso al signor Antonio Lamberti — Lodi
dell'Achillini » 229
CLXII. Dello stesso a Claudio Achillini — Annunzia il suo
viaggio in Ispagna, dove va come nunzio apo-
stolico 0 ivi
CLXiii. A monsignor Cesare Fachinetti — Risposta alla
lettera precedente .> 230
ci-xiv. Al marchese Ludovico Fachinetti — Conforta
l'amico, addolorato per la partenza del figlio alla
nunciatura di Spagna » 231
ci.xv. Di Giacomo Gaufridio — Dell'applauso destato dal-
l'ode per la nascita di Luigi decimoquarto . . » 232
CLXVi. Di monsignor Cesare Fachinetti — Nel procinto di
partire, prende novellamente commiato ...» 233
ci.xvii. A Ghino Ghini — Sull'efficacia dei medicinali . » ivi
CLXviii. Al signor N. N. — che gli aveva scritto di trovarsi
innamorato degli occhi della sua donna ...» 235
CLXix. Di fra Giovanni Battista**'*, cappuccino — Do-
manda conto del valore del padre Urbano da
Messina, cappuccino, che predica in Bologna . » 238
CLXX. Di monsignor Mazarini — Acclude la risposta del
Richelieu alla lettera clix » 239
CLXxi. Del cardinale duca di Richelieu — Risposta alla
lettera clix » ivi
CLXXii. Di monsignor Ceva, maestro di Camera di nostro
signor papa Urbano ottavo — Invia le Rime di
papa Urbano ottavo, nuovamente stampate a
Roma » 240
CLxxm. A monsignor Ceva — « Intorno ai poemi di Sua
Beatitudine, inviatigli da Sua Signoria illustris-
sima » » ivi
CLXXiv. Al signor segretario N. — Si scusa di non poter
accettare la «prima cattedra» nell'università di
Padova » 241
APPENDICE
Lettera di Girolamo Preti ad Antonio Lamberti —
Sulla chiesa di San Pietro, paragonata alle antiche
costruzioni romane . - » 243
446
III
TOMMASO STIGLIANI
LETTERE
I. A Ferrante Gonzaga, principe di Molfetta — Dedica
del Poli/emo (Milano, Ponzio, 1600) .... pag. 251
II. Alla signora marchesa donna Isabella Pallavicina, a
Cortemaggiore — Ringrazia del dono di una gioia » ivi
III. All'illustrissimo e reverendissimo signor Cinzie
Aldobrandini, cardinal di San Giorgio — Dedica
della prima parte delle i?«w^ (Venezia, Ciotti, 1601) » 252
IV. A Ferrante Gonzaga, duca di Guastalla — Gli an-
nuncia di essere passato al servigio di Ranuccio
Farnese, duca di Parma » ivi
V. Al signor Pietro Antonio Castaldi, a Milano — Non
ha ingannato l'amico scrivendogli che il figlio
«studiava come un cane», laddove costui non
apriva i libri » ivi
VI. Al signor Andrea Gussoni, in Vinezia — Lo esorta
a sopportare pazientemente le persecuzioni che
patisce dagli emuli » 253
VII. Al cardinal Cinzio Aldobrandini — Dedica della
prima parte del Canzoniero (Venezia, Ciotti, 1605):
Amori civili » ivi
vili. Al duca Virginio Orsini — Dedica della seconda
parte del Canzojiiero: Amori pastorali ...» ivi
IX. A Ferrante Gonzaga, duca di Guastalla — Dedica
della terza parte del Canzoniero: Amori mari-
?iareschi » ivi
X. Al conte Fabio Visconte — Dedica della quarta
parte del Canzoniero: Amori giocosi .... » ivi
XI. Al duca Ranuccio Farnese — Dedica della quinta
parte del Canzoniero: Soggetti e7-oici . . . ■> 254
XII. Al cardinale Odoardo Farnese — Dedica della sesta
parte del Canzoìiiero : Soggetti morali ...» ivi
XIII. A Muzio Sforza, marchese di Caravaggio — Dedica
della settima parte del Canzoniero : Soggetti
funebri » ivi
XIV. Al cardinale Ascanio Colonna — Dedica dell'ottava
parte del Canzoniero: Soggetti familiari . . » ivi
XV. Al signor duca di Parma Ranuccio Farnese, a
INDICE 447
Piacenza — Rende conto di un suo duello con
Enrico Caterino Davila pag. 254
XVI. Al cardinale Cinzio Aldobrandini — Lo ringrazia
di avergli impetrato il ritorno a Parma, non
ostante il duello avuto col Davila, e promesso
di non fargli trovare ostacoli nella ristampa del
Canzoniero » 260
xvii. Ai signori accademici Innominati, a Parma — Rin-
graziamenti per essere stato nominato principe
dell'accademia . . » ivi
XVIII. Alla signora contessa Lucrezia Angoscioli, a Roma —
Contraccambio di augùri » 263
XIX. Al signor Marco Antonio Salvucci, a Perugia —
Riceve da lui una lettera assai laudativa. Ma tali
lodi converrebbero per l'appunto a chi le ha scritte » ivi
XX. Al signor capitano Ortensio Ghisi, a Fiorenza —
Congratulazioni per la nascita di un bambino . » ivi
XXI. Al signor duca Lottarlo Conti, a Poli — Loda un
Discorso politico composto dal Conti, a richiesta
del duca di Parma, « in favor della aderenza e
contra la neutralità » » 264
XXII. Al signor cardinal Odoardo Farnese, a Roma —
Presenta e raccomanda, anche a nome del duca
di Parma, il capitano Giuseppe Ponti ....'> ivi
XXIII. Al signor don Virginio Cesarini, a Roma — Augùri
pel natale » ivi
XXIV. Al signor Giovanni Antonio Orsini, duca di Santo
Gemini, a Roma — Chiede una dilazione per
scrivere un parere circa la pace fra due cavalieri,
che trattava l'Orsini » ivi
XXV. Al signor conte Alessandro Sforza, a Foro nuovo —
Lo ringrazia di avergli dato l'incarico di scrivere
la storia di casa Sforza » ivi
XXVI. Alla signora contessa Angosciola, a Piacenza —
Complimenti » 265
xxvii. Al signor duca Lottarlo Conti, a Poli — Lo prega
di non essergli avaro di lettere » ivi
xxviii. Al signor Piero Andrea Cannoniero, a Milano —
Non può scrivere per lui un discorso accademico,
perché ammalato » ivi
XXIX. A Giambattista Marino, a Parigi — Intorno al pro-
prio ritratto, chiesto in dono dal Marino ...» 266
XXX. Al medesimo — Ancora del ritratto » 268
XXXI. Al signor cardinale d' Este il vecchio, a Modena —
448 INDICE
Raccomanda il sacerdote Pietro Giapponi, il quale
desidera entrare al servigio del cardinale in qualità
di cappellano pag. 270
xxxii. A Giambattista Marino — Satira del marinismo . » ivi
XXXIII. Al signor Aquilino Coppini, lettor publico nello
Studio di Padova — Lunga confutazione di tre
accuse mosse dal Coppini al Mondo nuovo : umiltà
dello stile, lunghezza dei canti e dissimiglianza
nell' invenzione » 273
xxxiv. Al signor Francesco Stelluti, a Fabriano — Si scusa
di non potergli rendere un servigio .... > ivi
XXXV. Al signor Giovanni Antonio Orsino, duca di Santo
Gemini, a Nerola — Non accetta la sfida a chi
sappia meglio empire di baie le lettere ...» ivi
xxxvi. Al signor Luciano Borzoni, a Genova — Manifesta
apertamente i suoi sospetti sulle vere ragioni che
inducono il Borzoni a ritardare la stampa del
Mondo nuovo » ivi
xxxvii. Al medesimo — Intorno allo stesso argomento . » 274
XXXVIII. A' signori accademici della Crusca, a Fiorenza —
Si difenda da una critica grammaticale mossagli
dall'accademia intorno alla forma «votti», usata
nel Mondo miovo » 276
XXXIX. Al signor cavalier Marino, a Parigi — Protesta di
non averlo voluto offendere in un famoso brano
del Mondo nuovo » 288
XL. Al signor Luciano Borzoni — Più che sospetti, ora
ha la prova certa che il Borzoni lo ha ingannato
per compiacere al Marino » 303
XLi. Al signor don Virginio Cesarini, a Roma — Condo-
glianze per la morte del padre » 305
j(^, XLii. Al signor dottor Pietro Magnani, a Roma — D'un
galeotto liberato e diventato di punto in bianco
poeta a tempo perso » ivi
XLiii. Al signor Ettorre Braida, a Torino — Si congratula
con lui per la nomina a segretario del cardinale
di Savoia, e scusa il duca di Poli, se, scrivendo
al medesimo cardinale, gli abbia dato dell'* Emi-
nenza » invece che dell'» Altezza» » 307
XLiv. Al signor duca Lottano Conti, a Poli — Lo ha
atteso invano a Parma durante le feste natalizie:
perciò gli invia con ritardo gli augùri .... » 308
V-) XLV. Al signor Pietro Magnani, a Parma — Del caro
vivere a Roma, e dei confini in cui vanno ristretti
gli obblighi dei padri verso i figliuoli .... » ivi
INDICE 449
XLVi. Al signor Fortuniano Manlio, a Roma — Ragioni
che lo hanno indotto a lasciare il servigio del
duca di Parma pag. 310
XLVU. Al signor N., a Castel Gandolfo — Prega l'amico
che gii ottenga dal papa una nuova pensione, di
■^ cui sia facile l'esazione > 311
XLViii. Al signor Pier Giorgio Lampognani, a Parma —
Lo rimprovera di avergli scritta una vuota lettera
di complimenti, invece di dargli le informazioni
che gli bisognavano > ivi
XLix. Al signor Ferrante Unghero, a Matera — Gli ha
scritto; ma i materani hanno il vizio d'aprire le
altrui lettere loro affidate, di leggerle, e poi di
lacerarle » 3^4
I,. Al signor don Virginio Cesarini, in Roma — Mani-
festa la sua gratitudine per avergli il Cesarini
ceduto generosamente un quinto della sua « pen-
sion di Spagna » , ossia cento ducati annui . . » ivi
LI. A monsignore Giovanni Altieri, vescovo di Camme- .
rino — Si congratula del suo felice arrivo a Ca-
merino e gli augura il cardinalato » ivi
Lii. Al signor Francesco Bascapè, a Ferrara — A pro-
posito della sua lettera apologetica al Marino,
definisce che cosa si debba intendere per falsifi-
cazione d'uno scritto letterario, e pone in ridicolo
Claudio Achillini, indicato con l'ironico pseudo-
nimo di « dottor Graziano » » ivi
LUI. A Francesco Balducci — Intorno alla Ftia di G. B.
Marino, scritta dal Baiacca '' 317
Liv. Ai signori accademici Insensati, a Perugia — Rin-
grazia di essere stalo aggregato alla loro accademia
e discorre del Mondo nuovo » 3^9
LV. Al signor cardinale Pignatelli, a Morlupo — Non
può venire di persona a Morlupo, perché intento
ad accudire alla ristampa del Canzoniero : manda
pertanto un sonetto » 320
LVi. Al signor cardinale Antonio Barberini, a Roma —
Poiché egli si trova a Frascati, al servigio del
cardinal Borghese, prega il Barberini di fare ese-
guire un mandato contro un debitore moroso pel
pagamento rateale d'una pensione » ivi
Lvn. Al signor Alessandro Angelico, a Cataro — Gli au-
gura buoni affari nell'esercizio della medicina a
Cataro, e si duole della perdita delle sue pensioni » ivi
450
LViii. Al signor Francesco Balducci, a Nerola — Intorno
a un errore di rima commesso dal Balducci, e
allo Scherzo di Parnaso composto dallo Stigliani
contro il Marino pag- 321
Lix. Al signor conte d'Olivares, a Madrid — Invia il
Mondo nuovo > 323
LX. A Sua Maestà cattolica il re Filippo quarto, a
Madrid — Invia il Mondo nuovo » 324
LXi. Al signor duca Giovanni Antonio Orsini, a Nerola —
Ha scritte altre poesie, che mostrerà all'amico . » 325
LXii. Al padre fra Iacinto Poggi, a Matera — Si congra-
tula con lui per la ricuperata salute, e augura al
mondo che abbia lunga vita un predicatore cosi
valente » 326
LXiii. Al signor duca d'Alcalà, viceré di Napoli — Invia
il Mondo nuovo » ivi
LXiv. Alla communità di Matera — Domanda ai suoi
concittadini l'autorizzazione di scrivere e presen-
tare a loro nome una lettera di congratulazione
al cardinale di Santa Cecilia, testé eletto arcive-
scovo di Matera ■> ivi
LXV. Al signor Domenico Molini, a Vinezia — Lo prega
di aiutarlo a ristampare il Canzoniere, V Occhiale
e il Mondo yiuovo, giacché le mene dei marinisti
non gli fanno trovare uno stampatore a Venezia ■> ivi
LXVi. Al signor cardinale di Santa Cecilia, a Genova —
Gli avvisa che monsignor Antinori, già arcive-
scovo di Matera e ora di Siracusa, si recherà
nella sua antica diocesi per alcune riscossioni . » 332
LXVII. A monsignor Fabrizio Antinori, arcivescovo di
Matera, a Napoli — Scherza intorno all'andata
di lui a Matera » ivi
LXViii. Al medesimo, a Frascati — Invia alcuni dolci . » ivi
LXix. Ad Antonio d'Adamo, a Matera — Discorre di vari
afifari domestici » 333
Lxx. Al signor principe di Squillace, a Madrid — Si rac-
comanda per ottenere una pensione nel Regno
di Napoli in premio del Mondo nuovo ...» ivi
Lxxi. Al signor Gian Paolo Palombini, a Verona — Gli
riesce impossibile di rispondere a una sua lettera,
perché scritta in pessima calligrafia .... > 335
Lxxii. Al signor Giovanni Antonio Orsini duca di Santo
Gemini, a Nerola — Desidera di non essere im-
mischiato nella compera che l'Orsini intende fare
di Matera, per mezzo di monsignor Antinori . » 337
INDICE 451
LXXJii. Al medesimo — Si scusa della precedente lettera pag. ^^j
Lxxiv. Al signor Francesco Balducci, a Montelibretti — Gli
annunzia che lascerà Roma per ritirarsi a Matera » 338
Lxxv. Al signor Silvio Maggi, a Napoli — Non è in col-
lera con lui, per quanto ne abbia il diritto . . » 339
Lxxvi. Al signor N., in Roma — Lo prega di restituirgli
due scritture originali, le quali trattavano della
stampa dei libri ;> 340
Lxxvn. Al signor Rodrigo*** — Risposta prima — Esorta
l'amico a non pubblicare alcune rime, e discorre
del marinismo » 341
Lxxviii. Al medesimo — Risposta seconda — Intorno allo
stesso argomento » 347
Lxxix. Al signor cavaliere fra Muzio Passalacqua — Si con-
gratula con lui per avergli il viceré di Napoli
conferito il governo di Cosenza » 351
Lxxx. AI signor don Tiberio Carrafa principe di Bisignano,
a Napoli — Lo prega di fargli ottenere giustizia
contro d'un suo debitore » ivi
Lxxxi. Alla signora baronessa di Montescaglioso — D'una
finta ossessa, da lui smascherata » 352
Lxxxii. Al signor cardinale Ippolito Aldobrandini, a Roma —
Si duole d'un arciprete che, invidioso per un
beneficio di giuspatronato conferito a un figliuolo
di lui, Stigliani, pretende le decime in misura
eccessiva » 356
Lxxxiii. A monsignore don Simon Carrafa, arcivescovo di
Matera, a Roma — Congratulazioni per la sua
nomina ad arcivescovo » ivi
Lxxxiv. Al medesimo, a Napoli — Da antico servitore di casa
Carrafa, prega monsignore, ora diventato arcive-
scovo di Matera, a volerlo onorare dei suoi co-
mandi
Lxxxv. Al signor baron Niccolò Grilli, a Montescaglioso —
Scherza intorno a due ceste di frutta avute in
dono dall'amico e giunte dimezzate ....
Lxxxvi. Al signor Carlo della Monaca, a Gallipoli — Intorno
alla proprietà del gallo di fare arrochire le sam-
pogne
Lxxxvii. Al signor Ascanio Grandi, a Lecce — Leggerà i
libri di lui con l'avidità con cui lesse quelli del
Tancredi
Lxxxviii. Al signor Bernardin Regni, a Bitonto — È pronto
a vendere a monsignor di Bitonto dodici quadri
357
359
452 INDICE
del Domenichino della seconda maniera, rappre-
sentanti i dodici apostoli, e ne manda uno a titolo
di saggio pag. 359
LXXXix. Al signor principe di Gallicano, a Roma — Si scusa
del suo lungo silenzio, e gli professa che conserva
di lui indelebile memoria » ivi
xc. AI signor cardinal don Virginio Orsini, a Roma —
Congratulazioni per la sua nomina a cardinale » ivi
xci. A monsignor don Simon Carrafa arcivescovo di
Matera, a Matera — Lo supplica di agevolargli
la presa di possesso del beneficio detto del Vaglio » ivi
xcii. Al signor Marcello d'Afflitti — Continui a diffidare
d'un tale, indicato col nome di Mustafà, che è
sempre uno scellerato, anche quando sembra che
compia un'azione buona, giacché indubbiamente
lo move a ciò un fine perverso » 360
xeni. Al signor cardinale Orsini, a Bracciano — Sui vv.
34-6 del trentesimoterzo del Purgatorio ...» ivi
xciv. Al signor duca Paolo Giordano Orsini, a Brac-
ciano — Sui vv. 31-3 del ventesimoterzo del Pur-
gatorio » 363
xcv. Al signor Giovanni Salzilli, a Treviso — Suole
Apollo abbandonare i suoi seguaci quando Ve-
nere abbandona i suoi cultori. Per questa ragione,
non può promettere di certo all'amico di man-
dargli una poesia in lode di una duchessa . . r, 364
xcvi. Al signor Appio Conti duca di Poli, a Parma —
Non può entrare al servigio del cardinal Farnese,
se non si scioglie dagli impegni che ha col prin-
cipe di Gallicano » ivi
-Q xcvii. Al signor Giulio Cesare Benedetti, all'Aquila —
Sull'arte medica » 366
xcviii. A monsignor don Simon Carrafa, già arcivescovo
di Matera ed ora di Messina, a Napoli — Con-
gratulazioni per la promozione » 373
xcix. Al signor Giovan Romano Ricci, a Matera — Lo
sconsiglia dal muover lite in Roma per far revo-
care la vendita di una casa ........ » ivi
e. Al signor Girolamo d'Afflitti, a Matera — Accetta,
ringraziando, i 150 ducati, che l'amico gli anticipa
per conto di un debitore » ivi
CI. Al signor Nunzio Paulicelli, a Matera — Non può
raccomandare l'amico presso il generalato del-
l'ordine agostiniano, non essendo più generale
il padre Ghetti » ivi
INDICE 453
■^"^ cu. Al principe di Gallicano — Non ha ricevuta una
lettera, alla quale si accenna in altre posteriori pag. 373
CHI. Al medesimo — Loda il Setaccio, pieno di cose
astrologiche. Ma lo stampatore lo ha assassinato » 374
civ. Al medesimo — Descrive facetamente la miseria in
cui egli versa » ivi
cv. Al medesimo — Riceve da lui una polizza di sessanta
scudi e lo ringrazia " 376
evi. Al medesimo — Invia le Rime di monsignor Ciam-
poli. Non ardisce inviare alcune sue poesie sulla
prigionia del Gallicano. Accusa di nuovo ricezione
dei sessanta scudi » ivi
cvii. Al medesimo — Invia tre canzonette per musica, e
un trattatello in versi sul!' Orlando furioso, di
cui desidera un breve giudizio •> ivi
cviii. Al medesimo — Gode che il Gallicano s'affligga
assai poco della sua prigionia a Napoli; al qual
contento s'aggiunge l'altro delle lodi date dal suo
protettore ai componimenti acclusi nella lettera
precedente » ivi
cix. Al medesimo — Loda il primo capitolo della Nuova
Arcadia del Gallicano e la prosa relativa, che lo
precede » 377
ex. Al medesimo — Ancora del primo capitolo e della
prima prosa della Nuova Arcadia » ivi
CXI. Al medesimo — La terza prosa e i terzi versi della
Nuova Arcadia sono migliori dei primi e dei
secondi » ivi
cxii. Al medesimo — • Bellissimi la quarta prosa e il quarto
capitolo della Nuova Arcadia » ivi
cxiii. Al medesimo — Attende la quinta prosa e i quinti
versi della Nuova Arcadia » 378
cxiv. Al medesimo — Le negoziazioni col duca di Brac-
ciano sono a buon porto. La quinta prosa della
Nuova Arcadia gli è parsa « alquanto secco-
rella ». L'egloga gli piace, ma non vorrebbe che
nell'opera ne fossero altre oltre le due composte
finora. Invia una poesia » ivi
cxv. Al medesimo — La sesta prosa ed egloga della
Nuova Arcadia gli piacciono per la forma, ma
non per l'argomento . . » ivi
cxvi. Al medesimo — Ha ricevuto il Discorso politico
del Gallicano, il cui difetto è di essere troppo
buono » ivi
454 INDICE
cxvii. Al medesimo — Ancora del Discorso politico e delle
negoziazioni col duca di Bracciano pag. 379
ex vili. Al medesimo — Ancora delle negoziazioni col duca
di Bracciano » ivi
cxix. Al signor dottor Giovan Battista di Luca, a Fra-
scati — Dedica del Trattato della nobiltà . . > ivi
cxx. Al principe di Gallicano — È suo creditore in du-
cati 41, che desidererebbe di riscuotere ...» ivi
cxxi. Al medesimo — Manifesta molta allegrezza per la
notizia della liberazione del suo protettore . » ivi
cxxii. Al signor Giovanni Angelo Maccafani, a Pereto —
Della peste romana del 1649 e della ristampa del
Mondo nuovo » 380
cxxiii. Al signor Francesco Franchi, al Corvaro — Si scusa
di non avergli ancora potuto rendere un servigio,
e lo ringrazia del dono d'una lepre .... » 381
cxxiv. Al signor principe di Castellaneta, a Napoli —
È pieno d'acciacchi e malanni, il peggiore dei
quali è l'esser prossimo ai settantotto anni . . » ivi
cxxv. Al principe di Gallicano — Dedica delle Lettere . » 382
Nota » 383
Indice dei nomi » 417
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Editohi gius. LATERZA & FIGLI - Baki
SCRITTORI D'ITALIA
La giaiule collezione, nella (juale ci propouiaiiiu di raccogliere
in edizioni criticamente cvuate il lìore della letteratura italiana,
comprenderà in oltre seicento vohmii tutte le opere che più e
meglio pt)ssono interessare non solameiìte il pubblico delle per-
sone colte, ma anche quello degli studiosi specialisti. Sitiatto
indispensabile strumento di cultura e di studio non dovrebbe
iiuintli mancare, non solo nelle biblioteche pubbliche, ma nem-
meno nelle raccolte di libri private, anche nelle più modeste.
Il metodo della pubblicazione, il sistema di vendita, le opportune
combinazioni degli abbonamenti, pongono la raccolta alla portata
di tutte le borse; e noi confidiamo che la più benigna accoglienza
del pubblico risponderà alle fatiche di tanti insigni studiosi rac-
colti a cooperare nella grande impresa, e alle molte cure che noi
ci studiamo d'impiegarvi perché essa riesca sotto l'aspetto tipo-
grafico nitida, corretta, severamente elegante, degna in tutto degli
scopi che si propone.
.Sono pubblicati :
2 BANDELLO M. - Le novelle, a cura di Gioachino Brogno-
LiGO, voi. L di PP- 424.
5 — — voi. II, di pp. 448.
9 — — voi. IH, di pp. 488.
17 — — voi. IV, di pp. 496.
23 — — voi. V ed ultimo, di pp. 384.
13 BARETTI G. - Prefazioni e polemiche, a cura di Luigi Pic-
cioni, di pp. 408.
26 — Scelta di lettere familiari, di pp. 460.
18 BERCHET G. - Opere, voi. I: Poesie, a cura di Egidio Bel-
LORiNi, di pp. 438.
27 — — voi. Il: Scritti critici, di pp. 254.
7 BLANCH L. - Della scienza militare, a cura di Amedeo Gian-
nini, di pp. 296.
6 BOCCALINI T. - Ragi^ua^^li di Parnaso e Pietra del paragone
politico, a cura di Giuseppe Rua, voi. I, di pp. 380.
10 COCAI M. (Teofilo Folengo) - Le macclieronec, a cura di
Alessandro Luzio, voi. I, di pp. 354.
19 — — voi. II ed ultimo, di pp. 376.
25 Coniìnedie, del Cinquecento, a cura di Ireneo Sanesi, voi. I,
di pp. 412.
4 DELLA PORTA G. B. - Le Commedie, a cura di Vincenzo
Spampanato, voi. I. di pp. 394.
21 — — voi. II, di pp. 392.
31 DE SANCTIS F., Storia delta letteratura italiana, a cura di
Benedetto Croce, voi. I, di pp. 432.
32 — — voi. lì, di pp. 470.
15 FOLENGO T. - Opere italiane, a cura di U.mberto Renda,
voi. I, di pp. 392.
28 — — voi. II, di pp. 320.
14 GIOBERTI \'. - Del rinnovamento civile d'Italia, a cura di
Fausto Nicolini, voi. 1, di pp. 374.
16 — — voi. II, di pp. 400.
24 — — voi. III ed ultimo, di pp. 388.
3 GOZZI- C. - Memorie inutili, a cura di Giuseppe Prezzolini,
voi. I, di pp. 392.
8 — — voi. II, di pp. 332.
22 — La Marfisa bizzarra, a cura di Cornelia Ortiz, di pp. 356.
I Liìici marinisti, a cura di Benedetto Croce, di pp. 560.
20 MARINO G. B. - Epistolario seguito da lettere di altri scrit-
tori del seicento, a cura di Angelo Borzelli e Fausto
Nicolini, voi. I, di pp. 332.
29 — — voi. II ed ultimo, di pp. 454.
30 POLO M., // Milione, a cura di Dante Olivieri, di pp. 318.
11 VICO G. ^. - L'autobiografia, il carteggio e le poesie varie,
a cura di Benedetto Croce, di pp. 356.
12 VITTORPZLLl 1. - Poesie, a cura di Attilio Simioni, di pa-
gine 392.
( in brochure L. 5,50
Prezzo di ogni volume ...
( legati in tela » 7, —
Abbonamento a una serie di io volumi, a scelta, tra quelli pub-
blicati e da pubblicarsi: L. 40 per 1' Italia, L. 45 per l'estero, pa-
gamento anticipato, anche a rate mensili di L. 5.
Domandare le schede di ablionamento.
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NOV 2 4 1992
NOV 2dìm